Zingarò Jazz Club, Faenza. I concerti di Febbraio 2016

Lo Zingarò Jazz Club di Faenza presenta un programma ricco di appuntamenti per il mese di febbraio: il direttore artistico Michele Francesconi ha messo in cartellone quattro concerti ai quali si aggiunge la serata conlusiva della rassegna Fiato al Brasile, lunedì 15 febbraio 2016.

Si comincia mercoledì 3 febbraio con l’Angelo Lazzeri Trio, con Angelo Lazzeri alla chitarra, Daniele Mencarelli al basso elettrico e Paolo Corsi alla batteria. Far Out è il nuovo progetto musicale del trio di Angelo Lazzeri. Rispetto a Pipelettes, il lavoro pubblicato nel 2011, le sonorità del gruppo danno più spazio a suoni acidi e distorti, spesso manipolati. La matrice jazzistica è tuttavia sempre predominante nei brani, tutti firmati dal Lazzeri: un progetto di ampio respiro musicale dove trovano cittadinanza ispirazioni diverse, dal groove e dalla psichedelia allo swing alle sonorità afro, dal country-blues all’omaggio ad un Maestro come Jim Hall.

Mercoledì 10 febbraio, Arka-Ira – il progetto musicale che vede protagonisti Elisa Ridolfi alla voce, Massimo Valentini ai sassofoni e il polistrumenta Hilario Baggini – apre la settimana di Fiato al Brasile. Arka-Ira nasce dalla voglia di frequentare insieme uno spazio scenico fondendo percorsi e ricerche musicali preziose e particolari: la condivisione e l’incontro di esperienze e mondi che si compenetrano, lasciano ampio respiro all’improvvisazione e al libero fluire della musica per un viaggio con brani inediti e contemporanei, riarrangiati con personalità e minimalismo. La rassegna Fiato al Brasile si chiuderà poi, sempre allo Zingarò Jazz Club, lunedì 15 febbraio 2016.

Mercoledì 17 febbraio, il terzo concerto del mese avrà come protagonista, Marco Ponchiroli e il suo The New House Quartett: il pianista sarà accompagnato da Alberto Vianello ai sassofoni, da Daniele Vianello al contrabbasso e Igor Checchini alla batteria. Il quartetto nasce spontaneamente dopo numerosi incontri tra i quattro musicisti con la principale esigenza di far musica in totale tranquillità. Il repertorio si basa su composizioni originali senza trascurare omaggi ai grandi del jazz e agli standard: i brani vengono interpretati ed arrangiati coralmente e danno vita ad un processo creativo che attraverso la libertà e l’ascolto reciproco fanno risaltare le tendenze e le preferenze di ognuno. (altro…)

Gigi Esposito. Determinante il legame col territorio

Luigi Esposito

Fino ai primissimi anni del nuovo millennio, l’attività dell’Onyx Jazz Club di Matera aveva una rilevanza a carattere nazionale: veniva organizzato un bel festival “Gezziamoci”, caratterizzato anche dalla produzione di alcuni progetti originali affidati a grandi musicisti quali, ad esempio, Bruno Tommaso. Il tutto impreziosito da album di eccellente livello. Poi a poco a poco “Gezziamoci” è scomparso dalle scene nazionali. Ma cosa è realmente accaduto? Siamo andati a chiederlo direttamente a Gigi Esposito, Presidente per 28 anni dell’associazione materana e dal 2015 Direttore Artistico dell’Onyx Jazz Club e vera e propria anima pulsante del Festival…nonché responsabile delle attività culturali dell’Ente Parco della Murgia Materana.

Noi continuiamo a lavorare. – ci dice Esposito – Siamo giunti alla XXIX edizione del “Gezziamoci” , il festival jazz di Basilicata, come sai, organizzato e promosso dall’Onyx. Qualche anno fa abbiamo attraversato un periodo migliore per quanto riguarda le disponibilità economiche e questo ci ha permesso di avere una buona visibilità in ambito nazionale. Una delle cose su cui da sempre lavoriamo è il connubio tra musica e territorio, anche attraverso una serie di produzioni originali che poi sono l’anima che caratterizza l’attività dell’associazione.  Io credo che sì, la visibilità è calata perché sono diminuiti i fattori economici che sono basilari per essere sul mercato nazionale dei festival e delle produzioni… Però continua il fermento associativo: attraverso l’etichetta discografica, che si autoproduce con la formula dell’”Azionariato Popolare” che sin dal 1993 metteva in atto ciò che oggi si chiama crowdfunding; attraverso “progetti originali” che legano il festival al territorio; attraverso una fervente attività legata alla conoscenza del territorio con il “Settore Ambiente”; attraverso la programmazione di “Caviamo Cultura” che si svolge nella bellissima Casa Cava, auditorium con oltre 140 posti, per non parlare della partecipazione attiva alla Rete I-Jazz, tra i festival italiani. Insomma meno presenza ma tanto lavoro di base.

Tutto ciò potrebbe anche andar bene… resta però il piccolo problema che se voi continuate a fare iniziative di cui nessuno ha notizia non si capisce bene questi sforzi a cosa servano…
E’ vero… ma proprio qui stanno forse i limiti di un’associazione culturale . Da un canto io sono molto fiero d’aver messo su un’associazione culturale che dal 1985 continua ad essere una vera associazione culturale fatta da un gruppo di amici, appassionati di musica, che settimanalmente si ritrova, discute e cerca di realizzare dei progetti senza alcun vincolo con altre situazioni. Ci sono molti festival in Italia che sono organizzati da musicisti e che servono per invitare altri musicisti che organizzano altri festival… e via di questo passo in una catena che non mi sembra particolarmente entusiasmante. L’Onyx mai ha fatto parte di questi circuiti; “Gezziamoci” è un piccolo festival organizzato da semplici appassionati che si muovono spinti da una vera amicizia, dai rapporti umani con i singoli musicisti. E questa è la parte libera dell’associazione.
Il rovescio della medaglia è che non siamo professionisti e quindi abbiano dei grossi limiti , ognuno di noi lavora, ognuno di noi vive in un campo al di fuori del jazz per cui il tempo da dedicare a queste iniziative è limitato. A ciò si aggiunge il fatto che l’Onyx ha sempre avuto a disposizione limitatissime risorse economiche; eppure una volta si riusciva a fare delle cose di altissimo livello riuscendo, come dicevamo, ad avere una buona visibilità a livello nazionale. Senonché queste poche risorse sono divenute ancora inferiori con quali conseguenze è fin troppo facile immaginare… anche semplicemente per far circolare le notizie. Comunque noi abbiamo una banca dati in cui sono compresi tutti i giornalisti che ci hanno seguiti, tra i quali rientri anche tu.

Mi spiace contraddirti ma sono anni che non ricevo vostre comunicazioni; di qui l’interesse e la curiosità che mi hanno spinto a questa intervista
Allora dovrò controllare la banca dati e reinserire la tua mail personale. Comunque devo confessarti che dopo 30 anni di associazionismo, io personalmente sono un po’ stanco. L’associazione Onyx è fatta da un manipolo di persone che ha la formula magica nell’entusiasmo di realizzare progetti nuovi dialogando con il territorio, con la comunità lucana intera (vedi la rete dei comuni lucani per il “Gezziamoci”).
Questo entusiasmo ha bisogno di essere alimentato non da ricchi finanziamenti, ma soprattutto da riconoscimenti da parte di chi nella mia terra definisce la programmazione culturale e sembra strano ma i consensi più belli arrivano da fuori regione. Personalmente registro persino uno scollamento anche oggi, dove la mia città, che ha ottenuto il bellissimo riconoscimento di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, stenta a rapportarsi con le realtà associative che hanno contribuito negli anni alla sua crescita culturale

Mi stai dicendo che a Matera il pubblico non è attento al jazz o non è attento alle vostro iniziative?
No, non è il pubblico: si tratta di una mancanza di programmazione che sia in grado di costruire un percorso di crescita culturale in Basilicata nelle varie arti. La mancanza di confronto con coloro che gestiscono i fondi, con coloro che impostano la politica/che culturali anche nell’ottica del percorso che porta al 2019 trovo sia non corretto. E invece nulla di tutto questo, il silenzio più assoluto e quei pochi euro che ricevevamo per fare il festival al momento sono scomparsi. Capisci benissimo come una programmazione per un festival diventi difficile se non impossibile. Il “Gezziamoci”, il jazz festival di Basilicata, come tante altre iniziative sono il frutto dell’opera volontaristica di persone che si autotassano persino per pagare il fitto della sede sociale. Non bisogna confondere però questa debolezza con inesperienza organizzativa. Il “Gezziamoci” ha ospitato progetti e musicisti di fama mondiale senza mai dimenticare la crescita dei giovani lucani e pugliesi. Ma noi non molliamo, siamo fiduciosi, sarebbe bello, auspicabile un dialogo con coloro che hanno responsabilità istituzionale per unire le forze e dare nuovo slancio alla musica ed in particolare al jazz come linguaggio universale. (altro…)

Ferrara in Jazz 2015 – 2016. Al via la seconda parte di stagione

XVII Edizione
16 ottobre 2015 – 23 aprile 2016

Dopo la consueta pausa natalizia il Jazz Club Ferrara riscalda i motori per inaugurare la seconda parte della diciassettesima edizione di Ferrara in Jazz che si svolgerà, dal 23 gennaio al 23 aprile 2016, nell’incantevole cornice del Torrione San Giovanni, bastione rinascimentale iscritto nella lunga lista dei beni UNESCO e tra le location per il cinema di Emilia-Romagna Film Commission.
L’apprezzata rassegna concertistica, organizzata da Jazz Club Ferrara con il contributo di Regione Emilia-Romagna, Comune di Ferrara, Endas Emilia-Romagna e una fitta schiera di partner privati, riserva ad un pubblico trasversale ed in costante crescita altri tre mesi di emozionanti concerti, nuove proposte e didattica, per indossare gli abiti di uno sfarzoso festival che volge lo sguardo al panorama internazionale con radici saldamente affondate nel territorio.
La riapertura, che riconferma le co-produzioni con Ferrara Musica, Crossroads – Jazz e altro in Emilia-Romagna ed il Conservatorio “G. Frescobaldi di Ferrara”, unitamente alla seconda edizione del progetto didattico “The Unreal Book” (realizzato in collaborazione con Endas Emilia-Romagna), spetta – sabato 23 gennaio – al quartetto di un’icona del jazz d’oltreoceano, il contrabbassista portoricano Eddie Gomez.
Con la consueta cadenza di tre concerti settimanali (venerdì, sabato e lunedì), la seconda parte di Ferrara in Jazz 2015 – 2016 consta di quindici Main Concerts tenuti da grandi nomi del panorama nazionale ed internazionale come Kenny Werner, Roberto Gatto, Mark Turner, Michael Blake, Marc Ribot, Joyce Moreno, Nels Cline, Ralph Alessi, Johnny O’Neal, Giovanni Guidi, Donny McCaslin, Jason Lindner, Gianluca Petrella, Jim Black, Cristiano Calcagnile, Jochen Rueckert, Nicole Mitchell, Romero Lubambo, James Carter e molti altri.
Copiose e di assoluta qualità sono anche le “rassegne nella rassegna” che affiancano gli appuntamenti principali. Si parte con gli scatenati lunedì firmati Monday Night Raw che, con un focus sul contemporaneo e le immancabili jam session, propongono quanto di nuovo è in circolazione scandagliando tra giovani protagonisti del panorama jazzistico europeo. Si prosegue con i venerdì di Friday Jazz Dinner, in cui le invitanti proposte culinarie elaborate dal Wine-Bar del Torrione sposano i colori del miglior jazz dal vivo del nostro territorio. A questi ultimi si alterneranno non solo le esibizioni mensili della Tower Jazz Composers Orchestra, la resident band nuova di zecca del Jazz Club Ferrara, ma anche le performance di Jazz Goes To College, che vedono succedersi i migliori allievi del Dipartimento Jazz del Conservatorio estense.
Infine, i solisti della Chamber Orchestra Of Europe – una tra le più importanti orchestre da camera d’Europa – firmano OFF, la rassegna realizzata in collaborazione con Ferrara Musica che, da oltre cinque anni, offre la rara opportunità di poter fruire di ricercati repertori classico-contemporanei tra le mura del Torrione.

Il PALINSESTO di questa seconda parte di stagione si riallaccia ai primi mesi di programmazione, mirando alla qualità delle proposte selezionate dall’universo jazzistico statunitense di area prevalentemente newyorchese, spaziando tra tradizione e avanguardia in un continuo alternarsi di musicisti di nuova e vecchia generazione.
A conferma di quanto sopra è il concerto di riapertura che spetta, sabato 23 gennaio, al quartetto di uno dei contrabbassisti fondamentali della storia del jazz, Eddie Gomez. Accompagnatore e solista di razza, Gomez ha militato lungamente nel trio di Bill Evans, per poi collaborare con Chick Corea e gli Steps Ahead. Qui lo troviamo in compagnia di Salvatore Bonafede e Roberto Gatto – due autentici mostri sacri del jazz italiano – e del giovane e talentuoso trombettista Alessandro Presti.

Proseguendo su sentieri MODERN JAZZ, venerdì 4 marzo, il Torrione sarà avvolto dallo stile elegante e raffinato del Johnny O’Neal Trio, all’insegna di un viaggio sonoro – tra swing e be bop – impreziosito dalla vocalità bluesy del pianista che ha lavorato a fianco di Clark Terry e Art Blackey.
GROOVE FEELING ad alto carico energetico è invece garantito, sabato 6 febbraio, dal James Carter Organ Trio che affonda le radici nel soul jazz degli anni ’60. La formazione del polistrumentista, impostosi fin da giovanissimo sulla scena statunitense per la straordinaria tecnica applicata ad ogni genere di strumento a fiato, è completata da Gerard Gibbs all’organo Hammond e Alex White alla batteria.

TRAIETTORIE CONTEMPORANEE, lungo le quali la scena downtown newyorchese incontra l’avanguardia più pura, definiscono un’articolata mappa sonora ricca di tesori da scoprire. Ancora in bilico tra tradizione e modernità è “Tiddy Boom”, originale lavoro che il sassofonista Michael Blake presenterà al Torrione sabato 27 febbraio, accompagnato da una sezione ritmica forte dell’esperienza di Greg Cohen e della freschezza di Giovanni Guidi e Jeremy Clemons. Altro appuntamento con uno dei principali esponenti del sassofono, presente sulla scena statunitense da oltre vent’anni e recentemente reclutato da David Bowie per il suo ultimo lavoro, è con il Donny McCaslin “Fast Future” Quartet (sabato 19 marzo). Si approda quindi a sabato 16 aprile, quando il Jazz Club ospiterà il batterista tedesco Jochen Rueckert che presenterà “We Make The Rules” a capo di un nuovo eccellente organico nel quale figurano, oltre all’acclamato tenor sassofonista Mark Turner, Mike Moreno alla chitarra e Orlando Le Fleming al contrabbasso.
L’universo delle sei corde gode, in questa parte di stagione, di una sorta di celebrazione. Il 30 gennaio è la volta del solo di Marc Ribot, preceduto dall’esibizione della compositrice, chitarrista e cantante Sara Ardizzoni, mentre sabato 20 febbraio l’anima rock di Nels Cline (ex Wilco) incontra l’estro di Julian Lage in “Room”.
Di taglio contemporaneo sono anche i tre appuntamenti 2016 firmati Crossroads & Ferrara in Jazz, realizzati in collaborazione con la prestigiosa kermesse itinerante. Il taglio del nastro è previsto per sabato 12 marzo con “Baida”, quartetto capitanato dal trombettista Ralph Alessi e completato da Gary Versace (pianoforte), Drew Gress (contrabbasso) e Nasheet Waits (batteria), che presenterà al pubblico del Torrione “Mirror Mind”, secondo lavoro per ECM. Sabato 9 aprile la co-produzione propone il nuovo piano trio del batterista Jim Black (con Elias Stemeseder al pianoforte e tastiere e Thomas Morgan al contrabbasso) che esplora, dopo l’esperienza degli AlasNoAxis, una vena più melodica e swingante. A chiudere l’intrigante trittico (sabato 23 aprile) è un altro quartetto – questa volta da camera – guidato da Nicole Mitchell, una tra le più grandi virtuose di flauto sulla scena mondiale, che con rigore ed immediatezza ci introdurrà il suo universo musicale. (altro…)

I NOSTRI CD. BUON ANNO Con la musica italiana

I NOSTRI CD

Stefano Battaglia – “In The Morning” – ECM 2429
inthemorningCe l’aveva annunciato nel podcast pubblicato a giugno del 2013, ed ecco quindi l’album dedicato alle musiche di Alec Wilder , compositore, afferma esplicitamente Battaglia, “che, così come Gershwin, teneva il piede in diverse scarpe – musica popolare, musica colta, canzone di Broadway, di Hollywood, le arts song come le aveva catalogato lui – ma per ragioni a me misteriose è un autore quasi del tutto ineseguito, ci sono solo un vecchio disco di Marian McPartland , un doppio degli anni ’60, un vecchio album di Frank Sinatra che fa tutte canzoni di Wilder”. Con “In The Mornong”, sesto album per la ECM, il pianista colma questa lacuna con una prestazione che non esiteremo a definire superlativa: assieme ai suoi abituali partners, Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria, Battaglia è registrato dal vivo nell’aprile del 2014 al Teatro Vittoria di Torino. Ed ecco un Battaglia che non ti aspetti, un artista completamente concentrato sull’aspetto melodico delle composizioni di Wilder. Di qui una serie di interpretazioni che scavano a fondo nelle pieghe dei sette brani presentati, cercando di estrarne tutto il potenziale melodico, armonico, ritmico sì da far rivivere, al meglio, le composizioni di Wilder. Ad un ascolto superficiale, disattento potrebbe apparire carente l’aspetto ritmico ed invece la carica ritmica è li, che viaggia quasi in sottofondo ma che caratterizza ogni singolo brano grazie alla squisita fattura del tappeto intessuto da Maiore e Dani . Dal canto suo Stefano Battaglia si conferma quel grande artista che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni, un artista mai pago dei risultati raggiunti, che ama mettersi in gioco, differenziarsi pur restando sempre a livelli di assoluta eccellenza. E questo grazie ad una preparazione tecnica ineccepibile che gli consente una modalità di tocco straordinaria, ma soprattutto grazie ad una squisita sensibilità che l’accompagna in ogni impresa.

Francesco Bearzatti Tinissima 4ET – “This Machine Kills Fascists” – Cam Jazz 7893-2
ThisMachineKillsFascists-coverBearzatti non è certo nuovo a concepire e realizzare ‘album con dedica’, tendenza che altre volte non avevamo particolarmente apprezzato in quanto ci sfuggiva il nesso tra il titolo e la musica contenuta nell’album. Questa volta invece il nesso c’è e ben evidente. L’album è dedicato a Woody Guthrie personaggio di fondamentale importanza nella storia della musica statunitense: Woody fu infatti tra i primi a mettere in musica le angosce dell’America della Grande Depressione, le lotte sindacali, le speranze legate al New Deal segnando un punto di non ritorno: non è un caso che a lui si siano ispirati molti grandi artisti come, tanto per fare qualche nome, Bob Dylan, Joan Baez e Bruce Springsteen. Come si accennava, ad omaggiare cotanto artista è l’oramai ben noto Tinissima 4ET ovvero Bearzatti sassofono e clarinetto, Giovanni Falzone alla tromba, Danilo Gallo al basso elettrico e al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria cui si aggiunge in “One for Sacco e Vanzetti” la voce di Petra Magoni. I brani sono tutti di Bearzatti eccezion fatta per il pezzo di chiusura , “This Land Is Your Land” scritto dallo stesso Guthrie. Intendiamoci, non si tratta di una pedissequa rilettura della musica di Guthrie, quanto di una intelligente e coraggiosa operazione tendente a ricreare quelle atmosfere attraverso cui si possa in qualche modo ritrovare lo spirito del grande cantautore e attivista politico. Tratti direttamente dalla vita artistica di Guthrie ci sono, quindi, soltanto il titolo del disco (ovvero la frase scritta sulla sua chitarra) e il già citato “This Land Is Your Land”. Di qui una sorta di viaggio imbastito da Bearzatti che partendo dal paese natale di Guthrie, Okemah in Oklahoma ci porta fino all’opera forse più emblematica dell’intellettuale Americano – “ This land is your land, this land is my land / From California to the New York Island/ From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters / This land was made for you and me” frasi che illustrano al meglio le concezioni politiche e sociali dell’artista. La musica composta da Bearzatti si attaglia perfettamente alle tematiche che si volevano illustrare, con un andamento che , dopo un inizio pacato, diventa sempre più trascinante grazie ad un mix di jazz, blues , folk e rock che, ne siamo sicuri, coinvolgerà l’ascoltatore così come ha coinvolto il vostro recensore.

Maurizio Brunod, Garrison Fewell – “Unbroken Circuit” – Caligola 2199
Unbroken CircuitUn duo costituito da chitarristi, anche se in realtà multi-strumentisti, non è facile da incontrare per cui ben venga questo album che presenta due artisti di assoluto livello quali Maurizio Brunod (classe 1968) e l’americano Garrison Fewell, recentemente scomparso, ambedue non certo nuovi ad esperienze di duo. In particolare Garrison, vero e proprio punto di riferimento per tutti i chitarristi grazie alla sua attività didattica, ha formato un duo molto apprezzato con il pianista Alex Ulanowsky (ex direttore del dipartimento di Armonia del Berklee e autore dei libri di testo di armonia del Berklee), mentre Brunod si è già fatto apprezzare con Stefano Bollani, con Claudio Lodati, con Giovanni Palombo… per non parlare dell’album “Duets” in cui dialoga alternativamente con il bandoneon di Daniele di Bonaventura, il basso di Danilo Gallo, la marimba di Massimo Barbiero, i fiati di Achille Succi e il contrabbasso di Miroslav Vitous. In questo “Unbroken Circuit” i due sono impegnati su sette brani di cui due a firma di Fewell mentre gli altri cinque, per quanto attribuiti ad ambedue, sono in realtà improvvisazioni totali. Di qui un continuo cangiare di atmosfere, ora coinvolgenti, ora evocative, ora più aspre al limite del respingente con la prevalenza del rumorismo , in cui si avvertono echi di musiche altre, quelle stesse musiche che ovviamente costituiscono il portato di questi due artisti. Ed è proprio questo il pregio dell’album: i due si confrontano, cercano… e trovano un dialogo fitto, compiuto senza alcunché perdere della loro identità per cui l’italiano mantiene la sua “melodicità” se ci si passa il termine, mentre l’americano è sempre incline alle dissonanze, ad un fraseggio più lineare. Ultima notazione: l’album è corredato da un bel libretto con le foto di due grandi appassionati di jazz, Luca D’agostino (di cui vi abbiamo di recente segnalato il volume dedicato ai 25 anni di Udin&jazz) e Luciano Rossetti.

Francesco Cafiso – “3” – Alfredo LoFaro Produzioni
francesco-cafiso_3_copertina_allmusicitaliaSpettacolosa realizzazione discografica di Francesco Cafiso: un box contenente tre album , “Contemplation”, “La banda” “20 cents per note” . Il cofanetto è disponibile nelle due versioni “Box edition” (tre dischi e un flyer con i link per scaricare video, foto e registrazioni live dell’artista) e “Special edition” autografata (contenente, oltre ai tre album e al flyer, un’originale chiavetta USB con gli spartiti e le basi minus one di tutti i brani, un esclusivo booklet e un voucher “Ospiti d’onore” per un ingresso gratuito ad uno dei concerti 2015-2016). Prodotto da Alfredo Lo Faro per Made in Sicily (edito da Made in Sicily di Eleonora Abbruzzo, distribuito da Artist First), il progetto “3” ha visto Francesco Cafiso impegnato in studio in Italia, a Londra, New York e Los Angeles per ben tre anni, e ha coinvolto molti artisti tra cui 33 membri della prestigiosa London Symphony Orchestra, oltre ai siciliani Mauro Schiavone e Giuseppe Vasapolli (autore della sigla degli Mtv Awards 2013), che hanno affiancato il sassofonista negli arrangiamenti dei brani. Ovviamente, per ciò che ci interessa in questa sede, la bellezza editoriale del progetto poco o nulla significherebbe se non fosse accompagnata dalla valenza della musica che invece c’è, eccome! In effetti Cafiso, oltre che sassofonista oramai di levatura internazionale, si dimostra arrangiatore, orchestratore e compositore di vaglia dal momento che tutti i brani registrati sono frutto della sua fervida inventiva. E, come egli stesso afferma, ben illustrano i diversi aspetti della sua variegata personalità: “la mia spiritualità, il legame con la mia terra, l’indole jazzistica che non mi abbandona mai.” Il primo album,”Contemplation” si fa apprezzare innanzitutto per la qualità delle composizioni: nove brani organizzati in forma di suite con cui Cafiso ha inteso mettere in note il suo pensiero circa la “capacità di non vedere la morte come la fine di qualcosa, ma come l’inizio di qualcos’altro” per cui la musica ha un andamento descrittivo circolare in cui inizio e fine risultano speculari. Il tutto impreziosito dal raffinato impasto timbrico determinato sia dai 33 membri della London Symphony Orchestra sia dai partners di caratura internazionale scelti da Cafiso per affiancare se stesso e il pianista Mauro Schiavone, vale a dire Linda Oh al contrabbasso, Marcus Gilmore alla batteria e Alex Acuña alle percussioni.
Anche nel secondo CD , “La banda”, le composizioni si fanno apprezzare per la loro valenza, in questo caso evidenziata dalla riconoscibilità della linea melodica. E’ il tentativo, ben riuscito di collegare il jazz al sound bandistico e delle marching band, e attraverso di esso alla Sicilia terra in cui la tradizione bandistica è molto forte. E qui il legame con l’intento di Pino Minafra – di cui abbiamo parlato in questa stessa sede – di dare dignità e valore culturale alle bande appare fin troppo evidente nella consapevolezza che tutto il Sud ha qualcosa da dire nel contesto culturale del Paese.
Il terzo album, “20 cents per note”, per ammissione dello stesso Cafiso, è il più jazzistico dei tre; qui ascoltiamo un Cafiso maturo come forse mai in precedenza, un artista che perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi, non si lascia tentare dal virtuosismo ma accarezza ogni singola nota , ogni singolo passaggio.
Ma francamente se ci chiedeste quale dei tre album è migliore, non sapremmo cosa rispondere… se non che tutti e tre meritano la vostra attenzione.

Marco Castelli – “Porti di mare” – Caligola 2196
Porti di mareConoscevamo già bene Marco Castelli per la sua conduzione della BandOrkestra, formazione che ci ha sempre entusiasmato per l’originalità e la freschezza della proposta, valutazioni espresse chiaramente quando ci siam trovati a recensire album della band. Con questo nuovo CD Castelli conferma di essere musicista di vaglia, sassofonista, compositore e arrangiatore che nulla ha da invidiare a personaggi anche più noti. Ben coadiuvato da Alfonso Santimone (piano), Edu Hebling (contrabbasso), Mauro Beggio (batteria) e Andrea Ruggeri (percussioni e batteria), Marco Castelli ci conduce attraverso un viaggio in otto tappe che partendo da “Zanzibar” arriva fino ai “Vespri Siciliani” di Giuseppe Verdi. Otto brani di cui la metà dovuti alla sua penna , brani che nascono dalle impressioni stimolate dal frequente viaggiare in più di 40 Paesi tra Asia, Africa, Americhe e naturalmente Europa, il che , spiega lo stesso Castelli nelle note che accompagnano l’album, comporta una relazione con spazi e atmosfere diverse da quelle abituali. Di qui un repertorio eclettico che rispecchia appieno il titolo: alle atmosfere africane sono riconducibili i tre brani originali ed inediti, vale a dire “Dakar”, “Zanzibar” e “Xela”, mentre all’America Latina si rifanno la bellissima “Alfonsina y el Mar” dell’argentino Ariel Ramirez e, “El Ciego” del messicano Armando Manzanero; un riferimento al rock con “Jockey Full of Bourbon” di Tom Waits e poi l’omaggio ad un grande del jazz quale Jelly Roll Morton e quell’original “Scorribanda” che avevamo già avuto modo di apprezzare nell’ultimo album della BandOrkestra, per chiudere con l’accennata rivisitazione di “Mercè Dilette Amiche” tratta da “I Vespri Siciliani”. Difficile segnalare un brano in particolare anche se, personalmente, ci ha colpiti l’interpretazione di “Alfonsina y el Mar”.

Colombo- Erskine-Oleskiewicz – “Trio Grande” – Crocevia di suoni
Il jazz non conosce confini: è forse questo il contenuto principale di questo album registrato a Los Angeles il 25 e 26 settembre del 2104 e che a nostro avviso rappresenta l’opera migliore finora prodotta dal pianista milanese (classe 1961). Colombo, accompagnato nell’occasione da due stelle di primaria grandezza quali Peter Erskine alla batteria e il polacco Darek Oleskiewicz al contrabbasso, ci offre un saggio delle sue capacità sia compositive sia esecutive. Così l’album si snoda attraverso nove composizioni originali di Colombo (di cui alcune già pubblicate, altre inedite) in cui si avverte chiaramente la sapienza musicale del compositore che conosce assai bene la musica classica e in particolare l’arte del contrappunto, elemento caratterizzante molte parti dell’album. Così non a caso il CD si apre con “Anna Magdalena”, un brano dedicato alla moglie di Bach in cui Colombo coniuga la conoscenza bachiana con un linguaggio prettamente jazzistico… o forse sarebbe più opportuno dire con quel linguaggio così particolare che Colombo si è costruito negli anni e che è il frutto , il compendio , per usare le stesse parole del pianista, “ di tutto quello che hai ascoltato”. Quindi riferimenti, come già detto, alla musica colta… ma anche al flamenco, al bop (“Bah And Boh”), al funky, …e non mancano il ricorso ad un’improvvisazione prettamente jazzistica (“Trio Grande”) e due splendide ballad quali “Jane” in cui si può apprezzare e la maestria di Erskine alle spazzole e la capacità di Oleskiewicz di cesellare suadenti linee melodiche, e la conclusiva “Una ragione in più” caratterizzata da un dolce malinconico andamento. Se Colombo si conferma eccellente pianista, occorre sottolineare anche il ruolo dei suoi partners. Superlativo, come sempre, Peter Erskine il cui drumming contrappuntistico costituisce una delle punte di diamante dell’intero album: lo si ascolti con particolare attenzione in “La mia spalla sinistra”. Dal canto suo Darek Oleskiewicz evidenzia grande versatilità e musicalità sia nella parti in assolo sia nell’accompagnamento che sa fornire ai compagni.

Filippo Cosentino – “L’Astronauta” – ERL 1506
l'astronautaEcco l’ultimo lavoro di un chitarrista di cui non era difficile prevedere una prestigiosa carriera. In effetti dopo “Lanes” (2010) e “Human Being” (2013) questo terzo CD conferma appieno le ottime impressioni che avevamo avuto ascoltando i citati album. Cosentino si ripresenta alla testa di un quartetto di lusso con Antonio Zambrini al pianoforte, Jesper Bodilsen al contrabbasso e Andrea Marcelli alla batteria e certifica – se ci si consente il termine – di essere artista oramai maturo, perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi e soprattutto in grado di prefissarsi un risultato e di raggiungerlo. Così abbiamo ritrovato quella predilezione per linee melodiche lunghe e coinvolgenti che aveva caratterizzato le precedenti opere e soprattutto quell’ampiezza dell’universo sonoro cui il chitarrista fa esplicito riferimento e che resta una delle chiavi di volta del suo stile. In effetti, come dichiarato dallo stesso Cosentino, nello scrivere musica egli evoca colori, “gusti, odori, immagini che hanno fatto e fanno parte dei miei interessi culturali e così, avendo avuto la fortuna di frequentare i repertori di svariati generi musicali – jazz, pop, rock, blues- non devo per forza ragionare a compartimenti stagni”. Di qui una musica estremamente variegata che si snoda attraverso le invenzioni melodiche del chitarrista passando da composizioni con chiare influenze medio-orientali (“Mediterranean Clouds”) a ballads con suadenti melodie (“Inside the blue”, “L’astronauta”, e “Seven Days) nel solco della musica jazz europea, a pezzi come “Nessie” di cui lo stesso Cosentino esplicita l’influenza americana ma non mainstream, fino a composizioni con una certa impronta free (“More than times” e “Momento”), quest’ultima scritta da tutto il quartetto. Il tutto eseguito da un combo che si intende alla perfezione grazie anche alla maestria di Zambrini, Bodilsen e Marcelli che non scopriamo certo oggi come eccellenti jazzisti.

Rosario Di Rosa Trio – “Pop Corn Reflections” – NAU 2015
popcornreflectionsMusica non omogenea ma di sicuro interesse quella presentata dal trio del pianista Rosario Di Rosa con Paolo Dassi al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria. Musica non omogenea, si diceva: in effetti l’album, attraverso nove brani originali, presenta un andamento altalenante che costituisce, paradossalmente, un pregio anziché un difetto in quanto evidenzia come il trio sappia ben adattarsi a diverse atmosfere. L’album inizia, dunque, con il gruppo che sembra assolutamente lontano da qualsivoglia riferimento melodico; i tre seguono altre piste, si interessano d’altro, si interessano di creare particolari effetti timbrici – grazie anche ad un uso parco e sapiente dell’elettronica – , di sviluppare il discorso partendo da micro-cellule soprattutto ritmiche, e di inserire il tutto in un contesto fortemente percussivo in cui anche il pianoforte viene utilizzato coerentemente all’obiettivo. Poi , dopo qualche brano, si scopre che il trio è anche capace di disegnare, seppure non in modo esplicito, belle linee melodiche che attraggono l’ascoltatore . Così si procede per qualche minuto…ma quando si ha la sensazione che l’atmosfera sia decisamente cambiata, ecco un’altra virata e il ritorno ad una musica più dura, spigolosa, ancora una volta fortemente percussiva: insomma un universo sonoro magistralmente disegnato dal pianista siciliano che dimostra di aver assimilato tanto bene
gli insegnamenti di Steve Reich e di Arnold Schönberg sì da ricreare un linguaggio del tutto personale ed affascinante. (altro…)

Moris Pradella Trio @ Zingarò Jazz Club, Faenza

Moris Pradella Trio
Moris Pradella. chitarra, piano, voce
Andrea Taravelli. basso, Moog
Matteo Monti. batteria

Mercoledì 13 gennaio 2016. ore 22

Zingarò Jazz Club
Faenza (RA). Via Campidori, 11.
web: www.twitter.com/zingarojazzclub ; www.ristorantezingaro.com

Mercoledì 13 gennaio, alle 22, sarà il Moris Pradella Trio ad aprire il nuovo anno dello Zingarò Jazz Club. Con il cantante e chitarrista saranno sul palco del club faentino anche Andrea Taravelli al basso elettrico e Matteo Monti alla batteria. Il concerto avrà inizio alle 22 ed è ad ingresso libero.

Moris Pradella, cantante, chitarrista, pianista e autore, propone al pubblico dello Zingarò Jazz Club il suo repertorio a cavallo tra funky e soul: un vero e proprio trampolino per il suo stile e per le sue caratteristiche peculiari, vale a dire la sua voce, potente e calda, e le sue capacità chitarristiche. Ad accompagnarlo due musicisti di brillante esperienza come Andrea Taravelli al basso e Matteo Monti, batterista dallo stile incalzante e impeccabile.

Le collaborazioni che hanno visto coinvolti i tre musicisti sul palcoscenico e nei dischi svelano in modo evidente il percorso e il livello delle loro carriere. Moris Pradella è la voce solista dei Quintorigo nel loro progetto dedicato a Jimi Hendrix, oltre ad essere stato corista per Mario Biondi. Andrea Taravelli, dal canto suo, ha portato il groove e la propulsione ritmica delle sue linee di basso nei progetti di un ampio spettro di musicisti, tra i quali le cantanti Cheryl Porter e Crystal White, il chitarrista blues Rudy Rotta e l’hammondista Brian Auger, interpreti brasiliani quali Rogerio Tavares, Roberto Taufic e Rosa Emilia, jazzisti di alto livello come Bob Franceschini e cantautori come Fabio Concato. Matteo Monti, invece, negli anni è stato già batterista di formazioni come Jestofunk, Gem Boy e Mash Machine. (altro…)

Emanuele Cisi al TAG di Roma per la rassegna “Turbìne Musicali”

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Roma, 18 dicembre, Tevere Art Gallery (TAG)

Emanuele Cisi, Sax tenore
Andrea Rea, pianoforte
Vincenzo Florio, contrabbasso
Adam Pache, batteria

La foto che ritrae Emanuele Cisi è di Daniela Crevena

Emanuele Cisi presenta a Roma il suo nuovo cd “Clear Days, Windy Nights”, edito da Abeat Record, e registrato quasi al volo a Milano dopo un magico incontro con il pianista statunitense Eric Reed: un jazz senza mezzi termini, ma anche uno stile molto personale che e’ proprio di questo sassofonista tra i nostri piu’ apprezzati all’ estero: uno dei pochi ad esportare la propria musica oltreoceano con indiscusso successo.
Il concerto si e’ svolto al TAG di Roma, nell’ ambito della bella rassegna “Turbìne Musicali”,  e ha visto accanto a Cisi Andrea Rea al pianoforte, Vincenzo Florio al contrabbassso e Adam Pache alla batteria. Contemporaneamente alla performance musicale si poteva seguire su schermo luminoso quella artistica del fumettista e disegnatore Lucio Villani, giovane di talento che ha realizzato in diretta alcune delle sue illustrazioni più suggestive.

Il quartetto di Emanuele Cisi ha mostrato fin da subito un affiatamento notevole, tenendo oltretutto conto che Andrea Rea si trovava a sostituire Eric Reed. Ma il Jazz è Jazz e se i musicisti sanno il fatto loro, gli incontri subitanei non sono che una fonte di ulteriore ispirazione estemporanea. E durante tutto il concerto infatti la musica è stata densa di spunti reciprocamente fecondi, in un infittirsi di dinamiche variegate, di contrasti efficaci tra volumi giustapposti, di groove indiscusso complessivo (complice la batteria esplosiva ma sempre elegante di Pache) ed individuale.  I brani in scaletta, quasi tutti tratti dal nuovo cd (edito da Abeatrecords), sia originali di Emanuele Cisi che provenienti dalla grande tradizione jazzistica, sono improntati su una bella varietà di atmosfera, che è un ottimo “trampolino” per definire la versatilità di questi musicisti sia dal punto di vista del quartetto in sé che da quello individuale.
E così se il brano che apre il primo set, Juta’s walk, è swing allo stato puro, altalenante tra tempi ternari e quaternari, “The Silver House” invece fluttua su una sonorità orientaleggiante, in cui il sax di Cisi indugia su seconde aumentate e note lunghe, mentre la batteria di Pache disegna un crescendo continuo molto “afro”. Andrea Rea mostra un tocco deciso e una propensione all’ improvvisazione ricca di idee e spunti che confluiscono, sempre e comunque, nella scelta del gruppo del produrre un suono armonico e “unico”, in cui prevalga il singolo solo al momento degli assoli. Il contrabbasso in questo senso sa essere generosamente dedito ad ostinati “bordone” che reggano la struttura improvvisativa o le parti squisitamente “scritte” ma anche proficuamente intento a disegnare linee melodico ritmiche fondamentali allo svolgersi irresistibilmente dinamico dei brani.
Nelle ballad ( “Song for Iolanda”, ad esempio) si ascoltano giri armonici attraenti perché intellegibili e godibili: eppure il loro ascendere e discendere non è affatto scontato, ed è funzionale al sottolineare melodie morbide.
Non mancano episodi “latin” (bellissima la resa di “On a clear day), in cui la tecnica e l’ energia del sax di Cisi escono ancora di più allo scoperto, e in cui si apprezza la grande sintonia tra sassofono e batteria, ma è bello anche ascoltare “My foolish heart”, affrescata in maniera suggestiva dagli arpeggi colmi di tenera tensione del pianoforte di Rea, e chiusa dal sax solo. E se parliamo di standard, “The end of a love affair” sposta di nuovo il termometro sull’ adrenalina pura di un’ esecuzione vigorosa e vitale.
Insomma, Emanuele Cisi ancora una volta non smentisce la sua fama di Jazzista in continuo fermento creativo.