Lucrezio De Seta Trio all’ Alexanderplatz

Foto Elvira Piazza

Alexanderplatz Jazz club, 20 aprile, ore 22

Lucrezio De Seta Trio

Lucrezio De Seta: batteria
Ettore Carucci: pianoforte
Luca Pirozzi: basso

(cliccare sulle foto per espanderle)

 

Spesso mi capita di ascoltare cd, e magari, posto che li trovi interessanti, belli, che mi piacciano, insomma, mi capita anche di scriverne le liner notes, come è accaduto nel caso di questo Brubeck was right di Lucrezio De Seta.
Solitamente poi vado ogni volta che posso ad ascoltare questi progetti dal vivo, perché amo vederne la resa, l’energia del nascere estemporaneo della musica senza mediazioni, che è ciò che del Jazz amo di più.

Così sono andata all’ Alexanderplatz ad assistere alla presentazione del disco in questione, che è dedicato a Dave Brubeck, ed in particolare alla sua precipua caratteristica, quella dell’aver introdotto in maniera definitiva nel Jazz i tempi “dispari”, che come sappiamo, ai batteristi piacciono particolarmente: a dire il vero non solo a loro, e ad essere sinceri, anche a me, moltissimo.
Ma in questo progetto così connotato, la particolarità è certamente che una volta dichiaratone l’intento, la targa, la musica che si ascolta è ben poco prevedibile: a cominciare da una benefica alternanza tra musica originale, a firma Ettore Carucci, e standard anche molto noti (come Caravan, o Lonnie’s Lament, o Green Dolphin Street per citarne tre). Perché benefica? Perché i brani di Carucci sono piuttosto belli, hanno un notevole respiro melodico, un voicing interessante, e gli standard a loro volta vengono stravolti prima di tutto nel ri – arrangiamento ritmico, dunque sono tutto fuorché scontati.
Questa alternanza, piacevole, accattivante, presente nel disco, si è mantenuta intatta in una serata di musica all’insegna dell’energia, dei contrasti tra incipit anche sussurrati e andamento irresistibilmente crescente, sempre, persino nelle ballad: i tre musicisti sul palco emergono individualmente nelle parti introduttive e nelle chiusure, preferendo intrecciarsi in maniera apparentemente indissolubile durante lo sviluppo del tema, dando vita a spessori armonici e ritmici notevoli ed ad un’ intensità a volte anche impetuosa, ma mai estrema, sempre equilibrata. La ricchezza esecutiva è considerevole: De Seta imprime il groove giusto e pone in gioco una tale varietà di soluzioni ritmiche e timbriche, sempre nette (un esempio per tutti in quell’oscillare tra tempi pari e dispari della sua particolare Green Dolphin Street) che è un piacere distinguere il passaggio delle bacchette da un elemento del suo strumento all’altro, in una progressione che si scopre anche melodica. Luca Pirozzi, con il suo basso, sa essere jazzistico così come un pizzico rockettaro, quando occorre, o appassionato nell’ esporre temi melodici importanti, e ha un ruolo fondante per l’equilibrio sonoro complessivo del trio.
Carucci è un pianista completo, nonché compositore molto convincente. Ha una capacità improvvisativa notevole, sa essere lirico ma anche assertivo e quando serve “muscolare”: ad esempio se l’intento è quello di “doppiare” la batteria creando (come si diceva) uno spessore sonoro molto rilevante.
Brubeck was right supera la prova live in maniera convincente. Per fortuna c’è il Jazz a portare freschezza nella musica: non sempre ma, in casi come il Lucrezio De Seta Trio, posso certamente dire di sì.

Paesaggi del Novecento nel CD di Miranda Cuckson e Blair McMillen (ECM)

Mentre il mondo galoppa verso il tramonto ci ricordiamo che il programma da concerto, come quello discografico, è una forma di civismo. Dimmi che autori vai e come li accosti
(in una “miscela Lavazza” oppure con certosino e filologico criterio) e ti dirò chi sei.
Vi sono le partigianerìe del programma cronologico, quelle del programma geografico, topografico, persino geopolitico, i fautori del programma monografico, gli amanti degli accoppiamenti giudiziosi, quelli delle ammucchiate, della “lectio magistralis”, i fan del “contemporaneismo”, gli adepti museali, i feticisti, i pii devoti, i ragionieri ed i “bad boys”. Per tacere degli eccentrici, dei contaminatori, dei sicari del cross-over, di quelli che “mettiamo Piazzolla alla fine”, dei propugnatori delle rarità, degli spacciatori di chicche, dei cultori delle trascrizioni (autentiche o quasi) oltreché delle colonne sonore. Potremmo continuare. Ma la disamina dei gusti, psicologici, sessuali e di “gender” non esaurisce la questione nel merito: come si compone un bel programma? Lunga sarebbe la risposta; anzi, di risposte, al plurale, sarebbe più giusto parlare.
Il programma di questo disco è bello sia da leggere sia da ascoltare. Abbiamo, messi a confronto, tre grandi autori del Novecento storico, uno ormai da decenni ben piazzato nel novero dei massimi (Bartók), l’altro, almeno fino a qualche tempo fa, di gran successo (Schnittke), l’ultimo (Lutoslawski) forse più noto nei perimetri delle sale da concerto.
A montare per i tipi dell’ECM l’ardimentoso impaginato è il duo formato dalla violinista Miranda Cuckson e dal pianista Blair Mac Millen. (altro…)

I NOSTRI CD. Una sventagliata di nuovi album dal blues alla musica contemporanea

a proposito di jazz - i nostri cd

John Abercrombie Quartet – “Up and Coming” – ECM 2528

In questo album, che apre la stagione 2017 della ECM, ritroviamo il chitarrista John Abercrombie alla testa di un quartetto composto da “vecchi amici”, se ci passate il termine, vale a dire Marc Copland al piano , Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. In un modo o nell’altro Abercrombie, anche nel recente passato, ha avuto modo di collaborare con i musicisti su citati : basti ricordare, al riguardo, l’album “39 Steps” del 2013 che tanti consensi ottenne da pubblico e critica. Ciò per sottolineare come il quartetto già prima di entrare in sala di registrazione per quest’ultimo album fosse ben rodato e pronto a seguire le linee direttrici tracciate dal leader. Linee che si sostanziano innanzitutto nella ricerca di una bella linea melodica supportata da raffinate armonizzazioni e quindi nello splendido suono della chitarra di Abercrombie che dialoga magnificamente con il sound più robusto del pianoforte; l’intesa tra i due è a tratti sorprendente: John e Marc sanno ascoltarsi, comprendersi e mai accade che una intuizione, un input lanciato da uno dei due non venga prontamente captato e sviluppato dall’altro. Così il fraseggio liquido, scorrevole di Abercrombie, a fronte del pianismo più articolato e dinamico di Copland, crea spesso una tensione che affascina l’ascoltatore attento. Ovviamente questo continuo gioco di rimandi non sarebbe stato possibile se i due non fossero stati accompagnati da una eccellente sezione ritmica in grado di fornire un supporto di grande flessibilità ed eleganza. Caratteristiche queste che si riscontrano per tutta la durata dell’album, sia che il gruppo interpreti le cinque composizioni di Abercrombie, sia che ad assumere il ruolo del compositore per due volte sia Marc Copland, sia, infine, che si faccia rivivere un capolavoro assoluto quale “Nardis” di Miles Davis.

Theo Bleckmann – “Elegy” – ECM 2512

In perfetta sintonia con il titolo, atmosfere sognanti, oniriche quella disegnate dal vocalist e compositore tedesco Theo Bleckmann al suo esordio da leader nell’ambito della prestigiosa etichetta ECM. Ad onor del vero Theo aveva già registrato per la casa tedesca ma come sideman: lo ritroviamo, infatti, accanto a Julia Hulsmann in “ A Clear Midnight—Weill and America” (ECM, 2015) e ancora con Meredith Monk ‎in “Mercy” (ECM, 2002) e “Impermanence” (ECM, 2008) album, questi ultimi due, in cui suona anche lo stesso batterista di “Elegy”, John Hollenbeck. Ma soffermiamoci adesso su quest’ultima produzione di Theo che ha scelto di guidare un quintetto completato da Ben Monder chitarra, Shai Maestro piano, Chris Tordini, contrabbasso e, come si accennava, John Hollenbeck batteria. Il gruppo appare perfettamente funzionale alle idee del leader vale a dire una musica semplice ma non banale, un organico che si esprime quasi per sottrazione, la precisa volontà di non prediligere il lato virtuosistico della performance ma di affidarsi all’espressività, ad una concezione che in qualche modo potremmo avvicinare al cosiddetto minimalismo. Ovviamente per raggiungere in pieno tali obiettivi occorreva un repertorio acconcio: di qui i dodici brani presenti nell’album, tutti a firma del leader eccezion fatta per “Comedy Tonight” tratto da “A Funny Thing Happened on the Way to the Forum” , musical andato in scena per la prima volta a Broadway nel 1962, con musiche e versi di Stephen Sondheim. I brani sono tutti interessanti anche se una menzione particolare la merita “The Mission” un vero e proprio esercizio di bravura per Theo Bleckmann che dimostra ancora una volta, se pur ce ne fosse bisogno, quanto sia meritata la stima di cui gode nell’ambiente musicale di tutto il mondo.

Dave Brubeck – At The Sunset Center – Solar 4569973

Questo album riporta, per la prima volta integralmente, il concerto tenuto dal quartetto di Dave Brubeck al ‘Sunset Center’ di Carmel (California) nel giugno del ’55. La ‘storica’ collaborazione tra il pianista Dave Brubeck e il sassofonista Paul Desmond era iniziata nel 1946 all’interno di un ottetto dal sapore vagamente sperimentale. Negli anni a venire, in particolare nel 1951, Brubeck e Desmond costituirono un quartetto completato da Fred Dutton al basso e Herb Barman alla batteria, questi ultimi poi sostituiti rispettivamente da Bob Bates e Joe Dodge. In quel periodo il quartetto, nonostante avesse tenuto diversi concerti soprattutto in università e college, realizzò solo un album “Jazz Goes To College” registrato nel corso di vari concerti in college nel 1954. Di qui l’interesse non solo artistico ma anche storico dell’album in oggetto. Dal punto di vista squisitamente musicale, non occorrono certo molte parole per sottolineare come si ascolti una delle formazioni più importanti della storia del jazz, una formazione che seppe dire qualcosa di originale. Certo lo stile può piacere o meno ma il ruolo ricoperto da Brubeck e Desmond resta lì, indiscutibile. L’album contiene otto standards registrati, come si accennava al ‘Sunset Center’ di Carmel cui è stata aggiunta una inedita versione di “Two Part Contention” dello stesso Brubeck registrata durante un concerto al ”Basin Street Club” di New York del 1956. Un’ultima notazione di carattere cronachistico: il “Sunset Center” era un teatro che ospitava dei cicli di concerti jazzistici ed è proprio lì che il 19 settembre dello stesso 1955 Erroll Garner registrò il suo indimenticabile “Concert by the Sea”.

François Couturier, Tarkovsky Quartet – “Nuit blanche” – ECM 2524

Parlare semplicemente di jazz a proposito di questo album appare improprio: siamo piuttosto nel campo della musica contemporanea eseguita da artisti che hanno frequentazioni importanti con il mondo del jazz. François Couturier piano, Anja Lechner violoncello, Jean Marc Larché sax soprano, Jean Louis Matinier accordéon sono infatti musicisti che abbiamo spesso incontrato in contesti più prettamente jazzistici. Da qualche tempo i quattro hanno costituito questa formazione dall’organico assai insolito che hanno chiamato “Tarkovsky Quartet” in omaggio ad Andrei Arsenyevich Tarkovsky, celebre regista russo scomparso nel 1986. Ancora una volta il quartetto si impone alla generale attenzione per la profondità di campo che riesce a dare alla sua musica. Ascoltando i diciassette brani dell’album – di cui sette sono libere improvvisazioni e gli altri scritti da Couturier da solo o con gli altri compagni di strada – non si può non restare colpiti dalla purezza del suono, dalla estrema linearità con cui si esprime ciascun artista, dall’atmosfera dialogante per cui violoncello e fisarmonica riescono ad esprimersi su un piano di assoluta parità e soprattutto dalla straordinaria capacità improvvisativa dei singoli che, anche nel caso dei brani scritti, trovano ampi spazi per dar libero sfogo alla fantasia. Di qui una musica aperta, nuova ad ogni ascolto, ricca di sottigliezze. E, per chiudere, consentitemi di sottolineare la straordinaria prestazione di Jean Louis Matinier il quale dimostra, se pur ce ne fosse bisogno, come la fisarmonica, se in mani sapienti, sia strumento adatto ad ogni situazione, anche la più sofisticata e quindi lontana da quel recinto popolare cui ancora oggi molti vorrebbero rinchiuderla.

Matt Dibble, Fabio Zambelli – “Songs and Soundscapes” – Xtreme

Album interessante questo proposto da Matt Dibble e da Fabio Zambelli; il clarinettista inglese e il chitarrista italiano hanno costituito da qualche tempo un duo che tralascia facili situazioni per addentrarsi in terreni scivolosi, imprevedibili come quelli rappresentati dalla ricerca e dalla sperimentazione. Intendiamoci: mai abbiamo sostenuto che ricerca e sperimentazioni nel campo musicale siano valori in sé, occorre che le stesse siano sostenute da profonda conoscenza della materia musicale, da eccellente tecnica di base e soprattutto – almeno a nostro avviso – da una onestà di fondo che si sostanzia nell’assoluto abbandono di qualsivoglia ansia di stupire, di meravigliare. Ebbene, ascoltando l’album in oggetto, sembra proprio che i due artisti abbiano le carte in regola per soddisfare anche i palati più esigenti: la loro è una musica tutta basata sull’interplay, sulla coralità, ben equilibrata tra parti scritte (songs) e improvvisazioni (soundscapes), sempre alla ricerca di soluzioni nuove, affascinanti, impreziosite da belle linee melodiche e da una robusta tecnica strumentale. Questi elementi non stupiscono ove si tenga presente che i due si sono conosciuti nel 2001 a Londra, durante i loro studi di jazz performance e composizione presso il conservatorio “Guildhall school of music and drama” e che successivamente hanno suonato, tra l’altro, nella GSMD jazz band misurandosi su repertori di jazz classico e contemporaneo, e con cui hanno vinto il premio BBC come migliore orchestra jazz Britannica. Nel corso della loro attività, prima di questo “Songs and Soundscapes”, hanno inciso nel 2009 in Francia come duo “Minor Mood”, poi pubblicato nel 2011 da Sonitus, e quindi “Spring” sempre in duo pubblicato nel 2015, album che hanno aperto la strada quest’ultima realizzazione.

Duke Ellington – “Blues in Orbit + The Cosmic Scene” – Essential Jazz Classics 2 CD

Duke Ellington – “Sacred Concerts” – “Rondeau”

Il perché di questi due titoli , “Blues in Orbit” e “The Cosmic Scene”, viene illustrato efficacemente nell’esaustivo libretto che accompagna i CD laddove si spiega che, dopo il lancio nello spazio dello Sputnik 1 di fabbricazione sovietica il 4 ottobre del 1957, l’idea di poter viaggiare nello spazio conquistò l’animo della gente. Neanche il jazz ne rimase immune come dimostrano questi due album di Ellington risalenti al 1958-59, ma non solo ché altri lavori dedicati allo spazio furono registrati da Dave Brubeck e da George Russell. Ciò detto occorre sottolineare come i due CD di Ellington contengano integralmente gli LP originari con l’aggiunta di ben diciotto bonus tracks di cui otto alternative takes tratte dalle stesse sedute di registrazione e dodici da altre date. Nel primo album compare la band ellingtoniana al completo mentre nel secondo si può ascoltare un nonetto di livello assoluto con la presenza dei più rappresentativi solisti dell’orchestra. Ellington prese la decisione di ridurre l’orchestra ad un nonetto dopo lo strepitoso successo ottenuto al Newport Jazz Festival del 1956, sempre alla ricerca di nuove vie espressive. Straordinario il repertorio dei due album comprendente sia celebri standard rivisitati e riattualizzati sia nuove composizioni mai registrate in precedenza. Dal punto di vista squisitamente musicale, ambedue gli album sono semplicemente straordinari: l’orchestra ellingtoniana è colta in uno dei suoi momenti migliori, impreziosita dagli assolo di Paul Gonsalves, di Clark Terry, di Jimmy Hamilton, di Johnny Hodges … e via discorrendo in una galleria delle meraviglie che comprende alcuni dei migliori solisti che la storia del jazz possa vantare.
Il secondo CD contiene una recente (2015) registrazione live di brani tratti dai concerti sacri di Ellington, effettuata in Germania dalla Big Band Fette Hope e dal Junges Vokalensemble Hannover sotto la direzione rispettivamente di Timo Warnecke o Jorn Marcussen-Wulff Klaus e di Jürgen Etzold . E’ noto agli appassionati di jazz come i concerti sacri rappresentino , almeno nella considerazione dello stesso Ellington, le pagine più importanti da lui scritte nel corso degli anni. Composti tra il 1962 e il 1973 i tre Concerti rappresentano al meglio l’anima del compositore e la sua stessa concezione della spiritualità. Ben si capisce, quindi, il perché questa musica non venga spesso eseguita risultando assai difficile ricreare le emozioni che Ellington trasmetteva con la sua orchestra. Ben venga, quindi, questa impresa che ci restituisce pagine di musica che non conoscono età. E bisogna dire che sia la band sia i vocalist se la cavano assai bene: da un punto di vista orchestrale, la band riesce a rappresentare quella concezione orchestrale che caratterizzava l’opera di Ellington mentre i cantanti sono tutti all’altezza del compito: Claudia Burghard (mezzo soprano), Joachim Rust (baritono), magistralmente supportati dal già citato Junges Vokalensemble Hannover, danno energia a brani celeberrimi come “Ain’t But The One”,“Come Sunday” , “Something’Bout Believing” riportandoli all’attualità del nuovo secolo.

Ellery Eskelin Trio – “Willisau Live” – hatOLOGY 741

Oramai vicino ai sessanta, il tenorsassofonista statunitense Ellery Eskelin è stato definito da “Down Beat” il miglior artista nel campo della musica creativa di oggi. E per avere conferma di quanto tale considerazione sia meritata basta l’ascolto di questo album registrato dal vivo durante il Festival Jazz di Willisau, in Svizzera, il 28 agosto 2015. Ellery suona in trio con Gary Versace all’organo Hammond B3 e Gerry Hemingway alla batteria. L’organico è inusuale ma non per il sassofonista che sta esplorando questa particolare formula già dal 1994 quando costituì un trio con il tastierista Andrea Parkins e il batterista Jim Black, formula ulteriormente perfezionata nel 2011 con la creazione del Trio New York, dove accanto a Eskelin e Versace c’era Gerald Cleaver alla batteria, in questi ultimi tempi sostituito per l’appunto da Gerry Hemingway. Ed eccoci alla serata del 28 agosto 2015 a Willisau: il trio inizia la sua performance con una medley lunga oltre cinquanta minuti in cui figurano, in successione, un originale – “Our (or about)” –firmato da tutti e tre i musicisti, e tre standard , “My Melancoly Baby”, “Blue and Sentimental” di basiana memoria ed “East of the Sun”. Il set si chiude con altre due perle, la monkiana “Wee See” e “I Don’t Stand A Ghost of A Chance With You”. Ebbene dal primo all’ultimo istante la musica del trio appare innervata da una grande energia e dalla perfetta consapevolezza, da parte di tutti e tre i musicisti, di stare esplorando nuove strade pur restando fortemente ancorati alla tradizione. Di qui il fraseggio e la sonorità del leader che dimostra di aver ascoltato e assimilato la lezione dei grandi del passato quali, tanto per fare qualche nome, Sonny Rollins e Ben Webster; di qui il fantasioso apporto ritmico, davvero originale e timbricamente unico, della batteria di Hemingway che deve aver molto apprezzato le sezioni ritmiche delle orchestre di Count Basie; di qui il particolare approccio alla materia sonora da parte di Versace che stravolge un po’ il modo di suonare di Jimmy Smith, da un tutto pieno ad un gioco di pause e di sottigliezze timbriche non proprio usuali nel mondo degli organisti.

Cameron Graves – “Planetary Prince” – Mack Avenue 1123

Cameron Graves al pianoforte , Kamasi Washington al sax tenore: dovrebbero bastare solo questi due nomi per far capire che tipo di musica si ascolta in questo cd. Ma il gruppo è più largo e comprende altri eccellenti musicisti del moderno jazz di Los Angeles quali il trombettista Philip Dizack, il trombonista Ryan Porter, ed una formidabile sezione ritmica costituita dal batterista Ronald Bruner Jr., dal bassista elettrico Hadrien Feraud considerato oggi un numero uno e dal contrabbassista Stephen “Thundercat” Bruner. La presenza di Kamasi Washington in questo album di debutto come leader di Cameron Graves non deve meravigliare ove si tenga presente che il pianista era partner del sassofonista in quell’album “Epic” che tanto successo ottenne alla sua uscita nel 2015. Insomma questo “Planetary Prince” rappresentava , per Cameron, una occasione assai importante per consacrarsi definitivamente come uno dei migliori, più fantasiosi e visionari pianisti, tastieristi e compositori delle ultime generazioni. E le premesse c’erano tutte anche perché i pezzi dell’album sono da lui stesso scritti e arrangiati. Peccato che anche ad un primo sommario ascolto l’album risulti tutt’altro che imperdibile. Certo Graves suona bene, Washington non deve dimostrare alcunché, ma è tutto l’impianto del disco che non regge, proponendo una musica scontata e poco originale. E qui ci fermiamo in quanto è ben possibile che Graves ritorni sui suoi passi e ci proponga qualcosa all’altezza delle sue enormi possibilità. (altro…)

Andrea Zanchi a Officine San Giovanni

Martedì 4 aprile nuova “Guida all’ascolto” presso le  “Officine San Giovanni” in Largo Brindisi.

Per questo quinto appuntamento il protagonista sarà un artista che gli appassionati conoscono assai bene: Andrea Zanchi.

Il pianista romano affronterà una prova assai impegnativa in quanto si esibirà in piano-solo con un repertorio incentrato su Bill Evans di cui presenterà “Periscope”, “Waltz for Debbie”, “The opener”, “Very Early” e “Letter to Evan” cui si aggiungono due standard come “Autumn Leaves” e “My Romace” e un brano scritto dallo stesso Zanchi e significativamente intitolato “To B. E.”.

Nato a Roma, laureato in sociologia e presso il DAMS di Roma, pianista e compositore autodidatta, Andrea si avvicina al jazz nel 1974 frequentando i corsi di jazz presso la scuola di musica popolare di Testaccio con Gerardo Iacoucci quale insegnante. Successivamente segue un corso di piano jazz con Enrico Pieranunzi.

Le prime esperienze musicali sono legate proprio alle attività organizzate dalle scuole di musica della Capitale dopo di che nel 1984 forma il “Trio” con Pino Sallusti al contrabbasso e Gianni di Renzo alla batteria. Con questa formazione partecipa a diverse manifestazioni dell’Estate Romana e si classifica al girone finale nella “Coppa del Jazz” organizzata da Rai Stereo Uno.

Da allora la sua attività di jazzman è proseguita con successo esibendosi in varie città italiane e partecipando a numerose trasmissioni radiofoniche e televisive come “Un certo discorso” e “Dal vivo” (RaiTre) e “Jazz Life” (Red TV).

Accanto all’attività di musicista, Zanchi svolge una proficua attività didattica insegnando piano jazz/latin/pop presso la scuola popolare di musica Acquarossa di Ostia.

Donatella Luttazzi e Riccardo Biseo ricordano Lelio Luttazzi

Ricordare un personaggio poliedrico come Lelio Luttazzi, attraverso i racconti e i live in sala della figlia Donatella, ha fatto sì che la Guida all’ Ascolto di Gerlando Gatto prendesse una particolare piega di piacevolezza. Perché anche nell’ipotetico caso che qualcuno non conoscesse questo eclettico personaggio della musica italiana, e della radio e della televisione, il salto non è stato propriamente in un passato iconico, vetrificato, inattuale. Di certo ascoltare questi brani eseguiti in duo dal vivo rinascere dalla voce emozionata di Donatella Luttazzi ha creato un’atmosfera particolarmente vivida, non certo un malinconico revival. Per di più l’ironia, e l’intelligenza di Luttazzi (da Donatella ereditate in toto), e la sua musicalità, risultano assolutamente moderni: tanto che le versioni registrate scelte da Gatto per affiancarle ai live di Chiedimi Tutto, Souvenir d’Italie, Legata ad uno scoglio sono state quelle di interpreti a noi contemporanei, rispettivamente Fiorello, Karin Mensah e Fabio Concato.  E’ opportuno a questo punto che io vi riporti il testo di Legata ad uno scoglio, una delizia gioiosamente e volutamente surreale, resa mirabilmente dalla Luttazzi e anche ben sottolineata musicalmente da Biseo.

Legata ad uno scoglio
ti voglio baby
così quando mi sveglio
col sorgere del dì
ti trovo che aspetti
legata a quello scoglio lì
Oh sì, sì, sì, sì, sì.

Fidarmi dei tuoi baci
non posso credi,
perchè se c’è la nebbia
sparisci lì per lì,
per questo ti tengo
legata ad uno scoglio così,
oh sì, sì, sì.

Forse sarà un po’ scomodo,
ma l’amore è anche sacrificio.
Non ti ho portata al mare
per lasciarti sbaciucchiare
dal giovane leone
Bevilacqua Vinicio.

Legata ad uno scoglio
mi piaci baby
è già trascorso luglio
e siamo ancora qui.
Io serio che guardo,
tu forse un po’ seccata,
legata
legata a quello scoglio lì

Ascoltando i live e le versioni scelte da Gatto, sono emersi in maniera evidente il Jazz e dello swing sempre sottesi in questo artista attualissimo e mai abbastanza rimpianto: a questo proposito vi consiglio di ascoltare la versione della canzone qui sopra interpretata da Stefano Bollani. Una guida all’ascolto gioiosamente anomala, dunque, in cui si è spaziato dalla musica “leggera” (che così leggera non è – Luttazzi era un musicista eccellente sotto quella “crosta” di ottimo varietà televisivo) al Jazz, con la Luttazzi e Biseo impegnati anche a reinterpretare brani leggendari quali Samba de una nota di Jobim (autore adorato da Donatella, per sua stessa ammissione)  o ‘Round Midnight di Monk. Gerlando Gatto ha così, con le sue interviste ed i suoi brani scelti, ripercorso non solo un particolare periodo d’oro della tv e della musica italiana, sollecitando Donatella Luttazzi a raccontare pezzetti della vita privata con un padre così “importante” ed esplosivo”, ma anche, più tradizionalmente, quella storia del grande Jazz americano che tanto aveva influenzato Lelio Luttazzi.
La serata si chiude con il delizioso Orango Tango, brano ironico a firma Donatella Luttazzi, che ha una vena comica impareggiabile e che ha scatenato risate ed applausi del pubblico.
I pomeriggi alle Officine San Giovanni continuano, sempre a martedì alterni, viaggiando attraverso le mille possibilità del Jazz. Prossimo appuntamento martedì 4 aprile con il pianista Andrea Zanchi.

 

Quando rischiare fa bene all’anima: Cettina Donato, Sonia Spinello

 

Altre volte mi è capitato di illustrare i motivi che, una decina d’anni fa, mi hanno spinto ad aprire questo sito: la volontà di tenere allenata la mente, la necessità di avere qualcosa da fare e, dopo quindici anni di giornalismo economico, il piacere di dedicarsi interamente alla musica e in particolare al jazz.

Ciò perché seguo questa musica da sempre e quindi ho ritenuto importante esclusivamente per me – intendiamoci – la possibilità di poter esprimere il mio parere senza condizionamento alcuno. Così quando ho dato vita a “A proposito di  jazz” non mi ha sfiorato neppure lontanamente il pensiero di poterci guadagnare qualcosa…e bene ho fatto perché in dieci anni di attività non ne ho ricavato un solo euro.

In compenso non sono mancate le polemiche, alle volte anche molto aspre e immotivate… così come, per fortuna, non sono mancate le soddisfazioni, in special modo quelle legate alla segnalazione di jazzisti o alle prime armi o che godevano di poca considerazione.

In effetti mi è sempre piaciuto assumermi dei rischi in tale direzione: ricordo a me stesso, con immutato piacere, di essere stato il primo giornalista italiano a dedicare un articolo, quando ancora nessuno lo conosceva, a Fabrizio Sferra che successivamente sarebbe divenuto uno dei più grandi batteristi italiani; mi è andata egualmente bene quando ho segnalato alla generale attenzione due artisti come il pianista-organista Pippo Guarnera e Roberto Spadoni di cui di recente abbiamo apprezzato l’ultimo album “Travel Music”.

Qualcosa di simile è avvenuto proprio in queste ultime settimane con due artiste che mi stanno particolarmente a cuore e le cui vicende illustrerò in ordine alfabetico per non far torto ad alcuna: Cettina Donato e Sonia Spinello.

Cettina Donato è una bravissima pianista ma soprattutto compositrice messinese che, proprio in questi giorni, sta presentando la sua ultima fatica discografica, “Persistency – The New York Project” realizzata con il grande batterista Eliot Zigmund,  il sassofonista Matt Garrison e il contrabbassista Curtis Ostle. In repertorio, oltre ad un brano di Carla Bley “Lawns”,  sette composizioni di Cettina concepite come omaggi agli artisti più amati dall’artista siciliana: George Gershwin, Thelonious Monk e Herbie Hancock, che ha avuto un ruolo importante nella crescita della Donato avendola  più volte incoraggiata a sviluppare le sue capacità compositive. E questo album rappresenta, per l’appunto, il raggiungimento di una piena maturità che qualifica l’artista siciliana come una delle migliori rappresentanti del jazz made in Italy soprattutto – è importante ripeterlo – dal punto di vista compositivo. L’album sta, in effetti, raccogliendo entusiastici consensi, tutti più che meritati, in quanto le composizioni sono ben scritte, equilibrate, caratterizzate da uno squisito senso melodico non disgiunto da una certa raffinatezza armonica. E non è certo un caso che artisti come Garrison, Ostle e Zigmund si siano prestati con entusiasmo ad incidere l’album in oggetto.

Ebbene su Cettina ho scommesso sin dall’inizio, sin da quando è apparso sul mercato nel 2008 il suo primo album, “Pristine”; in quella occasione rimasi talmente ben impressionato da scrivere un articolo e intervistare Cettina per un programma televisivo che allora conducevo.

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Leggermente diverso il discorso per quanto concerne Sonia Spinello. Di recente ho ascoltato un suo album, “WONDERland”, che mi è particolarmente piaciuto sia per le possibilità vocali della cantante, sia per la sincerità e l’amore verso le composizioni di uno dei più grandi artisti della scena pop mondiale che più ha influenzato la musica contemporanea a 360 gradi, sia per il modo assai originale di interpretare tali brani conosciuti in tutto il mondo. Accanto alle composizioni di Stevie Wonder, il progetto propone anche composizioni inedite ispirate alla sua poetica. Ultima, ma non meno importante considerazione: l’album risulta di spessore anche perché la Spinello è accompagnata da un ottimo gruppo costituito da Roberto Olzer al piano, Yuri Goloubev al basso, Mauro Beggio alla batteria, Fabio Buonarota al flicorno, Bebo Ferra alla chitarra.  Spinto da tali considerazioni ho votato la Spinello come miglior talento all’annuale “Top Jazz”, ovviamente senza esito alcuno. Di qui qualche dubbio: che mi fossi sbagliato? Che mi fossi lasciato trascinare dalla mia ammirazione per Stevie Wonder? Fortunatamente dall’estremo Oriente sono arrivate notizie confortanti che mi inducono a restare ancora lontano dalle filiali Maico: in Giappone “WONDERland”  è appena stato selezionato, fra moltissime produzioni provenienti da tutto il mondo, per il primo posto della classifica audiofila riservata alle voci internazionali del Jazz stilata da una delle riviste giapponesi di critica Jazz più autorevoli (HIHYO – Jazz Critique Magazine).

E molto successo il disco sta ottenendo anche negli USA sia tra il pubblico degli acquirenti sia tra gli addetti ai lavori.

La stessa cosa accadrà in Italia? Consentitemi di nutrire qualche ragionevole dubbio!