Randy Weston Un maestro che non ha rivali

 

Al Roma Jazz Festival (Casa del Jazz, 19 luglio, ore 21), il pianista-compositore afroamericano Randy Weston si presenta con il suo quintetto, gli African Rhythms. E’ un gruppo formato da musicisti con cui vanta una lunga collaborazione ed una profonda empatia: Neil Clarke (percussioni e trombone), Alex Blake (contrabbasso), T.K. Blue (sax alto) e Billy Harper al sax tenore, con cui aveva già suonato in duo il 19 maggio scorso a Vicenza. Sull’esibizione del duo al teatro Olimpico vicentino (per il Vicenza Jazz Festival) i nostri lettori hanno potuto seguire un ampio reportage di Daniela Floris, con foto di Daniela Crevena.

Randy Weston, dopo Roma, sarà al jazz festival di Nizza (21 luglio) e con la stessa formazione che suona in Europa (meno Harper) si è già esibito di recente a New York (il 7 luglio, al Jamaica Performing Arts Center). In maggio, sempre nella Big Apple, ha ricevuto l’importante “Founders Award” dall’istituzione “The Jazz Gallery. Where the Future Is Present”; tra i “titolati” anche Eddie Palmieri, Terrilyne Carrington e Bruce Gordon. Il pianista – instancabile – ha, peraltro, da pochissimo editato (etichetta Africanrhythms) un doppio cd: “Sound”, trentanove tracce, soprattutto dal vivo, in cui suona in solitudine. Sta, peraltro, scrivendo un libro che si chiamerà “African Spirituality”.

Il recital romano del 19 luglio è davvero imperdibile, perché il pianista afroamericano è da tempo assente dalla scena romana e perché, a novantadue anni, Randy Weston è ancora straordinario nel proporre il suo originale jazz, una sintesi sublime e unica tra Africa ed Afroamerica. Un “maestro” che non ha rivali.

Udin&Jazz 2018: quando l’età non conta

È proprio vero che, a certi livelli, l’età conto poco o nulla: Dave Holland (classe 1946), Norma Winstone (classe 1941) e Tony Allen (classe 1940) sono stati gli indiscussi protagonisti della 28° edizione di “Udine&Jazz” svoltasi sotto l’insegna “Take A Jazz Break” dal 27 giugno al 6 luglio, con una appendice in programma il 24 luglio con “Laid Black Tour” il nuovo progetto di Marcus Miller.

Personalmente ho assistito alla parte centrale della programmazione prevista dal 2 al 6 luglio e ho potuto constatare come, ancora una volta, la manifestazione abbia mantenuto fede alle proprie caratteristiche quali valorizzare i talenti locali e dare il giusto spazio alle donne: su undici concerti ben quattro erano al femminile. Altra considerazione non secondaria: è stata attuata la formula del doppio concerto a sera, tutto a titolo gratuito eccezion fatta per l’esibizione del contrabbassista Avishai Cohen.

Ma procediamo con ordine. Lunedì 2 luglio, alle 18, alla Loggia del Lionello, appuntamento con la “Udin&Jazz Big Band”. È questa una formazione che sta molto a cuore al patron del Festival, Giancarlo Velliscig, che non a caso la invita in diverse occasioni. E ne ha ben donde dal momento che si tratta di un’orchestra in crescita esponenziale grazie all’affiatamento raggiunto nel tempo, alla bontà degli arrangiamenti e ad alcuni solisti davvero di livello come il trombettista Mirko Cisilino e il pianista Emanuele Filippi, dai quali è nata l’idea di costituire la big-band. Il progetto presentato quest’anno, “Sounds Across Boundaries Reload” propone un repertorio di composizioni originali ispirate alla musica popolare di diverse tradizioni del mondo.

Alle 20, al Teatro Palamostre, location scelta oculatamente per tutti i concerti ad evitare le bizze di un clima non del tutto estivo, esibizione del trio del pianista siculo-udinese Dario Carnovale coadiuvato da Simone Serafini al contrabbasso, fedele compagno di viaggio da una decina d’anni e dall’austriaco Klemens Marktl alla batteria. Batterista, ma soprattutto pianista, compositore, arrangiatore Dario viene oramai considerato una delle più belle realtà del jazz made in Italy anche se, dal punto di vista concertistico, non è che lo si ascolti molto nella varie regioni italiane. È il solito discorso per cui gli organizzatori oramai puntano quasi esclusivamente sulla ‘cassetta’ senza peritarsi di far ascoltare al proprio pubblico qualcosa di nuovo ed interessante. E che Carnovale sia un musicista che merita la massima attenzione è stato ribadito anche da questa esibizione. Dotato di una preparazione classica che gli consente di muoversi con grande agilità su tutte le ottave della tastiera, con tocco nitido e preciso, Dario ha sciorinato un pianismo brillante, ora rilassato al limite dell’onirico, ora fortemente percussivo ma sempre rispondente ad una logica precisa al cui interno pagina scritta e improvvisazione trovavano un mirabile equilibrio. In tale ambito, grande il contributo del batterista austriaco, che onestamente non conoscevamo, e che ha fornito al trio un supporto timbrico di assoluto livello.

A seguire è stata la volta di ‘CrossCurrents’, ovvero Dave Holland al contrabbasso, Chris Potter ai sax tenore e soprano e lo specialista di tabla Zakir Hussain, già collaboratore di John McLaughlin e Jan Garbarek. Ovviamente la musica ascoltata da questo trio è stata completamente diversa da quella di Carnovale e compagni. Qui a farla da padrona è il ritmo, un ritmo intenso, travolgente dettato da Zakir Hussain ed è stato davvero un bel sentire come le concezioni prettamente jazzistiche di un sempre superlativo Dave Holland si intrecciassero magnificamente con le ardite architetture disegnate dalle tabla di Hussain, la cui arte si rifà chiaramente alla musica classica indiana. Su un tessuto modale, comune a tutte le composizioni, i due si intendono a meraviglia, con Hussain a colorare la musica con timbriche e dinamiche multiformi e Holland a disegnare con il suo strumento vere e proprie sculture, allo stesso tempo di grande precisione e varietà, con quel suggerire le linee melodiche che verranno in seguito da lui stesso sviluppate. In tale contesto Potter, che pure tanto ha collaborato con Holland, è sembrato a tratti un po’ avulso dalla situazione. Ma, come si dice, è voler cercare il pelo nell’uovo ché il concerto, nel suo insieme, è stato superlativo, con il vertice toccato proprio nel bis quando Potter, al sax tenore, ha avuto modo di estrinsecare appieno l’originalità del suo sound e quella carica lirica che non aveva potuto esprimere in precedenza.

Martedì 3 luglio concerti al femminile e diciamo subito che è stata forse la più bella serata del festival. Merito di Norma Winstone e di Youn Sun Nah.

Alle 20 sono saliti sul palco la vocalist Norma Winstone, il pianista friulano Glauco Venier, il sassofonista e clarinettista Klaus Gesing e il percussionista norvegese Helge Andreas Norbakken, praticamente la stessa formazione che nel marzo del 2017 aveva registrato “Descansado-Music for Films” per la ECM con l’aggiunta del violoncellista Mario Brunello. Ed è stato proprio questo il progetto presentato a Udine; grazie ai preziosi arrangiamenti di Venier e di Gesing e alla squisita sensibilità della Winstone che ha rivisitato i testi di alcuni brani, abbiamo potuto verificare come anche alle prese con temi legati ad un più facile ascolto, sia possibile raggiungere vette di grande lirismo. Merito, ovviamente, di tutti i musicisti ma davvero sorprendente è stata la prova della Winstone che ha mantenuto una voce fresca, una timbrica che sembra non conoscere l’usura del tempo, e soprattutto una capacità di interpretare che oggi le consente di narrare, cantando, delle storie, sì da coinvolgere tutto il pubblico a prescindere dal fatto che il testo sia in inglese e quindi ad alcuni incomprensibile, e che alle volte la vocalist si sia impegnata in uno scat preciso e non banale. Così le musiche di compositori quali Rota, Michel Legrand, Ennio Morricone, Bacalov sono assurte a nuova vita con alcune perle assolute quali il tema di “Taxi Driver” di Bernard Herrmann porto con sensibile partecipazione e l’ardita rivisitazione di Everybody’s Talking, il tema conduttore di “Uomo da marciapiede” composto da Fred Neil nel 1966 per altro non inserito nell’album di cui in precedenza, sulla base di Second Spring, splendido brano di Glauco Venier. Scoppiettante la seconda parte della serata con Youn Sun Nah, accompagnata dalle funamboliche chitarre di Ulf Walkenius. Avevamo già avuto modo di apprezzare le qualità vocali della vocalist coreana e l’avevamo conosciuta meglio nel corso dell’intervista che potrete leggere su “L’altra metà del jazz”. Ascoltarla, quindi, inerpicarsi sulle note delle composizioni originali o degli standard non è stata una sorpresa. E tuttavia sentirla cantare è sempre un’esperienza unica. La Sun Nah è dotata di una tecnica straordinaria sempre al servizio dell’espressività cosicché non si ha mai l’impressione di un virtuosismo fine a se stesso. E la cosa assume davvero il sapore di straordinarietà ove si pensi che fino ai 30 anni quest’artista viveva nel suo Paese e nulla conosceva di jazz. Quindi una maturazione incredibile, frutto anche di uno studio assiduo, cosicché nel corso delle sue esibizioni quasi nulla è lasciato al caso, senza che ciò infici quel tasso di improvvisazione che rende unica ogni interpretazione jazzistica. Improvvisazione che viene stimolata dal musicista svedese il quale, oltre ad essere stato l’ultimo chitarrista di Oscar Peterson, ha sviluppato una sorta di stile orchestrale per cui la sua chitarra riempie ogni spazio. Volendo citare alcuni dei brani presentati durante il concerto è d’obbligo ricordare le interpretazioni di “Hallelujah” di Leonard Cohen e “Avec Le Temps” di Léo Ferré, il sentito omaggio alla canzone francese che è stata la molla principale per cui la Sun Nah si è trasferita in Europa. Certo, ascoltando una dopo l’altra Norma Winstone e Youn Sun Nah era inevitabile operare dei paragoni. Non ci sottraiamo a questa difficile operazione dicendo semplicemente che gli anni di carriera alle spalle della Winstone si fanno sentire quanto a capacità di trasmettere emozione.

Mercoledì 4 luglio è stata la serata più applaudita ma a parere del vostro cronista la più debole. Sul palco, in successione, i Forq che presentavano il nuovo album “Threq” e Avishai Cohen nella sua unica data italiana con il nuovo album “1970”.

Il filo conduttore della serata era evidenziare le diverse influenze che starebbero indirizzando il jazz verso nuovi territori, ma non a caso abbiamo usato il condizionale in quanto non ci sembra che dai Forq o dal nuovo Cohen possano venire input degni di nota.

I Forq sono composti dal chitarrista Chris McQueen (anche membro di Bokanté) e dal batterista Jason Thomas, ambedue provenienti dagli “Snarky Puppy” (del cui concerto romano vi abbiamo appena riferito in queste pagine) cui si sono aggiunti il tastierista Henry Hey già collaboratore di David Bowie e il bassista Kevin Scott. Si tratta di quattro musicisti indubbiamente talentuosi che declinano, però, la loro cifra stilistica attraverso un repertorio più vicino al rock e al funk che al jazz. Di qui un ricorso ad una musica fortemente materica, a costruzioni ritmiche molto ben congegnate e ad assolo trascinanti, di buona fattura. Non a caso sono stati a lungo applauditi dal pubblico giovanile accorso numeroso a sentirli e non a caso hanno venduto un certo numero di dischi.

Come accennato, la seconda parte della serata era dedicata al progetto “1970” di Avishai Cohen, che si è presentato al pubblico udinese con il suo gruppo completato da Shai Bachar tastiere e voce, Marc Kakon chitarra basso e voce, Noam David batteria e Karen Malka voce. Come più volte dichiarato dallo stesso Cohen, scopo dell’album è rifarsi a quelle musiche che egli aveva ascoltato, per l’appunto, negli anni ’70. Ma perché? Questo è l’interrogativo di fondo cui Cohen, a nostro avviso non ha saputo dare risposte esaurienti. In effetti se l’intento è esclusivamente quello di riproporre, attraverso un certo repertorio, determinati stati d’animo allora non si comprende perché una virata tanto decisa verso il pop; certo si  strizza l’occhio al jazz,  al funk, al latino-americano, ad Israele, ed anzi i momenti migliori sono stati proprio quelli con espliciti riferimenti ebraici come in “D’ror Yikra”, inno composto nella Spagna nel 960, e “Alon Basela”, ma l’appiattimento tanto deciso verso stilemi popolari – nell’accezione non certo migliore del termine – toglie credibilità all’intera operazione. Né bastano a nobilitarla quei rari momenti in cui Cohen, sia al pizzicato sia con l’archetto, ci ha ricordato quale straordinario musicista egli in realtà sia. Il concerto si è chiuso con la riproposizione di “Vamonos pa’l monte” di Eddie Palmieri, ad evidenziare l’amore del musicista israeliano per la musica latino-americana.

Giovedì 5 luglio ancora due concerti interessanti. In apertura Quintorigo con la presentazione del nuovo doppio album “Opposites”. Avevamo già avuto modo di ascoltare l’album e l’avevamo trovato interessante, impressione confermata dal concerto udinese. L’album presenta due repertori: nel primo CD solo composizioni originali del gruppo, nel secondo una serie di cover interpretate con pertinenza. Ovviamente durante il concerto non è stato possibile riproporre l’intero contenuto di “Opposites” ma nell’ora e mezzo loro dedicata i Quintorigo hanno avuto modo di enunciare ancora una volta le caratteristiche del loro linguaggio. Vale a dire una sorta di dialogo-contrapposizione tra gli archi dall’impronta classicheggiante di Andrea Costa (violino), Gionata Costa (violoncello) e il sax di Valentino Bianchi, dal chiaro sapore jazzistico, con la sezione ritmica (Stefano Ricci contrabbasso e Gianluca Nanni batteria e percussioni) a fungere da collante. Il tutto impreziosito dalla voce di Alessio Velliscig che pur essendo entrato nel gruppo da poco si è tuttavia ben amalgamato, contribuendo non poco al successo del concerto. Dotato di una bella estensione vocale, di un indubbio senso del ritmo e di una convincente presenza scenica, Velliscig ha interpretato al meglio i brani vocali tra cui un eccellente “Alabama Song” di Weill. Da quanto sin qui detto, risulta evidente come il gruppo sia in grado di affrontare territori anche molto diversi tra di loro senza perdere in coerenza ed omogeneità.

La seconda parte della serata prevedeva una vera e propria icona del jazz, vale a dire il batterista nigeriano Tony Allen con il suo nuovo progetto “The Source”, album di debutto per la Blue Note Records, considerato dallo stesso batterista come la sua migliore creazione artistica in quanto segna il realizzarsi di un sogno d’infanzia. Così, in perfetta coerenza con il titolo del lavoro discografico, abbiamo ascoltato un jazz senza se e senza ma, un jazz canonico che si rifà espressamente alle radici della musica afro-americana vale a dire, da un canto gli input della musica africana derivanti anche dalla lunga collaborazione con Fela Kuti, dall’altro gli stilemi più prettamente jazzistici assunti nel corso della sua lunga carriera negli States. A declinare l’insieme una formazione di tutto rispetto in cui il lavoro ritmico-armonico viene sviluppato da Jean Philippe Dary al piano e tastiera, Jeff Kellner alla chitarra e Mathias Allamane al contrabbasso mentre la front-line con Nicolas Giraud alla tromba e Yann Jankielewicz al sax tenore, si fanno valere sia nelle parti obbligate sia in quelle improvvisate. Dal canto suo Tony Allen dirige il tutto quasi in punta di bacchette, senza farsi notare, ma con grande musicalità e senso del percorso che si vuol compiere.

Venerdì 6 luglio serata interamente dedicata alla musica brasiliana con tre appuntamenti: “Cool Romantics” ovvero il nuovo progetto del duo eMPathia formato da Mafalda Minozzi alla voce e Paul Ricci alle chitarre con l’aggiunta, per l’occasione, del pianista Art Hirahara; una chiacchierata condotta da Max De Tomassi sull’arte di Chico Buarque de Hollanda con la partecipazione di Gianni Minà; “Caro Chico” ovvero la presentazione dell’album di Susanna Stivali in omaggio a Chico Buarque.

Serata dall’andamento alterno e forse un po’ lunga. A dar fuoco alle polveri è stato il duo (per l’occasione trio) eMPathia: e francamente l’espressione dar fuoco alle polveri è del tutto pertinente: la Minozzi, dotata di quelle straordinarie possibilità vocali che ben conosciamo e di una prorompente presenza scenica, non si è risparmiata dando fondo a tutte le energie. Partita quasi in sordina ha man mano sciorinato i suoi volteggi vocali senza rete, che hanno conquistato il pubblico non a caso plaudente a lungo alla fine del concerto. Non bisogna però dimenticare il ruolo sempre prezioso svolto da Paul Ricci. Paul è chitarrista jazz fino al midollo, e non un chitarrista qualsiasi ma un musicista che coniuga una eccellente preparazione tecnica con una squisita sensibilità. Ciò gli consente, grazie anche alla lunghissima collaborazione con la Minnozzi, di esplorare ogni minimo anfratto melodico-armonico dei brani eseguiti sì da fornire alla vocalist un tappeto di estrema sicurezza su cui volteggiare a piacimento, con la certezza che qualunque cosa ella faccia la chitarra di Paul è sempre lì a sostenerla. E questo vale indipendentemente dal fatto che si affronti un pezzo jazz o un brano tratto dalla tradizione europea e statunitense. Come si accennava, nell’occasione il duo è diventato trio grazie all’aggiunta di Art Hirahara al pianoforte che lavorando quasi per sottrazione ha vieppiù valorizzato il canto della Minnozzi.

Dopo un set così esplosivo, difficile il compito della cantante romana Susanna Stivali che ha presentato il suo ultimo album “Caro Chico”. Ben coadiuvata da un eccellente Alessandro Gwiss al pianoforte, Marco Siniscalco basso elettrico e contrabbasso e Emanuele Smimmo alla batteria, la Stivali ha reinterpretato alcuni brani di Chico Buarque alla luce della sua sensibilità jazzistica, suggerendo così un nuovo modo di rileggere il grande artista brasiliano.

Gerlando Gatto

Per le immagini, si ringrazia il fotografo Angelo Salvin© e l’ufficio stampa di Udin&Jazz 2018

Livio Minafra e Simona Calipari le magie del piano, le suggestioni della voce

 

Cosenza, 5 luglio.

La cornice ė quella sontuosa di Villa Rendano, già magione di famiglia del grande Alfonso, compositore e concertista di livello europeo al quale ė dedicato il teatro lirico di tradizione bruzio. Pianista. E cosa di più azzeccato aprire la kermesse della Fondazione Giuliani che copre i giovedì di luglio, secondo tradizione consolidata, con un pianista? Magari non classico, come Livio Minafra, secondo la scelta del direttore artistico Rino Amato, fatta nel senso di premiare giovani artisti e innovazione. Peraltro in linea col sostegno di Siae e Mibact all’iniziativa.

Quella di Minafra ė una musica di scambio e contaminazione, ricca di echi orientali, di contenuti minimalistici, dai rimandi etnici, definirla jazzistica può starci ma per certi versi è definizione limitativa. Certo ė che l’improvvisazione, l’istantaneità ne rimangono le travi portanti. Nella serata, la brezza che stempera i 36 gradi all’ombra del dì, non fa che sollecitare e solleticare l’attenzione del numeroso pubblico disposto nelle due ali del giardino, divise da una palma che sembra un collo alla Modigliani.

Si parlava di innovazione. Bene. Il giovane Livio si è presentato armato di loop station, con lo scopo dichiarato di decuplicare i suoni della tastiera.

A partire dal brano Madre Stella, con un quattromani digitale, destinato e moltiplicare le armonie in modo graduale, con l’ausilio di ritmi elettronici. Il crescendo che ne risulta è uno stratificarsi di tracce che si sviluppano in progress, talora rientranti nel solco blues, talaltra sforanti nell’hard bop, mentre si adagiano, intrecciati sulle varie piste, accordi-melodie-riff che il loop sfodera ed itera a iosa.

C’è spazio nel set anche per un balafon del Burkina Faso che una volta imbracciato e “loopizzato” genera armonie popolari di grande suggestione min/africana.

A seguire, con la lira calabrese suonata da Gabriele Macrì, il clima musicale affonda le radici nelle onde del Mediterraneo; sono correnti indoeuropee, passate attraverso Persia, Grecia, Balcani, arabe soprattutto – come nel brano Le mille e una notte – fino a quella terra calabra che un tempo veniva chiamata Italia.

Infine appare, chioma da Medusa, Simona Calipari con un canto che arricchisce il grumo di cromatismi e atmosfere cangianti, quasi nuvole al vento, fra Sole/Luna (titolo del concerto) e raggi … di note dal palco.

Footprints di Shorter con lei diventa una sorta di nenia messapica che trova nell’approccio modale l’anello di congiunzione con il jazz contemporaneo, più netto nella interpretazione che la vocalist dà di Drake, ancora scritto dal pianista.

Ed è infine Cieli, fra le composizioni originali per piano solo, quella che meglio rappresenta l’eclettismo sintetico tipico del pianismo di Minafra.

Piace immaginare lo spirito di Alfonso Rendano che, svegliatosi di soprassalto prima della mezzanotte, scenda giù dalle stanze del Museo e appaia benevolmente incuriosito da questo strano musicista che ha osato portare nella sua residenza una mercanzia levantina di trucchi, scatole magiche e un sacco carico di diavolerie techno e strumenti arcaici di mondi lontani o forse vicini più di quanto non si immagini: per far musica sui tasti, ancora una volta, come una volta.

 

Amedeo Furfaro

 

Nelle immagini di Pino Ninfa lo spirito del jazz

 

 

 

L’immagine-simbolo è uno struggente “Porgy and Bess” sudafricano in cui dominano le ombre, un violoncello ed una figura di donna. Si parla di “Jazz Spirit”, la più recente delle mostre del fotografo Pino Ninfa (sponsorizzata dalla Olympus), tenutasi dal 5 al 30 giugno al Centro Culturale di Milano, uno spazio altamente funzionale in pieno centro meneghino. Come spesso accade nelle iniziative di Ninfa, la mostra è stata accompagnate da varie performance e incontri: “Sulle strade della musica” con Enrico Intra al pianoforte e gli scatti del fotografo (5 giugno); “Nel sogno del racconto. La città come palcoscenico” con Claudio Fasoli al sax soprano e le foto dei partecipanti al workshop, più una conversazione tra il jazzista ed il musicologo Maurizio Franco (12/6); “Fra sacro e profano. Le feste religiose in Italia e nel mondo” con la tromba di Giovanni Falzone e la batteria di Alessandro Rossi, arricchite dall’uso dell’elettronica e dall’interazione con le foto di A. Safina, E.Resmini, L.Rossetti, R.Iurato, M. Pasini, I.Adversi, C.e S.Onofri e dello stesso Ninfa (15/6); a concludere gli “eventi speciali” un incontro tra Luciano Linzi (direttore artistico di “JazzMi”) ed Enrico Stefanelli (direttore del “Photolux Festival”) su “Fotografare il jazz: Racconto e resoconto. Usi possibili per la committenza” (19/5).

Seguo il lavoro di Pino Ninfa da parecchio tempo e la sua attività non cessa di sorprendermi perché è una costante ricerca. Rispetto alla mostra del novembre 2017 al “Roma Jazz Festival”, l’esposizione milanese è avvantaggiata da uno spazio più adatto, meno dispersivo, con un’ottima illuminazione che ha consentito un efficace montaggio delle quarantatré foto, di cui nove in grande formato, tutte in bianco e nero. Ninfa ha una serie di scatti “caposaldo” che propone da tempo, immagini funzionali e simboliche rispetto alla sua estetica del racconto-resoconto; le serie esposte, però, mutano profondamente nella loro sequenza e si arricchiscono sempre di nuove fotografie. Ho registrato, tra le altre, un Luca Aquino al Vicenza Jazz Festival del 2017, il duo Paolo Fresu e Bebo Ferra in concerto dentro al carcere di massima sicurezza di Nuoro (2012), la Banda De Muro al festival “Time in Jazz” (2016), Max De Aloe ed Antonio Zambrini a “Jazz per l’Aquila” (2015), “Jazz for Kids” al “Liebnitz Jazz Fest” (2016), un’incredibile foto del pianista Gonzalo Rubalcaba al teatro Olimpico di Vicenza (2017) in cui Ninfa riesce a catturare e a fissare tutta l’energia dell’artista e a farne un ritratto dai caratteri barocchi. Splendida anche la doppia immagine di Michel Portal (“Piacenza Jazz Fest” 2017) come una foto che risale al 2005 largamente inedita: si è ai “Suoni per le Dolomiti”, nell’altopiano di Folgaria, e davanti ad una struttura bellica della prima guerra mondiale (Forte Sommo Alto) c’è la tastiera del pianoforte che suonerà Stefano Bollani che è stata smontata per una revisione tecnica. L’accostamento tra l’austero edificio e la tastiera genera un cortocircuito iconico fortissimo e – oltre a rappresentare in modo simbolico e poetico la filosofia della rassegna sonora – genera idee e tensioni narrative immediate. Di grande suggestione anche la foto di Enrico Intra all’ex-grattacielo Pirelli che suona il piano dominando Milano (“Piano City”, 2015) come lo scatto torinese in cui il progetto “Sonic Genome” di Anthony Braxton si ritaglia uno spazio nel museo egizio.

Persone, paesaggi, musicisti, luoghi, strumenti, materia e architetture si incontrano nel gioco delle luci e delle ombre; la macchina fotografica di Pino Ninfa riesce a catturare lo “spirito del jazz” in modo polifonico e poliedrico, regalando al visitatore tante tracce su cui incamminarsi e attraverso cui ricercare.

Luigi Onori

Comincia ORTACCIO JAZZ 14′ edizione

E’ al via Ortaccio Jazz, già arrivato alla 14′ edizione. Si parte mercoledì 11 luglio. Noi di A proposito di Jazz abbiamo conosciuto dal vivo questo Festival l’anno scorso: Daniela Floris ha passato tre giorni in mezzo al Jazz, alla gente di Vasanello, ad un paese in fermento, assistendo ad eventi di grande livello organizzati da un gruppo di amici che sono riusciti a creare l’atmosfera giusta, in un posto incantato, e tutti ad ingresso libero.
Il programma di questa nuova edizione è ricchissimo. E vale la pena di affacciarsi su un Festival “alternativo” a quelli patinati e un po’ impersonali dell’estate. Sono i Festival che ci piacciono e che seguiamo volentieri, quelli che danno ossigeno al mondo del Jazz.  Nella piazzetta fervono gli ultimi preparativi

Qui sotto il programma  completo. Date un’occhiata!

ORTACCIO JAZZ 2018

14^ Edizione

11-15 LUGLIO 2018

VASANELLO (VT)

#OJ2018

INGRESSO GRATUITO

 

L’Ortaccio Jazz Festival è ai nastri di partenza. Mercoledì 11 luglio 2018 prenderà il via la quattordicesima edizione che si annuncia, anche quest’anno, densa di appuntamenti interessanti e di buona musica.

La rassegna è organizzata dall’Associazione Culturale “Messico e nuvole” con il patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di Viterbo, del Comune di Vasanello e dell’Università Agraria di Vasanello. La manifestazione sarà ad ingresso gratuito e tutte le sere in attesa dei concerti offrirà la possibilità di degustazioni enogastronomiche in Piazzetta OJ nella ormai amatissima Cantina OJ

 

Cinque serate di grande jazz italiano da ascoltare nel cuore del centro storico di Vasanello.

 

PROGRAMMA 2018

11 LUGLIO          NTJO – New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini

12 LUGLIO          NOT A WHAT- FABRIZIO BOSSO GIOVANNI GUIDI

13 LUGLIO          STEFANO DI BATTISTA QUARTET

14 LUGLIO          FAR EAST TRIP – GIOVANNI FALZONE

15 LUGLIO          DEAR JOHN – FRANCESCO BEARZATTI

 

La direzione artistica è lieta di presentare il programma della 14° edizione di Ortaccio Jazz Festival.

SUONARE IL JAZZ. Cinque sere, cinque diversi modi di suonare la tradizione. Cinque diversi interpreti alle prese con autori, stili e generi del passato. Si parte dalle suggestioni musicali di Thelonious Monk, compositore e pianista dalle incredibili doti improvvisative, passando attraverso il confronto con le sonorità orientali della “Far East Suite” di Duke Ellington fino ad arrivare all’omaggio esplicito ed originalissimo ad uno dei più grandi sassofonisti della musica jazz: John Coltrane. Senza dimenticare il confronto con la tradizione melodica europea ed italiana.

Del resto se, come diceva Bill Evans, il jazz “is not a what, it’s a how” anche Ortaccio, nel suo piccolo, cerca di coglierlo.

DESCRIZIONE DEI CONCERTI

11 LUGLIO NTJO – New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini

Con il sostegno del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”.

Nel 2018 la New Talents Jazz Orchestra presenta il progetto musicale “Our Monk”, dedicato interamente a Thelonious Monk, artista eclettico e originale, che ha rappresentato la sfera bebop a New York.

Dagli anni ’40 ad oggi le sue composizioni sono tra le più suonate nel repertorio jazz, ma gli arrangiamenti pensati e realizzati ad hoc dai giovani talenti dell’orchestra daranno una propria visione della sua musica fuori dagli schemi strutturali. Il materiale compositivo di Thelonious Monk è il punto di partenza delle composizioni originali realizzate dall’orchestra, che opera trasformando i pattern e i riff originari in opere nuove, così da mantenere una linea stilistica unica, rendendo l’opera fluida e innovativa.

Solista per l’occasione sarà il giovane sassofonista Vittorio Cuculo, cresciuto tra le fila dell’Orchestra e talento ormai riconosciuto a livello nazionale.

La New Talents Jazz Orchestra è una formazione musicale nata nel 2012 sotto la guida del trombonista e arrangiatore Mario Corvini e costituita da 17 giovani talentuosi musicisti provenienti da varie regioni italiane.

Nei sei anni di attività la New Talents Jazz Orchestra ha proposto progetti molto differenti l’uno dall’altro, confrontandosi con il repertorio classico delle orchestre jazz fino ad arrivare alla presentazione di lavori originali. In questo percorso musicale numerose sono state le collaborazioni con musicisti di fama internazionale quale Enrico Pieranunzi, Stefano Di Battista, Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, J. Girotto, ecc.

 

12 LUGLIO NOT A WHAT FABRIZIO BOSSO GIOVANNI GUIDI

Fabrizio Bosso, Tromba

Aaron Burnett, Sax Tenore

Giovanni Guidi, Pianoforte

Dezron Douglas, Contrabbasso

Joe Dyson, Batteria

Giovanni Guidi e Fabrizio Bosso hanno percorso strade molto diverse: Guidi pianista per anni alla corte di Enrico Rava, dopo alcune incisioni per CAM Jazz è   approdato alla blasonata etichetta ECM, con cui ha già registrato tre album da leader, Bosso, arrivato ai massimi vertici a livello mondiale del suo strumento, ha inciso da leader per Blue Note, Verve ed ora Warner. I due incontratisi durante la scorsa estate ad Umbria Jazz, dove hanno diviso il palco, l’uno con il quintetto di Enrico Rava e Tomasz Stanko, l’altro con il proprio progetto dedicato a Gillespie “ The Champ” , hanno pensato bene di unire le loro forze in una idea che li potesse spingere a oltrepassare i confini della loro personale ricerca musicale.  Per far ciò hanno voluto che il gruppo fosse completato da tre giovani talenti indiscussi del jazz newyorchese del calibro di Aaron Burnett, sax tenore che sta bruciando le tappe a New York (Wynton Marsalis, Esperanza Spalding, Kurt Rosenwinkel), Dezron Douglas affidabilissimo e propulsivo contrabbassista (Ravi Coltrane, Louis Hayes, Cyrus Chestnut) e Joe Dyson, tra i più richiesti giovani batteristi oggi in circolazione. Il gruppo, che prende spunto per la sua denominazione da una frase del grande Bill Evans “jazz is not a what, it is a how”.

 

13 LUGLIO STEFANO DI BATTISTA QUARTET

Stefano Di Battista, sax alto e soprano

Andrea Rea, pianoforte

Daniele Sorrentino, basso

Luigi Del Prete, batteria

Torna a Ortaccio Jazz Festival uno dei più importanti sassofonisti della scena italiana ed internazionale. Stefano di Battista con il suo quartetto, ripercorrerà le tappe della sua carriera attraverso il repertorio dei suoi best-of! Il concerto è proprio da non perdere! Di Battista nasce a Roma da una famiglia di musicisti ed appassionati di musica. Ha iniziato a studiare il sassofono all’età di 13 anni in una banda di un piccolo quartiere, composta principalmente da ragazzini. E’ qui che, fino all’età di 16 anni, Stefano ha sperimentato quella che sarebbe diventata una delle qualità essenziali della sua musica: l’allegria. Durante questo periodo ha due incontri decisivi che lo indirizzano verso la sua vocazione: scopre il jazz, innamorandosi del suono “acidulo” di Art Pepper (“…immediatamente volevo suonare in quel modo… fu l’inizio della mia passione”) e incontra l’uomo che diventerà il suo mentore, il leggendario alto sassofonista Massimo Urbani (“lui era un mostro, suonava senza conoscere cosa venisse dopo. Istintivamente.”). La sua strada è ormai segnata: Stefano sarà un musicista jazz. Viaggerà in lungo e largo in Italia e nel mondo portando la sua musica e diventando uno dei musicisti di jazz italiani più famosi al mondo.

14 LUGLIO GIOVANNI FALZONE FAR EAST TRIP

Giovanni Falzone, tromba e arrangiamenti

Massimo Marcer, tromba

Massimiliano Milesi, sax tenore e baritono

Andrea Baronchelli, trombone e tuba

Alessandro Rossi, batteria

Giovanni Falzone, uno dei più interessanti e creativi trombettisti europei rilegge la Far East Suite di Duke Ellington accostando 4 brani della suite originale -Tourist Point Of View; Blue Bird Of Delhi; Blue Pepper; Amad – ad altrettante sue composizioni originali concepite e scritte come omaggio al pensiero musicale del Duca. Ne viene fuori un mix intrigante di old & new jazz con esplosioni di lontano oriente. Facendo un lavoro di ricerca compositiva convenzionale e non, Falzone ha cercato di miscelare il jazz con tutte le forme di scrittura e improvvisazione che durante il XX Secolo si sono avvicendate. Le composizioni sono caratterizzate da una forte componente ritmica e melodica, attraverso la quale il gruppo muove l’intero quadro sonoro. Fanno parte di questo progetto musicisti capaci e attenti con i quali il Leader ha instaurato un rapporto di complicità ed intesa musicale, grazie soprattutto alla loro sensibilità e capacità di muoversi in diversi contesti creativi.

 

15 LUGLIO FRANCESCO BEARZATTI DEAR JOHN

Francesco Bearzatti | sassofoni

Luca Colussi | batteria

Benjamin Moussay | tastiere, fender rhodes

Dopo la morte di John Coltrane, avvenuta il 17 luglio 1967, il mondo della musica si è come tutto sintonizzato sul suo stile del periodo di mezzo: quello del quartetto modale, il più accessibile ed euforico, profondamente legato a un’ispirazione spirituale.

Questo stile è diventato parte del linguaggio jazzistico ed è spesso ridotto a pura formula. E’ per questo che per MetJazz 2017 Francesco Bearzatti (1966) ha immaginato questo omaggio a John Coltrane. Perché Bearzatti viene stilisticamente da un mondo piuttosto lontano e vive un diverso rapporto tra la musica e valori civili. Eppure come sax tenore non può non fare i conti con Coltrane, con la sua energia, con l’alta aspirazione spirituale, con la lucida apertura di ricerca. Per questo l’omaggio di Bearzatti non può che essere personale ed eccentrico, fin dalla scelta della formazione, un trio rhythm’n’blues (il sound con cui Coltrane è maturato). Ci sono tutte le premesse per affrontare una pagina nuova su Coltrane.
Francesco Bearzatti ci ha abituato ad aspettarci l’imprevisto. Nel corso della sua carriera, ogni nuovo progetto ha costruito immagini inaspettate e sorprendenti: Thelonious Monk mescolato al rock’n’roll, una suite dedicata alla fotografa Tina Modotti, il sax che viene filtrato dall’elettronica fino a trasformarsi in una chitarra elettrica. Stavolta, ha scelto di rendere omaggio a John Coltrane, a cinquant’anni dalla morte, ma lo ha fatto a modo suo, scrivendo una lettera aperta al grande sassofonista. La formazione è un trio sax-batteria-Fender, che richiama le sonorità del soul-jazz e del rhythm’n’blues: quelle, guarda caso, con cui Coltrane esordì e crebbe, prima di lanciarsi nell’esplorazione introspettiva della musica e dello spirito. Lo accompagnano il batterista Luca Colussi e il tastierista francese Benjamin Moussay, un artista abituato a incrociare mondi sonori diversi, dal jazz alla classica, fino al rock e all’elettronica.

 

TESSERA SOCIO ORTACCIO JAZZ FESTIVAL

Vuoi diventare socio di OJ Festival? Anche quest’anno hai la meravigliosa opportunità di sottoscrivere la tessera SOCIO SOSTENITORE e vivere il festival in prima fila! Nelle due versioni GOLD (50 euro) e SILVER (20 euro) avrai diritto ad una consumazione gratis per sera. In più, per chi sottoscrive la tessera GOLD, anche uno sconto del 50% sull’acquisto della maglietta e un posto in prima fila per tutti i concerti. [PER AVERLA] Ti aspettiamo il mercoledì e il sabato presso l’ufficio “Informa Turismo” di via Roma a Vasanello.

Puoi anche prenotare la tessera inviando un messaggio a info@ojfestival.it oppure, con un SMS, ai numeri: 335 7533476 e 3342556798 e ritirarla la sera dei concerti al banco bar della piazza.

 

CANTINA OJ

 

 

Tutte le sere, prima dell’inizio dei concerti, si può comodamente cenare alla Cantina OJ. Aperta esclusivamente solo durante i giorni del festival. Piatti tipici della tradizione, alimenti a Km 0 e vino delle migliori cantine della zona.

Anche quest’anno il menù presenta delle grandi novità: oltre al piatto OJ che ormai è un must della Cantina (salumi, verdure grigliate, formaggi freschi e stagionati) si potranno gustare anche:

 

  • Prosciutto e melone
  • Friselle con pomodorini e mozzarella di bufala
  • Fieno al ragù
  • Farro con pomodori, olive e rucola
  • Cous Cous di verdure
  • Zuppa di moscardini
  • Porchetta
  • Fricciolose
  • Dolci secchi

 

CONTATTI

Associazione Culturale “Messico e nuvole”

Via G. Marconi, 46 – 01030 VASANELLO (VT)

mail: info@ojfestival.it – masterclass@ojfestival.it

web: www.ojfestival.it

info e prenotazioni: 335 7533476

 

#OJ2018
📍 Tutti i concerti sono gratuiti
📍 Kids friendly
📍 Cena con #CantinaOJ

 

INFO POINT
Vasanello Città > http://bit.ly/2qEcxOH
Come Arrivare > http://bit.ly/2qEcxOH
ORTACCIO JAZZ ☎ 348 5739663
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Grande Jazz alle pendici dell’Etna

Pochi giorni fa sottolineavamo come durante l’estate l’Italia si trasforma, magicamente, in una sorta di patria del jazz con festival che si svolgono lungo tutto l’arco dello stivale, dalle Alpi fino alla Sicilia. Ed è proprio su un festival siciliano che desideriamo focalizzare la nostra attenzione. Si tratta del “Puntalazzo Jazz Festival” giunto alla sua quarta edizione, in programma dal 24 luglio al 9 agosto.

Lo scenario è davvero straordinario, da mozzare il fiato: siamo alle pendici dell’Etna, in una grotta lavica nel territorio di Puntalazzo di Mascali, in provincia di Catania. Anche questa rassegna presenta quelle caratteristiche che ne fanno un evento di grande interesse vale a dire la valorizzazione di artisti siciliani che si alterneranno con grandi firme del jazz internazionale, e l’invito a conoscere ed apprezzare le bellezze naturali e culturali di un territorio quanto mai ricco di suggestioni non solo musicali.

Tra gli appuntamenti di maggior rilievo il 28 luglio un progetto molto significativo dal titolo suggestivo: “Gli affreschi del mio Giardino” spettacolo di multi progettualità con

musica di Rosalba Bentivoglio, la vocalist catanese conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, poesia e danza su liriche di Emily Dickinson, ideato dalla stessa Bentivoglio, prodotto e diretto da Enrico Guarrera. Assieme alla Bentivoglio sul palco Valerio Rizzo, pianoforte, Samyr Guarrera sax soprano, samflute, sax midi, Andrea Liotta tamburi, Valeria Geremia danza Butho, Emanuele Primavera batteria, Carmelo Venuto contrabbasso.

La rassegna jazz, vedrà al suo interno, nei giorni 3/4/5 agosto un workshop di Canto Jazz, organizzato dalla stessa associazione che cura il festival la “Puntalazzo Open Art”

sotto la guida di Gigi Monterosso, il quale per l’occasione ha invitato a tenere il corso alla Lady del Jazz siciliano, la già citata Rosalba Bentivoglio che detiene la cattedra di Canto Jazz nello storico Conservatorio “A. Corelli” di Messina e già al Conservatorio “V. Bellini” di Palermo, e il “D. Cimarosa” di Avellino.

Ma diamo uno sguardo più da vicino al cartellone

Si parte il 24 luglio con l’Orchestra Jazz del Conservatorio A. Corelli di Messina diretta da Giovanni Mazzarino con la voce di Rosalba Bentivoglio.

Il 26 luglio il trio del pianista Giampiero Locatelli con Gabriele Evangelista contrabbasso e Enrico Morello batteria

Il 28 luglio il già citato spettacolo “Gli affreschi del mio Giardino”, preceduto da un dibattito sulla situazione del jazz, in particolare al femminile, determinato dalla presentazione del volume del sottoscritto “L’altra metà del jazz”.

Il 30 luglio il Perfect Trio del batterista Roberto Gatto con Alfonso Santimone pianoforte, piano elettrico ed elettronica e Pierpaolo Ranieri basso elettrico.

I1 agosto “Espresso Roma-Catania”, un progetto di musicisti siciliani nato nel 2006 da un’idea del sassofonista Cristiano Giardini e del pianista Andrea Beneventano, con Carmelo Venuto al contrabbasso e Ruggero Rotolo alla batteria, feat. Mattia Cigalini, al sax.

Il 4 agosto “My Jazzy Accordion”, il nuovo spettacolo del fisarmonicista siciliano Roberto Gervasi, il cui intento è omaggiare questo strumento nel Jazz, ispirandosi a grandi maestri come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell e il mentore fisarmonicista Frank Marocco. Il trio è completato da Gabriele Lomonte alla chitarra e Davide Inguaggiato al contrabbasso.

Il 7 agosto “Remembering Art Blakey & The Jazz Messengers” progetto con cui il sestetto del batterista Paolo Vicari rende omaggio al celebre batterista americano, bandleader, e icona dell’hard bop e alla sua storica formazione dei “Jazz Messengers”. Assieme a Vicari, Giacomo Tantillo alla tromba, Francesco Patti al sax tenore, Salvatore Nania al trombone, Valerio Rizzo al pianoforte e Stefano India al contrabbasso.

Il 9 agosto chiusura d’eccezione con un duo di gran classe: Mauro Schiavone al pianoforte e Francesco Cafiso al sax.