Riparte da 11 una delle rassegne più visionarie della scena musicale friulana: Note Nuove

L’incipit del comunicato stampa recita così: “per chi crede alla simbologia dei numeri, l’11 esprime l’illuminazione e l’ottica visionaria; Note Nuove, la rassegna ideata e promossa da Euritmica, con il sostegno della Regione FVG e del Comune di Udine, una piattaforma di confronto delle trasformazioni della musica contemporanea, giunge alla sua undicesima edizione e lo fa – spiega il direttore artistico Giancarlo Velliscig – “con la consapevolezza di aver sempre portato a Udine e in regione artisti capaci di “inventare” linguaggi innovativi, con una visione mai statica della musica. Oltre a ciò Note Nuove sarà ancora una volta il palcoscenico delle più interessanti e valide proposte musicali del territorio”.

Note Nuove, in effetti, è una rassegna che Euritmica ha sempre sviluppato cercando di esplorare il panorama jazzistico e della musica contemporanea nazionale ed internazionale nelle sue più diverse forme espressive, senza porre steccati di genere, partendo dalla sua matrice popolare, percorrendo le vie della ricerca e della sperimentazione, rivisitando i classici attraverso nuovi codici e linguaggi, con un’apertura verso la migliore produzione artistica espressa in quei territori di confine.

Quello dell’undicesima edizione è un programma poliedrico, che inizierà il 21 febbraio con il nuovo progetto live di James Senese Napoli Centrale, che festeggia sul palco del Teatro Palamostre il traguardo dei 50 anni di carriera e l’uscita di un nuovo album live doppio, e un’appendìce estiva nella quale è previsto il ritorno in terra friulana di Francesco De Gregori.

Il cartellone prevede quindi, il 7 marzo in occasione della Festa della Donna, un omaggio al mondo femminile con il musical “Ode a Tina”, tributo al genio artistico e all’incredibile vicenda umana della friulana Tina Modotti, fotografa, attrice, rivoluzionaria, splendente icona del Novecento. Un musical popolare, vocale e recitativo, che racconta la storia di questa straordinaria donna friulana che visse da protagonista, con palpitante partecipazione e grande sensibilità artistica, episodi storici del primo novecento.

Mercoledì 21 marzo sarà la volta di un altro tributo, a due grandi poeti e intellettuali friulani da poco scomparsi: Leonardo Zanier e Pierluigi Cappello. Lo spettacolo “Quando muore un poeta…” vedrà protagonisti, in una doppia performance, il cantautore Lino Straulino, che ha da poco pubblicato un album dal titolo “Ogni sera: Straulino canta Zanier” e la cantante e compositrice Elsa Martin, con “La Via dei Canti – dedica a Pierluigi Cappello”.

Il programma prosegue sempre a Udine il 28 marzo, con il secondo dei due musical. In scena al PalaMostre una delle opere rock più amate della storia: “Jesus Christ Superstar”, scritta nel 1970 da Andrew Lloyd Webber e Tim Rice. Questa produzione è firmata da Nathan Vitta eTwenty Count per Remitour ed è diretta da Leonardo Zannier, che interpreta anche la parte protagonista di Giuda, assieme ad un organico di 8 cantanti, una band di 6 musicisti, un corpo di ballo e un coro. Una produzione imponente e spettacolare!

Sarà il Friuli Venezia Giulia ad ospitare, il 10 aprile, l’unica data per il Nord Italia di Kenny Barron, uno dei migliori pianisti al mondo, vincitore degli Awards 2017 per la Jazz Journalists Association, come pianista dell’anno e più volte recensito dai nostri autori. Barron, nato nel 1943 a Philadelphia, inizia la sua ascesa verso l’Olimpo del pianismo jazz negli anni ’60, suonando al fianco di Dizzy Gillespie. Genio del be-bop, tecnica sopraffina, sperimentazione sonora e uso di preziose e inconsuete tessiture armoniche sono le caratteristiche che rendono il suo stile unico. Difficile dire chi, tra i nomi eccellenti del jazz contemporaneo, Kenny non abbia accompagnato: parliamo di Stan Getz, Yusef Lateef, Freddie Hubbard, Roy Haynes, Dave Holland… Dagli anni ottanta, il pianista americano predilige nelle sue performance la formula solistica e in “piano solo” si esibirà anche al PalaMostre di Udine.

Piccola ma significativa nota a margine del programma: per il secondo anno, Euritmica propone una speciale e meritevole iniziativa volta a favorire la partecipazione dei giovani ai concerti. Gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado (Conservatori inclusi) entrano agli spettacoli di Note Nuove con un biglietto speciale al prezzo simbolico di € 1. Per prenotare tali biglietti basterà inviare una mail di richiesta a stampa@euritmica.it 

I biglietti per i concerti sono disponibili su VivaTicket.it, nelle prevendite autorizzate e si possono prenotare anche inviando una mail a stampa@euritmica.it – info 04321744261 www.euritmica.it

I NOSTRI CD. TRA NOVITA’ INTERESSANTI E RIEDIZIONI DI LUSSO

Jon Balke, Siwan – “Nahnou Houm” – ECM 2572

Il pianista e tastierista norvegese si è oramai costruito una solida reputazione come artista capace di frequentare con eguale disinvoltura sia il jazz più moderno, sia la musica antica. Ed è proprio su quest’ultimo versante che si indirizza il suo progetto Siwan nato nel 2007 e sviluppatosi nel 2008. Nel 2009 il debutto per ECM, con l’album “Siwan” che vinse, tra l’altro, il “Jahrespreis der deutschen Schallplattenkritik”, il premio del migliore album dell’anno dai critici tedeschi. Ora Siwan si ripresenta con questo nuovo album caratterizzato dal cambio della vocalist: al posto di Amina Aloui dal Marocco troviamo Mona Boutchebak dall’Algeria. Ma il risultato non cambia di molto dal momento che le linee ispiratrici del progetto rimangono inalterate e cioè far coesistere musica araba, classica andalusa e barocco europeo anche se questa volta i testi, cantati in castigliano, vengono da fonti diverse: il poeta duecentesco Ibn al Zaqqaq, il mistico sufi trecentesco Attar Faridu Din, il drammaturgo madrileno Lope De Vega (1562-1635), San Juan de la Cruz (in realtà Juan de Yepes Alvarez, 1542-1591) carmelitano e doctor mysticus, patrono dei poeti di lingua spagnola. Dal punto di vista prettamente musicale Jon Balke ha voluto dare ancor maggior spessore alla formazione includendo il trombettista Jon Hassell mentre reduci dal primo album ritroviamo, oltre naturalmente a Balke, Helge Norbakken alle percussioni, Pedram Khaver Zamini tumbak e Bjarte Eike violinista e leader dell’ensemble barocco ‘Barokksolistene’. Date queste premesse si può facilmente comprendere come questa musica sia lontana dal jazz assumendo una sua specifica valenza nella straordinaria timbrica che Balke riesce a cavar fuori utilizzando tanti strumenti non del tutto consueti. Di qui la difficoltà di citare un brano in particolare anche si ci ha particolarmente colpiti l’esecuzione a cappella del canto tradizionale andaluso “Ma Kontou”. Insomma un album difficile da decifrare ma altrettanto difficile da trascurare.

Django Bates’ Beloved – “The Study Of Touch” – ECM 2534

Ecco un disco di jazz senza se e senza ma dal momento che vi si trovano tutti quegli elementi che comunemente identificano questo genere: innanzitutto straordinaria abilità tecnica di tutti i musicisti, ritmo, groove, improvvisazione, controllo della dinamica, interplay …e poi un repertorio che ha come stella polare la musica di Charlie Parker. Protagonista il trio del pianista inglese Django Bates completato dallo svedese Frans Petter Eldh al contrabbasso e dal danese Peter Bruun alla batteria. Dopo alcune diversificate esperienze discografiche che lo hanno visto, tra l’altro, nella triplice veste di musicista, arrangiatore e direttore della Frankfurt Radio Big Band in “Saluting Sgt. Pepper” (Edition Records, 2017), Django ritorna al suo vecchio trio costituito nel 2005, quando insegnava al Copenhagen’s Rhythmic Music Conservatory, formazione con cui ha già inciso due album, “Beloved Bird” (2010) e “Confirmation” (2012), entrambi per la Lost Marble ed entrambi tributi espliciti a Charlie Parker, mentre in questo terzo CD il grande sassofonista rimane lì, quasi sullo sfondo, ad indicare la strada che il trio deve percorrere. Ecco quindi undici brani, di cui nove composti da Bates, solo un brano di Parker – “Passport” – e un altro di Iain Ballamy. La musica è spigolosa, serrata, incalzante in cui l’intesa gioca un ruolo di primo piano: interessante notare al riguardo come delle undici tracce di “The Study Of Touch” ben cinque – “We Are Not Lost, We Are Simply Finding Our Way”; “Sadness All the Way Down”; “Senza Bitterness”; “Giorgiantics”; “Peonies as Promised” – fossero già presenti nel precedente album “Confirmation” ad indicare, con tutta probabilità, la volontà di Bates di tornare sui suoi passi per meglio profittare dell’intesa raggiunta con i suoi partners ed espandere così i confini musicali del trio.

Anouar Brahem – Blue Maqams – ECM 2580

Con questo album, pubblicato in occasione del suo sessantesimo compleanno, Anouar Brahem si esprime con stilemi ancora più vicini al jazz propriamente detto, in ciò agevolato dai superlativi compagni di viaggio: Django Bates al pianoforte (su cui vi abbiamo riferito proprio nella recensione precedente) Dave Holland al contrabbasso e Jack DeJohnette alla batteria, come a dire una delle migliori sezioni ritmiche che il jazz possa vantare. In repertorio nove composizioni dello stesso Brahem (di cui due – “Bahia” e “Bom datano 1990 – mentre le altre sono state composte tra il 2011 e il 2017) a sugellare una prova tra le migliori che lo specialista di oud ci abbia finora regalato. Tutto l’album poggia sulla volontà, chiaramente espressa da Brahem, di far interagire il sound della combinazione pianoforte-oud con una vera e propria sezione ritmica jazz. Di qui la scelta di Dave Holland con il quale Anouar aveva inciso venti anni fa l’album “Thimar” in trio con John Surman, di Jack DeJohnette (con il quale viceversa Anouar mai aveva inciso) per la delicatezza e sottigliezza con cui si esprime su piatti e pelli mentre per il pianista la scelta è caduta non già sul partner di sempre (da più di trent’anni) François Couturier ma su Django Bates per la sua liricità e il tocco portentoso. Scelte giuste? A posteriori si può ben dire di sì. La musica scorre fluida a coniugare input provenienti dalle armonie del jazz europeo, dalla tradizione musicale araba, dalle splendide melopee brasiliane, dai ritmi africaneggianti in un costante e ricercato equilibrio fra tradizione e modernità, tra pagina scritta e improvvisazione. E quanto tale equilibrio sia perfetto lo dimostra il fatto che è davvero difficile, se non impossibile, stabilire quali siano le parti scritte e quali quelle improvvisate. Un’ultima notazione: i «Maqams» richiamati nel titolo dell’album sono un riferimento al sistema modale della musica tradizionale araba.

John Coltrane – “Giant Steps” – Green Corner

In termini strettamente musicali non ci sarebbe certo bisogno di presentare quest’album ché si tratta di uno dei capolavori inciso da John Coltrane nel maggio del 1959 alla testa di un quartetto comprendente i pianisti Tommy Flanagan e Wynton Kelly, il contrabbassista Paul Chambers e il batterista Jimmy Cobb. Dal punto di vista storico, fu il suo primo album per la Atlantic Records e il primo interamente costituito da proprie composizioni, nonché l’insieme di registrazioni che segna il definitivo passaggio di Coltrane dall’hard-bop al modale. Insomma una musica che sicuramente tutti gli appassionati di jazz conservano gelosamente nella loro discoteca per cui ci permettiamo di rivolgerci soprattutto a quanti si sono avvicinati al jazz da poco: se ancora non possedete questo album è l’occasione buona per averlo. Non ve ne pentirete dal momento che ascolterete alcune vere e proprie perle della discografia jazzistica di tutti i tempi quali, tanto per citare qualche titolo, la dolcissima “Naima” e il classico “Mr. P.C.”. Al di là della valenza artistica, l’album edito in un numero limitato di copie, presenta un interesse specifico per i collezionisti in quanto presenta i medesimi brani incisi in versione sia mono sia stereo. In effetti, negli ultimi anni ’50, presso le grandi case discografiche era abitudine abbastanza comune registrare ambedue le versioni di uno stesso titolo, differenziandoli con i numeri di riferimento. Ciò perché all’epoca lo stereo era una innovazione molto recente e quindi i relativi mezzi di riproduzione non erano molto diffusi; sappiamo bene come poi sono andate le cose: il mono è andato nel dimenticatoio. Senonché in questi ultimi anni molti esperti e gli stessi musicisti hanno rivalutato il suono mono come più fedele rispetto all’originale. Di qui la scelta di pubblicare le due versioni e sicuramente troverete il raffronto molto, molto interessante.

John De Leo, Fabrizio Puglisi – “Sento doppio”

Album molto interessante questo “Sento doppio” che vede come protagonisti il vocalist romagnolo di Lugo, John De Leo, (al secolo Massimo De Leonardis), una delle figure più rappresentative della nuova scena musicale italiana, e il pianista catanese Fabrizio Puglisi cui si aggiunge in due brani il ben noto trombonista Gianluca Petrella. L’album è disponibile sia in cd che in vinile e nelle due versioni è diversificato da brani alternativi e inedite bonus track. Quali i motivi di interesse cui si faceva riferimento in apertura? Innanzitutto la bravura dei due protagonisti: De Leo è oramai artista maturo, ben consapevole delle proprie possibilità espressive per cui riesce a modulare la sua voce, ad utilizzarla in maniera ora aggressiva ora più dolce ma sempre conferendole mille colori, mille sfumature che la rendono strumento dalle infinite possibilità. E questo tipo di approccio alla musica si sposa perfettamente con il fraseggio di Puglisi, tutt’altro che scontato, grazie anche al modo particolare in cui riesce a preparare il pianoforte. In secondo luogo la scelta del repertorio: 8 brani di cui sei originals cui si sommano una medley di due pezzi composti da Bernstein e Coltrane e la celebre “Crepuscule with Nellie” di Thelonious Monk. Ebbene, sia che affrontino le proprie partiture sia che si misurino con brani già noti, la cifra stilistica dei due non muta: contrariamente a quanto avviene solitamente, qui non si ascolta una voce accompagnata da uno strumento, ma un ensemble nell’accezione più completa del termine. Ovvero due strumenti che si sostengono a vicenda, che si lasciano guidare anche dalle proprie capacità improvvisative e che riescono a produrre un sound unico, originale, a tratti di grande fascino. Quasi inutile sottolineare come gli interventi di Petrella siano sempre di assoluto livello.

Martin Denny – Hypnotique – Jackpot 48778

Afro-Desia – Jackpot 48779

Questi due album sono consigliati soprattutto ai più giovani non tanto come valenza musicale quanto come valore documentaristico sì da avere contezza di quanta musica, diversa per stili e ispirazione, è stata composta nel microcosmo del jazz o comunque di universi a questo linguaggio assimilabili. Siamo alla fine degli anni’50, per la precisione nel 1957, e sulle scene compare un album significativamente intitolato “Exotica”. Responsabile Martin Denny un pianista e compositore newyorkese che intraprende la carriera musicale negli anni cinquanta durante la sua permanenza nelle Hawaii. Proprio ispirato dalla musica di queste isole, Martin inventa una ricetta per palati non troppo esigenti: mescolare ritmi latini, lounge jazz, musica hawaiana, canti di uccelli e strumenti poco conosciuti come il koto (cordofono di origine cinese), ensemble di percussioni di origine indonesiana e le campane dei templi birmani a disegnare atmosfere per l’appunto esotiche. L’iniziativa ottiene un buon successo: nel ’57 esce “Exotica” seguito a stretto giro di posta da altri tre LP, “Exotica 2” sempre del ’57, “Primitiva” e “Forbidden Island” ambedue del 1958. I CD che presentiamo oggi contengono, invece, produzioni del 1959: il primo due album “Hypnotique” e “The Enchanted Sea”, il secondo altri due lp “Afro-Desia” e “Quiet Village”; ambedue le riedizioni presentano come bonus tracks brani tratti dagli altri LP registrati tra il 1957 e il 1959. Fra le trenta tracce non poteva mancare “Quiet Village” di Les Baxter che raggiunse le vette delle classifiche di Billboard e che è stato l’unico brano di grande successo inciso da Denny. L’artista muore il 2 marzo del 2005 all’età di novantatré anni, dopo aver ottenuto nel 1999 il Lifetime Achievement Award da parte della Hawaii Musicians Association per il contributo dato alla diffusione e conoscenza della musica hawaiana

Tom Hewson – “Essence” – CamJazz 7912-2

Inglese, vincitore del Nottingham International Jazz Piano Competition 2014, Tom Hewson è al suo secondo album per la CamJazz ma con una differenza sostanziale. Nel primo, “Treehouse” del 2013, il pianista si esibiva in trio con Lewis Wright al vibrafono e Calum Gourlay al basso, mentre in questo “Essence”, registrato a Vienna, si avventura nella delicata impresa del piano-solo. Ora ben si conoscono le difficoltà insite nell’affrontare una prova del genere e occorre dire che Tom ne esce bene. Certo, niente di veramente nuovo sotto il sole, ma la conferma di un musicista maturo, che riesce a farsi valere non solo come strumentista ma anche come compositore. Non a caso delle undici tracce del disco ben otte sono sue, cui si aggiungono tre brani rispettivamente di Kenny Wheeler, Charles Mingus e John Taylor. Il pianismo di Hewson è interessante soprattutto dal lato armonico in quanto riesce a creare atmosfere sempre diversificate, fluide cui si aggiungono un controllo assoluto sulle dinamiche e sul ritmo, una propensione melodica sempre presente, percepibile in ogni momento, una continua ricerca timbrica e un tocco magistrale che transita facilmente dal delicato al fortemente percussivo. Il tutto supportato da una forte personalità che si estrinseca compiutamente anche quando il pianista inglese interpreta i tre brani altrui cui prima si faceva riferimento. Si ascolti al riguardo il celeberrimo “Goodbye Pork Pie Hat” di Charles Mingus porto con grande partecipazione mentre, per quanto concerne i brani originali, particolarmente azzeccata la title-track di sicura fascinazione.

Alberto La Neve, Fabiana Dota – “Lidenbrock” – Manitu Records

E’ stato pubblicato il 5 dicembre scorso questo “Lidenbrock – Concert for sax and voice”, il nuovo progetto discografico del sassofonista/compositore cosentino Alberto La Neve e di Fabiana Dota, emergente vocalist napoletana su cui si può certamente puntare. Si tratta di un concept album ispirato dalla figura di Otto Lidenbrock, personaggio che nel noto romanzo fantastico di Jules Verne “Viaggio al centro della Terra” riveste il ruolo del personaggio chiave. Di qui una sorta di viaggio sonoro, una suite divisa in quattro parti, tutte composte da Alberto La Neve, che ripercorrono le tappe fondamentali del romanzo: la prima “Dèpart” ovviamente riferita alla partenza da Amburgo; la seconda “Island” racconta l’arrivo dei viandanti nel punto indicato da Verne come ingresso al centro del mondo; la terza, “Sneffels”, è riferita al vulcano attraverso le cui viscere si arriva al mare sotterraneo; “Retour” infine racconta del faticoso ritorno ad Amburgo. Edito dalla giovane etichetta Manitù Records, l’album è difficile da classificare in quanto i due musicisti dialogano con grande disinvoltura disegnando strutture al cui interno trovano posto, sapientemente mescolate, suggestioni derivanti da loop machine, multi effetti e momenti improvvisativi sempre sorretti da un intento descrittivo che il più delle volte raggiunge l’obiettivo. Certo, come più volte sottolineato, affidare alla musica un intento descrittivo è impresa quanto mai rischiosa ed in effetti anche questa volta ci sono dei momenti di stanca, ma nel complesso l’album ha una sua valenza che ne giustifica l’ascolto.

Massimo Manzi – “Excursion” – Notami

Massimo Manzi è tra i più apprezzati batteristi italiani, eppure era da ben dieci anni che non firmava un album come leader. Per questa sua nuova impresa, Massimo ha chiamato Domingo Muzietti alla chitarra e Massimo Giovannini al basso con l’aggiunta di Echae Kang, un’eccellente violinista e vocalist coreana dotata di una solida preparazione di base conseguita nel campo della musica classica. L’album, va detto subito, è quanto mai godibile dal primo all’ultimo minuto grazie al perfetto affiatamento che il trio, guidato da Manzi, è riuscito ad ottenere con la Kang, Così il violino della Echae si sposa magnificamente con il sound del trio creando un’atmosfera davvero intensa, velata spesso da una nota di suggestiva malinconia, non rinunciando ad un gusto retro particolarmente evidente nel brano “Domingo’s Waltz” in cui il richiamo ai gruppi guidati da Stephane Grappelli e Django Reinhardt è evidente. Ma, a parte questa particolarità, il quartetto si muove attraverso un repertorio fatto in massima parte da brani originali scritti soprattutto dal chitarrista Domingo Muzietti con l’aggiunta di alcuni standards affrontati sempre con consapevolezza ed originalità. Della Kang abbiamo già detto; gli altri componenti il gruppo sono tutti jazzisti di vaglia. In particolare Massimo Giovannini al basso si fa notare per il continuo sostegno fornito all’ensemble mentre Domingo Muzietti, come già accennato, ha modo di evidenziare non solo una squisita capacità strumentale ma anche una bella vena compositiva caratterizzata da una costante ricerca melodica; da sottolineare anche la grande intesa con Massimo Manzi cementata da tanti anni di fruttuosa collaborazione. Infine Manzi non è certo una scoperta: il suo drumming preciso, il suo gusto, la sua esperienza, la capacità di ascoltare i compagni di viaggio sono tutti lì, basta ascoltare con attenzione.

Mattias Nilsson – “Dreams of Belonging” – Mattias Nilsson 01

Ecco uno di quei pochi dischi che, appena finito, hai voglia di reinserire nel lettore per scovarne ogni minimo dettaglio, ogni recondita nuance, ogni piega nascosta nell’affascinante pianismo. Mattias Nilsson, svedese classe 1980, si inserisce a buon diritto nel filone dei grandi pianisti ‘nordici’ ossia di quegli straordinari musicisti che sono riusciti a produrre una musica originale caratterizzata dall’incontro fra la tradizione jazzistica e l’humus particolare del Nord Europa, quell’humus fatto di spazi immensi, grandi silenzi e quindi una dolce soffusa malinconia… il tutto condito da una tecnica superlativa data l’importanza che quei Paesi attribuiscono all’educazione musicale. Non a caso Mattias ha ricevuto nel 2013 il prestigioso premio “Swedish Harry Arnold Scholarship”. Questo “Dreams of Belonging” rappresenta il suo debutto discografico come leader e presentarsi, discograficamente parlando, con un ‘piano-solo’ è impresa quanto mai coraggiosa viste le insidie sempre presenti in performances di questo tipo. Ma, evidentemente, Nilsson si conosce assai bene per capire di essere pronto e i fatti gli hanno dato ragione. Come si accennava in apertura, l’album è delizioso, godibile dal primo all’ultimo istante, con le dita di Mattias che volano sulla tastiera a produrre una musica leggera (ma nell’accezione positiva del termine), ossia non appesantita da inutili orpelli, da vani esercizi di retorica stilistica. Il pianista svedese si appalesa così com’è, sensibile, preparato, non immune dal fascino che proviene sia dalla sua terra sia dal jazz. Così in repertorio figurano otto pezzi tratti dalla tradizione svedese, tre composizioni originali di Mattias e una cover di John Hartford “Gentle on My Mind”; in quest’ambito particolarmente suggestiva la title-track.

Northbound – “Northbound” – Cam Jazz 7917-2

Northbound è l’insegna del trio composto da Tuomo Uusitalo al piano, Olavi Louhivuori alla batteria (ambedue finnici) e dall’americano Myles Sloniker al basso, cui nell’occasione si aggiunge l’anglo-canadese Seamus Blake al sax tenore. Ecco, quindi, nuovo di zecca un quartetto che ha molte frecce al suo arco. Innanzitutto la bravura dei singoli: si tratta di quattro musicisti giovani ma che hanno ottenuto significativi riconoscimenti a livello internazionale. In secondo luogo – ed è forse quel che più conta – le modalità espressive. Il quartetto si esprime, infatti, su livelli che potremmo definire introspettivi con armonie spesso dissonanti, linee melodiche tutt’altro che facili od orecchiabili e ritmi inusuali. Di qui una musica spesso sghemba, difficile da prevedere, ma sempre ben equilibrata, con un costante controllo delle dinamiche, frutto di un continuo scambio tra i musicisti che si affidano all’estro del momento, all’empatia che si manifesta in sala di incisione, per assumere alternativamente il controllo delle operazioni. Non c’è quindi alcun leader ma quattro jazzisti che si avventurano su terreni inesplorati in cui il viaggio è di per sé più importante della meta da raggiungere (ammesso che la stessa sia stata programmata). L’assenza di un leader non ci esime, tuttavia, dal sottolineare la costante ricerca timbrica e coloristica di Olavi Louhivuori, batterista-percussionista tra i migliori della nuova scena europea, mentre Seamus Blake dimostra ancora una volta perché su di lui si appunti l’attenzione di importanti etichette. Tra i brani, tutti frutto dei componenti il trio, una menzione particolare la meritano “Gomez Palacio” per il gustoso assolo di Myles Sloniker al basso e il ¾ di “Pablo’s Insomnia”.

Gino Paoli, Danilo Rea – “Tre” – Parco della Musica Records

Amate la canzone francese, eseguita in forma quasi minimale, con arrangiamenti che profumano di jazz? Bene, allora questo è un album imperdibile. Si tratta del terzo CD inciso dal duo Danilo Rea pianoforte e Gino Paoli voce, che fa seguito a “Due come noi che…” e “Napoli con amore” e a, nostro avviso, si tratta dell’album migliore della trilogia. I due hanno scelto un repertorio straordinario incidendo dodici brani tutti di spessore e dovuti ad alcuni tra i migliori compositori francesi del genere quali Charles Trenét, Jacques Breil, Gilbert Becaud, Joseph Kosma, Jack Prévert, Leo Ferrè cui si aggiungono “Non andare via” e “Col tempo”, tradotti in italiano dello stesso Gino Paoli. L’album ti prende sin dalle primissime note e disegna atmosfere di rara suggestione, velate da una diffusa malinconia che la voce di Paoli e il raffinato pianismo di Rea rendono al meglio. Intendiamoci: qui di jazz ce n’è poco, ma poco importa dal momento che la musica è ottima indipendentemente dal suo tasso di ‘jazzità’. Il fatto è che i due protagonisti non devono certo dimostrare alcunché. Gino Paoli è uno dei più grandi cantautori italiani ed è stato tra i primi ad introdurre nel nostro vocabolario musicale la canzone francese, mettendo così la sua arte al servizio di altri. Danilo Rea è uno dei migliori pianisti che l’intero Vecchio Continente possa vantare e che ha trovato la sua peculiare cifra stilistica proprio nel saper padroneggiare, al meglio, il mix tra jazz e altre musiche, soprattutto canzoni e arie liriche. Di qui la grande sicurezza con cui i due hanno affrontato – e superato – questa prova pur impegnativa che, almeno per il momento, dovrebbe concludere questa prestigiosa e fruttuosa collaborazione.

Salvatore Pennisi – “Jexx Machina”

Dopo“Braintrain” del 2012, segnalato in questa stessa rubrica, Salvatore Pennisi si ripresenta con questo album davvero particolare sia negli intenti sia nei risultati. Per capire appieno l’album bisogna innanzitutto evidenziare come Pennisi, oltre che musicista a tutto tondo, è ingegnere elettronico e professore ordinario all’università di Catania dove insegna microelettronica. Di qui il suo interesse per le nuove tecnologie cui si è rivolto per la realizzazione di questo CD. In effetti, come spiega lo stesso Pennisi, se si esclude il valido contributo di Giuseppe Asero al sax registrato in studio, tutto il resto della musica è stato realizzato dallo stesso Pennisi all’interno di un computer. Insomma una sorta di sfida tendente a dimostrare come sia possibile generare “jazz dalla macchina” (da cui il titolo), ricreando mediante la tecnologia suoni acustici per farli convivere con suoni puramente digitali e far confluire il tutto in atmosfere di musica “viva”. Obiettivo raggiunto? Se si ascolta il disco senza le premesse sopra dette, non si ha la sensazione di una musica scaturita da un computer. Quindi sotto questo aspetto Pennisi ha perfettamente raggiunto lo scopo. Ciò detto si tratta di musica qualitativamente rilevante? A parte qualche momento di stanca, inevitabile in un’operazione siffatta, l’album si ascolta con piacere evidenziando alcune punte di eccellenza come in “Sparks” e la title track sorretti da una trascinante carica ritmica o nel suggestivo “A Tangible Thought”. Da sottolineare, infine, come Pennisi non dimentichi il contesto in cui si trova ad operare; di qui l’inserimento di una frase pronunciata da Paolo Borsellino nel giugno del 1992, in cui si salutava con soddisfazione la marcia indietro del Consiglio Superiore della Magistratura che aveva deciso di rimettere in piedi il pool antimafia.

Pollock Project – “Speak Slowly Please!” – Behuman Records

Questo è il quarto album del Pollock Project che da trio è diventato quartetto; così accanto al leader, il pianista, percussionista e compositore Marco Testoni, ritroviamo Elisabetta Antonini (voce, live electronics) e Simone Salza (sassofoni e clarinetto) cui si aggiunge il chitarrista svedese Mats Hedberg. Special guests: Primiano Di Biase al piano, Giancarlo Russo e Guido Benigni al basso. In programma sette originali di Testoni (uno con il testo della cantautrice irlandese Kay McCarthy) e due omaggi a Miles Davis (“So What”) e Frank Zappa (“Watermelon In Easter Hay”). Il risultato è ancora una volta notevole: innanzitutto è rimasto ben strutturato l’equilibrio del gruppo che continua a muoversi con un sapiente e misurato uso dell’elettronica cui si contrappone il sound della voce e degli strumenti acustici, puzzle in cui si inserisce senza problema alcuno il chitarrista svedese Hedberg. All’inizio l’album richiama il sound dei Weater Report poi, nel secondo brano, ecco il richiamo ai Gotan Project … ma il clima è rotto da un intervento di Salza dopo di che, come altre volte, il gruppo si avvia ad assumere quella sua precisa identità che avevamo riscontrato nei precedenti album. Così la musica si mantiene eterea a soddisfare sia l’amante di sonorità più moderne, più caratterizzate dall’elettronica, sia l’appassionato di jazz grazie soprattutto alle sortite solistiche di Simone Salza. E queste caratteristiche il gruppo le conserva anche quando esegue brani assai impegnativi come il davisiano “So What” preso a tempo veloce e impreziosito da una superba performance di Elisabetta Antonini. Comunque il brano che ci ha maggiormente convinti è la title-track una ballad che la dice lunga sulla capacità compositive di Testoni e sulle possibilità interpretative del gruppo.

Maciek Pysz, Daniele Di Bonaventura – “Coming Home” – Caligola 2232

Ecco un album sorprendente! Non si può, infatti, dire che un duo costituito da chitarra (acustica ed elettrica) e bandoneon, nelle mani rispettivamente di Maciek Pysz polacco di stanza a Londra e Daniele Di Bonaventura marchigiano di Fermo, si ascolti ogni giorno. Così come non si può certo dire che la musica prodotta dai due sia banale. La verità è che ci troviamo dinnanzi ad un CD di estrema raffinatezza in cui due specialisti dei rispettivi strumenti si incontrano per fondere le loro voci e dar vita a un qualcosa di sorprendente, per l’appunto. Qui c’è tutta la poesia che la musica possa comprendere, c’è l’empatia che si sviluppa tra due artisti pure di estrazione così diversa ma uniti dal comune amore per i paesaggi, per le atmosfere distese, per le melodie tratte dal folklore, per il tango. Di qui il titolo dell’album, “Coming Home”, un “Ritorno a casa” che viene vissuto dai due musicisti con motivazioni probabilmente diverse ma con lo stesso atteggiamento, lo stesso amore per ciò che si è momentaneamente lasciato ma che si ritrova con dolce piacere. Di qui un repertorio di undici brani tutti originali composti dai due con alcune punte di eccellenza raggiunte laddove i due suonano tango. Senza sapere che gli autori dei brani sono due europei, si potrebbe benissimo pensare che questi tanghi siano stati scritti da argentini tanto forte è la potenza espressiva della musica che sembra nata proprio nei sobborghi di Buenos Aires. Insomma non è un caso che Peter Jones del “London Jazz” l’abbia definito il miglior disco dell’anno.

Thomas Strønen – “Lucus”– ECM 2576

E’ un clima decisamente cameristico quello che si avverte ascoltando le prime note di “La Bella” il brano d’apertura di questo eccellente lavoro. Protagonisti il batterista norvegese Thomas Strønen con Ayumi Tanaka al pianoforte, Hakon Aase al violino, Lucy Railton al violoncello e Ole Morten Vågan al contrabbasso. Da jazzista aperto, intelligente e tutt’altro che conformistica, Thomas abbandona le atmosfere che solitamente caratterizzano il jazz del Nord Europa per addentrarsi su terreni diversi, molto più vicini alla musica colta contemporanea senza tuttavia dimenticare del tutto il background jazzistico. E a scelta dei compagni di viaggio è del tutto in linea con questo obiettivo: Ayumi Tanaka è una giovane pianista giapponese che ha studiato a Oslo, Hakon Aase è un raffinato violinista dalle brillanti capacità improvvisative, Lucy Railton è consideratauna delle migliori violoncelliste del momento mentre Ole Morten Vågan è contrabbassista di punta della nuova scena norvegese. Forte di tali individualità, Strønen, contrariamente ai precedenti album, si è abbandonato ad una scrittura più aperta, cioè ad una scrittura che contemporaneamente consente al leader di esplorare vari territori e lascia ai solisti maggiore libertà a seconda di come sentono la musica al momento in cui si esprimono. E il risultato è sorprendente: il gruppo manifesta un’impeccabile coesione in cui scrittura e improvvisazione si equilibrano in modo da tenere sempre ben viva l’attenzione dell’ascoltatore. I brani sono tutti scaturiti dall’inventiva del leader e presentano, quindi, una forte omogeneità anche se particolarmente interessante ci è parso il pezzo che dà il titolo all’album.

Joona Toivanen Trio – XX – CamJazz 7920-2

Ancora un pregevole album frutto della collaborazione tra l’etichetta italiana CamJazz e i musicisti finlandesi: “XX” è il titolo dell’album inciso a Cavalicco nel maggio del 2017 dal trio del pianista Joona Toivanen completato da Tapani Toivanen al contrabbasso e Olavi Louhivuori alla batteria. I lettori di questa rubrica ricorderanno, probabilmente di come ci siamo già occupati di questo eccellente pianista recensendo sia “At My Side” e “Novembre” rispettivamente del 2008 e del 2014 sempre con la stessa formazione, sia il piano solo “Lore Room” del 2015. In ognuna di queste occasioni avevamo espresso un giudizio assai positivo su Joona sorprendente in ambedue i contesti: trio e piano solo. Quindi la bontà di questo nuovo “XX” per lo scrivente non è certo una novità; anzi! Il trio conferma tutto ciò che di buono aveva evidenziato nei precedenti lavori: la band ha raggiunto un livello di sintesi notevole riuscendo a far convivere le peculiarità del jazz nordico (umori, sapori, una certa malinconia di fondo) con gli stilemi della tradizione jazzistica propriamente detta. Ma probabilmente il merito maggiore del trio consiste nell’esprimersi con grande semplicità sì da far apparire la loro musica estremamente fruibile senza essere banale.
Il trio si muove con grande leggerezza evidenziando una perfetta empatia che consente loro da un canto di preservare quella purezza del suono che da sempre costituisce una delle caratteristiche peculiari del trio, dall’altro di proseguire la ricerca sulla linea melodica e sulla cantabilità con un perfetto equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione. Si ascolti al riguardo sia “Robots” dalle suadenti linee melodiche sia “Mt. Juliet” un vero e proprio gioiellino che chiude l’album, impreziosito da un fitto dialogo pianoforte-contrabbasso.

Tiziano Tononi-“Trouble No More… All Men Are Brothers”- Long Song Records

C’era molta attesa attorno a questa nuova produzione di Fabrizio Perissinotto affidata ai Southbound guidati con perizia dal batterista, compositore, arrangiatore Tiziano Tononi. “Trouble No More… All Men Are Brothers” è una sorta di concept album essendo interamente dedicato alla musica degli Allman Brothers, gruppo di culto che soprattutto negli States rappresenta una vera istituzione. In effetti sia Tononi sia Perissinotto da sempre hanno estrinsecato la loro passione verso la musica di questo gruppo. Così nel 2015 le comuni idee cominciano a sedimentarsi in un progetto ben definito; durante la permanenza a New York per la registrazione di “The Brooklyn Express – No Time Left” dello stesso Tononi, i due incontrano il bassista newyorkese Joe Fondam uno degli elementi di spicco della scena newyorkese avendo tra l’altro collaborato con Anthony Braxton; Fonda è d’accordo e così passo dopo passo Tononi costruisce la formazione chiamando accanto a sé alcuni tra i migliori musicisti italiani quali, tanto per fare qualche nome, Piero Bittolo Bon al sax alto, clarinetto e flauto, Emanuele Parrini violino e viola, l’eccellente e poliedrica Marata Raviglia alla voce e come special guest il compagno di mille battaglie, Daniele Cavallanti, che ci regala un centrato assolo in “Soul Serenade”. Come al solito, quando ci si avventura in un’impresa del genere, l’interrogativo è sempre lo stesso: come omaggiare la musica di un gruppo con una sua precisa identità stilistica? La strada scelta da Tononi è coraggiosa e non a caso ha pagato: il batterista ha completamente ristrutturato la strumentazione sostituendo le due chitarre originariamente nelle mani di Duane Allman e Dickey Betts con due sassofoni mentre al posto della chitarra slide ecco il violino di Emanuele Parrini con la fisarmonica di Carmelo Massimo Torre al posto dell’organo. Insomma un completo ripensamento del modo di eseguire quella musica pur restando fedele alla stessa con un organico che marcia a tutto gas evidenziando una splendida intesa ed una forte capacità improvvisativa di tutti i musicisti chiamati all’assolo. Al riguardo eccezionale come sempre Joe Fonda strepitoso sia in fase di accompagnamento sia in versione solistica.

David Virelles – “Gnosis” – ECM 2526

Altro album, targato ECM, di non immediata lettura ma di indubbio fascino non solo per la qualità musicale ma anche per il progetto che la sottende. Protagonista David Virelles a be ragione considerato uno dei più interessanti pianisti cubani comparsi sulla scena negli ultimi anni. Contrariamente a molti suoi colleghi, Virelles si è dedicato allo studio della musica tradizionale afro-cubana riattualizzandola alla luce della sua ‘moderna’ sensibilità e quindi di un linguaggio improvvisativo contemporaneo. Di qui una serie di album quali “Continuum” (Pi Recordings, 2012) in collaborazione con il vocalist e percussionista Roman Diaz, “Mbókò” (ECM, 2013) e “Antenna” (ECM, 2016). Il titolo scelto per quest’ultimo album, inciso a New York nel maggio 2016, ma concepito nel 2014 ed eseguito in prima mondiale nel novembre 2015 al Music Gallery di Toronto, è “Gnosis” proprio ad evidenziare il riferimento ad una conoscenza collettiva antica, di natura esoterica. L’organico è piuttosto ampio con il leader coadiuvato innanzitutto dal compagno di altre avventure, il vocalist e percussionista Romàn Diaz, e poi un contrabbasso, due fiati, un ensemble di percussioni, una viola e due violoncelli e due voci aggiunte. Di qui una serie di brani che richiamano atmosfere assai diversificate: da “Erume Kondò” di chiara impronta tradizionale al successivo “Benkomo” in cui, specie all’inizio, la musica si fa più rarefatta, il colloquio tra piano e percussioni minimale, il clima molto più vicino alla musica contemporanea anche se inframmezzato da interventi vocali che richiamano un retaggio ancestrale afro-cubano. E questo alternarsi si avverte in tutto il disco: da un lato le percussioni e gli interventi vocali guidati da Ramon Diaz di chiara derivazione africana, dall’altro un contesto classico-contemporaneo disegnato da Virelles che si afferma non solo come pianista ma anche come compositore firmando tutti i brani dell’album. Infine, elemento da non trascurare, la pagina scritta riveste in “Gnosis” un’importanza determinante anche se, ovviamente, non mancano momenti in cui l’improvvisazione la fa da padrona.

Michael Wollny Trio – “Wartburg” – Act 9862-2

La genesi di questo album è ben illustrata da Michael Wollny nelle note che accompagnano l’album per cui preferiamo soffermarci su altri elementi. Innanzitutto la personalità del leader. Punta di diamante della Act, il pianista di Francoforte, passo dopo passo, si è imposto alla generale attenzione di pubblico e critica, grazie ad una tecnica sopraffina e ad una squisita sensibilità che lo porta ad improvvisare con grande naturalezza. Ed è proprio il riferimento all’improvvisazione la cifra che caratterizza lo stile del tedesco. La sua visione della musica è ampia, paragonabile – afferma lo stesso Wollny – al modo in cui parliamo: prima di pronunciare le parole noi non sappiamo esattamente cosa diremo, si tratta, cioè, di una continua improvvisazione. Ecco, lo steso discorso può farsi per la musica nel senso che quando si comincia a suonare può esserci un qualche punto di riferimento circa la melodia, il ritmo e l’armonia ma poi, il risultato finale, dipende da tutta una serie di fattori difficilmente ipotizzabili. E questa alea, questo piacere di rischiare si avvertono tutti ascoltando l’album che alla perfetta empatia già consolidata tra il pianista e i suoi abituali partners (Christian Weber al contrabbasso e Eric Schaefer alla batteria) aggiunge la piena, convinta adesione al progetto di Emile Parisien al sax soprano in due brani. Ma, ovviamente, è il leader a menare la danza: il suo è un pianismo privo di risvolti virtuosistici ma di sicuro ben sorretto da anni di studio cosicché, ad esempio, perfetta appare la padronanza della dinamica e fluido l’incedere nonostante, come si accennava, il linguaggio non sia dei più semplici. Un’ultima ma non secondaria considerazione: Wollny conferma le sue capacità compositive dal momento che molti dei brani sono stati da lui scritti.

Piacenza Jazz Fest 2018: XV Edizione dal 17/02 al 25/03

Sarà un traguardo importante quello del prossimo Piacenza Jazz Fest che si accinge a spegnere quindici candeline. Tante infatti sono le edizioni della manifestazione che ormai ha abituato la città di Piacenza e alcuni comuni limitrofi ad essere per un mese e mezzo il centro di molteplici iniziative di grande qualità e portata artistica, nonché un evento culturale a tutto tondo. Ad affiancare il cartellone principale, composto dai più grandi nomi del panorama musicale nazionale e internazionale, viene confermata la costellazione di tutti gli eventi cosiddetti collaterali, che formano ormai l’identità profonda di questo festival e che si vanno a intrecciare ogni anno più profondamente col tessuto sociale del territorio, dove si inseriscono, arricchendolo e vivacizzandolo. Il festival conferma la sua formula, che è stata e ancora è uno dei punti forti del successo, e presenta musica per oltre un mese, a volte con più appuntamenti in una stessa giornata, nei luoghi più belli e suggestivi della città di Piacenza e con alcune trasferte nei comuni che hanno aderito al progetto e alla visione dell’organizzazione.

La manifestazione, ideata e organizzata dall’Associazione culturale Piacenza Jazz Club che si fregia del patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per il sesto anno consecutivo, è diretta artisticamente da Gianni Azzali, presidente del Piacenza Jazz Club e si avvale del determinante sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano, con il supporto della Regione Emilia-Romagna e dei Comuni di Fiorenzuola d’Arda e di Salsomaggiore Terme, oltre al supporto di alcune realtà istituzionali e imprenditoriali del territorio. Tante e preziose le collaborazioni con associazioni o enti che hanno aderito così alle finalità e agli obiettivi della manifestazione, abbracciandone gli intenti, come il Teatro Sociale di Stradella, in provincia di Pavia (grazie alla collaborazione con l’associazione “Tetracordo” di Livio Bollani.), il Comune di Salsomaggiore Terme, in provincia di Parma, compagnie teatrali locali: le Stagnotte con uno spettacolo a favore dell’AISM dal titolo “Storyville” e TraAttori per “Scuola e Jazz”, co-produzioni con Fondazione Teatri di Piacenza e con l’associazione Jazz Network – Crossroads, il consolidamento del rapporto con le più importanti realtà locali: la Galleria Ricci Oddi, il Conservatorio “Nicolini”, la Galleria Alberoni, il centro commerciale “Gotico”, l’associazione “Il Pellicano Onlus” e l’AUSL, la casa residenza anziani “Vittorio Emanuele”, i Licei “Gioia” e “Respighi” e la Casa Circondariale delle Novate.

IL CARTELLONE PRINCIPALE

Il cartellone principale si caratterizza per l’elevata qualità artistica e l’originalità delle sue proposte e riunisce nomi di primo piano della scena internazionale.

Sono ospiti di questa edizione alcune delle figure più rappresentative, delle vere e proprie pietre miliari in campo musicale che hanno reso grande il Jazz, portandolo alla sua forma attuale. Stiamo parlando di artisti della caratura di Michel Portal insieme al suo storico trio con l’aggiunta speciale di Louis Sclavis, al Salone degli Arazzi il 17 marzo; della grande figura storica, icona del Cool Jazz, il mitico Lee Konitz, che si esibirà il 20 marzo al Milestone; da New York sono in arrivo poi i due fuoriclasse Dave Douglas e Uri Caine che presenteranno al Conservatorio Nicolini il 3 marzo il loro nuovo progetto: “Presents Joys”. Sempre al Nicolini il 13 marzo una stella nascente: il pianista albanese, naturalizzato statunitense Vijay Iyer in piano solo, una vera chicca all’interno del nutrito cartellone 2018. Un’altra stella direttamente dagli Stati Uniti è Nnenna Freelon, una cantante, compositrice, produttrice, arrangiatrice dalla voce di velluto che regalerà un concerto incantevole il 10 marzo in quel gioiello che è il Teatro Verdi di Fiorenzuola d’Arda (PC).

Anche il Jazz italiano è molto ben rappresentato, grazie alla presenza di tanti grandi, tra cui spicca il trombonista Mauro Ottolini. Sarà proprio lui, in veste anche di direttore alla testa di un’intera orchestra ritmico-sinfonica, a dare il via a questa edizione con un omaggio imperdibile a Luigi Tenco con l’ausilio delle voci di Karima e Vanessa Tagliabue Yorke, allo Spazio Rotative la sera del 17 febbraio.

Presente poi una rappresentanza di quei musicisti che hanno l’Italia nel cuore o che dell’Italia hanno fatto la loro seconda patria. Primo tra tutti un personaggio molto amato come Toquinho che troverà spazio il 23 marzo nel teatro più bello di Piacenza, il Municipale, per un concerto di quelli da incorniciare nell’album dei ricordi. Gli altri due sono un grande amico del festival come Javier Girotto che al Palazzo dei Congressi di Salsomaggiore Terme il 3 marzo presenterà un progetto legato alle musiche della sua terra di origine insieme a un altro musicista, il giovane e valente bandoneonista Pablo Corradini, con cui condivide alcune note biografiche, dato che entrambi sono argentini di nascita che hanno messo però radici in Italia.

Chiudiamo questa sfilata di grandi artisti con tre musicisti che, in omaggio a una delle caratteristiche peculiari della musica di fare da collante al di là delle differenze, hanno deciso di unire le loro forze per fare di tre mondi una realtà del tutto nuova: vi riescono brillantemente l’italiano Fausto Beccalossi, il brasiliano Roberto Taufic e l’argentino Carlos “el tero” Buschini che presenteranno il progetto “Tres Mundos” il 15 marzo nel Teatro Sociale di Stradella (PV), grazie alla collaborazione con “Tetracordo”.

Un cast di alto livello come si diceva, per festeggiare nel migliore dei modi i quindici anni del festival.

Allo Spazio Rotative poi si chiuderà il programma domenica 25 marzo alle ore 18.00 con ingresso libero con il classico Galà di premiazione dei vincitori dell’edizione 2018 del concorso “Bettinardi”. Prima della proclamazione delle classifiche saliranno sul palco ad esibirsi i primi due classificati di ogni sezione in cui si divide il concorso: solisti, gruppi e cantanti. Al termine della serata, non potrà mancare il tradizionale brindisi con vini e salumi piacentini per salutare il festival e dare appuntamento all’estate con Summertime in Jazz, la rassegna itinerante che si snoda lungo le più belle e suggestive vallate della nostra provincia.

L’ALTRO FESTIVAL

Com’è ormai piacevole consuetudine, durante il periodo del festival la musica si diffonderà in tutta la città. Tornerà “Piacenza Suona Jazz!” e le sue numerose esibizioni live in contesti informali e conviviali, ambientate in luoghi alternativi ai teatri quali locali e club, distribuiti sia in centro che fuori città.

Torna a grande richiesta la rassegna “Il Jazz al Centro – Aperitivo Swing”, in stretta collaborazione con la Direzione del Centro Gotico che vedrà quest’anno esibirsi, sempre dalle ore 17.45, tre formazioni davvero ragguardevoli.

Tornano a grande richiesta le “Incursioni Jazz” che allieteranno a suon di Swing alcuni luoghi a sorpresa, come esercizi commerciali o uffici del centro storico e della periferia, concedendo una breve, ma godibilissima pausa dalle attività da cui ciascuno è preso nel corso della giornata.

Sarà sempre una marchin’ band che accompagnerà a scuola swingando i bambini di alcune scuole primarie attraverso i pedibus musicali.

Piacenza Jazz Fest per il sociale significa: Donatori di musica in Ospedale e nelle case protette e concerto nella casa circondariale delle Novate.

Alla Galleria Ricci Oddi, l’appuntamento di quest’anno sarà “Improvvisazione tra le Opere” (sabato 24 febbraio ore 18.00) che vedrà dialogare alcuni dei quadri di questo autentico gioiello piacentino con la musica del trio di Luciano Biondini, composto oltre che dalla sua fisarmonica anche da una chitarra classica e da un basso acustico.

E poi ancora presentazioni di libri, workshop musicali, conferenze, masterclass, una giornata di studi dedicata al rapporto tra il Jazz e il Cinema, Jazz Brunch.

Attribuiti a Parigi i premi de l’ Académie du Jazz

I premiati de l’Académie du Jazz

Senza voler parafrasare lo slogan della campagna elettorale di Donald Trump, bisogna riconoscere che la cerimonia dell’attribuzione dei premi 2017 dell’Accademia del Jazz, presieduta da François Lacharme , ha confermato la predominanza degli artisti venuti d’oltre Atlantico rispetto ai loro colleghi europei e/o francesi. Un’evidenza che non si può discutere!

Il tutto nel corso di una bella serata in cui alcuni dei premiati, come Christian McBride, hanno dato una lezione di contrabbasso e di swing unica prima di raggiungere, nel finale improvvisato, l’impressionante, comunicativa e calda blueswoman Thornetta Davis. Ma ecco a chi sono andati i singoli premi che non hanno certo bisogno di ulteriori commenti:

– Premio Django Reinhardt (musicista francese dell’anno): la meravigliosa cantante Cécile McLorin Salvant (che ha la doppia nazionalità)

– Gran Premio dell’Accademia del Jazz (miglior disco dell’anno): Christian McBride Big Band con “Bringin’ It” (Mack Avenue/PIAS);

François Lacharme e Christian McBride

– Premio per la Migliore Riedizione e/o Miglior Inedito (ex-aequo): Thelonious Monk per “Les liaisons dangereuses 1960” (Sam Records – Saga/PIA) e Lucky Thomson “Complete Parisian Small Group Sessions – 1956-1959” (Fresh Sounds/Socadisc);

– Premio Soul: The Como Mamas  : “Move Upstairs” (Daptone/Differ-Ant);

– Premio Blues: Thornetta Davis : “Honest Woman” (Sweet Mama Music).

E, in un registro molto vicino, il premio del Disco Francese attribuito all’eccellente pianista, scrittore Laurent de Wilde per il suo “New Monk Trio” (Gazebo/L’Autre Disribution).

François Lacharme e Karin Krog

Gli altri riconoscimenti hanno incoronato  la vocalist svizzera Susanne Abbuehl (premio del miglior Musicista europeo per la sua opera), il sassofonista Michel Pastre (premio del Jazz Classico per il suo album, “Tribute to Lionel Hampton” – Autoproduction), la leggendaria vocalist norvegese, Karin Krog (premio del Jazz Vocale per il cofanetto “The Many Faces of Karin Krog 1967 – 2017” – Odin/Outhere), e ancora Pierre Fargeton (premio del Libro Jazz per “André Hodeir, le jazz et son double” – Edition Symétrie).

Didier Pennequin

Christian McBride

Thornetta Davis

François Lacharme e Susanne Abbuehl

La scomparsa di Hugh Masekela nel suo Sudafrica: una tromba contro tutte le ingiustizie

Il 23 gennaio, dopo aver lottato contro la malattia, l’ultima delle sue tante battaglie, è scomparso a 78 anni, il trombettista e vocalist sudafricano Hugh Masekela. Ieri, su tutti i media mondiali, rimbalzando sui social, l’annuncio della famiglia: “dopo una lunga e coraggiosa battaglia contro un cancro alla prostata, si è spento serenamente a Johannesburg, Ramapolo Hugh Masekela, circondato dall’affetto dei suoi cari. È stato un padre, un fratello, un nonno e un amico amorevole. I nostri cuori sono profondamente colpiti da questa incolmabile perdita”. La famiglia ricorda anche il fondamentale ed attivo contributo del musicista alle arti, alla musica, al teatro, che rimarrà nell’anima e nella memoria di milioni di persone in ogni continente: un lascito di amore e di avanguardia creativa che attraversa il tempo e lo spazio.

Masekela, conosciuto anche affettuosamente con il nomignolo Bra Hugh, era considerato uno dei padri dell’Afro-Jazz. Un destino di lotta segnato, il suo: a 14 anni ricevette in dono la sua prima tromba da uno dei personaggi che hanno fatto la storia dei movimenti per i diritti civili in Sud-Africa, Padre Trevor Huddleston, che Nelson Mandela definì un pilastro di saggezza, umiltà e dedizione alla causa dei combattenti della libertà, nei momenti più bui della battaglia contro l’apartheid.

La sua biografia racconta che Masekela, dopo essere stato scritturato, nel 1959, dal pianista e compositore Todd Matshikiza per il musical “King Kong” (dove conobbe quella che sarebbe divenuta in seguito sua moglie, “Mama Afrika” Miriam Makeba) decise, l’anno successivo, di lasciare la sua terra, dopo il massacro di Sharpeville, nel quale perirono una settantina di dimostranti, uccisi dalla polizia. Hugh scelse la città di New York e questo fu l’inizio di un periodo di esilio durato trent’anni. A Manhattan, Hugh frequentò la scuola di musica e i numerosi club di jazz, assorbendo l’influente apporto di artisti quali Coltrane, Davis, Gillespie, Armstrong… e furono proprio questi ultimi a spronarlo a sviluppare il suo stile di jazz, d’ispirazione africana e scevro dagli influssi americani. Nacque così, nel 1963, “Trumpet Africaine”, suo album d’esordio. Fu, tuttavia “The Americanization of Ooga Booga”, album registrato dal vivo nel 1966, che lo stesso Masekela catalogò come “township bop”, un mix di sonorità proprie del jazz americano con massicce influenze della tradizione musicale sudafricana, a portarlo al successo, poco prima che il trombettista decidesse di trasferirsi a Los Angeles.

Qui, determinanti furono gli incontri con alcune delle icone del movimento hippy, come David Crosby e Peter Fonda e la sua crescente popolarità, ma soprattutto la sua indiscutibile bravura, gli valsero importanti featuring con i Byrds in “So You Want To Be A Rock&Roll Star”, Janis Joplin, Jimi Hendrix, gli Who, Otis Redding (nel 1967, sul palco del Monterey Pop Festival) e molti altri, al punto che il singolo strumentale “Grazing In The Grass” gli fece scalare, nel 1968, la Billboard Hot 100 chart, vendendo quattro milioni di copie ed elevandolo al rango di star mondiale.

Da quel momento, la carriera di Bra Hugh è inarrestabile: pubblica decine e decine di album, collaborando con artisti internazionali: Harry Belafonte, Stevie Wonder, Marvin Gaye… La nostalgia della sua terra lo spinge anche a ritornare in Africa, spostandosi dalla Guinea al Ghana e dallo Zaire alla Nigeria, e alcuni dei suoi album storici li compone proprio in quella terra. Ricordo con piacere l’incalzante afrobeat di “Lady” di Fela Kuti, con il quale Hugh visse per qualche tempo in Nigeria, insieme a Stewart Levine… un brano di una forza irruente che ti percuote l’anima. Esattamente come il gradevolissimo “Skokiaan”, con il trombettista statunitense Herb Alpert, una ben bilanciata fusione di South African-American pop jazz.

Desidero ricordare anche “Stimela – The Coal Train”, brano dedicato ai lavoratori delle miniere di Johannesburg e contenuto nell’album “Hope”, registrato dal vivo nel 1993 alla Blues Alley, di Washington, che Hugh, in un concerto a Lugano nel 2015, volle ri-dedicare a tutte le vittime dei “signori della guerra”, in particolar modo alle popolazioni dell’Africa sub-sahariana. Infine, non si può tralasciare “Bring Him Back Home (Nelson Mandela)” che divenne un inno di protesta anti-apartheid e che il trombettista suonò e cantò anche sul palco del memorabile concerto di Paul Simon, “Graceland – The African Concert”, tenutosi nello Zimbabwe, nel 1987 e all’International Jazz Day Global Concert del 2015, a Parigi, sede del quartiere generale dell’Unesco, con John Beasley, Marcus Miller, Mino Cinélu, Guillaume Perret, Lee Ritenour, Avishai Cohen, Kelly Lee Evans e Michael Mayo.

Nel 1990, Masekela fa ritorno nella sua Johannesburg e nel 2004 pubblica la sua autobiografia “Still Grazing”, nella quale non fa mistero dei suoi problemi con la droga e con l’alcool, facendosi promotore di progetti sociali nelle scuole di Soweto, non smettendo mai di comporre musica… “è caduto un baobab e la nazione ha perso una delle sue leggende Jazz” ha twittato il Ministro della Cultura del Sud-Africa, Nathi Mthethwa. Il baobab, l’albero della vita e della conoscenza… quello che protende le sue radici verso il cielo, l’albero immortale, come la musica di Hugh Masekela.

Marina Tuni

Photo: 1) by Michael Ochs Archives/Getty Images – 2) courtesy www.hughmasekela.co.za  – 3-4-5 web

 

Con Tedesco e Paradisi il canto jazz spicca il volo! I concerti all’Auditorium di Roma venerdì 19 e sabato 20 gennaio

Fine settimana all’insegna del canto jazz all’Auditorium Parco della Musica di Roma: venerdì 19 gennaio e il successivo sabato abbiamo ascoltato due delle più belle voci che il jazz italiano possa attualmente vantare, seppure in contesti assai diversi. Così venerdì è stata la volta di Cinzia Tedesco, con alle spalle la big-band diretta con la solita perizia e passione da Bruno Biriaco, e sabato di scena Marilena Paradisi supportata dallo straripante talento di Kirk Lightsey.

Ma procediamo con ordine. La Tedesco ha riproposto il materiale tratto dai due ultimi CD dedicati rispettivamente a Bob Dylan e Giuseppe Verdi. Ad onor del vero pochissime volte mi era capitato di ascoltare Cinzia dal vivo, per cui, dopo la splendida impressione lasciatami dal disco dedicato a Verdi, mi sono recato al concerto con la speranza di confermare tali positive sensazioni. Ed in effetti è stato così… almeno al novanta per cento.  Inizio scoppiettante con la big band che introduce il concerto eseguendo il coltraniano “Giant Steps”… e si ha subito la sensazione che l’orchestra è in palla.

Subito dopo entra Cinzia Tedesco salutata da applausi convinti; “La donna è mobile” da “Rigoletto” è il primo brano proposto dalla vocalist; Cinzia lo affronta con la verve e la precisione di sempre, ben supportata dalla band che, come ha spiegato Biriaco, si è sottoposta ad un duro lavoro prima di affrontare questa impegnativa prova. In effetti una cosa è arrangiare la musica di Verdi per quintetto, altra cosa – molto più rischiosa – è avvicinarsi a queste storiche partiture con una big band. L’ostacolo è stato brillantemente superato grazie al congiunto lavoro di Stefano Sabatini che si era già occupato degli arrangiamenti e dello stesso Biriaco che ha curato l’orchestrazione. Così Cinzia ha potuto esibire al meglio le sue doti ben sapendo di avere ‘al suo servizio’ una band ben rodata, composta da eccellenti jazzisti che mi consentirete di citare uno per uno: Pietro Iodice, batteria; Stefano Sabatini, pianoforte; Luca Pirozzi, basso; Gianni Savelli, Paolo Recchia, Nino Rapicavoli, Torquato Sdrucia, Elvio Ghigliordini a costituire la sezione sax, Roberto Schiano, Luca Giustozzi  ed Enzo de Rosa ai tromboni; Claudio Corvini, Fernando Brusco, Roman Villanueva e Francesco Fratini alle trombe.

Tornando allo sviluppo della serata, dopo il “Rigoletto” è stata la volta de “La Traviata” con “Addio del passato” e dell’ ”Aida” con “Celeste Aida” che la Tedesco ha affrontato con la solita umiltà e pertinenza che si ascoltava nel disco, quindi niente inutili virtuosismi ma la necessità di mettere al servizio dell’espressività, dell’interpretazione i propri notevolissimi mezzi vocali: capacità di restare perfettamente intonata su tutti i registri, quasi assoluta mancanza di vibrato, capacità di coniugare tradizione classica con tradizione jazzistica senza stravolgere i temi che restano perfettamente riconoscibili nella loro integrità. Peccato che durante le frequenti incursioni della Tedesco sui registri acuti, probabilmente per un difetto di riproduzione del suono, la timbrica della voce cambiava diventando più metallica e quindi meno espressiva.

La pagina dedicata a Verdi si chiudeva con “Tacea la notte placida” da “Il Trovatore”.

A segnare una cesura tra prima e seconda parte del concerto ci pensava l’orchestra che eseguiva magnificamente “A Remark You Made” il celebre brano scritto da Joe Zawinul per Jaco Pastorius e contenuto nell’album “Heavy Weather” registrato tra il 1976 e il 1977. Torna in scena la Tedesco per proporre i brani di Bob Dylan: “I Shall be released”, “Knockin’ on Heaven’s Door”, “Meet Me in the Morning” e “Like a Rolling Stone” offerto come bis.

Come già detto in apertura, sabato 20 strepitoso concerto di Marilena Paradisi e Kirk Lightsey. Marilena Paradisi – non faccio fatica a confessarlo – è una delle mie vocalist preferite che seguo con attenzione e che ho profondamente ammirato per il coraggio dimostrato nell’incidere una serie di album tutt’altro che commerciali dedicati alle possibilità della voce umana. Per quanto concerne il pianista statunitense, era da qualche tempo che non lo vedevo e l’ho trovato francamente toccato dall’usura del tempo… ma solo per le rughe che gli solcano il viso ché il fisico resta asciutto come sempre e intatte sono rimaste la verve, la simpatia, la voglia di suonare e soprattutto la grande maestria nel porre le mani sulla tastiera. Lightsey (classe 1937) ad onta della non giovanissima età, rimane un artista formidabile, un pianista capace sia di empire da solo tutto lo spazio sonoro (mai si è avvertita durante il concerto la mancanza di qualche altro strumento) sia di mettersi al servizio dei compagni di viaggio, nel caso in oggetto la vocalist Marilena Paradisi. Di qui un’esibizione che, a mio avviso, è risultata migliore dell’album “Some Place Called Where”, registrato dai due lo scorso anno e che per la prima volta in assoluto veniva presentato live.

In effetti abbiamo avuto modo di apprezzare più a lungo e meglio il pianismo, ora orchestrale, ora di estrema delicatezza di Kirk mentre Marilena non poteva trovare occasione migliore per festeggiare il proprio compleanno che cadeva proprio il 20 gennaio.

La performance della cantante è stata semplicemente superlativa: sono andato al concerto con una mia amica, anch’essa cantante di jazz, ed è facile immaginare come nel microcosmo del jazz italiano spesso tra gli stessi musicisti non corra buon sangue. Ebbene, per tutta la durata del concerto, questa amica non ha fatto altro che ripetermi: “Ma quanto è brava Marilena, hai sentito con quanta disinvoltura ha affrontato questo passaggio? Che musicalità… Fantastico”.

Ed aveva ragione. Come si accennava, Marilena ha studiato a lungo le possibilità della voce raggiungendo un controllo della stessa quasi assoluto; è un piacere sentirla destreggiarsi tra i vari registri, passare dal grave all’acuto senza alcun problema, con una padronanza dell’emissione totale, senza che la voce mai denunciasse una minima incrinatura o che andasse fuori riga.

Così, uno dopo l’altro, abbiamo riascoltato gli otto brani contenuti nel CD ed anche in questa scelta di repertorio la Paradisi merita un grande elogio: infatti la scelta è caduta su brani tutti di grandi autori (Mingus, Bernstein, Waldron, Carter… tanto per citarne alcuni) ma tutti poco orecchiabili e poco battuti. Insomma nessuna concezione al facile ascolto. A questi pezzi, durante la serata di sabato, il duo ha aggiunto altre quattro perle vale a dire “Infant eyes” di Wayne Shorter, “Lament” di J.J.Johnson, “Lullaby of the Leaves” di Bernice Petckere e “All Blues” di Miles Davis come bis.

Si ringraziano i fotografi Massimo De Dominicis per le immagini di Cinzia Tedesco e Fabrizio Sodani per quelle di Marilena Paradisi.

Gerlando Gatto