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Enzo Boddi – “Uri Caine – in tempo reale” – Sinfonica Jazz, pgg.241, 
€ 20

Uri CaineEccellente lavoro questo del musicologo fiorentino Enzo Boddi che dedica le sue attenzioni ad una delle personalità più sfaccettate e poliedriche che il mondo musicale ci abbia offerto negli ultimi decenni: Uri Caine. L’artista è ben noto al pubblico italiano sia per le numerose apparizioni in festival e concerti sia per le collaborazioni con musicisti italiani. Di qui un ulteriore motivo per leggere con curiosità ed interesse le oltre duecento pagine del libro.
E devo dire che la lettura viene ampiamente ripagata: Uri Caine è lumeggiato in tutti i suoi aspetti, a partire dalla Philadelphia anni ‘50, fino alle opere più recenti, a disegnare un mosaico complesso di cui le varie influenze cui Caine è stato sottoposto e le molteplici direzioni che la sua arte ha seguito nel corso degli anni rappresentano gli imprescindibili tasselli.
Ecco quindi i primi forti legami con Don Byron e Dave Douglas, l’importanza del piano-trio, il fattore soul nella sua musica .. per approdare ad un primo e importante punto fermo: la forza delle radici ebraiche che diventano fonte di ispirazione.
Raggiunta questa consapevolezza, Caine si muove su altri fronti: sperimenta con la canzone pop, sperimenta con alcuni grandi della musica classica quali Bach, , Mozart, Schumann, Mahler, Verdi, si inoltra nei sentieri tortuosi della musica contemporanea…mantenendo comunque intatta la sua cifra stilistica. 
Boddi ci guida con mano sicura in questo zig zagare tra stili, epoche, suggestioni pure assai diversi e lontani tra di loro evidenziando quel filo rosso che lega il tutto e che è rappresentato dall’arte di Caine. Questo perché l’autore, nella sua analisi, non segue tanto un percorso cronologico quanto una via che si snoda attraverso i differenti contenuti della musica di Caine.
Il volume è inoltre scritto in maniera semplice ma non banale ed è corredato da discografia e biografia.

Peter Erskine – “No Beethoven – La mia vita dentro e fuori i Weather Report” – Arcana Jazz pgg.305 più un’appendice fotografica – € 25,00

No BeethovenI Weather Report non esistono più da tempo, Joe Zawinul è venuto meno nel 2007 eppure questi musicisti continuano a calamitare l’attenzione degli appassionati. Di recente vi abbiamo presentato quella splendida realizzazione della Legacy contenente inediti del gruppo. Adesso è la volta dell’autobiografia di Peter Erskine che, guarda caso, è anche l’estensore delle note che accompagnano la citata raccolta discografica. E la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga presente da un lato la straordinaria carriera artistica di Erskine, batterista giustamente annoverato tra i più grandi di sempre, musicista e compositore di rilievo che ha collaborato con artisti di estrazione pure assai diversa quali, tanto per fare qualche nome Stan Kenton, Maynard Ferguson, Michael Brecker, Joni Mitchell, gli Steely Dan, Elvis Costello, Pat Metheny, dall’altro il ruolo che il batterista ha giocato all’interno del gruppo fondato da Joe Zawinul e Wayne Shorter. Un ruolo che andava ben al di là del semplice partner per assurgere a quello di vera e propria colonna portante della migliore edizione del gruppo, vale a dire quella con Wayne Shorter, Joe Zawinul e Jaco Pastorius; Erskine rivive quel periodo  che va dal 1978 al 1986, con cinque album, tutti di straordinario livello. Ma, come racconta lo stesso Erskine, c’è un prima e un dopo Weather Report. Ecco quindi i 63 capitoli in cui è diviso il volume, veri e propri frammenti di vita vissuta in cui l’artista esprime le proprie opinioni circa gli accadimenti della vita quotidiana di un musicista e quindi, tanto per fare qualche esempio, i rapporti con l’industria discografica, la musica per il cinema, le registrazioni ECM, i voli in Giappone e via di questo passo in una galleria affascinante di fatti e personaggi. Il racconto non si sviluppa, tuttavia, su un canovaccio temporale ma trova il suo preciso punto di riferimento nei Weather Report, ossia nel periodo che precede la sua entrata nel gruppo, negli anni vissuti assieme e nell’imperituro ricordo che accompagna il batterista dopo essere uscito dal gruppo. Non a caso l’autobiografia si chiude con una toccante “Ultima lettera di Joe” in cui il tastierista austriaco ringrazia Peter per la sua amicizia e soprattutto ricorda il grande amore che per tanti anni lo ha legato alla sua Maxine, “il centro del suo universo”.
Il volume è corredato da due appendici: la prima dedicata alle «persone che appaiono in questo libro, ma che non hanno avuto spazio sufficiente, oppure le persone che mancano del tutto dalla narrazione» (p.245); la seconda a cinquanta album, compresi tra il 1974 e il 2010 e selezionati da una discografia di seicento, «che per qualche motivo meritano una discussione separata» (p.279).

Amedeo Furfaro – “Brutium Graffiti / Jazz a Cosenza nel ‘900” . CJC pgg183 – € 6,90

STAMPA FINALE COP. BRUTIUM GRAFFITIStrano destino quello della Calabria: nel passato molti sono stati i jazzisti di origine calabrese sparsi nel mondo, a cominciare da Harry Warren, al secolo Salvatore Guaragna, uno dei più importanti compositori di Tin Pan Alley, per proseguire con Mike Pingitore, Sal Nistico, Al Belletto, Buddy De Franco, Scott Lafaro, George Garzone, Joey Calderazzo, Bucky Pizzarelli e suo figlio John, fino ad arrivare a Tony Bennett e Chick Corea. Viceversa negli anni più recenti il jazz in Calabria ha vissuto e tuttora vive momenti di preoccupante stasi … anche se delle cose accadono e sono di recente accadute. La riprova viene da questo studio di Amedeo Furfaro, critico musicale, musicista egli stesso e fondatore del Centro Jazz Calabria, nonché nostro collaboratore. Il saggio, che rappresenta la diciannovesima pubblicazione di Furfaro, si colloca nella storia del Centro Jazz Calabria editore del libro che quest’anno, giunto al suo venticinquesimo anno, di età ha deciso di celebrare il jazz della città dove ha sede. Il volume ha un taglio particolare in quanto , come spiega lo stesso autore, si tratta di una “narrazione di esperienze indirette, vissute o lette su libri e riviste, oppure ascoltate dalla voce di testimoni”. Il tutto a completamento di altre pubblicazioni in cui veniva tracciata la storia della musica e dello spettacolo in Calabria. Il volume prende le mosse dal 1923 quando viene pubblicato il resoconto di un “te dansant tenuto al Casino di Società di Cosenza col ritmo di una jazz band ad animare il ballo con molto brio e vivacità fino a tarde ore”. Di qui si sviluppa una storia cosentina di jazz ma anche uno spaccato culturale della città che nel corso degli anni ebbe il merito di ritagliarsi uno spazio importante grazie ad un attivismo culturale unico che purtroppo, nel corso degli anni, è poi venuto meno anche perché le fonti di sostentamento si sono man mano ridotte fin quasi all’esaurimento. Nelle pagine di Furfaro ritroviamo, così, l’eco di memorabili concerti svoltisi nella città calabrese nonché il progressivo affermarsi di musicisti che in quella terra avevano i propri natali. Il libro si chiude con una interessante intervista a Raffaele Borretti, classe 1935, decano dei jazzisti cosentini, una vita dedicata alla musica nelle molteplici vesti di pianista, organizzatore, autore radiofonico, saggista e docente. Il volume è corredato da molte foto, da quattro indici riferiti, rispettivamente, ai nomi, ai gruppi musicali, ai luoghi, ai principali festival e rassegne di/con jazz, nonché da tre allegati a completamento dell’intervista con Borretti.


Sergio Pasquandrea – “Breve storia del pianoforte jazz” – Arcana Jazz pgg.286 – € 23,50

Breve storiaIl pianoforte è lo strumento principe della musica colta occidentale; dopo che nel primo decennio del Settecento Bartolomeo Cristofori lo inventò o, per essere più precisi, perfezionò il sistema a percussione dell’antico clavicordo, bisognerà attendere gli ultimi decenni del secolo perché artisti del calibro di Johann Christian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Muzio Clementi e Franz Joseph Haydn cominciassero ad apprezzare e scrivere per il “nuovo strumento”. Completamente diverso il discorso per il jazz dove sì il pianoforte è strumento importante, ma accanto ad altri quali, tanto per citare i principali, sassofono, tromba e . Con una differenza sostanziale: è stato proprio il jazz a reinventare, ad assegnare un ruolo ben preciso a sassofono, tromba e ma non al pianoforte che, come detto in apertura, vantava già ampissime credenziali. E’ da questa considerazione di base che prende le mosse l’analisi di Sergio Pasquandrea al fine di lumeggiare l’atteggiamento dei musicisti jazz nei confronti di uno strumento che ha sempre rappresentato un monumento della tradizione europea. In buona sostanza l’autore traccia una storia dell’evoluzione del pianoforte nell’ambito del linguaggio jazzistico e lo fa attraverso il racconto di come alcune delle personalità più importanti dell’universo jazzistico hanno saputo affrontare e risolvere la sfida con uno strumento non del tutto idoneo a rappresentare le sottigliezze di pronuncia e di emissione tipiche delle musiche di origine africana. Tra le figure sulle quali maggiormente si sofferma Pasquandrea ci sono – e non poteva essere altrimenti – Jelly Roll Morton, Earl Hines, Thelonious Monk, Bill Evans, McCoy Tyner sino a giungere a Keith Jarrett, Paul Bley…naturalmente ci sono anche delle omissioni: non si parla della tastiere elettriche e poco spazio viene dedicato ai pianisti europei. Ma bisognava operare delle scelte anche perché parlare di tutti i pianisti jazz avrebbe comportato la necessità di uno spazio assai maggiore e forse sarebbe stato inutile per raggiungere l’obiettivo del libro. Obiettivo perfettamente centrato: alla fine delle oltre duecento pagine, si ha una visione abbastanza chiara di quanto il pianoforte ha rappresentato nell’evoluzione del linguaggio jazzistico che – sottolinea ancora Pasquandrea – si nutre di input provenienti dalle fonti più disparate, dalla tradizione afro-americana, così come dalla musica europea e dalla canzone popolare. Il tutto illustrato con linguaggio semplice ma non banale e soprattutto con il giusto equilibrio tra notazioni tecniche e gusto narrativo. Il volume è corredato da una buona bibliografia e da un ricco apparto di note; manca, invece, un qualsivoglia corredo iconografico e soprattutto un indice dei nomi .

Matthew Ruddick – “Funny Valentine. La vita di Chet Baker” – Arcana Jazz pgg.671 – € 35

Funny ValentinePonderoso e poderoso volume di Matthew Ruddick ora disponibile anche in italiano. Il volume, come esplicita il titolo, è dedicato ad una delle figure più importanti del panorama jazzistico degli ultimi decenni, Chet Baker, scomparso ad Amsterdam nel 1988 in circostanze ancora poco chiare. L’ artista presenta un’assoluta peculiarità: oltre ad essere apprezzato dal pubblico del jazz, è stato uno dei pochissimi musicisti ad essere letteralmente amato da quanti hanno avuto la possibilità di collaborare con lui. Nella mia attività mi è spesso capitato di parlare con musicisti italiani e stranieri che avevano lavorato con Chet e pur nella diversità di estrazione, di stili, di concezioni c’era un elemento che li accomunava: l’amore verso Baker, la grande, grandissima considerazione verso questo personaggio tanto da far dire, ad esempio, a Riccardo Del Fra che troppo spesso si era indugiato sulle vicende umane del trombettista e vocalist trascurando così la sua musica degna della massima considerazione. Per fortuna Ruddick percorre questa seconda strada analizzando a fondo la statura artistica del personaggio: così parte dagli inizi per addentrarsi nelle diverse fasi musicali di Chet Baker, dai primi successi del periodo cool, alla collaborazione con Charlie Parker e Gerry Mulligan; poi il suo quartetto, i dischi a suo nome, l’Europa, l’Italia, le bellissime foto di William Claxton e la rovinosa caduta. Il tutto corroborato dalle opinioni di chi l’ha conosciuto, gli è stato vicino, dai musicisti, dai critici, dai produttori, a disegnare un quadro abbastanza esauriente di quella che era la personalità umana ed artistica del trombettista passato da icona positiva del jazz a personaggio “maledetto” per la sua dipendenza dalla droga.

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