L’architettura minimalista della natura nel pianoforte di Marco Ballaben

di Marina Tuni

Il recentemente restaurato Salone delle Poste di Trieste è stato l’affascinante scenario, sabato 11 marzo scorso, della presentazione, ad invito, di “Conchiglie e stelle”, il primo progetto discografico interamente a firma del pianista giuliano Marco Ballaben, per piano solo e, in alcuni brani, in trio con Giovanni Toffoloni al basso e Paolo Muscovi alla batteria (uno dei più talentuosi drummer del panorama nazionale: Neffa, Steff Burns, Al Castellana ecc.). Nella composizione che da il titolo all’album e in “L’infinito più infinito” ha collaborato ai testi la cantautrice Mariangela Di Michele (Marydim), protagonista anche delle versioni cantate (di entrambi i brani è presente sia la traccia strumentale sia quella cantata).

Il disco, realizzato con la consueta cura e riconoscibilità dei suoni nello studio Artesuono di Stefano Amerio, a Cavalicco, è la prima prova come compositore di questo poliedrico artista che ha attraversato la scena musicale del Friuli Venezia Giulia, suonando in diverse formazioni e navigando a vista tra jazz, rock, fusion, pop. Con questo lavoro, infine, Marco trova la sua giusta collocazione e una maturità artistica che lo porta inevitabilmente, per affinità sonora, ad approdare sulle sponde tranquille di una delle sue antiche passioni, quella per la musica da cinema.

“Conchiglie e stelle” ha, infatti, la struttura narrativa tipica della partitura musicale di una colonna sonora cinematografica, a partire dal motivo conduttore, che potrebbe senz’altro essere il riff della versione strumentale di “L’Infinito più infinito”, mentre la title track “Conchiglie e stelle”, anche nella versione cantata, potrebbe essere il main theme che accompagna i momenti topici della pellicola.

La musica di Marco è evocativa, evanescente, eterea, sospesa… ha la stessa architettura minimalista della natura e parla il suo stesso, semplice linguaggio, povero di metafore ma ricco di tracce mnestiche che fanno parte della sua sfera emozionale e affettiva.

A Trieste – ma anche ascoltando il disco – questo è il respiro che ho introiettato, guidata quasi ipnoticamente dalle mani di Ballaben, che sulla tastiera descrivono rapide traiettorie curvilinee, come di stelle cadenti.

Ho trovato spettacolare il lavoro della sinistra, anche perché non si tratta di mero esibizionismo virtuosistico né di necessità, leggasi Wittgenstein, ma di una scelta che a Marco riesce in modo naturale per passare di balzo dal grave all’acuto senza sforzo alcuno.

I brani presentati dal vivo non hanno seguito pedissequamente la tracklist del cd, tranne all’inizio del concerto, allestito con la collaborazione della Casa della Musica di Trieste, guidata dall’infaticabile Gabriele Centis, nella cui struttura Ballaben insegna pianoforte. Per la cronaca, la performance è stata ripresa da un rilevante numero di telecamere mobili e fisse – finanche una crane camera che riprendeva dall’alto – ed è imminente l’uscita di un dvd a cura di Kleva Films (che ringrazio per avermi fornito le immagini che completano questo articolo).

Dopo l’avvio, con la splendida “L’infinito più infinito”, brano di ampia liricità con una forte connotazione espressiva e dallo spirito neoromantico, il pianista esegue un’ispiratissima “Il prato dove giocavamo”, seguita dalla briosa “Festa di paese”, le cui atmosfere virano, subito dopo l’intro, marcatamente verso il jazz. Queste composizioni aprono finestre di tempo nel mondo più intimo di Marco, sono le sue emozioni, sensazioni che restano impresse nella memoria e che ogni tanto affiorano sotto forma di ricordo.

La percezione del tempo è un mistero e ognuno di noi ha una personale concezione del suo trascorrere. Certo è che per quanto la vita possa essere breve o lunga, il tempo dato ci appartiene sempre. Sta a noi avere cura di non sprecare ogni singolo e prezioso istante. Non so se Marco abbia pensato a questo nel comporre “10 minuti, forse 15”, ma sicuramente è lì che la mia immaginazione mi ha portato, nell’ascoltare questa poetica traccia, delicatamente intrisa di una leggera malinconia.

Della bellezza di “Conchiglie e stelle” ho già parlato in apertura, posso solo aggiungere che ascoltata dal vivo ha una forza irresistibilmente trascinatrice. Il pezzo inizia e termina con una sequenza di accordi ripetuti, sui quali si apre il tema, con una serie di essenziali passaggi melodici che si intrecciano circolarmente alla struttura iniziale; poco più di due minuti ma un tale condensato di grazia e soavità che ti sembra di essere nel punto esatto dove finisce il mare per lasciare spazio al cielo… immaginando che forse le conchiglie non sono altro che frammenti di stelle cadute…

E dopo tanti celebri notturni pianistici, da Field ai più famosi Chopin, Debussy, Liszt, Beethoven e, nel ‘900, Fauré o Satie, Marco Ballaben s’inventa un “Diurno”, che porta il numero 1 ed è in tempo di valzer. Visto lo splendido luogo in cui mi trovo, il Palazzo delle Poste, costruito fra il 1890 e il 1894 dall’architetto Friedrich Setzt sotto l’Impero Austro-Ungarico, verrebbe da alzarsi dalla poltroncina per volteggiare aristocraticamente seguendo la musica… 1, 2, 3… 1, 2, 3… retaggi culturali della Mitteleuropa!

Ad un caro amico argentino, maestro di tango, scomparso qualche anno fa, è dedicata “Carlos”, che Marco ricorda come una persona piena di vita e di carisma. E queste sono anche le caratteristiche del brano, che racchiude una matrice latin-jazz e un gioco intrigante di fughe repentine nel tango.

Tra le infinite declinazioni del tempo c’è anche l’attesa. Cesare Pavese scrisse che “aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettare niente che è terribile”. Ne “L’attesa” composta da Ballaben c’è il sapore della speranza che qualcosa di buono possa ancora accadere; è una ballad morbida ed ariosa, piena di luce, un dipinto sonoro dai delicati arpeggi.

“Tutto intorno a te” è una composizione dalla geometria dinamica, che esprime la spontanea continuità del movimento mentre “Un viaggio”, brano dalla struttura melodica semplice, ti fa chiedere che cosa ci sia accaduto e perché non riusciamo più ad osservare ciò che ci circonda con gli occhi di un bambino, lavorando di fantasia, di poesia e riempiendoci ancora di stupore.

Marco ci saluta con un inedito, ancora senza titolo, invitandoci a trovargliene uno. Beh… un po’ influenzata dall’aria che si respira nel  palazzo che ci ospita, già sede delle Poste, un po’ per il potere evocativo di questa musica che, non so spiegare il motivo, mi catapulta in paesaggi incantati alla ricerca dell’aurora boreale, uno degli spettacoli più affascinanti della natura, il titolo a cui ho immediatamente pensato è “La nave postale”. Anche un po’ per ricordare un ieri non troppo lontano, quando esistevano ancora le lettere “vere” e le comunicazioni lente… molto lente… tanto quanto un viaggio su una nave postale, che si fa strada a fatica tra i ghiacci.

Quale altro bis avrebbe potuto concederci Marco Ballaben se non una delle variazioni del tema tratta dalla colonna sonora dell’epico film “L’ultimo imperatore” (diretto da Bernardo Bertolucci nel 1987) e composta da Ryuichi Sakamoto?

“Le parole sono sempre importanti. – Perchè? –  Bisogna saper usare le parole per poter dire ciò che si pensa”

Si. Però, talvolta basta anche solo la musica.

“Conchiglie e Stelle” è disponibile online per l’ascolto e per l’acquisto sui maggiori network web quali iTunes, Spotify, Apple Music, ecc.. di seguito il link

https://open.spotify.com/user/11101570482/playlist/7ILHCR1KLo926xQdA2s44s

Davide Cabassi e il “suo” Beethoven

 

 

 

 

Serve un bel coraggio per intraprendere, oggi, una nuova integrale pianistica beethoveniana, e l’ardimento vale doppio se la pubblicazione avviene sotto l’egida di un’etichetta storica come Decca, che può annoverare incisioni di pianisti entrati nell’immaginario collettivo.
Serve lucida inventiva per riuscire a individuare idee, spunti creativi in grado di rigenerare un’interpretazione giunta dopo mille altre.
Occorre infine, ma non da ultimo, possedere mezzi tecnici adeguati.
A me pare Davide Cabassi possieda i requisiti per soddisfare tutte queste condizioni. Il suo lavoro merita il più alto rispetto e la direzione da lui intrapresa può dirsi, nel senso migliore del termine, quella giusta.

Cabassi sceglie infatti la via più difficile: la fedeltà. La sua lettura è uno specchio nel quale vediamo riflessi il testo e le intenzioni palesi dell’autore. Realizzando l’essoterico, il pianista giunge a una lettura imprevedibilmente e magnificamente esoterica, rendendo manifesto il senso celato di composizioni che, per quanto mai troppo note, sono pur tuttavia assai popolari e battute. In questo disco siamo nel cuore del Beethoven che, ai tempi passati, usava definirsi del “secondo periodo” o “secondo stile”: già maturo e grandioso, l’autore però non spìntosi ancora nella fase più sperimentale che giungerà approssimativamente dopo il 1825, è repertorio di sublime profondità. Qui siamo per la precisione tra il 1803 e il 1806.

Le Sonate proposte nel presente CD Decca, il secondo dell’annunciata ed auspicata integrale, sono appunto l’opera 53, dedicata al conte Waldstein, l’opera 54 in due movimenti che è una delle più brevi, e l’opera 57, colloquialmente nota come “Appassionata”, titolo assegnatole surrettiziamente dopo la morte del compositore. A guisa di  suggello il pianista presenta, giustamente, anche l’ampio “Andante favori” che doveva fungere originariamente da tempo lento della “Waldstein”, poi  scartato per via dell’eccessiva lunghezza. Tuttavia, ci racconta Carl Czerny, il brano era spesso eseguito da Beethoven, che gli affibbiò personalmente il nomignolo di “favori”, ossia favorito. (Tra parentesi voglio aggiungere che l’esecuzione di Cabassi è  la mia preferita tra quante, discograficamente, conosco di questo prelibato ‘gateau’: non sono poche). Il pianista italiano suona con un ammirevole senso delle proporzioni. Sono interpretazioni nelle quali la propulsione ritmica gioca una parte dominante, come è giusto accada in Beethoven, i cui elementi architettonici vengono ispirati dal ritmo così come certe case lo sono dai fantasmi. I ‘fortissimo’ improvvisi, gli ‘sforzati’, le sorprese talora minacciose e talvolta ironiche di cui le partiture sono disseminate, così come i motivi ornamentali e tutte le componenti melodiche e affettuose, tutto viene reso da Cabassi con gusto, senza eccessi. Non c’è in questo pianista manifesta volontà di stupire, soltanto l’intento apprezzabile di veicolare nel modo più chiaro la musica. Penso sia il modo migliore di far emergere la poesia.

Pare che un giorno Stravinsky avesse rivolto ad una pianista alcune osservazioni critiche in merito a un’esecuzione da lui ritenuta troppo carica di effetti e nuances. “Suono così, Maestro” – fu la risposta – “poichè reputo questo pezzo “espressivo”.
“Se è “espressivo”, ribatté il maestro, “perché, di grazia, lo esegue “espressivamente”? Non basterebbe semplicemente.. eseguirlo, siccome già espressivo di suo?”. In questo aneddoto, se non vero sicuramente veritiero, c’è tutto Stravinsky. E anche tutto Cabassi, a mio giudizio, che rende a Beethoven il miglior servizio possibile. Scusate se è poco.

Lelio Luttazzi rivive con Donatella Luttazzi e Riccardo Biseo

 

Proseguono con successo le Guide all’Ascolto presso “Officine San Giovanni” in Largo Brindisi.

Martedì 21 marzo sarà la  volta del duo composto dalla vocalist Donatella Luttazzi e dal pianista Riccardo Biseo . I due saranno impegnati in un omaggio al grande Lelio Luttazzi, padre di Donatella.

La vocalist ha da poco inciso uno splendido album, “I Love You Chet”, con Amedeo Tommasi (piano), Giovanni Tommaso (basso) e Marco Valeri (batteria). Ma la sua voce era già ben nota al pubblico degli appassionati anche perché ha dato vita ad un gruppo che ha ottenuto un gran bel successo: le “Zebre a pois”. Nato come quartetto femminile anche a cappella, il gruppo, che si avvale soprattutto degli arrangiamenti della stessa Donatella e della pianista Cinzia Gizzi, nonché di arrangiamenti originali del Maestro, ama rivestire la canzone d’autore in genere, di swing, ironia e piacevolezza. Di qui un modo di affrontare le canzoni di Lelio Luttazzi, non sempre giustamente valutate, con prospettive e arrangiamenti nuovi, sì da riportare alla generale attenzione pezzi di indubbia valenza.

Riccardo Biseo è pianista quanto mai eclettico; in possesso di una solida preparazione di base, si è nel tempo affermato come solista in grado di affrontare partiture assai diversificate sia di jazz sia di pop, avendo collaborato, tra l’altro,  alla realizzazione di numerosi dischi di musica leggera (Mina, Califano, Mietta, il disco del papa “Abbà Pater”…). Il tutto senza trascurare musiche per film, di scena per il teatro…numerose partecipazioni a programmi radiotelevisivi come “Fantastico, Canzonissime, RadioUno Jazz Sera, Indietro tutta, International DOC club, Scommettiamo che? , Mille lire al mese”.

Da qualche tempo la Luttazzi e Biseo hanno costituito un duo di grande interesse in quanto sul palco si assiste ad un continuo interplay, una sorta di gioco tra i due musicisti che si divertono a inventare in continuazione evidenziando anche un non comune senso ironico.

Il repertorio scelto per martedì prossimo alle Officine San Giovanni   contiene alcuni omaggi di Donatella a suo padre Lelio, alcuni brani originali nonché standard americani e brasiliani,

 

Due concerti in Turchia per Sonic Latitudes Four Elements, la formazione guidata da Marco Di Battista e Franco Finucci

Sonic Latitudes Four Elements
Franco Finucci: chitarra
Marco Di Battista: pianoforte
Giorgio Vendola: contrabbasso
Roberto Desiderio: batteria

Istanbul, Teatro della Casa d’Italia – mercoledì 22 marzo 2017, ore 19
Ankara, Metu Art Festival – giovedì 23 Marzo 2017, ore 20

Sonic Latitudes Four Elements, il gruppo di estrazione jazz fondato dal pianista Marco Di Battista e dal chitarrista Franco Finucci, sarà impegnato in una breve e importante tournée in Turchia nel mese di marzo.

I palcoscenici che vedranno protagonisti i quattro musicisti sono di assoluto rilievo. Il primo concerto si terrà mercoledì 22 marzo ad Istanbul, presso il Teatro della Casa d’Italia, e si prosegue poi, il giorno successivo, con l’esibizione nell’ambito del prestigioso Metu Art Festival di Ankara, giunto alla sua diciottesima edizione. Il breve ciclo musicale del gruppo è stato promosso dal CIDIM in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Istanbul. (altro…)

“Jazz da Gustare” apre i battenti con Moroni e Ionata

 

Di Amedeo Furfaro

Un inverno da “jazzare” (in dialetto locale indica fare freddo) ma con poco jazz dal vivo in terra bruzia. Meno male che, con la primavera alle porte, è arrivata “Jazz da Gustare”, seconda edizione della rassegna presso il Teatro Piccolo di Castiglione Cosentino, paesino affacciato sopra il Crati, in cui confluisce il Busento, dove riposerebbe la presunta tomba del non presunto condottiero Alarico.

La direttrice artistica Maria Letizia Mayerà ha ben pensato di inaugurarla col duo piano/sassofono formato da Dado Moroni e Max Ionata.

Seguiranno il 25 marzo il quintetto di Pietro Condorelli Jazz Ideas And Song. Infine il 22 aprile sarà la volta del Fabrizio Bosso Quartet.

Una partenza a base di buon jazz italiano, per una formula già sperimentata con successo che prevede di fornire allo spettatore nello stesso biglietto sia il concerto che la cena nel bistrot del teatro. Gusto musicale e gusto nel senso di palato abbinati per una intensa anteprima di jazz e ricca cena di mezzanotte anche se, dal canto nostro, avremmo preferito un aperitivo rinforzato e un bel concerto post prandium. De gustibus, è il caso di dire.

Ma andiamo alla musica. Dichiaratamente si è presentato al pubblico calabrese un progetto, Two For Stevie, nato poco più due anni fa con l’omonimo disco edito da Jando/ViaVeneto Jazz (Millesuoni) che seguiva Two For Duke, della stessa label.

Un lavoro ben rodato, con un concerto alla Casa del Jazz recensito nel 2015 su questa rivista da Daniela Floris.

Di fatto la serata ha registrato in scaletta anche brani del precedente album su Ellington, annodando un inedito fil rouge fra Wonder ed il Duca.

Che poi trova riferimenti anche nella testimonianza dello stesso Moroni, riferitagli dal contrabbassista Jimmy Woode, con cui ha collaborato, nel senso che Duke apprezzava il talento di Stevie, che a sua volta non poteva non ammirare il grande bandleader. Due dischi già ascoltati. Ma nel jazz si sa, la musica cambia, non è mai uguale a se stessa, specie se la si fa su di un palco, senza i limiti della sala d’incisione, dei tempi talora stretti da esigenze di registrazione.

E c’è il fiato del pubblico a stimolare variazioni all’improvviso, incipit, finali, persino gli stop…ad esaltare le qualità dei musicisti in azione. Sarà pure il bello della diretta ma non solo.

Eccole, le qualità, tangibilmente rappresentate in The Secret Life Of Plants resa con vasta tavolozza di colori, registri timbrici variopinti, l’immanenza di una traccia melodica mai soffocata dai virtuosismi.

La parentela delle cover di Stevie Wonder col jazz emerge con prepotenza.

C’è la comune base del blues, che del resto avvicina Louis Armstrong a Jimi Hendrix, Elvis Presley ai Rolling Stones. Ma Wonder ha un’anima jazz oltre che soul, funky, bluesy nella voce, negli strumenti che suona, tastiera e armonica. E nel comporre. Ed è qui, nella fusione calda degli elementi, la complessità dell’operazione, non la sua semplificazione.

Non è un caso che il titolo di un vecchio album del 1962 sia The Jazz Soul Of Little Stevie mentre A Tribute To Uncle Ray dedicato a Ray Charles evidenzi, nella black music, uno dei suoi principali precedenti stilistici. Ed è noto ancora come Wonder abbia composto Chan’s Son con Herbie Hancock e lo abbiano ripreso in tanti quali Freddy Hubbard, Art Pepper, Sonny Rollins, Bobby McFerrin tanto per fare qualche timido esempio. La sua Isn’t She Lovely, presente in manuali di jazz standard, a cura dei nostri impavidi è stata sottoposta ad una riarmonizzazione rallentata per tratteggiarvi una atmosfera bluesy, con un piano alla Errol Garner, per un brano che pare nato cinquant’anni prima. Il sax di Ionata ha smalto anche in Don’t You Worry Bout A Thing dove ricorre ai suoi tipici salti di ottava nell’esposizione del tema; pare, a momenti neroamericano, anzi parkeriano, quando velocizza in chiave bebop, per poi stemperare la vis creativa in leggere frasi sonore. Il pianista dal canto suo omaggia Oscar (il nome di suo figlio) Peterson, che è uno dei lati di Dado; un altro, non irrilevante, è la metronomica cadenza ritmico/percussiva, alla McCoy Tyner, che un paio di sue performances al contrabbasso mettono in mostra, oltre ai cambi di tempo e ai contratempo che si insinuano dolci in una tastiera su cui fa uso intelligente delle tante frecce al proprio arco (pedali, acciaccature stride, accordi policromici, dodecafonismi, carezze alle corde del piano etc.).

Per la cronaca, musicale s’intende, You Are The Sunshine Of My Life diventa nelle mani della coppia uno swing dal mood ellingtoniano mentre, a ribadire la paternità musicale putativa di Duke, arriva, magistralmente eseguita, Daydream seguita da Satin Doll.

Non manca I Wish con un Max al maximum della concentrazione sullo strumento per sostituire il canto di Stevie e una particolare Overjoyed un po’ alla Brubeck in 5/4.

Il concerto double face, omaggio a due artisti di grande pop/ularity, si completa in due distinti medley finali degli autori celebrati. I numerosi astanti, dopo In My Solitude, sulle note di Perdido e Caravan battono le mani a tempo. E’ il segnale che la musica è arrivata a segno. Il disco, i dischi vanno bene, ci mancherebbe, specie se si vive in periferia. Ma il concerto ti comunica qualcosa in più. E’ lo spirito del jazz. E dei jazzisti che sanno suonarlo.

 

 

An Italian Tale: Cicero e Troja in concerto a Catania

Continuano gli affascinanti concerti del duo fagotto e pianoforte. Dopo Messina e Cosenza, sabato 11 marzo presentano il loro nuovo album al Fuorischema 2017
 
AN ITALIAN TALE
Antonino Cicero e Luciano Troja in concerto!
 
Sabato 11 marzo 2017
h. 21.00
Fuorischema 2017
Sala Magma
via Adua, 3
Catania
 
Ingresso gratuito
Prenotazione consigliata:
095.444312 – 3491084840 – 3333337848
 
 
Nuovo appuntamento per An Italian Tale di Antonino Cicero e Luciano Troja! Dopo i concerti a PalermoMessina Cosenza sabato 11 marzo per la rassegna Fuorischema 2017 Catania i due musicisti messinesi porteranno dal vivo questo eccezionale album pubblicato da Almendra Music. An Italian Tale sta raccogliendo svariati apprezzamenti dalla stampa come TV Sorrisi e CanzoniL’Isola della Musica ItalianaAlias – il Manifesto e molte altre; proprio per la sua riconosciuta qualità è stato scelto per aprire la rassegna Fuorischema 2017 – che si compone di vari appuntamenti tra seminari, conferenze e presentazioni tra marzo e novembre. An Italian Tale è una ricerca in musica tra le storie e le canzoni di Giovanni D’Anzi, che sono state lo spunto ispiratore per due musicisti diversi per estrazione e provenienza ma affini per curiosità, intraprendenza, preparazione e fantasia. Cicero e Troja hanno trovato in un nucleo di canzoni di D’Anzi un territorio da esplorare reinventando – si tratta di musiche originali scritte da Troja – il rapporto tra jazz e melodia italiana, equilibri classici e songbook, per condurre l’ascoltatore tra atmosfere, suggestioni e fantasie del secolo scorso, verso un oggi possibile.
 
“In questa galleria c’era una volta un re: Giovanni D’Anzi. Scrisse magiche note, e la più dolce serenata la cantò per Milano”. Così recita la targa commemorativa dedicata a Giovanni D’Anzi (1906-1974) in Galleria del Corso a Milano. Un omaggio della sua città all’autore di Madunina e di alcune tra le più famose canzoni della nostra storia: pensiamo a Ma l’amore noBellezza in biciclettaVoglio vivere cosìMa le gambe, entrate subito nel canone della canzone italiana, in un periodo storico in cui una dittatura finiva e il dopoguerra avviava una modernità “americana”, improvvisa e incompiuta. Il cinema, le canzonette, la radio, i vinili, la gommalacca e il Campari, e Milano, l’Italia, le bellezze e le biciclette, memorie di un’Italia che non c’è più, che in quella musica trovava respiro e rinnovamento senza smarrire le proprie peculiarità. A tutto ciò si ispira il nuovo lavoro prodotto e pubblicato dalla factory palermitana Almendra Music: una suggestione musicale, sociale e culturale che diventa un esperimento strumentale, artistico, umano. È una strana coppia, quella fagotto e pianoforte, una felice e originale anomalia che fa da chiave di volta dell’intero album: Luciano Troja è un compositore e pianista jazz di fama internazionale (non è raro trovarlo su All About Jazz USA, Cadence o Stereophile, o vederlo dal vivo a New York), Antonino Cicero è un fagottista tra i più attivi e preparati in area classica. I due hanno trovato nella melodia, nella cantabilità, nella narrazione strumentale il punto di incontro che rende An Italian Tale, per usare le parole dello stesso Troja, “una specie di colonna sonora di un film immaginato, legato a un periodo storico, magari girato in bianco e nero”.
 
Ricorda Cicero: «La cantabilità del repertorio swing della canzone italiana anni ’30 e ’40 mi attrasse subito. Da lì venne l’ispirazione che il fagotto potesse benissimo suonare, anzi “cantare”, quelle melodie retrò, ricche sì di swing, ma al tempo stesso classiche nell’impostazione del canto, accompagnate da eleganti orchestre che riecheggiavano e rielaboravano all’italiana lo swing di quegli anni. Da questa scoperta e dalla ricerca che ne seguì, capii che la canzone italiana di quegli anni univa naturalmente le tradizioni classiche e belcantistiche con il jazz, e mi venne in mente di proporre a Luciano questa “forma” come punto di partenza, materia musicale da condividere per suonare insieme». Aggiunge Troja: «Quando Antonino mi ha parlato di un approfondimento sulla canzone italiana del periodo fascista e dell’immediato dopoguerra, non me lo sono fatto ripetere due volte. Sia per l’interesse naturale per questo repertorio, sia perché Antonino è uno splendido musicista, curioso, e soprattutto molto attento alla melodia. Amando molto le opere monografiche, mi è sembrato naturale proporgli di partire dalle canzoni di D’Anzi, tuttavia era molto più intrigante non semplicemente rielaborare le canzoni o riarrangiarle per improvvisarci sopra. Molto meglio scrivere dei brani nuovi che si ispirassero a D’Anzi, a quell’epoca, a un certo nostro modo di sentire la melodia, tutto italiano, rivolto istintivamente oltreoceano ma destinato a guardarsi dentro, con i nostri inevitabili cromosomi melodrammatici. Ho avuto la possibilità di scrivere un album di temi originali, e quindi realizzare insieme ad Antonino un disco dove l’esposizione della melodia è l’elemento preponderante: pensare che queste melodie fossero “cantate” al fagotto (perché Antonino lo fa cantare il suo fagotto), era l’altro importante motivo che mi entusiasmava».
 
Info:
 
Almendra Music:
 
Luciano Troja:
 
An Italian Tale su Bandcamp: