Stefano Colpi Atrio al TrentinoInJazz 2019

Sabato 29 giugno
ore 21,30
Cortile Museo del pianoforte antico
Via Santa Caterina, 1
Ala (TN)

STEFANO COLPI ATRIO

Ingresso 10 Euro

Un altro concerto importante per l’edizione 2019 del TrentinoInJazz: nel programma del Lagarina Jazz, ad Ala (TN), sabato 29 giugno torna Stefano Colpi con il suo Atrio, insieme a Roberto Cipelli (pianoforte) e Mauro Beggio (Batteria).

Il progetto Atrio scaturisce dall’attività compositiva di Stefano Colpi, stimolata in un primo momento dal contatto con il pianista Stefano Battaglia e con il batterista Carlo Alberto Canevali, e documentata dal cd Where Do We Go From Here? (2003). Da più di dieci anni il nome è lo stesso (quando l’organico si amplia, diventa Open Atrio) ma i componenti cambiano, seguendo le avventure compositive del contrabbassista trentino. Sotto questa formula si sono dunque alternati vari musicisti: dagli apprezzati pianisti Stefano Battaglia e Roberto Cipelli, al clarinettista Mauro Negri, ai batteristi Carlo Canevali e Stefano Bertoli. Sono stati coinvolti vari solisti di rango della scena regionale trentina, come Walter Civettini, Michele Giro, Michael Lösch, Giuliano Cramerotti, Enrico Tommasini.

Nel 2009, la versione di Open Atrio con Mauro Negri, Roberto Cipelli e Stefano Bertoli fu presentata ad Ala, nel cartellone di Lagarina Jazz. Torna ora nella città di velluto, con la formula originaria del trio con pianoforte, coinvolgendo due figure di spicco del panorama jazzistico nazionale e internazionale, quali Roberto Cipelli e Mauro Beggio. Il primo, pianista di grande sensibilità, vanta collaborazioni con molti tra i più rappresentativi musicisti italiani e stranieri, tra cui Dave Liebman, Sheila Jordan, Tom Harrell, Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi. Il secondo, autentico virtuoso del proprio strumento, ha iniziato giovanissimo nel quartetto di Enrico Rava e in seguito ha collaborato tra l’altro con Johnny Griffin, Toots Thielemans, Paul Bley, Kenny Wheeler.

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 3)

Proseguiamo il nostro viaggio attraverso alcune tra le più importanti etichette di jazz. Oggi parliamo di Caligola, Cam Jazz, Dodicilune e ECM di cui vi presenteremo alcune significative produzioni.

CALIGOLA

L’associazione culturale Caligola dal 1980 promuove musica al di fuori dei circuiti istituzionali, organizzando concerti all’interno di spazi presi in affitto. Dal folk al blues, dal rock alla musica d’autore fino al jazz, l’associazione Caligola è riuscita a portare nel territorio veneziano alcuni tra i più noti maestri della musica moderna. Nel 1994 nasce Caligola Records, etichetta indipendente, che sotto la sapiente regia di Claudio Donà è riuscita ad imporsi come una delle più importanti realtà italiane nel valorizzare il jazz italiano in particolare dell’area veneta. Di Caligola records vi proponiamo tre recenti produzioni.

Maurizio Brunod è uno tra i più fedeli artisti della Caligola Records. Chitarrista di grande spessore pubblicò il primo album con Caligola nel 2009, “Northern Lights”, per chitarra solo. Adesso si ripropone con “African Scream” ancora per chitarra solo. Anche se la chitarra è tornata prepotentemente in auge nel mondo del jazz grazie ad alcuni personaggi di assoluto livello, ciò non significa che tutte le ciambelle riescano col buco, soprattutto se si decide di affrontare un repertorio variegato ed impegnativo da solo con il proprio strumento seppur confortato dall’ausilio dell’elettronica. Ma Brunod è artista che non teme le sfide ed eccolo dunque dedicare il brano d’apertura al collega e amico Garrison Fewell prematuramente scomparso, “Ayleristic”, già proposto nell’album in duo con lo stesso Garrison, “Unbroken Circuit” del 2015. Nel ricordo dell’amico, Brunod non ha pudore dei propri sentimenti e ci regala una interpretazione intensa, suggestiva, emozionalmente coinvolgente. Subito dopo eccolo alle prese con uno standard, “I Remember Clifford” di Benny Golson affrontato con lucida consapevolezza senza alcuna smania di voler travolgere alcunché ma con il sincero proposito di rendere omaggio ad un grande pezzo e ad un grande compositore.
Di qui sino alla fine sei originali a sua firma intervallati da un brano di Aldo Mella. E nella duplice veste di compositore-esecutore Maurizio ha modo di mettere in mostra tutte le sue valenze. Al riguardo particolarmente convincente la title track caratterizzata da un andamento quasi ipnotico grazie ad una melodia inusuale e ad un uso appropriato del loop.

Claudio Cojaniz è un altro pezzo da novanta del jazz friulano e più in generale italiano. Questo “Molineddu” è stato registrato tra il novembre 2016 e il febbraio 2017, quindi pochi mesi prima di “Sound Of Africa”, altro album del pianista che manifesta così il suo amore verso questo continente. Ad affiancarlo ancora una volta i componenti del ‘Coj & Second Time” vale a dire Alessandro Turchet (contrabbasso), Luca Grizzo (percussioni, vocale), Luca Colussi (batteria) con l’aggiunta di Carmela Arghittu (voce) nel brano che dà il titolo all’album. In programma sette originali tutti dovuti alle felice vena creativa del leader. Ancora una volta il pianismo di Cojaniz risulta di grande interesse; il suo linguaggio, pur nel dichiarato omaggio all’arte, alla cultura di altri continenti (qui sentita la dedica alla città di Aleppo), mai risulta calligrafico, sempre scevro da ogni manierismo e intellettualismo di maniera. Di qui niente funamboliche evoluzioni sulla tastiera, niente invenzioni particolarmente azzardate, niente suoni alterati ma linee melodiche essenziali eppure di assoluta godibilità, armonizzazioni non astruse ma non banali, e soprattutto una tavolozza coloristica che i membri del quartetto rendono al meglio con la cavata possente e precisa di Alessandro Turchet, la batteria mai ridondante di Luca Colussi che si dimostra ancora una volta (se pur ce ne fosse stato bisogno) uno dei migliori e più lucidi batteristi italiani e le percussioni assolutamente inusuali di Luca Grizzo che regalano quasi un tocco di magia alla musica dell’ensemble (se non si vede Grizzo esibirsi non si ha un’esatta percezione di quanto detto). Tra i brani da segnalare soprattutto “Molineddu – Girasoles suta sa luna” in cui Carmela Arghittu interpreta con grande e sincera partecipazione i versi di Istevene Stefano Flores.

Roberto Martinelli (sax soprano) e Ermanno Maria Signorelli (chitarra classica) sono i protagonisti del toccante album “Pater” registrato a Padova nel 2018. Titolo non potrebbe essere più esplicativo dal momento che l’album è dedicato ai padri dei due artisti scomparsi in un breve arco di tempo. E questo dà la misura del tipo di musica che si ascolta. Sax soprano e chitarra costituiscono un duo certo non usuale ed in effetti è il primo disco che i due incidono assieme anche se, viceversa, sul campo hanno avuto diverse occasioni di collaborare. Di qui un’intesa che va ben al di là della registrazione in oggetto, un’intesa confortata dal comune background sia classico sia jazzistico, dall’idem sentire quanto a purezza e naturalezza del suono acustico. Non a caso Signorelli è tra i pochissimi jazzisti italiani ad aver scelto la chitarra classica. Al riguardo dobbiamo, quindi, segnalare l’assoluta coerenza con questo assunto di ambedue i musicisti che non si sono lasciati sedurre dai “nuovi suoni”. Liberi da ogni obbligo di modernità, i due si spingono su terreni in qualche modo legati alla musica colta europea in cui è ben difficile distinguere tra pagina scritta e improvvisazione. Materia, quest’ultima, in cui sia Martinelli sia Signorelli sembrano eccellere per tutta la durata dell’album. Straordinariamente efficace la trattazione delle dinamiche in cui anche il silenzio ha un suo rispettabile ruolo, così come coinvolgente risulta l’invenzione tematica dei due che si riallaccia in maniera decisa al gusto melodico della tradizione italiana. Infatti degli otto brani in programma ben sette sono gli originali di cui quattro di Signorelli e tre di Martinelli cui si aggiunge lo standard “My Favourite Things” di Rodgers e Hammerstein porto con gusto e originalità.

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CAM JAZZ

La CAM JAZZ è nata come una costola della prestigiosa Cam (Creazioni Artistiche Musicali) Records, costituita tra la fine del 1959 e l’inizio del 1960. Fondata dai fratelli Campi fu una delle primissime etichette a specializzarsi nel registrare le musiche tratte dai film. Nel 2000 la nascita di CAM Jazz per una intuizione del titolare della CAM che ascoltato Giovanni Tommaso appena finito di registrare la colonna musicale di un film, con musiche da lui composte, e venuto a conoscenza che Giovanni era un jazzista gli propose l’idea di suonare in versione jazz alcuni dei temi più noti tratti dal catalogo CAM. Giovanni accolse l’idea con entusiasmo, e fu così che nacque il primo album di CAM JAZZ, “La dolce vita – Tommaso/Rava Quartet”. Quasi inutile sottolineare come questa etichetta rappresenti oggi una delle realtà più vitali e importanti, conosciuta ed apprezzata in Italia e all’estero, avendo tra l’altro acquisito due prestigiose etichette, La Black Saint e la Soul Note.

Anche in questo caso vi proponiamo tre produzioni. Le prime due vedono protagonista uno degli artisti di punta dell’etichetta Enrico Pieranunzi, registrato dal vivo durante un concerto alla Bastianich Winery in splendida solitudine, e in trio con Gabriele Mirabassi e Gabriele Pieranunzi.

Enrico Pieranunzi “Wine & Waltzes” fa parte di quella serie di registrazioni effettuate quasi per scommessa da Ermanno Basso produttore dell’etichetta e Stefano Amerio vero e proprio mago del suono, titolare dei celebri “Artesuono Recording Studios”. In sostanza si trattava di verificare se fosse possibile produrre degli album live registrati nelle cantine del Friuli Venezia Giulia. La scommessa è stata vinta alla grande e questo album ne è una prova inconfutabile. Enrico suona come al solito molto, molto bene, con quella classe e quella originalità che ne hanno fatto uno dei migliori pianisti oggi in esercizio sulle platee di tutto il mondo. Il suo stile allo stesso tempo rigoroso e fantasioso, frutto di un innato talento ma anche di anni ed anni di intenso studio, è immediatamente riconoscibile. Se a tutto ciò si aggiunge la piacevolezza di un repertorio quasi tutto incentrato sul ritmo ternario si capirà immediatamente perché l’album è godibile dal primo all’ultimo istante.

Così come godibile è “Play Gershwin” ovviamente incentrato sul compositore di Brooklyn. Come si diceva con Pieranunzi negli studi di registrazione di Stefano Amerio, a Cavalicco, Gabriele Mirabassi al clarinetto e Gabriele Pieranunzi al violino. Un organico, quindi, inusuale ma di eccelso spessore tecnico-artistico. Questo album meriterebbe tutta una serata di illustrazioni non solo e non tanto per la qualità della musica e la bravura degli esecutori quanto per la complessità dell’operazione che sottende il CD. Al riguardo bisogna partire da un dato: sia “An American in Paris” sia “Rhapsody in Blue” – ambedue contenute nell’album – furono scritte per larghi organici. Come ridurre queste partiture sì da farle suonare ad un trio anziché ad un’orchestra sinfonica? L’impresa era di quelle da far tremare i polsi, come confessa lo stesso Pieranunzi che per “Un Americano a Parigi” si è servito della trascrizione per pianoforte solo di William Daly e della versione per due pianoforti scritta dallo stesso Gershwin, mentre per la “Rapsodia” è stata lasciata integra quella parte solistica di pianoforte scritta nel 1924 che spesso viene tagliata e si è proceduto a ristrumentare passaggi non suonati dal pianoforte. Risultato? Eccellente sotto ogni aspetto; alle due opere sopra citate si aggiungono i preludi (scritti originariamente per solo pianoforte) che evidenziano vieppiù una intesa del tutto straordinaria che va ben al di là del fatto meramente musicale. Pieranunzi mette sul piatto ancora una volta tutto il suo mostruoso bagaglio che va dal ragtime a Bach mentre i compagni di viaggio lo seguono con una gioia ed una intensità palpabili ed avvertibili in ogni momento.

Pipe Dream – “Pipe Dream”
Sotto l’insegna di Pipe Dream opera un nuovo quintetto costituito da Hank Roberts (violoncello e voce), Filippo Vignato (trombone), Pasquale Mirra (vibrafono) Giorgio Pacorig (pianoforte, fender rhodes) e Zeno De Rossi (batteria). Questo è il loro album d’esordio e se il buongiorno si vede dal mattino allora di questo gruppo sentiremo parlare a lungo e bene. In effetti l’album è molto interessante ricco com’è di umori, di sapori, di colori, di atmosfere che rendono sempre vivo l’ascolto. I cinque musicisti conoscono molto bene la musica globalmente intesa per cui nelle loro esecuzioni non è difficile scorgere tracce di jazz propriamente detto (soprattutto free e bop) suggestioni etniche, echi di minimalismo, abbandoni poetici, frammenti di funk… Così la mente vaga alla ricerca di ricordi lontani ma riportati in superficie da suggestioni sonore porte con intelligenza, garbo e originalità. Si noti, ad esempio, con quanta abilità Filippo Vignato si muove sulle frequenze più basse contribuendo in maniera determinante a non far sentire la mancanza del contrabbasso. Egualmente il violoncello di Hank Roberts si incarica di eseguire le linee melodiche più accattivanti mentre Zeno De Rossi fa cantare i suoi tamburi alternando suono e silenzio (magistrale il suo accompagnamento nella title track). Giorgio Pacorig si conferma pianista versatile e nell’occasione anche valido compositore (suo “They Were Years”, il brano più complesso dell’intero programma). Infine Pasquale Mirra dispensa sghembi tocchi di melodia a comporre un puzzle tra i più originali e convincenti che abbiamo avuto modo di sentire in questo primo scorcio dell’anno.

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ECM (Editions of Contemporary Music)

Se c’è un’etichetta che nel mondo della musica, al di là di qualsivoglia genere, ha influenzato musicisti, critici e pubblico questa è sicuramente la ECM. Fondata ad Amburgo da Manfred Eicher nel 1969, la casa discografica tedesca nel corso di questi ultimi decenni ha imposto una propria estetica, dettando parametri che hanno portato ad un jazz completamente diverso rispetto all’originale afro-americano, con una cura estrema per il suono, un’estetica cui hanno aderito moltissimi artisti e non solo europei tra cui Mal Waldron che registrò il primo album ECM (“Free at Last” novembre 1969), Joe Lovano, Keith Jarrett, Paul Bley, Chick Corea, Pat Metheny, l’Art Ensemble of Chicago Jan Garbarek, John Abercrombie, Palle Danielsson… i nostri Enrico Rava, Stefano Battaglia, Stefano Bollani… solo per citarne alcuni . Nel 1984 nasce la costola ECM New Series, che pubblica artisti come Arvo Paart, Heiner Goebbels, Meredith Monk, Ketil Bjornstad, Valentin Silvestrov, che appartengono alla musica colta contemporanea.
Tornando al jazz vi proponiamo le prime cinque uscite con cui la ECM ha inaugurato questo 2019.

Ralph Alessi – “Imaginary Friends” – ECM 2629
Ecco il terzo album del trombettista statunitense Ralph Alessi pubblicato dalla ECM dopo “Baida” del 2013 e “Quiver del 2016”. Questa volta Alessi è alla testa di un suo quintetto attivo dal 2010 e completato da Ravi Coltrane a tenore e sopranino, Andy Milne al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Mark Ferber alla batteria. In programma nove composizioni originali del leader. L’album si apre con “Iram Issela” che evidenzia ancora una volta come Alessi risulti artista assolutamente moderno senza per ciò perdere il contatto con la tradizione; il brano è caratterizzato da una bella linea melodica e già da questo primo pezzo si possono riscontrare quelle che saranno le caratteristiche dell’intero album. Vale a dire il ruolo di leader assoluto del trombettista che detta e disegna le atmosfere dell’album in ciò coadiuvato splendidamente dal pianismo mai esorbitante di Andy Milne e da una sezione ritmica di assoluta eccellenza, sempre pronta a sottolineare i momenti clou delle varie interpretazioni. Abbiamo lasciato per ultimo Ravi Coltrane in quanto il sassofonista (classe 1965, figlio di John e Alice Coltrane) può vantare un’intesa con Alessi dai tempi del California Institute of the Arts alla fine degli anni ’ 80. Ciò spiega, meglio di mille parole, la straordinaria intesa tra i due che li porta a dialogare su un piano di assoluta parità. Si ascolti, al riguardo “Melee”, il brano più lungo dell’album, un vero e proprio campo minato in cui trombettista e sassofonista si avventurano senza rete, dando fondo a tutte le loro potenzialità, in un gioco di rimandi, rincorse, stop and go a tratti davvero entusiasmante.

Yonathan Avishai – “Joys and Solitudes” – ECM 2611
Un album che si apre con una sontuosa interpretazione del classico “Mood Indigo” di ellingtoniana memoria non può che conquistarti immediatamente. Se poi a questo primo brano seguono sette composizioni originali, tutte di convincente fattura, ecco che finito l’album hai subito voglia di rimetterlo su. Autore di questo piccolo miracolo è il pianista Yonathan Avishai, nato a Tel Aviv nel 1977, da madre francese e padre israeliano, ma residente in Francia dal 2001, che con questo album segna il suo ingresso da leader nella scuderia ECM. Avishai è alla testa del suo trio, in attività dal 2015, con Yoni Zelnik, bassista israeliano oramai anch’egli di casa a Parigi e Donald Kontomanou, batterista francese della Guinea con origini greche. Accennavamo al brano d’apertura, “Mood Indigo”: ebbene il trio non si limita ad una pedissequa riproposizione ma ce ne fornisce una versione originale particolarmente apprezzabile per la ricchezza armonica e la ricerca timbrica. E sono questi elementi che si riscontrano in tutto l’album in cui il pianista fa riferimento esplicito ad esperienze, emozioni da lui vissute in prima persona. Così, ad esempio, lo straniante “Tango”, che dello stereotipo argentino conserva ben poco, è ispirato dall’ascolto di ‘Ojos Negros’ di Anja Lechner e Dino Saluzzi; particolarmente gustoso con il suo andamento altalenante “Joy” mentre “Les pianos de Brazzaville” si richiama esplicitamente ai suoi viaggi nella repubblica del Congo, grazie anche ad alcuni espliciti riferimenti etnici. Una menzione particolare merita “When Things Fall Apart” il brano più lungo e articolato (più di dodici minuti) che, dopo un inizio di carattere impressionistico, si sviluppa attraverso un ampio dialogo fra i tre che pone in evidenza sia l’intesa di gruppo sia la bravura dei singoli.

Mats Eilertsen – “And Then Comes The Night” – ECM 2619
Dopo la felice esperienza del settetto con “Rubicon” (sempre ECM del 2015) il bassista norvegese Mats Eilertsen si ripresenta al pubblico del jazz alla testa di un trio con Harmen Fraanje piano e Thomas Strønen batteria che esiste già da una decina d’anni. Si tratta, quindi, di un classico trio pianoforte con sezione ritmica che, almeno dal punto di vista dell’organico, non presenta alcunché di nuovo. Eppure l’album presenta notevoli motivi di interesse grazie alla particolare visione musicale dei tre, condotti con mano sicura dal leader che può vantare un’intesa attività in casa ECM avendo collaborato alle registrazioni, tra gli altri di, Tord Gustavsen, Trygve Seim, Mathias Eick, Nils Økland, Wolfert Brederode e Jakob Young. Ma è nei progetti a suo nome che l’artista rivela compiutamente la sua cifra stilistica. Così, in questo “And Then Comes The Night” (titolo derivato dal racconto dello scrittore islandese Jón Kalman Stefánsson “Luce d’agosto ed è subito notte”) Eilertsen abbandona strade già abbondantemente battute per inerpicarsi lungo sentieri scoscesi in cui il silenzio ha quasi la stessa importanza del suono e il gioco delle dinamiche risulta preponderante rispetto a qualsivoglia elaborazione armonica o ricchezza di fraseggio. Di qui una musica tutt’altro che banale con cui Eilertsen ci invita a compiere con lui un viaggio immaginario, nel profondo delle emozioni che non possono non riguardare ciascuno di noi. E così l’album si apre con un titolo particolarmente significativo “22”, in ricordo della terribile strage compiuta il 22 luglio del 2011 sull’isola di Utøya, nel Tyrifjorden,
da un uomo che uccise 69 giovani, ferendone altri 110, tra i partecipanti ad un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista Norvegese. A tutt’oggi è l’atto più violento mai avvenuto in Norvegia dalla fine della seconda guerra mondiale.

Eleni Karaindrou – “Tous des oiseaux” – ECM 2634
Questo album, della ECM New Series, ci propone le colonne sonore scritte da Eleni Karaindrou per la pièce “Tous des oiseaux” del regista Wajdi Mouwad e “Bomb. A love Story” dell’attore e regista iraniano Payman Maadi. L’artista greca si dimostra ancora una volta all’altezza della situazione evidenziando la solita verve compositiva che avevamo imparato a conoscere ed apprezzare sin dalla sua prima colonna sonora per Periplanissis (Wandering), di Christoforos Christofis (1979). Da allora Eleni non si è più fermata collezionando allori in tutto il mondo tra cui la vittoria nel 1982 al Thessaloniki Film Festival che la condurrà ad una fruttuosa collaborazione con Theo Angelopoulos e nel 1992 il Premio Fellini di Europa cinema. Anche con quest’ultima fatica discografica la Karaindrou si cala perfettamente nello spirito delle rappresentazioni sceniche, la prima che porta sulla scena una tragedia che si sviluppa nel cuore del conflitto israelo-palestinese, la seconda a sottolineare come al culmine della guerra Iran-Iraq del 1988, quando Teheran viene bombardata senza sosta, l’amore, l’affetto, la speranza e la vita hanno la meglio sulla paura della morte. Da sottolineare come questa colonna sonora sia la prima composta dalla Karaindrou dopo la scomparsa di Angelopoulos e si sia già meritata una nomination per l’ APSA (Asia Pacific Screen) come Best Original Score. Date le tematiche trattate, è facile intuire lo spessore della musica, sempre molto intensa, emozionale, ricca di colori, di suggestioni, di umori ottimamente resa dall’orchestra d’archi, con il primo violino Argyo Seira, al cui fianco troviamo altri musicisti di talento quali, tanto per fare qualche nome, la vocalist Savina Yannatou, Nikos Paraoulakis al ney (sorta di flauto caratteristico soprattutto della musica tradizionale colta di molti Paesi Medio-Orientali), Stefanos Dorbarakis al kanonaki (strumento cordofono della tradizione classica araba). Dal canto suo la Karaindrou si fa apprezzare in alcuni brani anche come pianista.

Joe Lovano – “Trio Tapestry” – ECM 2615
Ecco l’album che non ti aspetti. Protagonista il grande sassofonista Joe Lovano, di origini siciliane, che dopo aver partecipato a varie registrazioni ECM nel corso degli anni (ricordiamo gli splendidi album a fianco di Paul Motian, Steve Kuhn e John Abercrombie) approda adesso al suo primo album da leader per la casa tedesca, cosa abbastanza strana visto l’eccezionale curriculum dell’artista. Album che non ti aspetti, dicevamo in apertura, in quanto Lovano, ben coadiuvato dalla pianista Marilyn Crispell e dal batterista Carmen Castaldi, si muove su terreni molto più vicini a quella che viene considerata l’estetica ECM piuttosto che ai canoni del jazz propriamente detto (quello afro-americano tanto per intenderci). Ecco, quindi, una musica molto introspettiva, delicata, declinata attraverso undici brani a firma di Lovano che lo stesso sassofonista definisce come “alcune composizioni tra le più intime che abbia mai scritto”. A ciò si aggiunga il fatto che “Trio Tapestry” è tutto giocato sul lirismo e sulla straordinaria intesa fra i tre cementata con la pianista di Filadelfia dalle precedenti collaborazioni e con il batterista dalla condivisione del percorso formativo presso il Berklee College e dai successivi gruppi che li hanno visti suonare l’uno accanto all’altro. Chi fosse a caccia di swing qui non lo troverà, di converso all’interno di strutture ben delineate avrà la possibilità di apprezzare a che grado di rarefazione può giungere la musica se affidata a veri e propri talenti e alla straordinaria versatilità di Lovano che, pur in un contesto stanzialmente cameristico, si esprime sempre con un fraseggio molto fluido e sempre originale.

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DODICILUNE

L’etichetta Dodicilune, fondata e guidata da Gabriele Rampino (direttore artistico) e Maurizio Bizzochetti (label manager) è attiva dal 1996 e dispone di un catalogo di oltre 250 produzioni di artisti italiani e stranieri. Distribuiti nei negozi in Italia e all’estero da IRD, i dischi Dodicilune possono essere acquistati anche online, ascoltati e scaricati su una cinquantina tra le maggiori piattaforme del mondo grazie a Believe Digital. Tra le ultime produzioni ne abbiamo scelte tre che riteniamo particolarmente significative.

Claudio Angeleri – Blues is more
Consentiteci, innanzitutto, di formulare le nostre più vive congratulazioni a Claudio Angeleri che con questo “Blues Is More” firma il suo ventesimo album da leader. Per l’occasione il pianista e compositore bergamasco presenta al suo fianco una batteria di straordinari musicisti: il sassofonista Gabriele Comeglio, attivo sia nel jazz (Yellow Jackets, Randy Brecker e Lee Konitz) sia nel pop (Mina, Battiato e Lucio Dalla); il bassista Marco Esposito, già sodale di Angeleri in diverse occasioni nonché collaboratore tra gli altri di Gianluigi Trovesi, Franco Ambrosetti, Bob Mintzer; il trombonista Andrea Andreoli, attivo con la WDR Orchestra insieme a Bill Lawrence (Snarky Puppy) e Bob Mintzer; il batterista e percussionista Luca Bongiovanni, presente in alcune edizioni di Bergamo Jazz e Iseo Jazz. Ospiti anche la cantante Paola Milzani (in “Monk’s dream”), e il flautista Giulio Visibelli (“Paths”). In repertorio tre riletture di standard, “Dance of the infidels” di Bud Powell, “A new world a comin” di Duke Ellington e “Monk’s dream” di Thelonious Monk e Jon Hendricks, cui si affiancano sette composizioni originali del pianista che vanta una lunga e prestigiosa carriera testimoniata oltre dai già citati album da prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Charlie Mariano, Bob Mintzer, Franco Ambrosetti, Gianluigi Trovesi. Ciò detto bisogna ancora una volta sottolineare come il pianismo di Angeleri, seppur nell’ambito di un moderno mainstream, riesca ad essere allo stesso tempo moderno e originale. Il suo linguaggio è creativo, intelligente, spesso trascinante, corroborato da tanti anni di studio, dai molti album cui prima si faceva riferimento e dall’aver calcato con successo molti e molti palcoscenici. Così’ nel suo pianismo ritroviamo echi di blues (naturalmente), di modale, di musica contemporanea, di funky…il tutto omogeneizzato sì da renderlo un unicum di assoluta originalità. Senza trascurare quella capacità di scrittura che difficilmente rende riconoscibile la pagina scritta dalle improvvisazioni: al riguardo si ascolti con attenzione il basso di Marco Esposito nella title track sax di Gabriele Comeglio in “Paths” e la splendida voce della Milzani in “Monk’s dream”.. per non parlare dei due splendidi piano solo, “la ellingtoniana “A new world is coming” e l’originale “Dixie” che chiude l’album.

Centazzo, Schiaffini, Armaroli – “Trigonos”
Musica certo non per tutti quella proposta da Andrea Centazzo (percussioni, malletkat, sampling), Giancarlo Schiaffini (trombone) e Sergio Armaroli (vibrafono), ovvero tre sperimentatori tra i più acuti della scena contemporanea italiana. In programma dieci brani tutti originali scritti dai tre. E a questo punto crediamo che il quadro della musica contenuta nell’album sia piuttosto chiaro, una musica che non presenta alcun punto di riferimento preciso ma che viaggia da un lato all’altro dell’immaginario triangolo costituito dai musicisti a riaffermare la volontà del singolo di andare al di là di qualsivoglia estetica precostituita, di rifuggire da ogni cliché, di affrontare piste sconosciute alla ricerca del proprio io più profondo. Quindi un’improvvisazione totale che prevede un’immersione completa nei suoni prodotti da ognuno a seconda della propria sensibilità: così mentre Schiaffini mette sul tappeto quell’enorme bagaglio che lo connota e che va dal New Orleans al migliore free-jazz, Centazzo evidenziala sua passione per i suoni profondi, evocativi e Armaroli si muove leggero dispensando pennellate di colore con il suo vibrafono. Il risultato è affascinante, certo alle volte straniante, ma una volta cominciato ad ascoltare “Trigonos” è praticamente impossibile
smettere e così si giunge alla fine in atmosfere sempre ovattate, quasi sottovoce come ad opporsi, rileva nelle note di copertina Paolo Carradori, a quanti oggi usano “parole orrende”. Da sottolineare il coraggio della etichetta salentina nel produrre un album del genere dando così una mano non secondaria allo sviluppo delle “nostre” avanguardie.

Roberto Ottaviano – “Eternal Love”
Da una parte Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, Dewey Redman, Elton Dean, lo stesso Coltrane, Don Cherry, dall’altra la musica africana: questi i due poli al cui interno è declinata la personalissima poetica di Roberto Ottaviano, senza dubbio alcuno uno dei migliori sassofonisti oggi in esercizio e non solo sulle scene italiane. La sua è una visione particolare della musica che trascende l’“hic et nunc’ per immergersi in una spiritualità che per l’appunto ritroviamo in alcuni dei musicisti sopra citati e di cui Ottaviano reinterpreta alcuni brani, cui affianca due sue notevoli composizioni. In particolare con questo album Ottaviano tende ad operare una ricerca molto profonda, una sorta di ‘bagno mistico” (così lui stesso la definisce) per far sì che il “Jazz si faccia infine Musica Totale, ma soprattutto travalichi l’idea fine a sé stessa di fare musica per scavare a fondo nel nostro ego e per capire se esiste un noi universale da cui ripartire”. Se queste sono le premesse che hanno spinto l’artista è poi impossibile stabilire se l’obiettivo è stato raggiunto, data la natura totalmente intimista del progetto. Ciò che si può dire in questa sede è che l’album ancora una volta non delude gli estimatori di Ottaviano (e noi tra questi). Per affrontare il delicato compito Ottaviano ha costituito un nuovo quintetto in cui accanto ai ‘fidi’ Alexander Hawkins (piano, Rhodes, Hammond) e Giovanni Maier (contrabbasso), troviamo Zeno De Rossi alla batteria e Marco Colonna ai clarinetti. L’album si apre con la rilettura di un brano tradizionale africano, “Uhuru”, che ci conduce in maniera pertinente alla musica che Ottaviano ci riserva nei solchi successivi. Una musica intimista, suggestiva, ricca di colori, in cui la bravura dei singoli si incastona nelle strutture ampie, disegnate con maestria dal leader. E parlando dei singoli non si può non sottolineare ancora una volta la maestria di Ottaviano che al sax soprano conosce pochi rivali, la capacità di Marco Colonna al clarinetto basso di dialogare alla pari con il leader (lo si ascolti in “Mushi Mushi” di Dewey Redman), l’eccezionale lavoro di Maier anche con l’archetto (in “Eternal Love”, “Until The Rain Comes” di Cherry e “African Marketplace” di Abdullah Ibrahim), lo spumeggiante fraseggio di Hawkins e il supporto sempre imprescindibile di Zeno De Rossi.

Gente di Jazz: una nuova recensione del critico musicale Neri Pollastri pubblicata su All About Jazz Italia

Il libro del nostro direttore Gerlando Gatto continua a far parlare di se. Dopo la seconda ristampa e numerosi riscontri da parte della critica e dei lettori, arriva questa pregevole ed accurata recensione scritta dal critico musicale toscano Neri Pollastri e pubblicata sul sito All About Jazz Italia (qui il link), che ringraziamo per averci concesso l’autorizzazione a pubblicarla anche sul nostro portale. Ecco la versione integrale:

Gerlando Gatto: Gente Di Jazz

 

Neri Pollastri By NERI POLLASTRI

Gente di Jazz
Gerlando Gatto
232 pagine
KappaVu
2017

“In questo volume Gerlando Gatto -catanese trapiantato a Roma, che di jazz si è occupato fin dai suoi esordi giornalistici risalenti ai primi anni Settanta e oggi una delle firme storiche del jazz italiano -raccoglie alcune delle sue numerosissime interviste con musicisti realizzate nel corso degli anni, selezionandole sulla base di un criterio solo in parte accidentale: la loro partecipazione a Udin&Jazz, festival che si tiene nella città friulana da oltre un quarto di secolo.

Le interviste, raccolte secondo l’ordine alfabetico degli interlocutori, hanno datazioni assai diverse tra loro: talune sono recentissime, molte risalgono agli anni Novanta, talaltre sono ancora precedenti. In alcuni casi -per esempio quelli Enrico Pieranunzi e Gonzalo Rubalcaba -le interviste sono più di una per musicista e permettono così di confrontare periodi diversi della loro carriera artistica.

Gli artisti intervistati sono sia italiani, sia stranieri, spesso di primissimo piano -come nel caso di Enrico RavaStefano BattagliaStefano BollaniPaolo FresuFranco D’AndreaGiancarlo SchiaffiniFrancesco Bearzatti -sia meno noti ma non per questo meno valenti -come Claudio CojanizDario Carnovale, Antonio Onorato, Massimo De MattiaEnzo Favata. Non mancano altri nomi storici del jazz italiano, come Claudio FasoliRoberto GattoRosario BonaccorsoMaurizio Giammarco, mentre tra gli stranieri si trovano alcune autentiche “chicche,” quali Mino CineluMcCoy TynerMartial SolalMichel Petrucciani e Joe Zawinul.

Lo stile delle interviste è estremamente semplice, diretto e colloquiale, frutto anche della modalità in cui sono state effettuate: spesso a margine dei concerti, con un approccio ai musicisti aperto ma anche di timido rispetto, talvolta addirittura a casa dell’intervistatore, a Roma, come nel caso di quelle di apertura -con Battaglia -e chiusura -con Zawinul, diventato quasi un amico di famiglia con un curioso rapporto con la madre di Gatto, pur nella totale incomunicabilità linguistica. Un tal tipo di approccio da un lato favorisce la stesura di pagine molto vive e per il lettore assai stimolanti, dall’altro è molto produttivo nella relazione con gli artisti, i più riflessivi e/o brillanti dei quali, infatti, offrono nel dialogo dei contributi decisamente interessanti.

Ciò accade per esempio nel caso di Battaglia, che parlando del suo passaggio da musicista classico a improvvisatore offre interessanti spunti sulla continuità e la differenza tra i due ambiti musicali; in quello di Bollani, che con le sue modalità schiette e paradossali si spinge anche oltre la musica e prende singolari e interessanti posizioni in campo sociale e, in un certo senso, anche politico; di D’Andrea, che con poche pennellate spiega da dove provenga il suo così rigoroso e al tempo stesso originalissimo mondo musicale; di Rava, che regala alcuni illuminanti aneddoti tratti dalla storia dell’ultimo mezzo secolo di questa musica; di Schiaffini, che condivide alcune lucide riflessioni, tra l’ironico e l’amaro, sullo stato del pubblico e delle istituzioni musicali, ma anche delle belle parole sul senso dell’improvvisazione.

Tutte le interviste sono godibili e interessanti, possibile strumento di comprensione di questa musica non solo per chi ne sia appassionato, ma anche per chi voglia avvicinarla -cosa, com’è noto, spesso per i più non semplicissima -grazie alla presenza di alcuni “fili rossi” che tornano spesso nelle conversazioni, quali lo sviluppo della musica jazz e i suoi rapporti con il pop e la classica, il senso dell’improvvisazione e le sue diverse forme, le ragioni della difficile diffusione di questa musica, le perversioni del mercato e delle istituzioni musicali. Temi, questi, toccati in modo spesso molto diverso (anche per la diversità dei momenti in cui ciascuna intervista è stata effettuata), ma che proprio per questo possono essere compresi in modo più sfaccettato.

Il bel volume, pubblicato dalla casa editrice KappaVu di Udine e già arrivato alla seconda edizione, è completato da una prefazione di Paolo Fresu e da una postfazione di Fabio Turchini, collaboratore di Udin&Jazz che ne riassume lo spirito delle ventisei edizioni, ed è corredato dalle foto di Luca D’Agostino, fotografo storico della rassegna.

In questo volume Gerlando Gatto – catanese trapiantato a Roma, che di jazz si è occupato fin dai suoi esordi giornalistici risalenti ai primi anni Settanta e oggi una delle firme storiche del jazz italiano – raccoglie alcune delle sue numerosissime interviste con musicisti realizzate nel corso degli anni, selezionandole sulla base di un criterio solo in parte accidentale: la loro partecipazione a Udin&Jazz, festival che si tiene nella città friulana da oltre un quarto di secolo.

Le interviste, raccolte secondo l’ordine alfabetico degli interlocutori, hanno datazioni assai diverse tra loro: talune sono recentissime, molte risalgono agli anni Novanta, talaltre sono ancora precedenti. In alcuni casi -per esempio quelli Enrico Pieranunzi e Gonzalo Rubalcaba -le interviste sono più di una per musicista e permettono così di confrontare periodi diversi della loro carriera artistica.

Gli artisti intervistati sono sia italiani, sia stranieri, spesso di primissimo piano -come nel caso di Enrico RavaStefano BattagliaStefano BollaniPaolo FresuFranco D’AndreaGiancarlo SchiaffiniFrancesco Bearzatti -sia meno noti ma non per questo meno valenti -come Claudio CojanizDario Carnovale, Antonio Onorato, Massimo De MattiaEnzo Favata. Non mancano altri nomi storici del jazz italiano, come Claudio FasoliRoberto GattoRosario BonaccorsoMaurizio Giammarco, mentre tra gli stranieri si trovano alcune autentiche “chicche,” quali Mino CineluMcCoy TynerMartial SolalMichel Petrucciani e Joe Zawinul.

Lo stile delle interviste è estremamente semplice, diretto e colloquiale, frutto anche della modalità in cui sono state effettuate: spesso a margine dei concerti, con un approccio ai musicisti aperto ma anche di timido rispetto, talvolta addirittura a casa dell’intervistatore, a Roma, come nel caso di quelle di apertura -con Battaglia -e chiusura -con Zawinul, diventato quasi un amico di famiglia con un curioso rapporto con la madre di Gatto, pur nella totale incomunicabilità linguistica. Un tal tipo di approccio da un lato favorisce la stesura di pagine molto vive e per il lettore assai stimolanti, dall’altro è molto produttivo nella relazione con gli artisti, i più riflessivi e/o brillanti dei quali, infatti, offrono nel dialogo dei contributi decisamente interessanti.

Ciò accade per esempio nel caso di Battaglia, che parlando del suo passaggio da musicista classico a improvvisatore offre interessanti spunti sulla continuità e la differenza tra i due ambiti musicali; in quello di Bollani, che con le sue modalità schiette e paradossali si spinge anche oltre la musica e prende singolari e interessanti posizioni in campo sociale e, in un certo senso, anche politico; di D’Andrea, che con poche pennellate spiega da dove provenga il suo così rigoroso e al tempo stesso originalissimo mondo musicale; di Rava, che regala alcuni illuminanti aneddoti tratti dalla storia dell’ultimo mezzo secolo di questa musica; di Schiaffini, che condivide alcune lucide riflessioni, tra l’ironico e l’amaro, sullo stato del pubblico e delle istituzioni musicali, ma anche delle belle parole sul senso dell’improvvisazione.

Tutte le interviste sono godibili e interessanti, possibile strumento di comprensione di questa musica non solo per chi ne sia appassionato, ma anche per chi voglia avvicinarla -cosa, com’è noto, spesso per i più non semplicissima -grazie alla presenza di alcuni “fili rossi” che tornano spesso nelle conversazioni, quali lo sviluppo della musica jazz e i suoi rapporti con il pop e la classica, il senso dell’improvvisazione e le sue diverse forme, le ragioni della difficile diffusione di questa musica, le perversioni del mercato e delle istituzioni musicali. Temi, questi, toccati in modo spesso molto diverso (anche per la diversità dei momenti in cui ciascuna intervista è stata effettuata), ma che proprio per questo possono essere compresi in modo più sfaccettato.

Il bel volume, pubblicato dalla casa editrice KappaVu di Udine e già arrivato alla seconda edizione, è completato da una prefazione di Paolo Fresu e da una postfazione di Fabio Turchini, collaboratore di Udin&Jazz che ne riassume lo spirito delle ventisei edizioni, ed è corredato dalle foto di Luca D’Agostino, fotografo storico della rassegna. ”

courtesy: All About Jazz Italia – thanks to Neri Pollastri, author

I nostri CD. In attesa delle festività natalizie tanta buona musica da ascoltare

Piera Acone & Marco Castelli M&S Band – “La bicyclette” – Caligola 2226
I rapporti tra jazz e canzone francese non datano certo da ieri, dal momento che Parigi è stata per lungo tempo abituale dimora di tanti jazzisti americani. Di qui un filone che mai si è esaurito e che viene riproposto in questo bel disco della vocalist Piera Acone accompagnata dalla M&S Band ovvero Marco Castelli ai sax tenore e soprano, Paolo Vianello al piano, Edu Hebling al contrabbasso e Gabriele Centis alla batteria. Il repertorio è ovviamente tutto incentrato su alcuni classici della canzone francese composti tra il 1936 e il 1938, eccezion fatta per “Sympathique” scritta da Thomas Lauderdale & China Forbes nel 1998. Così accanto alla title track portata al successo da Ives Montand, figurano brani più che celebri come “Sous le ciel de Paris”, “Que reste-t-il de nos amours”, “C’est si bon”… per non parlare di pezzi cantautorali quali “Les cornichons” di Nino Ferrer e “Comment tuer l’amant de ta femme” di Jaques Brel. Acone interpreta il tutto con verve, personalità e sincero rispetto per le melodie originali, pur non rinunciando ad alcune succose personalizzazioni come nel caso di “Mon manège a moi” e “La foule”. Sa a tutto ciò si aggiunge la maestria sassofonistica di Marco Castelli e la sapienza di Paolo Vianello nell’arrangiare l’album, si capisce come ci si trovi dinnanzi ad un disco godibile dal primo all’ultimo minuto. Certo se amate il jazz moderno, le sperimentazioni ardite, le forzature strumentali e/o vocali allora certamente questo non è il disco per voi. Un’ultima considerazione non per questo meno importante: la pronuncia francese della Acone è semplicemente perfetta a conferma dell’interesse che questa vocalist ha sempre coltivato nei confronti della cultura d’oltralpe.

Anthus – “Calidoscopic” – Temps Record 1616
Splendido album di questo vocalist, compositore, arrangiatore catalano giunto al suo terzo CD da leader che lo consacra artista di livello assoluto. Ben coadiuvato da Pol Padrós tromba e flicorno, Max Villavecchia piano, Manel Fortià contrabbasso e Ramón Díaz batteria e percussioni, l’artista presenta un repertorio di dieci brani tutti da lui scritti, con alcune punte di eccellenza come in “Mediterraneum”. E forse non a caso il brano che meglio evidenzia le potenzialità di Anthus anche come compositore prende il nome dal mare che bagna la Spagna, l’Italia e molti altri Paesi. Il fatto è che Anthus, con questo album, si impone alla generale attenzione come uno dei migliori, più completi esponenti di quello che molti definiscono “jazz mediterraneo” ossia una forma espressiva capace di unire input diversificati quali le musiche tradizionali dei Paesi che sul Mediterraneo si affacciano, il pop, il rap, la classica e il jazz ovviamente. E che il jazz costituisce la base su cui l’intera costruzione si basa è dimostrato sia dalla struttura dei brani sia dal fraseggio degli strumentisti con in primo piano il pianista Max Villavecchia a proprio agio tanto con impianti “tradizionali” quanto con linguaggi diversi, più vicini, ad esempio, alla musica araba. Dal canto suo il leader sfodera un vocalismo straordinario, adoperando spesso la voce in funzione strumentale senza articolare verbo ma riuscendo sempre a calamitare l’attenzione dell’ascoltatore. Insomma davvero una bellissima scoperta!

Stefano Battaglia – “Pelagos” – ECM 2CD 2570/71
Immergersi nell’universo sonoro di Stefano Battaglia è impresa tutt’altro che facile: occorre avvicinarsi a questa musica con il cuore aperto, la mente sgombra da qualsiasi pregiudizio e soprattutto la voglia di lasciarsi andare e introitare qualcosa di meravigliosamente oscuro ma altrettanto meravigliosamente affascinante. In effetti Stefano è uno dei musicisti più coerenti e meno banale che abbiamo ascoltato nel corso della nostra storia di cronista e critico. Ogni nota che viene dalle sue dita ha un peso specifico, un ruolo ben preciso nell’ambito del discorso che egli porta avanti con lucida determinazione. Parlare di etichette a proposito della sua musica risulta davvero inopportuno ché tante sono le sponde su cui si rinfrangono le sue composizioni e le sue interpretazioni: dal jazz, alla musica classica, dalle sonorità orientali fino a quelle sperimentazioni di carattere prevalentemente rumoristico che oramai da tempo fanno parte del bagaglio di Battaglia. I due CD ci offrono oltre due ore di musica, eseguita al piano e al piano preparato, tutta giocata su tempi piuttosto lenti e su dinamiche tutt’altro che intense. Battaglia è alla continua scoperta di un filo rosso che lega le sue composizioni (“Pelagos”, “Halap”, “Exklium”, “Migration”, “Mantra” ed Ufratu”), il canto arabo andaluso di “Lamma Bada Yatathanna” e il resto della musica che è “totalmente e spontaneamente improvvisata” come spiega lo stesso pianista milanese nelle note che accompagnano i CD. E il filo rosso è costituito, come si può arguire anche dai titoli dei brani, dal dolente contributo che Stefano vuole offrire al raggiungimento di una soluzione al problema dei migranti la cui cultura non può e non deve essere alternativa alla nostra: possiamo convivere in pace e la musica è lì a manifestarlo nel modo più evidente possibile.

Tim Berne – Incidentals – ECM 2579
Questo è il quarto album dei Tim Berne’s Snakeoil; registrato a New York nel dicembre del 2014, comprende, oltre al leader Tim Berne al sax alto, Oscar Noriega al clarinetto e clarinetto basso, Matt Mitchell al paino ed elettronica, Che Smith batteria, vibrafono, percussioni e timpani cui si aggiunge, nell’occasione, la chitarra elettrica di Ryan Ferreira, con l’obiettivo, spiega Berne, di “raggiungere in qualche modo uno spazio più sonoro”. Inoltre nell’intro di “Hora Feliz” e in “Prelude One” che chiude l’album, si può ascoltare la chitarra del produttore David Torn. Come al solito il livello della musica di Berne è assai elevato per merito sia delle cinque composizioni tutte dello stesso leader (lunghe dai sette ai ventisei minuti) sia della sapienza esecutiva del quintetto. In primo piano, naturalmente, il sax del leader: Berne si incarica di dettare il clima generale che passa da atmosfere assai complesse, dense, in cui le linee tracciate dagli strumenti si intersecano a creare puzzle tutt’altro che banali, ad atmosfere in cui il tutto si dirada ed in queste occasioni è soprattutto Oscar Noriega a salire in primo piano. Così melopee quasi ipnotiche si alternano a frasi sghembe, spigolose sì da rendere praticamente impossibile la distinzione tra pagina scritta e libera improvvisazione. Il tutto mentre il sound della chitarra si integra perfettamente con il sax di Tim, Mitchell si fa ammirare non solo al piano ma anche all’elettronica e la sezione ritmica è impegnata in un lavoro costante, a tratti trascinante, a mantenere mobile, inafferrabile la musica del quintetto.

Franco D’Andrea – “Traditions Today: Trio Music vol.III”
Dopo il primo volume incentrato sull’Electric Tree con dj Rocca & Andrea Ayassot, e il secondo volume con protagonista il Piano Trio con Aldo Mella & Zeno De Rossi, ecco questo terzo volume – in due cd, uno in studio e l’altro live – in cui D’Andrea suona con Mauro Ottolini al trombone e Daniele D’Agaro al clarinetto. Si chiude, così, il progetto discografico Trio Music dedicato al pianista di Merano in occasione del suo settantacinquesimo compleanno e della consegna di un Riconoscimento alla Carriera per il suo percorso artistico e il legame che lo unisce alla Fondazione Musica per Roma. Se dicessimo che l’ascolto dell’album ci ha stupiti diremmo una sesquipedale bugia: conosciamo Franco da oltre quarant’anni e sappiamo benissimo come, ad onta dell’età non proprio verde, egli non sbagli un colpo. Ogni suo album, ogni suo concerto è una delizia per chi ama la buona musica e questo album non fa eccezione alla regola, anzi ché il trio con Ottolini e D’Agaro è attualmente una delle sue formazioni più brillanti. I tre si conoscono alla perfezione e, quel che è più importante, si divertono un mondo a suonare assieme, e questa gioia la comunicano agli ascoltatori. La linea stilistica è oramai ben nota: riuscire a coniugare passato e presente, dimostrare come si possa essere moderni, al passo dei tempi, suonando una musica che appartiene ad un passato anche remoto. Di qui l’esecuzione di brani storici come “I Got Rhythm”, “Basin Street Blues”, “Muskrat Ramble”, “King Porter Stomp”, “St. Louis Blues”, e pezzi più recenti come “Naima” di cui i tre offrono una versione quanto mai originale e convincente.

Dinamitri Jazz Folklore – “Ex Wide – Live” – Caligola 2225
Album sotto certi aspetti straniante ma di sicuro interesse questo in cui i ‘Dinamitri Jazz Folklore’ proseguono la loro ricerca sulla musica africana evidenziandone i rapporti con il blues. Dicevo straniante perché l’album, registrato durante il concerto tenuto all’ExWide di Pisa il 19 dicembre del 2015, si discosta notevolmente da quelle esplorazioni sonore in completa solitudine, alla scoperta di se stessi, che hanno caratterizzato alcuni album del sassofonista tra cui il recentissimo “ReCreatio”; ma si discosta altresì anche dai precedenti album in quanto Dimitri Grechi Espinoza mostra questa volta l’aspetto più gioioso della formazione forse anche a discapito di quella profondità di indagine che aveva distinto i precedenti lavori. Così il repertorio si articola in maniera assai variegata passando dal chitarrista tuareg maliano Ahmed Ag Kaedi al gruppo afro-beat The Daktaris, dallo stesso leader all’altra formazione Tartit proveniente anch’essa dal Mali, fino a giungere a Tony Scott con la sua “African Dance”. Insomma una sorta di rilettura di quelle che sono le radici africane del jazz mescolata alla passione per il funky e il groove: una mistura divertente, spesso entusiasmante e, soprattutto, mai banale. Insomma anche in questo caso Dimitri Grechi Espinoza e i suoi compagni di viaggio (assieme da molti anni) riescono a trovare un buon equilibrio tra il divertimento e l’approfondimento, tra la scrittura e l’improvvisazione, tra l’importanza del collettivo e la specificità dei singoli.

Ferdinando Faraò – “To Lindsay – Omaggio a Lindsay Cooper – Music Center
L’Artchipel Orchestra diretta da Ferdinando Faraò si va affermando, giorno dopo giorno, come una delle più belle realtà del jazz made in Italy. E questo album ne è l’ennesima conferma. Come esplicita il titolo, l’album è dedicato alla figura di Lindsay Cooper, deceduta nel 2013, splendida fagottista, oboista, e attivista politica, membro del gruppo Avant-Prog Rock e Jazz, “Henry Crow” e prima dei “Comus”. Ora, riprodurre la musica di un’artista spesso urticante, sicuramente fuori dagli schemi come Lindsay Cooper non era certo impresa facile; eppure la band l’ha affrontata con grande entusiasmo anche perché Faraò è un grande appassionato della scena jazz e rock inglese degli anni ’70 avendo già eseguito composizioni di artisti quali Hugh Hopper, Alan Gowen, Robert Wyatt, Dave Stewart, Mike Westbrook & Fred Frith. Anche questa volta Faraò è riuscito a a centrare in pieno l’obiettivo. I brani cari alla Lindsay vengono ripresentati con arrangiamenti nuovi, scritti dallo stesso Faraò e basati su trascrizioni di vari musicisti, che riescono a vestire di abiti nuovi composizioni che risalgono agli anni ’80. L’impatto orchestrale è forte, prepotente, sin dall’inizio dell’album con le prime note di “Half The Sky” proveniente dall’ultimo album degli Henry Cow, “Western Culture” del 1978. Ma ascoltare l’album è come rileggere, sempre con estrema pertinenza, alcune delle più belle pagine della vita di Lindsay: così, ad esempio, dall’assolo della danzatrice svizzera Maedée Duprès musicato dalla Lindsay – “Face On” del 1983- proviene “As She Breathes” presentato con un arrangiamento per sole voci, “England Descending” è tratto dall’opera sulla guerra fredda “Oh Moscow” del 1987, frutto del sodalizio con Sally Potter… e via di questo passo sino alla fine dell’album. Da segnalare, infine, la presenza alla batteria di Chris Cutler già a fianco della Cooper negli “Henry Cow” e soprattutto presente nei vari album da cui sono tratti i brani presentati dall’Artchipel Orchestra. Al riguardo da aggiungere che la scaletta contiene anche un brano originale firmato da Ferdinando Faraò.

Tiziana Ghiglioni – “No Baby” – Dodicilune 377
Il già nutrito catalogo della Dodicilune si arricchisce di un altro personaggio di primissimo livello. Lei, Tiziana Ghiglioni, rimane a tutti gli effetti una delle più importanti, originali e dotate vocalist a livello non solo italiano. E questo album ne è l’ennesima riprova… se pur ce ne fosse stato bisogno. Nell’occasione Tiziana si presenta con un trio d’eccezione: Gianni Lenoci al pianoforte è una garanzia dato il curriculum dell’artista pugliese diplomato in pianoforte al Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e in musica elettronica al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, dove ha conseguito anche il Diploma Accademico di secondo livello in pianoforte; Steve Potts, ai sax soprano e alto, è ben conosciuto soprattutto per il suo trentennale rapporto con Steve Lacy di cui ha introitato ogni più recondita sottigliezza. Ben coadiuvata da questi due grandi musicisti, Tiziana dà un saggio delle sue straripanti capacità interpretative usando la voce in funzione meramente strumentale o in modo più convenzionale, canonico. Ascoltando i dieci brani contenuti nell’album, di cui ben quattro a firma congiunta Ghiglioni-Lenoci, mai si avverte un attimo di stanca, di deja-vu, di ascoltato. I tre macinano musica a pieno ritmo con una intensità e una consapevolezza davvero uniche, sorretti da una intesa completa che per nulla fa rimpiangere la mancanza del basso. Si ascolti ad esempio con quanta sincera partecipazione i tre dialogano in “Fagan” di Lenoci e Ghiglioni (la quale evidenzia anche un’ottima vena creatrice), con la vocalist che non disegna di mettersi da parte per lasciare spazio ai compagni d’avventura, in particolar modo a Lenoci particolarmente ispirato. Ricca di sfaccettature la riproposizione del classico “Lonely Woman” di Ornette Coleman con il sax di Potts che si staglia sull’ostinato di Lenoci il quale si ritaglia successivamente un convincente assolo mentre la Ghiglioni dopo l’introduzione, si ferma per ricomparire intorno al minuto otto per andare a chiudere con magistrale delicatezza. Ultima segnalazione per “Let Us Live” in cui Tiziana dà veramente un saggio di bravura per il modo in cui lascia emergere tutte le sfumature insite nella composizione di Waldron… ma la cosa non stupisce più di tanto chi ben conosce Tiziana dal momento che Waldron è da sempre uno dei suoi artisti preferiti

Iro Haarla – “Ante Lucem” – ECM 2457
La compositrice/pianista/arpista islandese Iro Haarla è la protagonista di questi interessante album incentrato su una suite in quattro movimenti composta dalla stessa Haarla. La suite è scritta per quintetto jazz e orchestra sinfonica; nell’album accanto alla Haarla pianoforte e arpa troviamo Hayden Powell, tromba, Trygve Seim, sassofoni, Ulf Krokfors, contrabbasso, Mika Kallio, percussioni mentre l’orchestra sinfonica è la Norrlands Operans Symfoniorkester diretta da Jukka Iisakkila. Fatte le dovute presentazioni, parliamo un po’ della musica che non si discosta da quelle che sono sempre state le direttrici su cui si è mossa l’artista islandese. Quindi una non facile ricerca sulla linea melodica all’insegna di un melanconico romanticismo nordico a tratti davvero toccante; un’armonizzazione ricercata, raffinata; una scrittura ben delineata che tuttavia lascia spazio alle parti improvvisate. Ed in effetti il fascino principale dell’album consiste nel modo in cui la Haarla fa interagire il gruppo jazz con l’orchestra sinfonica. Al riguardo è notevole l’omogeneità dell’opera che non soffre della diversa provenienza dei suoi esecutori tutti protesi ad interpretare al meglio le indicazioni del compositore. E l’obiettivo viene raggiunto a pieno ché durante gli oltre sessanta minuti dell’album mai si avverte una qualsivoglia dissonanza tra i jazzisti e l’orchestra sinfonica. C’è da dire, comunque, che in questo caso il clima prevalente è quello sinfonico cui i jazzisti si adattano magnificamente con un Trygve Seim ancora una volta superlativo. Un’ultima notazione: il titolo non si riferisce solo alla lotta tra le tenebre e la luce ma, come spiega la stessa Haarla, “raffigura il nostro pellegrinaggio terreno attraverso le sofferenze, superando le difficoltà e raggiungendo infine la tranquillità dell’animo. Riceviamo la redenzione tramite la luce”.

Vijay Iyer Sextet – “Far From Over “ – ECM 2581
Questo è forse il migliore album che il pianista-compositore abbia finora prodotto confermando appieno i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale quali la nomina del “DownBeat Artist of the Year” nel 2012, 2015 e 2016 e le parole del Guardian che descrivono il suo lavoro come “un vertiginoso pinnacolo di jazz contemporaneo multitasking”. Per questa nuova fatica Vijay si è avvalso della collaborazione di un gruppo di validi improvvisatori quali Graham Haynes cornetta e flicorno, Steve Lehman sax alto, e Mark Shim sax tenore con la solita sezione ritmica costituita da Stephan Crump al contrabbasso e Tyshawn Sorey alla batteria. In programma dieci brani tutti composti dal leader che, attraverso la sua musica, tende sempre più a valorizzare sia ogni singolo componente il gruppo sia il collettivo. Di qui alcuni elementi caratterizzanti l’album: il piano elettrico e l’elettronica nel momento in cui richiamano esperienze passate indicano contemporaneamente una nuova via percorribile dal pianista-compositore indiano-statunitense; i tre fiati conferiscono all’ensemble una ricchezza timbrica che non poteva esserci nel classico trio pianoforte e sezione ritmica; il gioco sulle dinamiche appare molto importante così come la profonda interazione tra i musicisti. A quest’ultimo riguardo Iyer non ha calcato la mano sugli arrangiamenti, sulla pagina scritta lasciando così mano libera ai compagni di viaggio per raggiungere quella valorizzazione del tutto cui prima si accennava. Operazione ovviamente complessa, ma perfettamente riuscita dato che il gruppo mai perde la sua compattezza sia nei brani di ispirazione più canonica come la title tracke, “Nope” o “Into Action” dove fa capolino un’atmosfera funky ben sostenuta dalla batteria di Tyshawn Sorey, sia nelle composizioni più sperimentali e ‘tirate’ come “Down to The Wire” impreziosita dagli assolo del leader e di Soreycome o “Good on The Ground”. Una menzione a parte meritano “For Amiri Baraka” (ovvero Everett LeRoi Jones) per la delicatezza e la sincerità dell’omaggio reso ad uno dei grandi personaggi della storia afro-americana e “Wake” per le atmosfere oniriche, quasi ipnotiche che disegna a differenziarsi notevolmente da tutte le altre composizioni.

Greg Lamy Quartet – Press Enter – Igloo
Lo abbiamo già scritto ma forse è opportuno ripeterlo: in questo momento storico la chitarra, nell’ambito del jazz, è tornata strumento di primissimo piano grazie alle continue produzioni di alcuni grandi artisti oramai affermati a pieno titolo (pensiamo a Ralph Towner, Bill Frisell, John Scofield… tanto per citarne alcuni), e all’apparire di altri talenti come questo Greg Lamy. Anche se non più giovanissimo, il quarantatreenne Lamy, nativo di New Orleans e ‘laureato’ al Berklee College of Music di Boston, esercita oramai la sua attività in Europa, principalmente tra il Lussemburgo e Parigi. Di recente lo abbiamo ascoltato assieme al cantautore Marco Massa di cui abbiamo già parlato molto bene in questo stesso spazio. Adesso Lamy si presenta al pubblico del jazz con un suo nuovo album inciso in quartetto con Gautier Laurent al contrabbasso, Johannes Muller al sax e Jean-Marc Robin alla batteria, vale a dire la stessa formazione che avevamo ascoltato e apprezzato nel precedente lavoro del 2009 “I See You”. Anche in queste seconda prova Lamy conferma le buone impressioni avute ascoltando “I See You”, cioè innanzitutto un profondo radicamento nel blues che lo porta a cercare ed ottenere una certa sonorità che ben si attaglia a quel tipo di espressività. In secondo luogo un’eccellente tecnica che gli consente un fraseggio fluido, scorrevole, giocato principalmente su singole note; a tutto ciò si accompagnano una felice vena compositiva e la capacità di guidare con mano sicura il gruppo, duettando spesso in maniera convincente con il sassofonista Johannes Muller.

Luigi Masciari – “The G-Session” – Tosky Records 018
Ecco in primo piano un altro chitarrista: Luigi Masciari. Dopo le felici avventure con “Emoticons” e “Noise in The Box”, l’artista napoletano si ripresenta alla testa di un trio davvero particolare, con Roberto Giaquinto alla batteria e niente popò di meno che Aaron Parks al piano e piano elettrico, con l’aggiunta, in un brano, della voce di Oona Rea. Parks (classe 1983) ha oramai raggiunto una reputazione di carattere internazionale essendosi fatto le ossa con artisti del calibro di Terence Blanchard e Kurt Rosenwinkel e avendo inciso a suo nome una decina di album tra cui due – “Arborescence” e “Find the Way” – per la ECM. Insomma un pianista con i fiocchi il cui contributo, specie al Fender Rhodes, è risultato decisivo per la bella riuscita dell’album, il cui titolo deriva dal fatto che è stato inciso nello studio G di Brooklyn il 7 dicembre del 2015. Dal canto suo Masciari si riconferma ottimo musicista a 360 gradi: non solo strumentista di livello capace di elaborare complesse linee architettoniche che ben si adattano al diverso clima dei brani e perfettamente in grado, quindi, di transitare da brani veloci a pezzi a tempo più lento, ma anche autore maturo, in grado di sfornare composizioni ben equilibrate e altrettanto ben strutturate in cui gli interventi dei singoli trovano il terreno per esprimere le proprie potenzialità. Si ascolti, ad esempio, l’eccellente lavoro di Giaquinto in “Music Man” anche se, a nostro avviso, i brani meglio riusciti sono “Boogie Blue” in cui Masciari riesce nel non facile compito di coniugare modernità e tradizione e Don’t Touvh My Chords” vero e proprio pezzo di bravura per Aaron Parks.

Stephan Micus – “Inland Sea” – ECM 2569
Ecco altre dieci tracce con cui il multistrumentista di Stoccarda si ripresenta, sempre in solitaria, al suo pubblico che lo segue e lo ama incondizionatamente. In effetti quella di Micus non è musica per palati facili, è musica che parla prevalentemente al cuore con un linguaggio di rara raffinatezza frutto non solo della qualità intrinseca della musica ma anche della sua particolare timbrica dovuta agli innumerevoli strumenti che nel corso della sua carriera Micus ha collezionato e suonato. Non si esagera affermando che partendo dagli strumenti di Micus si potrebbe tracciare una sorta di atlante musicale che abbraccia tutti i continenti. Così anche questo suo ventiduesimo album per la ECM non si discosta da quanto sopra detto ché anzi, già nel titolo, c’è un preciso richiamo agli specchi d’acqua che si ritrovano all’interno delle zone caucasiche e dell’Asia Centrale da cui provengono alcuni degli strumenti usati da Stephan. Di qui un’ulteriore considerazione che si attaglia a tutte le produzioni di Micus: i suoi album non vanno ascoltati prendendo in considerazione i singoli brani, ma accogliendo nel proprio io tutta la musica che il multistrumentista ci propone in una sorta di flusso continuo senza soluzione di continuità. Solo così si potrà gustare in tutta la sua dolce malinconia il modo in cui Micus si appropria di suggestioni provenienti da ogni parte del mondo per unificarle in un unicum di rara bellezza e soprattutto di grande originalità. In effetti il modo di periodare di Stephan, le sue capacità compositive non trovano eguali distanziandosi in maniera netta da qualsivoglia espressione di genere new age…. Così come, d’altro canto, parlare di jazz è del tutto inappropriato.

Roscoe Mitchell – “Bells for the South Side” – ECM 2494/95 2cd
Questo doppio album registrato in buona parte al Museum Of Contemporary Art di Chicago nel settembre del 2015 per celebrare il cinquantesimo anno dell’Art Ensemble of Chicago, ci restituisce un Roscoe Mitchell (classe 1940) in piena forma ad onta degli ottanta anni che inesorabilmente si avvicinano. Il sassofonista di Chicago guida un gruppo di eccellenti musicisti divisi in quattro diversi trii la cui genesi è illustrata dallo stesso musicista nelle note di copertina: uno, con Jaribu Shahid (contrabbasso) e Tani Tabbal (batteria e percussioni), rappresenta il riproporre una collaborazione che aveva visto i tre lavorare assieme nel “Sound Ensemble” a metà degli anni Settanta; quello che vede accanto a Mitchell i due suoi colleghi docenti al Mills College, James Frei (fiati) e William Winant (percussioni varie) nasce nel 2011 in occasione di Angel City Jazz Festival; il terzo annovera Mitchell, Kikanju Baku (batteria e percussioni) e Craig Taborn (piano, organo elettronico); il quarto è completato da Hugh Ragin (tromba) e Tyshawn Sorey (trombone, piano, batteria, percussioni). Questi nove musicisti sono chiamati ad interpretare un repertorio dovuto tutto alla penna del laeder. Di qui un variare di situazioni, di atmosfere che comunque trovano un loro punto di raccordo nell’estetica del leader, che individua nel rapporto tra musica e silenzio la sua principale caratteristica. Quasi inutile sottolineare come il facile ascolto non faccia parte di questo progetto: il sassofonista continua ad essere fedele a sé stesso, proseguendo lungo le direttrici che oramai da molti anni informano la sua carriera. L’atmosfera è chiaramente disegnata sin dal brano d’apertura, il lungo “Spatial Aspects of the Sound”, che alterna momenti di assoluta contemplazione in cui i suoni sono quanto mai diradati a momenti di vera e propria esplosività in cui la batteria gioca un ruolo di primissimo piano. Col procedere dell’album si avverte anche la presenza dell’elettronica sempre dominata dalla mente di Mitchell che anche nella più spericolata improvvisazione rimane sempre lucido, presente: così “Dancing in the Canyon” dopo un lungo dialogo tra percussioni ed elettronica tra Craig Taborn e Kikanju Baku si sviluppa attraverso una sfrenata improvvisazione di tutti e tre i musicisti con un Mitchell letteralmente favoloso al sax soprano. Ma questo è solo un esempio di ciò che potrete ascoltare all’interno di questo doppio CD ché di musica intelligente, senza tempo ne troverete parecchia, fino al conclusivo “Odwalla” vecchio cavallo di battaglia dell’Art Ensemble of Chicago.

Marilena Paradisi, Kirk Lightsey – “Some place Called Where” – Losen Records 187-2
Nella scala delle nostre personalissime preferenze Marilena Paradisi è artista che occupa una posizione di rilievo. La seguiamo da tempo e troviamo che mai abbia sbagliato un colpo, ivi compresi quegli album di straordinaria sperimentazione con cui la vocalist ha rischiato molto, uscendo comunque ulteriormente rinforzata dalla difficile prova. Oggi, infatti, Marilena è artista matura, ben consapevole dei propri mezzi espressivi e quindi perfettamente in grado di affrontare qualsivoglia repertorio. Quest’ultimo album, straordinario, in duo con una vera e propria icona del jazz quale il pianista Kirk Lightsey, ne è la piena conferma. Affrontando un repertorio di otto brani, firmati da alcuni dei più grandi esponenti del jazz (da Mingus a Mal Waldron, da Ron Carter a Wayne Shorter… tanto per fare qualche nome) la vocalist dialoga in maniera superlativa con il pianoforte di Kirk: mai un fraseggio, fuori posto, non una singola nota senza un suo specifico peso, nessuna forzatura. Di qui una musica delicata, mai banale, che si insinua dolcemente nell’animo di chi sa ascoltare, con la voce di Marilena che disegna atmosfere di grande suggestione e il pianoforte di Lightsey che evidenzia ancora una volta la sua dimensione orchestrale. Comunque ciò che maggiormente affascina dell’album è la perfetta intesa stabilitasi tra i due che si percepisce immediatamente, la complicità, il sapersi comprendere, il piacere di suonare assieme. I brani sono tutti interessanti anche se ce n’è uno che merita una particolare menzione se non altro per il modo in cui è nato: la scaletta è stata condivisa dai due ma Kirk ha proposto a Marilena una sua composizione, ‘Fresh Air’, incitandola a scriverne i testi di cui fino a quel momento era orfana. La Paradisi ha accettato e ne è nata una piccola perla anche perché Kirk ci regala un bell’assolo al flauto. Insomma un album imperdibile!

Chris Potter – “The Dreamer Is The Dream” – ECM
Questa estate abbiamo avuto modo di riascoltare dal vivo Chris Potter e ne abbiamo ricavato la medesima ottima impressione avuta durante i concerti e ascoltando i suoi dischi. Chris è oramai da considerare uno dei migliori sassofonisti sulle scene internazionali essendo dotato di tutte quelle doti che fanno di un musicista un grande artista: tecnica sopraffina, sound originale, fraseggio liquido e articolato, abilità nello scegliere i compagni d’avventura e nel condurre un gruppo, capacità improvvisativa e per ultima, ma non certo per importanza, grande sapienza compositiva. In questo terzo album targato ECM e registrato in quartetto con David Virelles al piano e alla celeste, Joe Martin al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria, c’è un’evidente esplicazione di quanto sopra detto. E cominciamo dal repertorio: in programma sei brani tutti a firma di Chris e tutti contrassegnati da originalità e lirismo; basti ascoltare la delicatezza della linea melodica disegnata in “Heart in Hand” o il senso della costruzione con cui Potter ha concepito la title trcke. Sotto il profilo esecutivo Potter è un vero e proprio maestro, comunque per chi nutrisse ancora qualche dubbio gli consigliamo di ascoltare con attenzione l’intro di “The Dreamer Is The Dream” in cui Chris si cimenta al clarinetto basso o “Memory and Desire” in cui il leader dà ampia dimostrazione della sua versatilità con un brillante assolo al sax soprano. Quanto alla capacità di scegliersi i compagni di viaggio, tutti i componenti del gruppo hanno modo di mettersi in luce. Così il pianista David Virelles, di origine cubana, ci regala uno strepitoso assolo in “Yasodhara” il brano più sghembo ma forse proprio per questo più interessante dell’intero album. Dal canto loro Marcus Gilmore si pone in bella evidenza in “Ilimba” mentre Joe Martin evidenzia tutta la sua bravura nell’esposizione del tema di “The Dreamer Is The Dream”.

Projeto Brasil – “Projeto Brasil de Antonio a Zé Kéti” – ARTBHZ
Abbiamo ricevuto questo DVD solo ora e quindi ci affrettiamo a segnalarvelo in quanto farà la gioia di quanti amano la musica brasiliana. Protagonista il trio “Projeto Brasil” composto da Célio Balona alla fisarmonica, Clóvis Aguiar al pianoforte e Milton Ramos al contrabbasso. I tre si muovono lungo coordinate ben precise: presentare un repertorio variegato che comprende proprie composizioni ma soprattutto riletture dei grandi compositori brasiliani, attraverso arrangiamenti moderni caratterizzati da una sonorità particolare, sonorità raggiunta soprattutto attraverso l’organico inusuale e il ruolo fondamentale della fisarmonica. Balona e compagni hanno cominciato a lavorare assieme nel 2006 e con questo progetto hanno girato il mondo ottenendo ovunque un clamoroso successo. Nel marzo del 2007 sono stati i protagonisti di uno show al teatro Sesiminas di Belo Horizonte con la partecipazione dell’Orquestra de Cordas diretta dal maestro Geraldo Vianna e del balletto di Lelena Lucas. Ed è per l’appunto questo spettacolo che si può apprezzare nel DVD in oggetto. La musica –ma la conosciamo tutti – è semplicemente superlativa così come l’interpretazione fornita dal trio seppure nell’ambito di una grande orchestra d’archi. Molti i brani degni di menzione anche se i due che ci hanno particolarmente colpiti sono “Velas Içadas” di Ivan Lins e Vitor Martins e la sempre struggente “Beatriz” di Edu Lobo e Chico Buarque, impreziosita nell’occasione da una performance di danza.

Alessandro Rossi – “Emancipation” – CamJazz 3319-2
Per chi segue con attenzione anche le nuove tendenze del jazz, la bontà di questo album non costituirà una sorpresa. In effetti Alessandro Rossi, passo dopo passo, si è costruita una solida reputazione sia come batterista sia come compositore: dopo le esperienze in Conservatorio sotto la guida di Andrea Dulbecco, ha proseguito gli studi prima a Milano e poi a New York avendo come maestri nomi quali Jeff Ballard, Clarence Penn e Nasheet Waits. Nel 2009 il suo primo album ed ora questo “Emancipation” in cui Rossi si presenta in quartetto con Andrea Lombardini al basso elettrico, Massimo Imperatore alla chitarra e Massimiliano Milesi ai sassofoni e al clarinetto. L’album illustra assai bene il percorso compiuto dal musicista. Innanzitutto una scrittura al tempo stesso inventiva e rigorosa nel cui ambito trovano posto riferimenti al passato così come input provenienti dalle correnti più moderne anche al di fuori del jazz propriamente detto. Di qui l’inserimento di elementi elettronici in contesti sostanzialmente acustici, di qui il tentativo di abbattere qualsivoglia barriera stilistica per suonare con molta libertà, ‘emancipazione’ per l’appunto da qualsiasi etichetta. Dal punto di vista esecutivo, Rossi evidenzia una gran tecnica e un superlativo controllo della dinamica oltre alla capacità di guidare il gruppo con mano sicura. E i suoi compagni rispondono ‘presenti’ alle chiamate del leader con un’intesa che mai viene meno. Si ascolti, ad esempio, con quanta sicurezza affrontano “Punjab” di Joe Henderson impreziosito dagli assolo di Imperatore e Milesi, come sono capaci di rimodulare “Lithium” dei Nirvana in una versione piuttosto estremizzata e come affrontino in “Free Spirit” territori molto vicini al free senza per questo alterare l’equilibrio dell’insieme.

Diego Ruvidotti – “Simply Deep” – Music Center
‘Simply Deep” spiega il trombettista Diego Ruvidotti è per me “una predisposizione dell’animo nell’affrontare la vita, dunque anche la musica come sua proiezione. La semplicità di esprimere sinceramente ciò che siamo, di comunicare con trasparenza e di dialogare con il mondo in modo profondo e coraggioso”. Una dichiarazione di intenti abbastanza precisa che ci introduce ad un approccio verso la musica che non consente inutili orpelli, forzature, cervellotiche sperimentazioni. Obiettivo raggiunto? Direi proprio di sì. Il quartetto “Dream Machine”, completato da Alessandro Bravo al piano, Alessandro Bossi al basso elettrico e Fabio d’Isanto alla batteria, è registrato dal vivo al ‘Ricomincio da tre’ di Perugia e, si muove lungo direttrici ben individuabili. Vale a dire una profonda conoscenza della storia del jazz ivi comprese le più moderne tendenze e il desiderio di coniugare passato, presente e futuro in una miscela tanto originale quanto perfettamente fruibile. E così tutte e dieci le composizioni contenute nell’album, a firma del leader, si ascoltano con piacere essendo possibile trovare in ognuna delle componenti di originalità. Così alla sognante linea melodica di “Very Cris’ Song” cesellata dal piano di Alessandro Bravo e soprattutto della title tracke con un sontuoso dialogo tra pianoforte e contrabbasso imitati subito dopo da tromba e percussioni, si contrappone l’andamento quasi funky di “Voiceless Rap”, mentre in “Fastol” la tromba di Ruvidotti sembra ispirarsi a stilemi propri del be-bop. Ma forse le cose migliori sono raccolte nei tre episodi della suite ”Beyond The War” in cui Ruvidotti dà libero sfogo alle sue capacità interpretative adoperando con egual maestria tromba e flicorno.

Zeppetella, Bex, Laurent, Gatto – “Chansons!” – VVJ 113
Un titolo semplice ma estremamente esplicativo: “Chansons!” ovvero “Canzoni” detto alla francese in quanto l’album è imperniato su brani tratti per lo più dalla grande canzone d’autore italiana e francese. Il quartetto, anch’esso italo francese, è di gran classe: Fabio Zeppetella chitarra, Emmanuel Bex organo e voce, Gèraldine Laurent sax alto e Roberto Gatto batteria sono tutti jazzisti che non hanno bisogno di ulteriori presentazioni data la loro fama. In questa situazione i quattro si esprimono al meglio legati da un idem sentire, vale a dire dalla voglia di riproporre pezzi ben conosciuti ma trascolorati attraverso una propria originale visione. Ecco quindi dopo una partecipata versione de “E la chiamano estate”, tutto sommato abbastanza vicina all’originale, una “Bocca di Rosa” di De André filtrata attraverso le maglie prima del sassofono della Laurent e poi dell’organo di Bex e della chitarra di Zeppetella che la destrutturano quasi del tutto. “Buonanotte fiorellino” di De Gregori gode di un trattamento più dolce, volutamente assai breve, affidato alle ance della Laurent. Due i brani scelti dal repertorio di Pino Daniele: “A me piace ‘o blues” la cui linea portante è disegnata in maniera fedele da Zeppetella interrotta solo da un eccellente assolo di Gatto; “Napule è” si avvale di una toccante interpretazione di Bex con voce fitrata dall’elettronica, ben sostenuta dalla Laurent veramente in palla in ogni brano. Il coté italiano si conclude con una “Luna rossa” presentata in versione latineggiante. Il ‘versante’ francese si apre con l’indimenticabile “Avec le temps” di Leo Ferré interpretato in modo del tutto fedele all’originale mentre trasfigurato dall’organo di Bex e dalla chitarra di Zeppetella è il successivo “C’est si bon” che si fatica a riconoscere. Versione piuttosto canonica quella di “L’été indien” e “Le temps des cerises”; l’album si conclude con una scoppiettante versione di “Le bon dieu” di Jacque Brel con l’intero quartetto in bella evidenza.

Quintetto Orobie e Stopping Trio al TrentinoInJazz

TRENTINOINJAZZ 2017
Ars Modi
e
TrentinoIn Jazz Club
presentano:

Sabato 2 dicembre 2017
ore 17.30,
Sala Sosat
Via Malpaga 17
Trento

QUINTETTO OROBIE

Domenica 3 dicembre 2017
ore 19.30
Circolo Operaio Santa Maria
Via S. Maria, 18
Rovereto (TN)

STOPPING TRIO

ingresso gratuito

Un nuovo, avvincente weekend al TrentinoInJazz con due imperdibili appuntamenti per la parte finale della lunga rassegna inaugurata lo scorso giugno. Sabato 2 dicembre nuovo concerto di Katharsis, organizzato dall’associazione Ars Modi (dir. artistica Edoardo Bruni), in collaborazione con Sonata Islands, Trentino Jazz, Associazione Bonporti, SOSAT e con il contributo di Provincia Autonoma di Trento, Fondazione Caritro, Regione Autonoma Trentino Alto Adige, BIM Adige, Comune di Trento, Cassa Rurale di Trento. Il concerto avviene sotto l’egida del TrentinoInJazz ed è mirato alla promozione della musica contemporanea “buona”, quella che coniuga complessità e comprensibilità: il Quintetto Orobie. Domenica 3 nuova data del TrentinoIn Jazz Club, la sezione del TrentinoInJazz 2017 che si svolge in vari club di Trento, Rovereto, Riva del Garda e Mori. Al Circolo Operaio Santa Maria di Rovereto arriva lo Stopping Trio.

Sabato 2 novembre a Trento ci sarà l’occasione per assistere al concerto di una delle formazioni colte italiane più apprezzate e competenti. Nato a Bergamo nel 2006 e guidato dal cornista Alessandro Valoti, il Quintetto di fiati Orobie si è rapidamente radicato nel territorio bergamasco fino ad imporsi come un’importante realtà artistica nazionale ed estera, come testimoniano le partecipazioni a rassegne prestigiose tra Losanna, Lugano, Milano e Brescia. Nel programma di Katharsis e Ars Modi il Quintetto Orobie, accompagnato al pianoforte da Patrizia Salvini, eseguirà musiche di tre grandissimi autori del Novecento: György Ligeti, Nino Rota, Francis Poulenc.

Domenica 3 dicembre si volta pagina, passando dalla musica colta del Novecento a un anomalo piano trio jazz, con la variante elettrica del Fender Rhodes: lo Stopping Trio è composto da Andrea Burani (batteria), Giacomo Marzi (contrabbasso) e Giulio Stermieri (piano Rhodes), artefice della formazione e figura di sintesi tra jazz, contaminazioni rock e musica del Novecento. Se nel rock si parla spesso di “supergruppi” per indicare le band composte da personalità già note per la militanza in organici famosi, per lo Stopping Trio potremmo usare un termine analogo. Il “super trio” infatti è il punto d’arrivo di tre percorsi distinti da parte di Stermieri, Burani e Marzi, già all’attivo con nomi del calibro di Stefano Battaglia, Francesco Cusa e Piero Bittolo Bon per Stermieri, Piero Odorici, Marco Tamburini, Carlo Atti Jimmy Villotti, Fabrizio Bosso per Burani, Mattia Cigalini ed Elio e le Storie Tese per Marzi.

Prossimo appuntamento: sabato 9 dicembre (Trento), Sonata Islands Quartet.

A Napoli, Palazzo San Teodoro, la prossima presentazione di “Gente di Jazz” di Gerlando Gatto (ed. KappaVu/Euritmica)

Seconda ristampa per il libro “Gente di Jazz” – interviste e personaggi dentro un festival jazz – (edizioni KappaVu/Euritmica, 2017), scritto dal nostro direttore Gerlando Gatto. Il volume, che contiene la prefazione di Paolo Fresu, notissimo trombettista sardo, la postfazione del filosofo e intellettuale Fabio Turchini e le immagini del fotografo di spettacolo Luca d’Agostino, arriva dunque a Napoli, dopo l’anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino e la recente e molto partecipata presentazione alla Feltrinelli di Roma.

Martedì 24 ottobre, Gente di Jazz e il suo autore saranno nel capoluogo partenopeo, nelle sale di Palazzo San Teodoro, storica dimora che si trova all’inizio della Riviera di Chiaia, la zona residenziale a ridosso del lungomare (Riviera di Chiaia 281. I posti sono limitati e gli ingressi su invito con lista nominale. Per gli accrediti stampa e gli inviti contattare l’Ufficio Stampa dell’evento +39 339 4510118 o inviare una mail a stampa@euritmica.it.

L’autore dialogherà con il filosofo napoletano, giornalista ed esperto di jazz Marco Restucci (che ha di recente pubblicato un libro dal titolo “Dioniso a New Orleans. Nietzsche e il tragico nel jazz”, Albo Versorio), con Giancarlo Velliscig, direttore artistico di Udin&Jazz e con il chitarrista Antonio Onorato, presente con un’intervista in Gente di Jazz. Antonio, artista di fama internazionale – da pochi giorni è uscito il suo ultimo progetto discografico “Vesuvio Blues” (Blumusic International) – porterà il suo contributo all’evento anche attraverso alcuni interventi musicali… rigorosamente improvvisati, come nella miglior tradizione del jazz!

“Gente di Jazz” raccoglie una serie di dialoghi tra Gerlando Gatto e un gruppo di musicisti che, in epoche anche molto diverse, hanno partecipato al Festival udinese, che conta già ben 27 edizioni.  In ordine strettamente casuale, gli artisti presenti sono: Stefano Bollani, Michel Petrucciani, McCoy Tyner, Danilo Rea, Enrico Pierannunzi, Gonzalo Rubalcaba, Francesco Bearzatti, Giancarlo Schiaffini, Enrico Rava, Claudio Cojaniz, Enzo Favata, Antonio Onorato, Cedar Walton, Joe Zawinul, Franco D’Andrea, Roberto Gatto, Massimo De Mattia, Rosario Bonaccorso, Stefano Battaglia, Mino Cinelu, Claudio Fasoli, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Martial Solal, Dario Carnovale.

Gerlando Gatto descrive così la sua opera, raccontando anche un recente aneddoto: “il libro contiene parte delle fatiche che ho dedicato alla musica nel corso di questi 40 anni. In particolare mi è sempre piaciuto intervistare, e non solo personaggi famosi ma anche giovani talentuosi cercando di far emergere attraverso le loro risposte non tanto l’artista quanto l’uomo, la donna, il ragazzo, il fanciullo che si nasconde dietro il personaggio pubblico. Inoltre nel poco tempo di un’intervista ho cercato comunque di instaurare un dialogo che andasse un pochino al di là del semplice rapporto tra domanda e risposta e devo dire che in alcuni casi ci sono riuscito.  A riguardo voglio raccontarvi un episodio accaduto poco tempo fa. Siamo in estate, e alla Casa del Jazz di Roma suonano in concerto Rita Marcotulli e Mino Cinelu, che è uno dei più grandi percussionisti del jazz e la cui foto figura nella copertina del libro. Decido di andare a sentire il concerto e strada facendo parliamo con mia moglie di Mino, che avevo intervistato in Martinica nel lontano ’92 senza più rivederlo. Il dilemma era: dopo tutti questi anni di lontananza, mi avrebbe riconosciuto oppure no? Mia moglie diceva di no, mentre io sostenevo il contrario, dato che in Martinica avevamo trascorso belle giornate assieme. Arriviamo alla Casa del Jazz proprio alla fine del soundcheck. Io salgo sul palco per salutare Mino che si trova esattamente nella parte opposta. Lui alza la testa e appena mi vede mi dice semplicemente: “Quanto tempo!”. Poi si avvicina, mi abbraccia e cominciamo a parlare come se ci fossimo visti ieri. È stato bellissimo, commovente.”

In Gente di Jazz  le personalità dei musicisti emergono, quindi, sul piano artistico ma specialmente su quello umano, facendo affiorare tutta la bellezza, la genialità, il valore, anche sociale, di questo genere musicale.

Il volume è disponibile in tutte le librerie, online sul sito della casa editrice Kappavu http://shop.kappavu.it/, sui siti di Feltrinelli, Mondadori, Amazon, Unilibro, Hoepli. Al termine della presentazione è previsto il tradizionale firma copie.