Gerlando Gatto e “L’altra metà del Jazz” alla Feltrinelli di Roma via Appia

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI


Il nuovo libro di Gerlando Gatto, L’ Altra metà del Jazz, è stato presentato alla Libreria Feltrinelli di Via Appia a Roma. Posti a sedere esauriti, copie del volume esaurite, un parterre non solo di amici e artisti ma anche di curiosi, e a parlare con l’ autore di questo ultimo successo editoriale Claudia Fayenz, giornalista, ed autrice della prefazione, e ben cinque delle protagoniste intervistate: Mariapia De Vito, Antonella Vitale, Ada Montellanico, Marilena Paradisi, cantanti, musiciste. Marcella Carboni, arpista, musicista. Moderatore, Luigi Onori. Presente anche Marina Tuni, ufficio stampa di Euritmica, nonché ispiratrice del titolo di questo interessante volume.

Ada Montellanico

Mariapia De Vito, Marilena Paradisi, Claudia Fayenz

Mariapia De Vito, Claudia Fayenz, Gerlando Gatto, Luigi Onori

Luigi Onori, Antonella Vitale, Ada Montellanico

Nico Morelli

Marina Tuni

Gerlando Gatto, Luigi Onori


Un dibattito vivace, imperniato sui racconti e sulle esperienze di cinque artiste e del loro successo nel Jazz. Quali le difficoltà, se ve ne sono state? Quali le rinunce, se ve ne sono state? Quali le soddisfazioni?
La bellezza di ascoltare quanta passione, determinazione, poesia ci vogliano per scegliere la non facile strada della musica si è materializzata nelle risposte intelligenti e scevre da ogni retorica potenzialmente implicita nel  “lamento di genere” (che spesso relega le donne a minoranza da tutelare a prescindere, come le specie protette dal WWF), delle quali risposte anche io, che non sono musicista ma sono donna che si occupa di Jazz, sono stata grata.
Ci sono certamente pregiudizi. Ma oramai li si guarda con una certa distaccata ironia e li si tramuta in un vantaggio.
La gratitudine va anche a Nico Morelli, pianista, compositore, che rispondendo ad una domanda rivoltagli dallo stesso Gerlando Gatto ha precisato che non ha mai pensato ad una influenza delle donne nel Jazz in quanto donne: è la musica che importa. Un musicista o una musicista sono… musicisti, ed è la musica che conta, al di là del genere.

Ecco altre immagini di un pomeriggio sold out!




I nostri libri.

I nostri libri

Paolo Fresu – “La musica siamo noi” – il Saggiatore – 80 pagine, 15 euro

“So cosa ha spinto me a viaggiare e so cosa ho portato indietro. La musica” Sono le parole con cui Paolo Fresu, straordinario musicista e coinvolgente affabulatore, chiude il primo capitolo di questo suo breve volume dedicato alla musica, alla sua Berchidda… ma non solo ché nel suo sottolineare come attraverso i viaggi, attraverso la musica si possa costruire un ponte tra le diverse culture, l’artista sardo pone in primissimo piano la sua esigenza di uomo e di artista di adoperarsi per costruire un mondo migliore. Di qui la convinzione che l’arte più di tutto aiuti a vivere, insegni a vivere. “E solo adempiendo a questo compito l’artista può essere fedele alla sua natura più profonda”. Insomma un libro che parla sì di musica ma i cui confini vanno ben al di là.
In effetti il volume nasce da una conferenza sul tema ‘Musica e Cultura’ suggerita da Luca Formenton in occasione del traguardo dei mille titoli per la collana La cultura del Saggiatore. Non crediamo, quindi, di esagerare affermando che Fresu detti una sorta di filosofia di vita, in cui l’artista ha il compito precipuo di “agire sulla società, costruirla, farsi architetto o forse anche semplice manovale, insomma deve adoperarsi perché le cose cambino, perché il mondo vada in una direzione nuova e migliore”:
Ovviamente, riferendosi a sé stesso, lo strumento di Fresu è la musica che per lui rappresenta tutto, la vita stessa, la possibilità di rapportarsi con gli altri, una sorta di centro di gravità capace di dare un senso a tutto ciò che sta attorno. E nel parlare della musica Fresu dedica molto spazio alla sua creatura forse più amata, il Festival di Berchidda di cui ripercorre le tappe fondamentali sottolineando come ”Time in Jazz” abbia avuto il merito di scuotere alle fondamenta un sistema che trovava nell’immobilismo la sua principale ragion d’essere.
E alla stessa esigenza di scuotere il “pachiderma di una discografia oramai fossilizzata” risponde la creazione di “Tuk Music” etichetta cui Fresu dedica particolare attenzione a partire dalle copertine le cui foto, non a caso, sono presentate a colori nel volume in oggetto, la cui lettura è tanto piacevole quanto interessante.

Danilo Rea – ““Il jazzista imperfetto” RaiEri ed. – 237 pagine, 18 euro

La lettura di un libro può lasciarti soddisfatto se ti ha arricchito culturalmente o se ti ha trasmesso tutta una serie di emozioni magari facendoti andare indietro nel tempo con la mente e con il cuore. E’ proprio in questa seconda categoria che, almeno per me, va iscritto il volume recentemente edito dalla Rai e contenente una sorta di autobiografia di Danilo Rea scritta con l’ausilio di Marco Videtta, scrittore, sceneggiatore e produttore di successo.
In effetti molti degli eventi narrati dal pianista sono stati vissuti anche dal sottoscritto in primissima persona e così la lettura del “Jazzista imperfetto” si è man mano trasformata in una sorta di album dei ricordi. Ecco, quindi, riaffiorare alla mente gli anni Settanta, il “Trio” di Roma con Roberto Gatto e Enzo Pietropaoli che ebbi modo di ascoltare al Folkstudio del compianto amico Giancarlo Cesaroni, il quartetto con Massimo Urbani, le molte esibizioni di Chet Baker, le collaborazioni con Lee Konitz, i concerti al Capolinea di Milano e al Music Inn di Roma… e via di questo passo in una sorta di galleria che ci conduce fino ai giorni d’oggi, quando Danilo è giustamente considerato uno dei migliori pianisti anche al di fuori dei confini nazionali.
Rea, senza alcuna presunzione, rievoca, con stile piano ma non banale, le tappe che lo hanno portato al successo evidenziando sempre la sua peculiarità di “improvvisatore”: non a caso, nella quarta di copertina, afferma che “qualunque sia il fuso orario, ovunque mi trovi, quel che è certo è che stasera ancora una volta mi sfiderò, sperando che l’ispirazione arrivi: come la fame, il respiro, l’amore”. E quanto queste parole illustrino l’animo di Danilo può capirlo solo chi lo conosce bene.
Personalmente frequento e apprezzo Danilo da quando lo ascoltai per la prima volta con il Trio di Roma e ricordo benissimo un’intervista che gli feci nel 1980 n cui lo trovai ancora un po’ demoralizzato perché il successo tardava a arrivare ed io gli pronosticai che nel giro di pochi anni sarebbe diventato famoso anche al di fuori degli stretti confini del jazz. Fui fin troppo facile profeta e d’altro canto bisognava avere le orecchie otturate da una buona manciata di prosciutto – come si dice dalle mie parti – per non rendersi conto della valenza di Danilo.

Il jazz in Sicilia: intervista con uno dei più interessanti musicisti italiani Francesco Branciamore

Lo conosco dai primissimi anni novanta quando suonava in trio con Giorgio Occhipinti al piano e Giuseppe Guarrella al basso e già in quegli anni lo consideravo uno dei migliori, più innovativi batteristi italiani. Nel corso degli anni questa mia considerazione si è vieppiù rafforzata tanto da non temere alcuna smentita quando affermo che Francesco Branciamore ha oramai un suo ruolo ben preciso nella musica jazz italiana. Siciliano di Ragusa ma residente a Siracusa, classe 1956, può vantare una solida preparazione di base avendo conseguito il Diploma di Laurea di I Livello in Discipline Musicali Scuola di Musica Jazz al Conservatorio “A. Scontrino” di Trapani e il Diploma di II Livello in Discipline Musicali Indirizzo Interpretativo – Compositivo Jazz al Conservatorio “A. Corelli” di Messina. In questi ultimi anni ha intrapreso un approfondito studio sul pianoforte ottenendo anche in questo caso straordinari risultati. La sua carriera è ricca di riconoscimenti, di collaborazioni prestigiose, di album straordinari, elementi tutti che sarebbe inutile citare in questa sede anche se mi pare importante ricordare come nel marzo del 2000, vince il concorso nazionale Targa Mazars, premio assegnato nell’ambito del festival Jazz in Bocconi, in Milano, quale miglior progetto sul tema “Il jazz oltre il 2000, tradizione e improvvisazione incontrano la tecnologia” assieme ad un altro importante traguardo come compositore di “Lisistrata” nel 2010 per il ciclo delle rappresentazioni classiche dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa.

Come accennato su questi stessi spazi poco settimane addietro, trovandomi in Sicilia l’ho contattato e l’ho intervistato nella “sua” Siracusa nel corso di una mattinata caratterizzata da un gran caldo.

Tu sei uno di quei musicisti che trasferendoti sul Continente avresti probabilmente avuto molta più notorietà rispetto a quella che già hai. Perché hai scelto di restare in Sicilia, nella tua Siracusa?

“Innanzitutto perché amo la mia terra e poi ho fatto un semplice ragionamento: io sono un artista e quindi, ad esempio, se fossi stato uno scrittore avrei potuto produrre qui, stampare e poi far conoscere il mio lavoro anche al di fuori dell’Isola. Allora perché non applicare lo stesso ragionamento alla musica? Quindi prima di tutto pensare alla musica, progettare, incidere, pubblicare e da lì avere l’opportunità di portare il mio lavoro fuori ma senza cambiare la mia residenza”.

-Quanto la vita privata ha inciso sulle tue scelte artistiche ivi compresa, ovviamente, la decisione di restare in Sicilia?

“Il fatto di avere una famiglia, un figlio di diciannove anni, una moglie che lavora e il vivere in una città dove tutto è a misura d’uomo, il che rende possibile gestire i propri tempi, i propri spazi anche per quanto concerne la professione, sicuramente hanno avuto un peso non secondario”.

-Professione. Consideri quella del musicista una professione?

“Sì, non è logorante come altre professioni ma ritengo che sia una professione a tutto tondo che richiede molto impegno, molto studio ed una profonda determinazione che ti spinga ad agire, ad operare. Per me è stato una sorta di necessità in quanto avevo delle cose da esprimere, prima come singolo musicista e poi, ampliando le mie competenze, come compositore e adesso anche come didatta”.

-Quindi tu hai una triplice veste: esecutore, compositore, didatta. Quale ti si attaglia meglio?

“L’una non esclude l’altra. Quando fai il musicista sei alla costante ricerca di un tuo equilibrio; è come se fossi sopra una corda per cui se sbagli puoi anche farti male. Non ci deve essere, quindi alcuna distrazione ed una piena consapevolezza del linguaggio che stai adoperando il che è il frutto di una grande preparazione personale raggiunta attraverso lo studio, l’esperienza, l’interplay con altri musicisti anche più bravi di te. Fare il docente è una cosa che mi gratifica molto perché comunque io insegno senza perdere di vista il fatto che sono un musicista; la cosa che mi interessa di più è trasmettere ai ragazzi che studiano con me una grande passione e una profonda motivazione per aver scelto questa musica jazz che non è una musica semplice”.

-Tu hai studiato anche composizione. Cosa ti ha spinto verso questi lidi?

Io prima di studiare composizione e di conseguire il titolo accademico avevo già alle spalle una carriera di circa 35 anni; quindi solo in tarda età mi sono dedicato ad uno studio filologico del linguaggio jazz il che nulla ha a che vedere con la composizione classica. Questo ci tengo a dirlo: la composizione classica nasce, si sviluppa e si chiude sempre eguale in quanto le varie esecuzioni sono, devono essere, sempre uguali…certo con qualche differente sfumatura interpretativa, ma sostanzialmente sempre uguali. Nel jazz no, c’è sempre l’elemento dell’improvvisazione per cui devi pensare, nella parte obbligata di scrittura, anche al ruolo che devi dare al solista improvvisatore che dovrai scegliere in base alle tue esigenze di scrittura. Come ti dicevo arrivo a questo traguardo piuttosto tardi; prima, da autodidatta, ero giunto a scrivere alcuni pezzi che poi ho inserito nel mio primo album “Flash In Four” registrato per la Splasc(H) Records con Carlo Actis Dato, Piero Ponzo e Marco Mazzola nel 1988 e posso dire che ho avuto la grossa soddisfazione di registrare la mia prima opera in vinile che adesso può costituire una sorta di eccezionalità ma in quegli anni era la normalità. Insomma già verso la fine degli anni ’80 mi ero avvicinato alla composizione ma poi ho ritenuto di approfondire la problematica ed ecco il titolo accademico”.

-Come si svolge il tuo processo creativo?

“Come sai il mio primo strumento è stato la batteria, ma in questi ultimi anni ho studiato approfonditamente anche il pianoforte che quindi per me oggi ha un ruolo quasi paritario rispetto a pelli e tamburi. Quindi quello che tu chiami processo creativo spesso prende le mosse dal pianoforte. Può ispirarmi una sequenza armonica da cui poi si sviluppa la melodia, a volte parto da una intuizione ritmica, da alcune cellule che metto insieme… il mio obiettivo è comunque sempre quello di non lasciare scontato il divenire di una cosa che può essere ascoltata, che può lasciar prevedere quanto accadrà successivamente: c’è sempre l’elemento sorpresa che fa parte del mio stile compositivo; quindi, ad esempio, brani, composizioni che si avvicendano a piccole sezioni multi-metriche per cui possono esserci dei temi che partono con un ritmo molto rilassato ma che cambiano nel corso dell’esecuzione”.

-Ma il tuo primo input ti viene dall’osservazione del mare, da uno sguardo di tuo figlio, una passeggiata con tua moglie… o cos’altro?

“E’ il classico momento ispirativo che per ogni musicista è diverso. Per me il momento buono è la mattina, a mente fresca… se ho dormito bene ancora meglio. Mi seggo al pianoforte, cerco di tracciare in testa qualcosa che vorrei diventasse materia musicale e poi cerco di trasportarla sulla tastiera. Ovviamente tra il dire e il fare c’è di mezzo tutto un processo di analisi, di approfondimento, di messa a punto delle direzioni da prendere che vanno filtrate attraverso un primo abbozzo al piano e poi man mano sino alla fine”.

-Tornando all’attività didattica non pensi che questo fiorire di tante scuole di jazz finisca con lo sfornare tutta una pletora di ottimi musicisti che però ben difficilmente potranno trovare un lavoro soddisfacente? A ciò si aggiunge, a mio avviso, il rischio di una certa omologazione stilistica. Cosa pensi al riguardo?

“Noi abbiamo osannato per anni la scuola della Berkeley ove effettivamente il rischio della omologazione stilistica è ben presente; in Italia il corpo docente varia dai 40 ai 70 anni, molti fanno parte della generazione che ha fatto la storia del jazz italiano e questi si fanno forte di alcuni dettami della cultura occidentale. Cosa intendo dire? Che tutti questi artisti hanno evidenziato nel loro percorso musicale una grande onestà intellettuale ed è proprio questo il principio fondamentale che hanno cercato di infondere nelle nuove leve di jazzisti per cui io non la vedo così pessimisticamente come te: la situazione italiana non può essere paragonata a quella americana, la nostra è una scuola europea, con principi fermi, forti delle bellissime melodie che contraddistinguono il jazz italiano. Ecco, le scuole italiane cercano di portare avanti questi principi filtrati da tre pilastri fondamentali cha la cultura jazz ci ha lasciato: il blues, gli standards e gli originals”.

-E quanto alle possibilità di lavoro?

“Si tratta di un percorso assolutamente personale. Non basta un percorso per quanto lungo e completo – scuola, conservatorio – per diventare un artista. Occorre ben altro! Occorre ricercare una propria estetica musicale. Viceversa se ti vuoi uniformare ad una estetica che potremo definire mainstream, ad una estetica americana, tanto per essere più chiari, la strada sarà impervia”.

-Da quanto mi dici mi pare di capire che tu credi fermamente in un jazz molto diverso dal jazz americano di matrice europea, e all’interno di esso in un jazz italiano.

“La grande lezione che ci viene dal jazz americano è imprescindibile: ci ha dato alcune forme che nel jazz possono essere raggruppate in due gruppi, il blues e le songs, Un’altra componente fondamentale che ci viene, questa, dalla cultura afroamericana è  il senso del ritmo, dello swing, della pronuncia che noi in Europa non abbiamo … o meglio abbiamo di tutt’altra natura. Il jazz europeo ha dato una grande spinta a quelli che possono essere prerequisiti di un certo stile. Il primo a delineare compiutamente tali elementi è stato Manfred Eicher con la sua ECM; questa casa discografica è stata un ottimo trampolino di lancio di cui si sono serviti anche musicisti italiani che sono andati a ripescare fonti di ispirazione nel passato tradizionale sia classico sia folkloristico, da Gesualdo da Venosa a Monteverdi, a Rossini … Quindi il recupero della tradizione ma con una pronuncia jazz da non perdere”.

-Come si diceva, ci sono moltissimi giovani musicisti. Quali differenze noti tra questi e i jazzisti della tua generazione?

“Ai miei tempi non c’era internet, non c’era facebook, non c’erano i social network che hanno permesso una fortissima accelerata nella promozione della propria immagine, dei propri progetti. Adesso ti racconto qualcosa che sembrerebbe una sorta di favola ma ti assicuro è la verità. Quando incisi il mio primo disco – di cui abbiamo parlato – era una coproduzione con la Splasc(H) per cui io dovevo comprare un certo numero di copie. Io ero un batterista, di estrazione sociale media, sicuramente i miei avevano altre aspettative che non la musica, quindi dovevo pensare a produrmi da solo per cui in quella occasione ho dovuto vendermi la macchina e comprare trecento copie. Sono rimasto a piedi un anno e ti assicuro che non è stato facile… pensa che dovevo andare in giro con la batteria e non avevo un mezzo di trasporto! Oggi una cosa del genere non accade: puoi produrti, andare su una piattaforma digitale e con poco prezzo puoi far veicolare la tua musica. Adesso i mezzi di promozione sono tanti, anche troppi forse, per cui ci può essere una certa dispersione nel cercare e trovare le cose che veramente ti interessano. Il livello è cresciuto molto rispetto alla mia generazione; i giovani hanno un buon livello, sono molto più determinati rispetto alla loro età, sono molto più precoci in quanto arrivano ad un buon livello di maturità a 25, 28 anni”.

-Questo discorso riguarda anche l’espressività?

“Questo, in effetti, è un altro discorso. I giovani sono ammaliati da miti che riguardano anche un certo modo di apparire, di presentarsi per cui registro una certa omologazione al riguardo e poche voci fuori dal coro”.

Vorrei tornare al discorso che facevamo prima con riguardo alle nuove tecnologie. Quanto dici è vero ma è altrettanto vero che ancora oggi quasi tutti i jazzisti quando incidono un album devono pagare sempre con l’acquisto di copie. Come te lo spieghi?

“Ti rispondo citando un testo noto di Ashley Kahn “Kind Of Blue” New York 1959: storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis. Leggendo il libro, fonte preziosa di vari documenti, come foto, rendiconti economici, fogli del libro paga dei musicisti etc….

ma soprattutto la campagna pubblicitaria messa in campo dalla Columbia Records. Un marketing ineccepibile, se pensiamo che non esisteva ancora il mondo del web. E’ chiaro dietro c’era una star, ma c’era la voglia di vendere la musica prodotta. Oggi è diverso, il mondo discografico si è centuplicato dando spazio a major, medium e a indian labels, con mezzi di promozione a volte limitati. Quindi un musicista che vuole pubblicare con un’etichetta di media portata, come ce ne sono tante valide in Italia e in Europa, deve sottostare ad una coproduzione e acquistare un tot numero di cd, che comunque serve ai concerti perché rimane ancora il solo luogo dove si vendono”.

-Io conosco abbastanza bene la tua discografia; in quest’ambito c’è un album che mi ha sempre molto impressionato anche perché tu evidenzi tutta la tua complessa personalità pur senza suonare alcuno strumento: quello dedicato a Bill Evans. Ce ne puoi parlare?

“Il progetto dedicato alla musica del leggendario pianista jazz Bill Evans, interamente ideato da me come compositore e arrangiatore, comprende flauto, clarinetto, violino, violoncello, pianoforte, contrabbasso. Può dirsi, senz’altro, che per la prima volta la musica del pianista americano viene pensata per un ensemble di questo tipo. L’ultimo esperimento di rilievo è stato fatto dal Kronos Quartet con il contrabbassista Eddie Gomez circa venti anni fa. Per questo progetto quindi ho lavorato sull’anima classica di Bill Evans esaltando l’influenza di Chopin, Ravel, Debussy e Satie. I brani orchestrati e arrangiati per l’ensemble non comprendono soltanto composizioni di Bill Evans, ma anche noti standard jazz da lui frequentemente suonati che nelle sue mani sono diventate vere e proprie composizioni del suo repertorio oltre a due brani inediti che ho voluto dedicare al grande pianista. La parte del pianoforte è interamente tratta da trascrizioni originali di Bill Evans, tutto ciò che si sovrappone a questa (le parti per gli altri 5strumenti) è stato composto e arrangiato ad hoc per questo progetto”.

-Entriamo adesso nell’album dei ricordi; c’è un concerto, una collaborazione che ricordi particolarmente? E c’è un tuo disco che rifaresti e un altro che non rifaresti?

“Io sono stato molto fortunato in quanto ho avuto modo di suonare con grandissimi musicisti; dico spesso che non ho avuto la necessità di andare alla Berkeley in quanto ho suonato in tre concerti con Lee Konitz e tu sai benissimo cosa ciò significhi. Mi ricordo in particolare un concerto a Salerno, eravamo in quartetto e Konitz, come suo solito, quando salivamo sul palco non ti diceva mai la scaletta: cominciava a suonare ed eri tu a dover capire dove andava; in quell’occasione abbiamo suonato una bellissima “Stella By Starlight” durata circa una trentina di minuti, caratterizzata da una splendida introduzione suonata da lui e da me che giravamo attorno al chorus: è stato un momento di grande, grandissima crescita e ti assicuro che quando ho ascoltato la registrazione, ho fatto fatica a riconoscermi. Un’altra persona a cui devo molto è Enrico Intra con il quale ho collaborato diverse volte. Alcune cose dei miei dischi che non rifarei…beh, penso proprio di no: ho sempre fatto cose di cui ero molto convinto; in ogni caso mi onoro del fatto di non aver mai registrato uno standard verso cui ho avuto sempre la giusta devozione ma ascoltato dai grandi”.

-Progetti?

“Il prossimo è piuttosto ambizioso in quanto vorrei registrare un album di piano compositions in cui sarò compositore e interprete. Sto mettendo a punto i brani e il disco sarà pubblicato dalla mia etichetta, la ACK records distribuita dalla Believe Digital, una piattaforma digitale riconosciuta in tutto il mondo”.

Gerlando Gatto

Dall’inserto “LaLettura” del CorSera e da Musica News due recensioni de “L’altra metà del jazz” di Gerlando Gatto

In vista della prossima presentazione del nuovo e secondo libro del nostro direttore Gerlando Gatto, “L’altra metà del jazz” (KappaVu / Euritmica Ed., 2018), in programma a Roma alla Feltrinelli Libri e Musica di Via Appia Nuova 427 giovedì 13 settembre alle 18 (ingresso libero), pubblichiamo due recensioni. La prima porta la firma di Claudio Sessa, scrittore, critico musicale e giornalista che si occupa di jazz dalla metà degli anni Settanta e scrive sul Corriere della Sera, dove la recensione stata pubblicata domenica 26 agosto nell’inserto “La Lettura” .

La seconda recensione, della quale per maggiore leggibilità pubblichiamo di seguito il testo, è di Silvana Palazzo, scrittrice, responsabile delle attività del Centro di Ricerca e Documentazione sul fenomeno mafioso e criminale dell’Università della Calabria e autrice per il bimestrale Musica News, storica rivista di musica, arte e cultura, al suo ventisettesimo anno di attività. La recensione è uscita sul n. 4/2018.

p.s.: il libro si può acquistare sui principali siti delle librerie online: Feltrinelli, Ibs, Hoepli, Libreria Universitaria, Amazon, Mondadori Store, Unilibro, San Paolo ecc. e sul sito della casa editrice KappaVu (clicca qui)

(MariTu)

Musica News n. 4/2018

Chi dice donna dice jazz – in L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz di Gerlando Gatto (Euritmica/Kappa Vu)

Un libro … di genere. L’altra metà del jazz di Gerlando Gatto si occupa della musica afroamericana suonata o cantata dalle donne del pianeta, dal Giappone della pianista Hiromi alla Cuba della cantante Daymè Arocena, dalla Corea di Youn Sun Nah alla Norvegia di Karin Krog. Ovviamente fino agli USA di Myra Medford. E all’Italia di Marcotulli, Civello, Bolognesi… Non è un mestiere comune fare jazz. E’ semmai un modo di essere di cui le donne musiciste si sono appropriate nei vari ruoli. E non è un rincorrere l’uomo in professioni prima a lei negate. Gatto ne ha scoperchiato l’essenza tutta femminile, ne ha disvelato i modi espressivi, il sentire che aspettava di essere scoperto, dalla viva voce delle stesse donne. Un sentire diverso da quello maschile a cui non ė omologabile. Come nelle caratteristiche di genere i due emisferi restano infatti lontani. Perché se è vero che jazz ė anzitutto sfogo dell’istinto creativo allora l’animo femminile riesce a relazionarsi e comunicare in maniera peculiare come ad accoglierne il linguaggio, lasciando all’ascoltatore la lettura e il piacere dell’ascolto. L’abilità di Gatto è di approfondire la ricerca maieutica della verità, tramite il metodo dell’intervista, con domande che spesso si insinuano nella psiche dell’interlocutrice per catturarne la personalità, attraverso il dialogo e non solo tramite la musica. Nel libro il quadro peraltro si ricompone: emerge il rapporto esistente tra queste due ultime: la nota diventa parola mentre sul palcoscenico ė la parola che si fa nota.

Ė così che la relazione parola/nota entra in perfetta simbiosi e la corrispondenza tra le due diventa arte magia mito. C’ è una curiosità profonda nelle domande poste dall’autore per esempio sul mutamento vocale rilevato in Marilena Paradisi. Lì la voce viene radiografata come elemento chiarificatore di uno stato d’animo che si evolve nel tempo, in una maniera complice e simpatica quasi affettuosa di spulciare nei meandri dei testi oltre che delle melodie. O delle improvvisazioni. Le risposte sono spesso di natura intimistica con quella veritiera disponibilità e messa a nudo propria del genere femminile. Leggera è la discrezione, le questions sono quelle giuste, come nella psicanalisi in cui l’analista sa dove toccare i punti nevralgici del discorso. E l’autore riesce a mettere in luce, non solo la storia personale le abilità e capacità professionali ma anche per molti versi  il mondo di dentro di ogni singola artista.

Particolarmente toccante l’intervista a Dora Musumeci prima pianista italiana di jazz. Dove Gatto partecipa emotivamente, pur da saggista, alla stesura del romanzo del jazz.

Silvana Palazzo

 

Aretha Franklin, addio a Lady Soul

Aretha Franklin, Otis Redding, James Brown, Wilson Pickett… : la loro vocalitá nera, nei fab ’60 ed a seguire, invadeva con LP le stanze dei teenager italiani e con 45 giri i juke box delle piste da ballo, col proprio carico di soul e r&b.
Ma la Franklin era a suo modo speciale, lo si avvertiva sentendo la sua hit “Think” (1968) con quel grido Freedom che echeggiava il riff di Ritchie Havens a Woodstock. Era come se quel canto femminile contenesse i cromosomi di un popolo, in una narrazione racchiusa nelle modulazioni vocali, da paladina della minoranza nera. Ed era una artista che, nonostante i due figli avuti da adolescente, un marito violento, l’alcool in agguato, era riuscita, da pianista autodidatta e autrice, ad imporsi grazie ad un gran talento unito ad un’innata capacità di trasmettere energia, emozioni, immagini di un mondo che si affidava anche alla musica per riscattare la propria condizione e superare le situazioni di diseguaglianza ancora presenti negli U.S.A, specie a sud.
La regina del soul appariva già come icona comunicativa di un black heritage formatosi in più generazioni e non erano pochi i jazzofili che ne ne avrebbero apprezzato le tonalità gospel ed i blues contenuti, per esempio, in ‘Aretha’s Jazz’, inciso per la Atlantic nel 1984, appunto da Lady Soul, nipote di Dinah Washington.
L’avvento della discomusic non appannava evergreen come “I Say A Little Prayer” mentre, con il diffondersi dell’hip hop e del pop di fine secolo scorso, il suo repertorio si trasformava in una sorta di “classico”. Aretha era sempre pronta a esibirsi e a collaborare con Stevie Wonder, Ray Charles, Annie Lennox, George Michael mentre nel suo solco si andavano affermando altre ugole come Whitney Houston. A livello di critica la si sarebbe accostata, per qualità vocali, a Shirley Verrett e a Vanessa Amorosi (cfr. charmingvocals.org/Female Vocal Types All Over The Word).

Tra le numerose medaglie appuntate sul suo petto, figura anche la rivista Rolling Stone che l’ha collocata al primo posto fra i più grandi cantanti di ogni tempo, grazie anche ai 18 Grammy al proprio attivo, di cui due alla carriera, e una serie di singoli di successo a partire da “Respect” (1967) che condivide la maggior fama con “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”, “Chain Of Fools” e i brani già ricordati. Per la cronaca è stata la prima donna ammessa nella R’n’R’ Hall of Fame nel 1987.
Aretha, in greco antico, è il duale di aretè che sta per capacitá “di assolvere bene il proprio compito (…) di qui il successivo accostamento al tema semantico del latino virtus per designare il valore spirituale e la bravura morale dell’uomo” (cfr. Treccani, sub voce). Nomen omen anzi woman: perchè Aretha ha rappresentato l’eccellenza artistica non disgiunta dall’anelito alla libertà ed al rispetto dei diritti della propria gente.
Un mito, immortale già in vita!

Amedeo Furfaro

Due concerti di Floraleda Sacchi al TrentinoInJazz

TRENTINOINJAZZ 2018
Giudijazz
e
Katharsis
presentano:

Lunedì 30 luglio 2018
ore 21.00
Grand Hotel Terme
Loc. Terme Comano, 8
Comano Terme (TN)

Martedì 31 luglio 2018
ore 21.00
Casa Raphael – Palace Hotel
Piazza De Giovanni 4
Roncegno (TN)

FLORALEDA SACCHI

ingresso gratuito

Lunedì 30 e martedì 31 luglio si chiude il mese più fitto del TrentinoInJazz con un duplice appuntamento delle sezioni Katharsis e GiudiJazz, organizzate dall’Associazione Ars Modi con la direzione artistica del pianista e compositore trentino Edoardo Bruni, e dedicate alla diffusione della musica jazz e della nuova musica nelle valli Giudicarie. L’ospite di spicco di questo inizio di settimana è Floraleda Sacchi!

Per l’occasione la popolare arpista lombarda, apprezzata a livello internazionale per la sua attività concertistica, eseguirà un concerto di colonne sonore e musica contemporanea, con brani della stessa Sacchi, di Olafur Arnalds, Joe Hisaishi e Nils Frahm. Arpa ed elettronica per Floraleda Sacchi, che ha studiato in Italia e in Nord America con Judy Loman, Alice Giles e Alice Chalifoux, si è esibita in importanti sale e festival (Carnegie Hall, Konzerthaus, Gewandhaus, Auditorium della Conciliazione) ed ha inciso per le principali major (Decca, Deutsche Grammophon, Philips, Universal). La Sacchi ha una ricca discografia, ha ricevuto importantissimi e prestigiosi riconoscimenti musicali, è autrice di svariati spettacoli music-teatrali, il suo lavoro ha contribuito fortemente a svecchiare e divulgare il repertorio per arpa classica. Dal 2006 è direttore artistico del LakeComo Festival.

Prossimo appuntamento con il TrentinoInJazz 2018 mercoledì 1 agosto: After The Moon a Baselga di Piné (TN).