ROBERTO MASOTTI ‘LIFE-SIZE-ACTS’

 

Nell’ambito di JAZZMI di cui vi abbiamo riferito nei giorni scorsi, si svolgerà la mostra di Roberto Masotti “Life-Size-Acts”. Ma come nasce questa nuova fatica del noto fotografo ravennate?

Roberto Masotti riceve un invito a Berlino dall’organizzazione del Total Music Meeting per la mostra ‘Diario dal Sud’ e contemporaneamente per una residenza. Ha a disposizione un atelier adiacente alla sala da concerto dove invita molti dei musicisti in programma a brevi sessioni fotografiche. Le immagini realizzate sono nate per costruire ritratti singoli o, accostate, a comporre un gruppo per essere poi esposte a grandezza naturale. Sono composizioni che legano la figura ad uno o più particolari il più delle volte in stretta relazione con il personaggio, in altri casi in modo più enigmatico e astratto.

L’installazione ’Life-Size-Acts’ che si sviluppa attraverso un percorso per le magnifiche sale di Palazzo Litta, comprende 34 composizioni fotografiche con figure di musicisti a grandezza naturale stampati su pvc. Ad accogliere il pubblico nella sala d’ingresso sarà esposto un grande disegno su carta raffigurante l’abbozzo d’ombra di un grande tavolo, che richiama il tavolino sempre presente nel lavoro ‘You Tourned the Tables on Me’ con due ‘repliche’ ingrandite dello stesso

Parte integrante della mostra sono due video, il primo in proiezione è frutto di un montaggio che percorre solo parzialmente il vasto archivio di foto di Roberto Masotti. Le riprese sui provini a contatto, che si intrecciano con tutte le foto, le composizioni in mostra e altre ancora, si ricongiungono a formare un flusso d’immagine che si affianca a quello sonoro realizzato in modo assai originale da Dj Spooky.

L’altro video alterna la presenza di alcuni dei musicisti presenti nella serie colti mentre raccontano o interpretano brevi frammenti di improvvisazione.

Il nucleo originario d’immagini realizzate per la prima esibizione prodotta da Novara Jazz è stato qui rivisto e integrato da diverse nuove composizioni inedite, testimonianza questa di una modalità in progress cara all’autore.

 

‘Masotti – afferma Roberto Mutti –  intende trasformare la staticità della fotografia –la cui natura consiste nel cogliere l’attimo come sintesi del movimento- in un elemento dinamico e per questa ragione fa ricorso ad una macchina fotografica decisamente insolita come la panoramica. Proponendo una estetica che gli appartiene da sempre Roberto Masotti ha creato un allestimento di grande fascino che circonda il visitatore e lo coinvolge emotivamente’.

La mostra sarà inaugurata il 4 novembre con gli interventi di Luciano Linzi (direttore artistico di JAZZMI), Riccardo Bertoncelli (giornalista, critico musicale), Corrado Beldì (direttore artistico di Novara Jazz). Azione sonora: Massimo Falascone (sax alto), Claudio Lugo (sax soprano) / TAI NO-ORCHESTRA

 

A Napoli, Palazzo San Teodoro, la prossima presentazione di “Gente di Jazz” di Gerlando Gatto (ed. KappaVu/Euritmica)

Seconda ristampa per il libro “Gente di Jazz” – interviste e personaggi dentro un festival jazz – (edizioni KappaVu/Euritmica, 2017), scritto dal nostro direttore Gerlando Gatto. Il volume, che contiene la prefazione di Paolo Fresu, notissimo trombettista sardo, la postfazione del filosofo e intellettuale Fabio Turchini e le immagini del fotografo di spettacolo Luca d’Agostino, arriva dunque a Napoli, dopo l’anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino e la recente e molto partecipata presentazione alla Feltrinelli di Roma.

Martedì 24 ottobre, Gente di Jazz e il suo autore saranno nel capoluogo partenopeo, nelle sale di Palazzo San Teodoro, storica dimora che si trova all’inizio della Riviera di Chiaia, la zona residenziale a ridosso del lungomare (Riviera di Chiaia 281. I posti sono limitati e gli ingressi su invito con lista nominale. Per gli accrediti stampa e gli inviti contattare l’Ufficio Stampa dell’evento +39 339 4510118 o inviare una mail a stampa@euritmica.it.

L’autore dialogherà con il filosofo napoletano, giornalista ed esperto di jazz Marco Restucci (che ha di recente pubblicato un libro dal titolo “Dioniso a New Orleans. Nietzsche e il tragico nel jazz”, Albo Versorio), con Giancarlo Velliscig, direttore artistico di Udin&Jazz e con il chitarrista Antonio Onorato, presente con un’intervista in Gente di Jazz. Antonio, artista di fama internazionale – da pochi giorni è uscito il suo ultimo progetto discografico “Vesuvio Blues” (Blumusic International) – porterà il suo contributo all’evento anche attraverso alcuni interventi musicali… rigorosamente improvvisati, come nella miglior tradizione del jazz!

“Gente di Jazz” raccoglie una serie di dialoghi tra Gerlando Gatto e un gruppo di musicisti che, in epoche anche molto diverse, hanno partecipato al Festival udinese, che conta già ben 27 edizioni.  In ordine strettamente casuale, gli artisti presenti sono: Stefano Bollani, Michel Petrucciani, McCoy Tyner, Danilo Rea, Enrico Pierannunzi, Gonzalo Rubalcaba, Francesco Bearzatti, Giancarlo Schiaffini, Enrico Rava, Claudio Cojaniz, Enzo Favata, Antonio Onorato, Cedar Walton, Joe Zawinul, Franco D’Andrea, Roberto Gatto, Massimo De Mattia, Rosario Bonaccorso, Stefano Battaglia, Mino Cinelu, Claudio Fasoli, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Martial Solal, Dario Carnovale.

Gerlando Gatto descrive così la sua opera, raccontando anche un recente aneddoto: “il libro contiene parte delle fatiche che ho dedicato alla musica nel corso di questi 40 anni. In particolare mi è sempre piaciuto intervistare, e non solo personaggi famosi ma anche giovani talentuosi cercando di far emergere attraverso le loro risposte non tanto l’artista quanto l’uomo, la donna, il ragazzo, il fanciullo che si nasconde dietro il personaggio pubblico. Inoltre nel poco tempo di un’intervista ho cercato comunque di instaurare un dialogo che andasse un pochino al di là del semplice rapporto tra domanda e risposta e devo dire che in alcuni casi ci sono riuscito.  A riguardo voglio raccontarvi un episodio accaduto poco tempo fa. Siamo in estate, e alla Casa del Jazz di Roma suonano in concerto Rita Marcotulli e Mino Cinelu, che è uno dei più grandi percussionisti del jazz e la cui foto figura nella copertina del libro. Decido di andare a sentire il concerto e strada facendo parliamo con mia moglie di Mino, che avevo intervistato in Martinica nel lontano ’92 senza più rivederlo. Il dilemma era: dopo tutti questi anni di lontananza, mi avrebbe riconosciuto oppure no? Mia moglie diceva di no, mentre io sostenevo il contrario, dato che in Martinica avevamo trascorso belle giornate assieme. Arriviamo alla Casa del Jazz proprio alla fine del soundcheck. Io salgo sul palco per salutare Mino che si trova esattamente nella parte opposta. Lui alza la testa e appena mi vede mi dice semplicemente: “Quanto tempo!”. Poi si avvicina, mi abbraccia e cominciamo a parlare come se ci fossimo visti ieri. È stato bellissimo, commovente.”

In Gente di Jazz  le personalità dei musicisti emergono, quindi, sul piano artistico ma specialmente su quello umano, facendo affiorare tutta la bellezza, la genialità, il valore, anche sociale, di questo genere musicale.

Il volume è disponibile in tutte le librerie, online sul sito della casa editrice Kappavu http://shop.kappavu.it/, sui siti di Feltrinelli, Mondadori, Amazon, Unilibro, Hoepli. Al termine della presentazione è previsto il tradizionale firma copie.

“JAZZ IS MY RELIGION”

Una delle caratteristiche del “Roma Jazz Festival” è che, contrariamente ad altre manifestazioni del genere, ogni anno si articola su un tema diverso alla ricerca di una sorta di fil rouge che possa in qualche modo unire i vari concerti.

Il tema scelto per quest’anno è allo stesso tempo di estrema attualità ma quanto mai impegnativo: la religione. Un tema oggi divisorio ma che inevitabilmente fa parte della vita di tutti noi e quindi anche del mondo del jazz.

“Il JAZZ è la mia religione”, proclamava con orgoglio il poeta afroamericano Ted Joans. In effetti, jazz e religione hanno avuto uno stretto rapporto fin da tempi non sospetti, se è vero che tra le fonti di questa musica ci sono il blues (notoriamente “musica del diavolo”) e il gospel, che invece sarebbe la musica di Dio. Senonché, guarda caso, molti jazzisti della prima ora li praticavano entrambi.

New Orleans, del resto, era un mosaico di etnie e religioni: i bianchi anglosassoni protestanti, gli schiavi che accanto al culto dei padroni continuavano a praticare gli ancestrali riti africani, i creoli che conservavano il cattolicesimo dei loro antenati francesi. E poi gli italoamericani (tanti dei loro nomi figurano tra quelli dei primi jazzisti), anch’essi cattolici, e le grandi comunità ebraiche, originarie dell’Europa orientale e della Russia, dalle quali usciranno innumerevoli jazzisti, come Benny Goodman (celebre la sua versione del canto yiddish Bei mir bist du schoen, incisa nel 1938), Artie Shaw, Stan Getz, Lee Lonitz, Dave Liebman.

Con il passare del tempo, la situazione non è cambiata molto, anzi si è persino complicata. Negli anni Quaranta e Cinquanta, molti jazzisti cominciarono a convertirsi all’Islam, spesso cambiando anche nome: e così Frederick Russell Jones divenne Ahmad Jamal, Dollar Brand si trasformò in Abdullah Ibrahim e Art Blakey assunse il nome di Abdullah ibn Buhaina. Il grande trombettista Dizzy Gillespie era di fede Bahá’í, l’ebreo Steve Lacy studiava il taoismo, l’italoamericano Tony Scott (vero nome: Anthony Sciacca) si interessò allo Zen, gli afroamericani Herbie Hancock e Wayne Shorter sono notoriamente di fede buddhista, l’italoamericano Chick Corea è un adepto di Scientology e Keith Jarrett segue le teorie mistico-filosofiche di G.I. Gurdjieff.

Vi è persino un filone di musica sacra nel jazz. La pianista Mary Lou Williams, dopo la conversione al cattolicesimo, scrisse una Messa e vari altri lavori di ispirazione religiosa, così come fece più tardi il suo collega Dave Brubeck, anch’egli convertitosi alla religione cattolica. Duke Ellington, nell’ultima parte della sua carriera, si dedicò alla scrittura di due “Sacred Concerts”, originalissima fusione di jazz e musica sacra. Più di recente, Wynton Marsalis ha modellato il suo disco del 1994 “In This House, On This Morning” sui riti delle chiese battiste afroamericane.

E come non menzionare il capolavoro di John Coltrane, “A Love supreme”? Un vero e proprio inno all’amore divino, che si conclude con una maestosa preghiera all’Altissimo, salmodiata dal sassofono. Del resto, lo stesso Coltrane è un esempio di come, nel jazz, le religioni si mescolino senza problemi: la sua prima moglie Naima era musulmana e la seconda, Alice, una seguace di Sai Baba e una studiosa dei testi vedici; egli stesso, cresciuto nella fede metodista, si interessò profondamente alle religioni orientali e oggi esiste persino una chiesa che lo venera come santo.

Oggi il panorama è più variegato che mai: il sassofonista John Zorn e il pianista Anthony Coleman hanno fatto dell’ebraicità un loro vessillo, il contrabbassista israeliano Avishai Cohen ha reinterpretato canti sefarditi, il cantante Kurt Elling ha addirittura un passato di studente in teologia, il pianista cubano Omar Sosa si ispira ai culti della Santeria, per non parlare dei tanti musicisti jazz che ormai arrivano dai più remoti angoli dell’Asia o del Sud America portando con sé le proprie credenze religiose.

Ciò non ha impedito ai jazzisti di convivere pacificamente gli uni con gli altri. Anzi, in questo scenario multiforme, il jazz è sempre stato un vero e proprio collante fra religioni e culture diverse. Basti pensare a musicisti come Albert Ayler, Pharoah Sanders, Kalaparusha Maurice McIntyre, che nei loro dischi hanno più volte celebrato il sincretismo religioso.

Oggi, il jazz si è staccato dalla sua patria d’origine, gli Stati Uniti, e ha cominciato a vagare per il mondo, trasformandosi in una lingua franca, parlata da musicisti di tutto il pianeta. In un clima politico come quello attuale, lacerato da conflitti etnico-religiosi, c’è più che mai bisogno di un simile esperanto comune, che aiuti a superare barriere ideologiche e politiche in nome di una comune spiritualità: quella della musica.

Partendo da queste premesse, il Festival presenta artisti di svariata estrazione come potrete leggere nel programma che qui di seguito pubblichiamo. Ciò non ci esime, comunque, dal segnalarvi gli appuntamenti che riteniamo particolarmente importanti.

L’apertura, il 5 novembre, è riservata a due artisti di fama mondiale come il pianista Chick Corea e il batterista Steve Gadd che con il loro sestetto si esibiranno all’Auditorium Parco della Musica. Il 7 novembre all’Alcazar altro appuntamento da non perdere con la nuova stella della musica cubana Daymé Arocena. L’8 tutti al Museo Ebraico per ascoltare il nuovo progetto “Sephirot” del sassofonista e clarinettista Gabriele Coen; il 12 ancora all’Auditorium per incontrare il padre dell’Ethio-Jazz Mulate Astatke con la sua musica speziata di colori tanto africani quanto latini. Il 13, sempre all’Auditorium, un musicista da scoprire: Adam Ben Ezra, che si esibirà in splendida solitudine alla voce, al contrabbasso e al pianoforte.

IL 17 presso la Chiesa di San Tolentino una delle nuove stelle del piano-jazz, Tigran Hamasyan. Il 20 ancora all’Auditorium un omaggio a Thelonious Monk firmato da quattro straordinari pianisti quali Kenny Barron, Dado Moroni, Cyrus Chestnut, Danny Grisset.

Tra gli italiani da segnalare il 9 novembre all’Auditorium l’omaggio ad Ella Fitzgerald da parte di Simona Molinari con il suo quartetto “rinforzato” dal trombone di Mauro Ottolini; il 15, sempre all’Auditorium, la splendida Lydian Soun Orchestra di Riccardo Brazzale in un programma dedicato a Dizzy Gillespie con la partecipazione di Jeremy Pelt, trombettista tra i più acclamati del momento; il 21, presso la sacrestia dei Borromini, il piano solo di Giovanni Guidi; il 24 al Pantheon Dimitri Grechi Espinoza con il suo progetto in solo “Oreb”. Il 26 e 27, uno dopo l’altro, all’Auditorium, due delle punte di diamante del jazz italiano ed europeo quali Fabrizio Bosso e Tino Tracanna. Il 29 ancora all’Auditorium il trio di Roberto Gatto nell’omaggio a John Coltrane. Il concerto di chiusura, il 30 novembre, naturalmente all’Auditorium, è affidato alla “New Talents Jazz Orchestra” diretta da Mario Corvini e al Coro del Conservatorio di Santa Cecilia diretto da Carla Marcotulli impegnati a riproporre i “Sacri Concerti” di Ellington, ovvero quelle musiche che lo stesso compositore reputava le più impegnative e significative che gli avesse scritto.

ROMA JAZZ FESTIVAL 2017 – PROGRAMMA

5 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA S. CECILIA ore 21:00

CHICK COREA e STEVE GADD SEXTET

7 NOVEMBRE / ALCAZAR ore 22:30

DAYMÉ AROCENA QUARTE Prima italiana

8 NOVEMBRE / MUSEO EBRAICO ore 21:00

GABRIELE COEN QUINTET “Sephirot”

9 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SINOPOLI ore 21:00

OMAGGIO A ELLA FITZGERALD

SIMONA MOLINARI QUARTET Feat. MAURO OTTOLINI “Loving Ella”

11 NOVEMBRE / CASA DEL JAZZ ore 21:00

SWING VALLEY BAND “Swing is my Religion”

12 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

MULATU ASTATKE & STEPS AHEAD BAND “Peace and Love Ethio-jazz”

13 NOVEMBREAUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

ADAM BEN EZRA Solo Tour” – Prima” Assoluta

15 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, TEATRO STUDIO ore 21:00

OMAGGIO A DIZZY GILLESPIE

LYDIAN SOUND ORCHESTRA Guest star JEREMY PELT

“To Be or not to Bop” – Prima italiana con Jeremy Pelt

17 NOVEMBRE / CHIESA SAN NICOLA DA TOLENTINO ore 20:30

TIGRAN HAMASYAN “An Ancient Observer” – Prima assoluta

18 NOVEMBRE / CASA DEL JAZZ ore 21:00

OMAGGIO A LOUIS ARMSTRONG  – “The Good Book”

THREE BLIND MICE & GUESTS

20 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SINOPOLI ore 21:00

OMAGGIO A THELONIUS MONK – Monk by Four by Monk

21 NOVEMBRE / SACRESTIA DEL BORROMINI Via di Santa Maria dell’Anima, 30, ore 18:00

GIOVANNI GUIDI “Planet Earth” piano solo tour – Prima assoluta

22 NOVEMBRE / PANTHEON ore 18:00

DIMITRI GRECHI ESPINOZA “Oreb”

23 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

JAZZ E SANTERIA – OMAR SOSA & SECKOU KEITA

“TRASPARENT WATER” – Prima italiana

25 NOVEMBRE / CASA DEL JAZZ ore 21:00

LUCA FILASTRO – “Omaggio a Fats Waller” – Prima assoluta – progetto speciale IMF

25 NOVEMBRE / ALCAZAR ore 22:30

EZRA COLLECTIVE – Prima assoluta

26 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

FABRIZIO BOSSO SPIRITUAL TRIO Feat. WALTER RICCI

27 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA TEATRO STUDIO ore 21:00

TINO TRACANNA – “Double Cut”

28 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SINOPOLI ore 21:00

CORY HENRY & THE FUNK APOSTLES  – Prima assoluta

29 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA TEATRO STUDIO ore 21:00

OMAGGIO A JOHN COLTRANE

FRANCESCO BEARZATTI / ROBERTO GATTO /  BENJAMIN MOUSSAY – “Dear John”

30 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

NEW TALENTS JAZZ ORCHESTRA DIRETTA DA MARIO CORVINI

E IL CORO DEL CONSERVATORIO DI SANTA CECILIA CONDOTTO DA CARLA MARCOTULLI

“Duke Ellington’s Sacred Concert” – Prima italiana – una produzione IMF

 

Seconda ristampa per “Gente di Jazz” il libro di Gerlando Gatto e in ottobre due importanti presentazioni a Roma e a Napoli

Noi della redazione di A Proposito di Jazz siamo particolarmente felici di annunciare la seconda ristampa del libro “Gente di Jazz” – interviste e personaggi dentro un festival jazz – (edizioni KappaVu/Euritmica, 2017), scritto dal nostro direttore Gerlando Gatto. Il volume, che contiene la prefazione di Paolo Fresu, celebre trombettista sardo e grande amico di Udin&Jazz, la postfazione del filosofo e intellettuale friulano Fabio Turchini e le immagini del fotografo Luca d’Agostino, sarà presentato, dopo l’anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino a maggio, nelle città di Roma e Napoli.

Giovedì 12 ottobre, alle 18:00 (ingresso libero) Gerlando Gatto sarà presente alla Feltrinelli Libri&Musica di Largo di Torre Argentina 5/A a Roma, una catena di librerie sempre in prima linea nella divulgazione in toto della cultura. Con lui, a illustrare l’opera, il direttore artistico di Udin&Jazz, Giancarlo Velliscig, i giornalisti e critici musicali Maurizio Favot e Luigi Onori (che scrive anche su questa testata) e i musicisti Maurizio Giammarco e Giancarlo Schiaffini, le cui interviste sono pubblicate all’interno del libro.

Martedì 24 ottobre, Gente di Jazz e il suo autore si spostano a Napoli, nelle sale di Palazzo San Teodoro, un’antica residenza gentilizia, progettata dall’architetto toscano Guglielmo Bechi (lo stesso di Villa Pignatelli), che ha realizzato un’autentica opera d’arte: tre piani in stile neoclassico, dalle intense tonalità cromatiche rosso-pompeiane. La dimora si trova all’inizio della Riviera di Chiaia, la zona residenziale a ridosso del lungomare di Napoli (Riviera di Chiaia 281 – posti limitati; ingressi su invito con lista nominale. Per gli accrediti stampa e gli inviti contattare l’Ufficio Stampa dell’evento +39 339 4510118 o inviare una mail a stampa@euritmica.it ).

Nella città della sirena Parthenope, l’autore dialogherà con il filosofo ed esperto di jazz Marco Restucci (anch’egli autore di un libro, di recente pubblicazione, dal titolo “Dioniso a New Orleans. Nietzsche e il tragico nel jazz”, Albo Versorio), con il già citato Giancarlo Velliscig, nella duplice veste di direttore artistico di Udin&Jazz ed editore (la pubblicazione è edita da KappaVu/Euritmica, Udine) e con il chitarrista Antonio Onorato, anch’egli presente con un’intervista in Gente di Jazz. Antonio, artista di fama internazionale, porterà il suo contributo all’evento anche attraverso alcuni interventi musicali… rigorosamente improvvisati, come nella miglior tradizione del jazz!

“Gente di Jazz” raccoglie una serie di interviste e dialoghi tra il nostro direttore, infaticabile promotore della musica jazz e un gruppo di musicisti che, in epoche anche molto diverse, hanno partecipato al Festival Udin&Jazz; li citiamo, in ordine strettamente casuale: Stefano Bollani, Michel Petrucciani, McCoy Tyner, Danilo Rea, Enrico Pierannunzi, Gonzalo Rubalcaba, Francesco Bearzatti, Giancarlo Schiaffini, Enrico Rava, Claudio Cojaniz, Enzo Favata, Antonio Onorato, Cedar Walton, Joe Zawinul, Franco D’Andrea, Roberto Gatto, Massimo De Mattia, Rosario Bonaccorso, Stefano Battaglia, Mino Cinelu, Claudio Fasoli, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Martial Solal, Dario Carnovale.

Gerlando, al di là della sua indiscutibile competenza, è persona sensibile e curiosa. Queste peculiarità fanno certamente la differenza nelle sue interviste, particolarità che si nota soprattutto nel taglio dato alle domande che egli rivolge, dove le personalità dei musicisti emergono sia sul piano artistico ma specialmente su quello umano. In Gente di Jazz affiora tutta la bellezza, la genialità, il valore, anche sociale, di questo genere musicale che, non dimentichiamolo, nacque grazie agli schiavi africani deportati negli Stati Uniti e ai loro canti di protesta.

Gente di Jazz è disponibile in tutte le librerie, online sul sito della casa editrice Kappavu http://shop.kappavu.it/  e sui siti di Feltrinelli, Mondadori, Amazon, Unilibro, Hoepli.

Alle presentazioni l’autore sarà ben lieto di personalizzare la vostra copia.

Giorgia Sallustio ovvero la naturalezza del canto

 

Udine, 08/07/2017 – UDIN&JAZZ 2017 – ETHNOSHOCK – Corte Palazzo Morpurgo – GIORGIA SALLUSTIO 5ET “Around Evans” – Giorgia Sallustio, voce / Roberto Cecchetto, chitarra / Rudy Fantin, piano rhodes, hammond / Roberta Brighi, basso / Evita Polidoro, batteria – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2017

Nata a Palmanova in provincia di Udine, Giorgia Sallustio è artista dotata di significativa preparazione di base. Diplomata col massimo dei voti e laureata presso il conservatorio G.Cantelli di Novara in chitarra classica, ha studiato canto lirico, moderno e jazz, conseguendo una seconda laurea in canto jazz presso il conservatorio G. Verdi di Como. La sua passione per il canto si rivela precocemente all’età di 3 anni, quando vince il suo primo concorso canoro locale. Nel corso degli anni partecipa e vince numerosi concorsi locali ed internazionali. Quest’anno ha partecipato con successo al Festival Udin&Jazz presentando il suo ultimo progetto “Around Evans”. E noi l’abbiamo intervistata proprio alla fine dell’applaudita performance.

Come è nata l’idea di questo progetto?

“Direi in modo del tutto naturale. Ho sempre amato Bill Evans e ho sempre pensato che un giorno o l’altro mi sarebbe piaciuto cimentarmi con questo tipo di repertorio. Quando ho ritenuto che finalmente fosse giunto il momento, ho chiamato alcuni eccellenti musicisti ed abbiamo realizzato il disco che forse conoscerai “Around Evans” uscito per la Caligola nel 2015”.

  • Sì, lo conosco e devo aggiungere che si tratta di un album apprezzabile; ma l’organico è completamente diverso rispetto a quello con cui ti sei presentata a Udin&Jazz

“Certo nel disco ci sono Nevio Zaninotto al sax tenore e soprano, Alessandro Castelli al trombone, Rudy Fantin al piano e al Rhodes, Raffaele Romano al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria cui si sono aggiunti in alcuni brani come special guests Alberto Mandarini tromba e flicorno e Giuseppe Emmanuele piano e arrangiatore del pezzo di Bacharach “A House Is Not a Home”. Ma, come puoi ben capire, portare in giro un gruppo così numeroso oggi è impresa a dir poco difficile. Di qui la necessità di ricorrere ad un organico più leggero”.

  • Che comunque ha dato risultati eccellenti…

“Sì, sono molto soddisfatta del risultato. Ma i musicisti che hanno suonato con me sono tutti di ottimo livello, sono davvero fortunata e onorata di poter condividere la musica ed il palco con loro.”

  • Vogliamo ricordarli?
  • “Certo: ancora Rudy Fantin, e poi Roberta Brighi basso, Evita Polidoro batteria e Roberto Cecchetto alla chitarra”.

  • Una curiosità: dove hai scovato la bassista davvero brava sia per il sound sia per il senso della costruzione armonica?

“Hai ragione, è davvero molto brava. Comunque per rispondere alla tua domanda, abbiamo studiato assieme al Conservatorio di Como e suoniamo insieme da qualche tempo in un’altra formazione (L.W. sextet) capitanata dalla stessa Roberta Brighi con cui abbiamo di recente registrato ciò che già proponevamo dal vivo ovvero musiche di Ornette Coleman di cui Roberta ha curato interamente gli arrangiamenti.”

  • Come mai hai inserito una chitarra?

“Come abbiamo visto, nel disco c’erano i fiati; per i live era quindi necessario uno strumento che in qualche modo li rimpiazzasse, essendo però in grado di interloquire con il piano. Ecco, la chitarra mi ha sembrava uno strumento adatto soprattutto se suonato da un artista come Cecchetto capace di creare delle atmosfere uniche mettendosi completamente a servizio della musica”.

  • Adesso parliamo un po’ del repertorio; come hai scelto i brani?

“Beh, questo è stato un lavoro piuttosto difficile essendo tanti i brani di Evans che conosco e che mi affascinano. Comunque ho scelto quelli che sentivo più vicini alla mia sensibilità cui ho aggiunto alcuni standards jazz che egli aveva amato e riproposto nelle registrazioni e dal vivo, inserendo in repertorio anche alcune composizioni originali”.

  • Sia ascoltando il disco sia nella performance di poco fa, c’è un elemento che mi ha colpito: l’estrema naturalezza con cui canti, con cui interpreti brani anche difficili. Da dove ti deriva questa sorta di sicurezza?

“Sono felice che traspaia questo, il canto è stato per me canale espressivo privilegiato sin dalla tenera età, cantavo come azione spontanea e in qualche modo liberatoria, ludica ed inconsapevole come solo i bambini sanno fare. Sono cresciuta in una famiglia di amanti della musica anche se non di musicisti che ha saputo nonostante tutto assecondarmi nelle mie inclinazioni naturali e passioni. Ho ancora memoria della prima esibizione durante un concorso locale all’età di tre anni, quando ancora del tutto inconsapevole, mi apprestavo a fare ciò che mi divertiva e piaceva, non ci fu nessuna forzatura da parte della mia famiglia ma già una mia totale e spontanea adesione alla musica ed in particolare al canto. Per anni è prevalsa la componente istintiva nel canto inteso come urgenza espressiva anche se nel frattempo decisi di cimentarmi nello studio della chitarra classica in conservatorio e per alcuni anni del clarinetto. Ho vissuto per molto tempo questa sorta di dualità, spaccata tra studi accademici che ho portato a termine con determinazione e ottimi risultati, ed una modalità di apprendimento che definirei di “tradizione orale” basato principalmente sulla pratica, su quella sul campo e anche sullo studio inizialmente con approccio imitativo, di maestri che definirei inconsapevoli attraverso l’ascolto dei loro dischi, o dei concerti. Probabilmente non è un caso che attraverso il canto mi sia avvicinata in tarda adolescenza al jazz ed abbia continuato ad amarlo facendone motivo successivamente di studio continuativo ed approfondito anche attraverso seminari, workshops sino alla volontà di seguire comunque un percorso accademico anche per la voce come per la chitarra, nell’intento di cercare la mia strada. Credo alla fine che questa dualità da me percepita, a tratti con sofferenza, sia stata fondamentale nel mio percorso di musicista e mi abbia in realtà permesso da un lato di acquisire degli strumenti di conoscenza infondendomi inoltre un senso della disciplina e del raggiungimento degli obiettivi e dall’altro, la possibilità di preservare la manifestazione della mia espressività ed individualità scongiurando mi auguro, un’omologazione in cui si può incappare in ciò che spesso è accademia e proposta accademica. Penso che questa naturalezza di cui parli anche nell’interpretazione di brani difficili, sia il prodotto di tutto ciò che ho descritto sopra, delle mie esperienze sul campo acquisite negli anni e nella scelta di un repertorio sentito e a me congeniale. Sulla sicurezza invece devo confessare di doverci ancora lavorare parecchio…è pazzesco come la maggior consapevolezza che dovrebbe essere motivo di fiducia nelle proprie capacità diventi per me spesso motivo di incertezza…è nella mia natura di persona emotiva e a tratti molto severa, autocritica e perfezionista ma credo che questa mia caratteristica rappresenti nel contempo la mia fragilità ma anche la mia forza e probabilmente sia frutto più di un travaglio interiore che di una reale evidenza delle cose.”

  • Cosa ha significato l’essere diventata musicista a tutto tondo e a tempo pieno? Come ha influito sulla tua crescita di donna?

“Ha significato più di ogni altra cosa passione, dedizione e cura. Penso di non esagerare quando dico di aver votato l’esistenza alla musica. Con una buona dose di entusiasmo, curiosità e spirito di sacrificio ho tracciato il mio percorso musicale, fatto naturalmente come per tutti, di alti e bassi e di momenti facili e altri meno. Mi piace dare poi un duplice significato alla parola cura quando penso alla musica, da un lato la premura, l’impegno, porre un’attenzione particolare e quotidiana a ciò che si fa per farlo al meglio possibile e dall’altro cura come medicina e balsamo per l’animo che si nutre di bellezza, nel senso lato del termine. Penso che la musica sia stata un’ottima compagna di vita sino ad adesso e mi auguro lo sia ancora per molto tempo ed ha senz’altro influito in maniera decisiva nella mia crescita prima che come musicista come appunto donna: diventare musicista ha comportato e continua ad implicare per me un’incessante riflessione sulla mia persona, sui miei limiti e possibilità, sulla gestione delle emozioni, sull’espressione autentica di se stessi, sulla comunicazione e l’interazione con l’altro e molto altro ancora, quando non è puro piacere e immersione totale nel repertorio che si sta affrontando o creazione di qualcosa ex novo. All’atto pratico direi poi che per una donna ma in generale per ogni individuo, senza fare distinzioni di sesso, è sempre complicato far coincidere tutto ciò che implica semplice gestione delle cose di vita quotidiana, affetti e lavoro, però quando accade qualcosa di meraviglioso come il contatto con la musica, quando le tue passioni ed inclinazioni naturali finiscono per coincidere con il tuo stesso lavoro, quando esso sia suonare, calcare un palco o trasmettere la propria esperienza ad altri, non si può che essere grati alla vita.”

  • Puoi ricordarci le tappe fondamentali della tua carriera?

“Mi sono affacciata al mondo della musica ed in particolare del canto sin da piccola e nel corso degli anni ho sentito la necessità di approfondire gli studi, conseguendo dapprima diploma e laurea in chitarra classica e successivamente quella in canto jazz, presso i conservatori di Novara e Como. Mi piace definirmi senza presunzione alcuna, una musicista dalla formazione poliedrica poiché durante il mio percorso musicale ho spaziato molto, senza aver avuto in un certo senso la fortuna di un tracciato lineare sin da subito, come ad alcuni ragazzi capita. Ho quindi un passato musicale caratterizzato anche da incursioni nel pop-soul. Nel frattempo non ho mai abbandonato la mia grande passione per il jazz continuando a coltivarla approfondendo le tecniche di improvvisazione vocale e partecipando a diversi seminari e workshops tenuti da artisti tra i quali Norma Winstone, Sheila Jordan, Maria Pia de Vito, Tiziana Ghiglioni, Jay Clayton, Gianna Montecalvo, Bob Stoloff, Roberta Gambarini, Jen Shyu, Cinzia Spata e vincendo alcune borse di studio in palio per i migliori corsisti. Continuo a dedicare al jazz il mio presente musicale ed ho avuto la fortuna di avere degli ottimi insegnati e di collaborare con importanti musicisti della scena jazz italiana esibendomi presso diverse rassegne, festival, teatri, sale da concerto e club. Nonostante sia attiva da molti anni con concerti, progetti, collaborazioni ed incisioni, mi considero sostanzialmente agli esordi, poiché mi sono timidamente affacciata al mondo del jazz con il mio primo lavoro discografico da leader, solo pochi anni fa, nel 2015. Il disco dal titolo “Around Evans”, come si diceva, è uscito per la Caligola records e contiene i brani che poi ho presentato con una nuova formazione al concerto di Udin&Jazz.”

  • Qual è l’artista cui ti senti spiritualmente più vicina?

“Potrei citare tantissimi nomi di artisti del passato ed attuali che mi piacciono, che mi hanno influenzato, che stimo musicalmente ma sentirsi spiritualmente vicino ad un artista è qualcosa di più che tutto ciò. Perciò a rischio di sembrare ripetitiva e monotematica, devo fare il nome di Bill Evans. Per me questa vicinanza è data dall’affinità profonda che percepisco con la sua musica, un amore che è puro, disinteressato e non è un caso che il mio primo disco da leader sia un omaggio proprio alla sua figura. È qualcosa di viscerale che muove dentro, difficile da descrivere, è quella spinta propulsiva che ti spinge a voler approfondire ogni aspetto non solo musicale attraverso lo studio dei suoi brani ma dell’intera figura dello stesso, l’uomo che era e le vicende di vita riportate nei libri, per captare qualcosa in più, per poter comprendere di più la figura dell’artista nella sua interezza. Il lirismo ed il potere evocativo della sua musica, a mio avviso d’una struggente bellezza, musica che contiene in sé i germi della modernità e che trovo possa essere per certi versi ancora attuale, che ascolterei senza stancarmi mai ed in cui trovo continuamente qualcosa di cui sorprendermi. Riconosco infine in Evans una figura di sintesi e collegamento tra aspetti importanti per una musicista che come me non è nata in America ma in Europa ed è alle prese con una musica di matrice afro-americana proposta in un contesto europeo in cui è nata e cresciuta e da cui è inevitabilmente influenzata.”

  • Come mi accennavi, qualche volta ti sei avvicinata anche al pop…

“Si in passato, poco più che ventenne, incisi per le major discografiche Warner e Sony alcuni brani che a livello commerciale ebbero un inaspettato successo ed in seguito mi portarono in tour all’estero e in Italia ed a partecipare a trasmissioni televisive della Rai e delle principali emittenti radiofoniche. Successivamente collaborai con i “Dirotta su Cuba” per un periodo, dopo che la storica cantante Simona Bencini aveva lasciato il gruppo per intraprendere la carriera solista, entrando a far parte del loro nuovo progetto multi-featuring. Sono state esperienze musicali che ormai sento lontane ma che mi hanno permesso di conoscere e collaborare con musicisti di valore di cui conservo ancora un ottimo ricordo.”

  • Nell’attuale situazione cosa può dare il pop al jazz e cosa può dare il jazz al pop?

“È davvero difficile rispondere a questa domanda…le classificazioni sono forme di semplificazione che aiutano in qualche modo a contestualizzare e forse abbiamo tutti bisogno chi più chi meno, di circoscrivere e a volte incasellare, dare un nome alle cose, per imparare anche a discernere l’offerta musicale ma ultimamente mi sto sempre più convincendo che la cosa importante nella musica sia abbandonarsi a quello che si è, a prescindere dal linguaggio, stile, genere con cui si sta comunicando e quindi considerare la musica come un luogo in cui non vi siano confini a patto che ci si faccia portatori di un messaggio autentico e sincero. Non è certo cosa facile ma è cosa auspicabile per chiunque voglia fare della musica la propria professione e ovviamente richiede intelligenza, sensibilità e capacità di assimilazione e approfondimento dei linguaggi, poi rispetto e curiosità e tanta voglia di esplorare. In quest’ottica direi che un certo tipo di pop ha dato e può dare al jazz la possibilità di allargare lo spazio circostante e sconfinare in altri territori, il musicista diventa un vero e proprio viaggiatore che ha sempre voglia di esplorare, di aggiungere possibilità di espressione e mi viene subito in mente l’esempio di Mehldau…e ad ogni modo credo che vi sia un precedente di tutto ciò nella tradizione jazzistica dato dalla consuetudine di proporre il repertorio pop della propria epoca, basti pensare che molti standards sono comunque canzoni che arrivano da Broadway o da Hollywood. Il jazz di contro credo sia portatore sano di libertà che trova sua espressione in particolare nell’improvvisazione individuale e collettiva, sempre coscienziosa e mai lasciata completamente al caso. Al pop potrebbe dare un approccio diverso cui guardare al materiale musicale. Forse in entrambi i casi potrebbe avvicinare un certo tipo di pubblico ad una musica che normalmente non ascolterebbe.

 Come valuti questa sorta di moda per cui molti cantanti “leggeri” si ripresentano con una sorta di riverniciatura jazz?

“Nella risposta precedente parlavo della necessità di percepire la musica senza distinzioni come una totalità, come esperienza se vogliamo universale che va abbracciata nella sua interezza. Rimane il fatto che il confine tra la naturale mescolanza e reciproca influenza a cui è sottoposta la musica da sempre e che si rivela specchio di ciò che normalmente accade all’umanità in particolare nell’epoca in cui viviamo dove la globalizzazione ha accelerato il processo di circolazione delle informazioni ed il continuo flusso di scambi, diventa veramente labile se si perde di vista a mio avviso una cosa fondamentale: la sincerità nell’espressione e l’autenticità. Il più delle volte tradire se stessi si accompagna a poca onestà intellettuale e si rischia così di far diventare talvolta la musica una mera operazione commerciale con l’unico intento di guadagnare denaro. È così che considero questa “moda”, non sempre sia chiaro ma solo laddove scorgo disonestà intellettuale e mancanza di autenticità, ho la tendenza a percepirla come una sorta di rappresentazione grottesca del jazz dove non c’è un vero e proprio vissuto, non c’è organicità, dove la musica è svuotata di significato e contenuti. Una musica che non ha nulla a che fare con la mescolanza, commistione, crossover che portano alla scoperta di percorsi inediti, e ha un senso artistico o comunque di ricerca personale, ma che punta esclusivamente al guadagno facile con l’impiego di risorse minimo”.

 

 

“Il jazz italiano per le terre del sisma” con oltre 30.000 partecipanti

 

La scossa di martedì scorso (5 settembre) – con epicentro a Campotosto vicino L’Aquila – ha ricordato quanto sia ancora profonda e aperta la “ferita” dei terremoti che hanno colpito quattro regioni dell’Italia centrale (Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche) tra il 2009 e il 2016. Attraverso la musica, la solidarietà, la mobilitazione di jazzisti e pubblico – in una chiave ricostruttiva e positiva – la rassegna “Il jazz italiano per le terre del sisma” (31 agosto-3 settembre) aveva riacceso i riflettori sui luoghi terremotati pochi giorni prima, per non dimenticare e per guardare al futuro.  Iniziata a Scheggino e transitata per Camerino, la manifestazione ha fatto tappa il 2 ad Amatrice. Qui sarà costruito ex-novo un Centro Polifunzionale, uno spazio per le arti; vista l’impossibilità di riedificare lo storico cinema-teatro Garibaldi, tutti i fondi raccolti dall’iniziativa dei jazzisti italiani (fin dall’edizione 2016) saranno destinati a questo luogo-simbolo. Nel sito dove sorgerà il Centro Polifunzionale di Amatrice hanno suonato Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura, tromba e bandoneon, in un evento di apertura promosso dalla Croce Rossa Italiana (proseguito, poi, con altri concerti nel piazzale dell’ex Istituto Alberghiero).

Ma è stato a L’Aquila – come nella I edizione del 2015 – che si è concentrata domenica 3 settembre la maggioranza degli eventi: diciotto palchi sparsi nella città dove circa settecento jazzisti italiani di varie regioni, stili e generazioni (in base ad un democratico criterio di rotazione) hanno suonato (esibendosi gratuitamente) dalle 11 all’una di notte.

Alle spalle di questa mobilitazione di energie positive ci sono enti, strutture e persone. “Il jazz italiano per le terre del sisma” è stato promosso da Mibact, 723a Perdonanza Celestiniana nonché dalle città de L’Aquila, Amatrice, Scheggino e Camerino. Sponsor principale è la SIAE ma la costruzione materiale dell’esteso happening sonoro è frutto del lavoro del direttore artistico Paolo Fresu, di I-Jazz (che raccoglie parecchi festival e organizzatori nazionali), dell’associazione MIDJ (Musicisti Italiani di Jazz, con la sua dinamica presidentessa Ada Montellanico) e della romana Casa del Jazz. Come per le precedenti edizioni, si è realizzato un coordinamento di settore non comune nel nostro Paese, attraverso un lavoro preparatorio (volontario e gratuito) durato molti mesi.

Tanto lavoro ha rischiato di esser messo in forse dal maltempo ma – dopo una notte di forti temporali –  il sole si è alternato alle nubi consentendo lo svolgimento della rassegna all’aperto (anche se erano state predisposte situazioni al chiuso). Trentamila le persone che sono alla fine transitate a L’Aquila per “Il jazz il jazz italiano per le terre del sisma”, un risultato importante considerate le minacce atmosferiche e il ripetersi “usurante” di iniziative di solidarietà.

Pubblico, musicisti e politici (dal ministro Franceschini al sindaco Pierluigi Biondi) si sono ritrovati nel concerto di apertura alla Fontana delle 99 Cannelle alle 11: luogo fortemente simbolico per la gente aquilana, restaurato e magnifico sotto il sole; ben visibile, tuttavia, dalla fontana un edificio transennato ed inagibile. La voce di Peppe Servillo ed i Solis String Quartet hanno dato corpo alla magia della musica, a quell’immateriale che serve al materiale per credere ancora nella vita, nella bellezza. Gli artisti si sono esibiti in un repertorio di brani della canzone napoletana, con omaggi a Fausto Cigliano e Nino Taranto. Il primo appuntamento ha visto anche discorsi e premi, con un chiaro impegno per la ricostruzione da parte della politica e la volontà concreta di contribuire alla rinascita della città da parte del jazz italiano.

Per il secondo concerto (ore 12) si è saliti dalla Fontana delle 99 Cannelle all’area dov’era la Casa dello Studente (vi hanno cantato le Saint Louis Voices, dirette da Milena Nigro); il percorso mette drammaticamente in evidenza quanto ancora ci sia da riedificare. Ancora sul posto una parte delle macerie dell’edificio dove sono morti otto studenti universitari ma altri quarantasette – alloggiati in case private – sono scomparsi per il terremoto del 2009. Sono stati ricordati prima del concerto e si è chiesto un “luogo della memoria” per non dimenticarli.

Dalle 14 sino all’una di notte “Il jazz italiano per le terre del sisma” si è articolato su altri sedici palchi; ben presenti misure di sicurezza che, comunque, non hanno limitato la possibilità di fruire dei molteplici appuntamenti e percorsi sonori. Dal duo alla big-band si è ascoltato un variegato spaccato stilistico e generazionale della musica di ispirazione afroamericana nel nostro paese. In ogni sede di concerto c’era, inoltre, la possibilità di versare un contributo economico per il centro polifunzionale di Amatrice; il pubblico, soprattutto a partire dalle ore 16, è iniziato ad aumentare fino alla cifra già ricordata di 30.000 persone. In vendita in alcuni punti c’era anche il nuovo libro curato dall’associazione MIDJ che racconta – attraverso foto e testimonianze di musicisti – l’edizione dell’altr’anno: “il jazz italiano per Amatrice” (coordinamento editoriale di Marcello Allulli; comitato redazionale di Maria José Galindo e Paolo Soriani; 190 pagine, euro 25). I fondi raccolti con la vendita del volume di grande formato, pagate le spese di realizzazione, andranno sempre per la struttura culturale amatriciana.

Un vero peccato che la parte serale dei concerti tenutasi nel piazzale davanti alla Basilica di Collemaggio (ancora in restauro) – condotta da Geppi Cucciari –  sia slittata di un’ora e mezza nel suo svolgimento. Per questo motivo hanno suonato ad ora troppo tarda il pianista Enrico Intra (in duo con Marcella Carboni all’arpa) e Marcello Rosa (con una formazione di soli tromboni), musicisti ultraottantenni di grandissima levatura a cui, peraltro, MIDJ ha dato un premio alla carriera. Uno svarione organizzativo che ha visto il pubblico, complici le temperature rigide, scemare dopo il concerto di Mario Biondi (preceduto da banda di Paganico, big-band del Conservatorio de L’Aquila diretta da Massimiliano Caporale, quartetto di Gegè Munari e seguito dal duo Franco Ambrosetti/Dado Moroni) e prima dei “senatori” Intra e Rosa: si sarebbe potuto evitare modificando la scaletta degli interventi, che sono proseguiti con i recital di Gegè Telesforo “SoundzforChildren”, del pianista Rossano Sportiello, di Remo Anzovino e Roy Paci in “Fight for Freedom – Tribute to Muhammad Ali”.

Nel corso del pomeriggio chi scrive ha avuto la possibilità di ascoltare alcuni recital, che si susseguivano nei vari luoghi a distanza di un’ora o quarantacinque minuti. La centrale piazza Duomo – dove i restauri procedono – ha ospitato in un vasto palco formazioni orchestrali, tra cui la Roberto Spadoni & New Project Orchestra; la formazione – diretta dal chitarrista e didatta romano – vede, tra gli altri, Roberto Cipelli al piano, Giovanni Falzone alla tromba e Mauro Beggio alla batteria ed ha un repertorio vivace ed originale che si rifà all’album “Travel Music: l’Italia dal finestrino” (Alfa Music). Lungo l’asse centrale di corso Vittorio Emanuele si affacciano edifici storici i cui chiostri sono stati luoghi di musica. A palazzo Cappa Cappelli il trombettista/flicornista Giovanni Di Cosimo si è esibito con il gruppo elettrico “Nu”, in una formula che attualizza il linguaggio davisiano arricchendolo di tensioni e visioni contemporanee. Poco distante c’è Palazzo Natellis che ha visto l’applaudito recital di Marco Colonna (ance), Eugenio Colombo (ance, flauto) ed Ettore Fioravanti (batteria), il trio “Rahsaan” che propone un’originale e policroma lettura del repertorio di Roland Kirk.

Centralissimi la basilica di San Bernardino e la scalinata ad essa antistante. Come nel 2015, all’interno della magnifica chiesa si sono susseguiti recital pianistici fra cui quelli di Roberto Magris e Mario Piacentini. Quest’ultimo ha saturato lo spazio con brani dal sapore ora minimalistico ora più decisamente jazzistico, arrivando a distillare suoni in grande sintonia con lo spazio e gli spettatori. Sulla scalinata – con una magnifica vista sugli Appennini e su una zona de L’Aquila ancora caratterizzata dalle gru – ha suonato l’orchestra “L’Insiùm” del pianista Glauco Venier e del direttore-arrangiatore Michele Corcella, formazione eccellente con musicisti friulani e di varie parti d’Italia (Mirco Cisilino, Antonello Sorrentino, Simone La Maida, Michele Polga, Alfonso Deidda tra gli altri). Questo “laboratorio permanente di ricerca musicale” ha proposto prevalentemente musiche del cinquecentesco Giorgio Mainiero, oltre ad un “Dear Lord” in omaggio a Coltrane davvero mistico. Sempre sulla scalinata si è materializzata la musica di Jimi Hendrix nella non-filologica e corrosiva versione del gruppo MIDJ Espresso: Giovani Leoni “Purple Whales”, con – tra i vari – Simone Graziano, Alessandro Lanzoni e Dimitri Grechi Espinoza. Alla fine del corso V.Emanuele, in direzione della basilica di Collemaggio, c’era il palco della Villa Comunale che ha offerto il MatTrio, con il sax tenore di Marcello Allulli, la chitarra di Francesco Diodati e la batteria di Ermanno Baron: un gruppo dal linguaggio intenso e tagliente che declina il jazz nelle tensioni e nella dimensione contemporanea.

Tanti altri musicisti in tanti altri luoghi: piazza S.Margherita e piazza dei Gesuiti, l’interno e l’esterno dell’Auditorium del Parco (creato da Renzo Piano), palazzo Lucentini Bonanni, il ponte della Fortezza Spagnola, piazza Chiarino, parco del Castello, chiese del Crocifisso e di S.Giuseppe Artigiano… Camminando tra un concerto e l’altro un anonimo ha detto ai suoi amici: “Questa è L’Aquila che mi ricordo”; speriamo che non lo sia per un giorno l’anno e che tutti i luoghi colpiti dal sisma possano risorgere in una rinnovata dimensione, con l’aiuto – piccolo o grande – del jazz italiano che nel 2018 sarà per l’ultima volta a L’Aquila nella formula solidale e militante sinora utilizzata.