Convince l’ “Ethnoshock”

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“Questa musica non ha passato e non ha futuro. Non ha passato perché mai è stata eseguita, non ha futuro perché mai sarà eseguita: questa è una musica che si crea e si consuma nel momento stesso in cui la si suona”. Con questa parole – citate più o meno testualmente – Massimo De Mattia ha introdotto il suo concerto a Udine&Jazz 2017. Abbiamo voluto iniziare questo reportage sul friulano, ideato e condotto con passione e professionalità da Giancarlo Velliscig, citando De Mattia perché in queste frasi sono raccolte alcune delle linee guide della manifestazione: innanzitutto proposte sempre di alta qualità sia che si tratti di mainstream sia che si tratti della più radicale sperimentazione; dare ampio spazio ai musicisti “locali”. Di qui il concerto di De Mattia, ma anche le performance di Francesco Bearzatti (ascoltato ed apprezzato in differenti contesti), della violinista Ludovica Burtone, del chitarrista Gaetano Valli, della “Udin&Jazz Big Band”, di Claudio Cojaniz, della collaudata e acclamata sezione ritmica costituita da Alessandro Turchet contrabbasso e Luca Colussi alla batteria.

Accanto a ciò l’altra linea portante del festival, il tema che caratterizza questa edizione, “Ethnoshock!”, ossia la palese dimostrazione di come oggi il jazz, forse più che nel recente passato, riesca ad inglobare i più differenti linguaggi, anche quelli derivanti dalla musica etnica. Ecco, quindi, gli applauditi concerti di “Shabaka & The Ancestors”, Adnan Joubran, Mulatu Astatke e Bombino.

Ma procediamo con ordine.

Dopo i concerti del 30 giugno a Cervignano del Friuli (B4Swing Vocal Quartet e Renato Strukelj Big Band) e del primo luglio a Tricesimo (Gianluca Mosole Overmiles 4et), il 4 luglio il Festival è entrato nel vivo con i concerti “udinesi”.

A dar fuoco alle polveri, alle 18 in Piazza Matteotti, è stata un’artista di casa, la violinista Ludovica Burtone, oggi residente a New York, in quartetto con Leandro Pellegrino chitarra, Alessandro Turchet contrabbasso e Luca Colussi alla batteria. Dopo aver frequentato con profitto i territori della musica classica, esibendosi tra l’altro dal 2001 con L’Orchestra Sinfonica del Friuli VG, Ludovica si è trasferita negli States studiando e lavorando presso il Berklee College of Music di Boston dove ha avuto modo di conoscere e collaborare con diversi musicisti di elevato spessore quali Danilo Perez, Joe Lovano e Susana Baca, della quale conserva un vivissimo ricordo. A contatto con queste realtà, la Burtone ha concepito il progetto presentato a Udine, dove tornava ad esibirsi dopo un lungo periodo. L’emozione di trovarsi dinnanzi al pubblico di casa deve essere durata pochi secondi, perché sin dall’inizio la violinista ha mostrato tutte le sue potenzialità: una tecnica sopraffina, un sound particolare, un perfetto equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione, una raffinata facoltà compositiva e soprattutto la capacità di rapportarsi con gli altri musicisti e di guidare il gruppo con mano sicura. Perfetta l’intesa con il chitarrista e di sicura valenza il repertorio in cui echi della classica, della musica brasiliana, del jazz si fondono a costituire un unicum di raffinata eleganza.

A seguire, sempre in piazza Matteotti, il già citato concerto di Massimo De Mattia 4et “SuonoMadre” con Luigi Vitale vibrafono, balafon, elettronica, Giorgio Pacorig Fender Rhodes, Zlatko Kaucic batteria, percussioni, elettronica. Come si accennava, quello presentato dal flautista è stato un set totalmente improvvisato; quando De Mattia si è espresso nei termini di cui in apertura, abbiamo dato uno sguardo alla platea per capire quanti spettatori sarebbero rimasti sino alla fine; ebbene, quando il concerto è finito, tra gli appalusi generali, gli spettatori c’erano tutti e ci ha particolarmente colpiti un bambino biondo, di uno o due anni, che ha seguito il concerto con il pollice in bocca divertendosi un mondo. Questo a dimostrazione di come la musica, quando è vera, sincera, espressione dell’anima, arriva al cuore di chi ascolta anche se non rispetta canoni conosciuti. In effetti quella di Massimo e compagni è stata una delle performance più riuscite dell’intero festival: la musica scorre fluida, senza un attimo di stanca, con tutti e quattro i musicisti con le orecchie e la mente bene aperte per individuare, magari con un attimo di anticipo, la strada che il compagno intende seguire. È uno spettacolo vedere come nessuna sollecitazione rimanga senza risposta, come l’improvvisazione totale non significhi caos senza senso ma costruzione di un discorso con un suo preciso perché. E così la musica si frantuma in mille rivoli per ricondursi successivamente ad unità, in un’orgia di suoni che richiamano atmosfere jazz, rock, etniche. Il momento più elettrizzante si è avuto verso le 20, quando le campane della Chiesa di San Giacomo hanno cominciato suonare; il gruppo ha immediatamente accettato la sfida alzando i volumi e le dinamiche al massimo mantenendo comunque una coerenza di fondo… e il pubblico, con il fiato sospeso, a seguire questa incredibile contesa in religioso silenzio come se vedesse un thriller di Brian De Palma; insomma un set memorabile che resterà scolpito in quanti hanno avuto la fortuna di assistervi.

In serata, nella Corte di Palazzo Morpurgo, Vanessa Tagliabue Yorke con il suo progetto “We Like It Hot” (“A noi piace il Jazz caldo”) di recente pubblicato nell’omonimo album della ‘artesuono’. Il gruppo è lo stesso del CD: ad accompagnare la vocalist, Paolo Birro al pianoforte, Francesco Bearzatti al clarinetto e Mauro Ottolini al . L’idea di fondo è quella di ricreare le atmosfere del jazz anni Venti riproponendo soprattutto il repertorio di Annette Hanshaw (1901-1985), vocalist che con il suo modo di cantare, rilassato, suadente e con quella  voce così particolare che mescolava l’ingenuità tipica dell’età adolescenziale con  lo spirito delle “flapper”, le ragazze alla moda dell’epoca, si guadagnò una vastissima popolarità tanto da essere soprannominata dagli stessi musicisti “The Personality Girl”. La Tagliabue entra benissimo nel personaggio e sul palco si muove con bella disinvoltura presentando i vari brani, per l’appunto, con una certa ingenuità (vera o finta francamente non siamo in grado di affermarlo). La voce è giusta, perfettamente in linea con il repertorio, mentre l’accompagnamento strumentale è superlativo. Ma d’altro canto non c’è da stupirsi vista la statura dei personaggi: Paolo Birro è pianista che tutti gli appassionati di jazz conoscono e apprezzano; Francesco Bearzatti è una delle punte di diamante del nostro jazz e come egli stesso ci ha confermato, si è divertito moltissimo a suonare il clarinetto e ad affrontare un repertorio per lui certo non usuale; dal canto suo Mauro Ottolini, trombonista, compositore, arrangiatore,  è un altro dei “grandi” del jazz italiano, in grado di affrontare con innegabile maestria sia un repertorio “classico” sia brani di assoluta modernità.

Ed eccoci alla giornata del 5 luglio.

Alle 18, ancora in piazza Matteotti, il chitarrista Gaetano Valli in “Hallways –

Remembering Jim Hall”. Anche in questo caso si tratta della presentazione in anteprima di un lavoro discografico di recente pubblicato dalla Jazzy Records anche se il gruppo di Udine è stato diverso rispetto a quello su disco. In effetti sul CD figurano, oltre a Valli, Sandro Gibellini alla chitarra semi-acustica, Giovanni Mazzarino al pianoforte, Fulvio Vardabasso alla chitarra semi-acustica, Flavio Davanzo alla tromba, Alessandro Turchet al contrabbasso e Aljosa Jeric alla batteria. Per la performance festivaliera Gaetano Valli aveva pensato alle tre chitarre più la sezione ritmica ma la indisponibilità di Gibellini e Vardabasso ha fatto sì che Valli dovesse reinventare il tutto; alcuni arrangiamenti sono stati rivisti, Flavio Davanzo, il trombettista, si è reso disponibile a studiare anche alcune delle parti che sul disco vengono suonate dalle chitarre… e il tutto ha funzionato a meraviglia. Il gruppo si è mosso con disinvoltura alla scoperta non tanto dello stile di Jim Hall quanto – come ci ha dichiarato lo stesso Valli – della mentalità organizzatrice del chitarrista, di come, cioè, Jim Hall fosse in grado di esprimersi al meglio all’interno dei contesti più disparati, collaborando con pianisti, trombettisti, contrabbassisti Di qui una serie di brani che si rifanno alle formazioni storiche guidate dal chitarrista con Gaetano Valli e Flavio Davanzo in grande spolvero, perfettamente coerenti nel rendere omaggio ad una delle figure più importanti della storia del jazz. Da sottolineare la coesione della sezione ritmica con Turchet e Jeric che hanno offerto a chitarra e tromba un tappeto ritmico-armonico di straordinaria fattura.  Il pubblico ha seguito con attenzione il concerto; particolarmente gradito il brano “Calypso” di Gaetano Valli impreziosito dalla partecipazione di Marinella Pavan all’ukulele.

A seguire, sempre in piazza Matteotti, il trio Bearzatti-Gatto-Bex in “Dear John – open letter to Coltrane” ovvero un omaggio scritto da Francesco Bearzatti per i cinquant’anni dalla morte del grande sassofonista. Omaggiare Coltrane non è certo impresa facile data l’importanza, non solo artistica, che il grande sassofonista ha avuto nella storia della musica tout court. Quindi, come ricordare Coltrane? Imitandone lo stile, ripercorrendone il repertorio? Strade chiaramente non percorribili. Occorre quindi trovare una via nuova che riesca in qualche modo a trasmettere l’energia, l’ansia di ricerca, la spiritualità del sassofonista. Bearzatti ha tentato di raggiungere questo obiettivo con un trio atipico rispetto al Coltrane più conosciuto: sax, batteria e organo Hammond. Risultato: una performance interessante ma discontinua nel senso che mentre nei brani più lenti, melodici il trio si integrava alla perfezione, nei brani più mossi questa unità si perdeva e Bex appariva non sempre in linea con i compagni d’avventura. Viceversa si mantenevano sui soliti ottimi standard per tutta la durata del concerto sia Bearzatti sia Gatto, che ha preso il posto di Jeff Ballard presente alla prima esecuzione del progetto a Prato.

In serata, presso la Corte di Palazzo Morpurgo, ad incantare il pubblico di Udine è stato il sassofonista inglese Shabaka Hutchings, insieme ai The Ancestors, straordinaria band sudafricana, in un progetto che arriva per la prima volta in Italia. Ed è stato un altro dei momenti più significativi della rassegna, specie con riferimento al tema “Ethnoshock!”; in effetti il gruppo guidato dal sassofonista rappresenta un esempio di come il jazz possa ancora collegarsi alla madre Africa senza scadere nel deja vu o peggio ancora nel manierismo. Londinese di origini caraibiche, Shabaka è considerato elemento di spicco tra le stelle nascenti del nuovo jazz mondiale; non a caso, a poco più di 30 anni ha già vinto un MOBO Award, un Mercury Prize ed ha registrato e suonato con artisti di assoluto spessore come la Sun Ra Archestra, Courtney Pine, Mulatu Astatke e gli Heliocentrics, Jack DeJohnette, Charlie Haden, Evan Parker…Per quest’ultimo progetto – “Wisdom of Elders” fissato su cd – il sassofonista si è presentato a Udine con Mthunzi Mvubu sax alto, Siyabonga Mthembu voce, Ariel Zomonsky basso, Tumi Mogorosi batteria, Gontse Makhene percussioni, un ensemble, come accennato, di musicisti sudafricani con i quali intende recuperare le radici del Jazz Sudafricano per proiettarle in una nuova dimensione. Shabaka scrive temi assolutamente fruibili in cui suggestioni provenienti da mondi diversi – Africa, Stati Uniti, Caraibi – si fondono in un unicum di straordinario interesse. Del tutto funzionale a questi obiettivi, la band assolutamente compatta con la voce emozionante, straniante di Siyabonga Mthembu che rappresentava il legame più stretto con l’Africa anche se ad un orecchio poco attento poteva apparire distonica rispetto al resto del gruppo.

Il 6 luglio ci trasferiamo alla Loggia del Lionello per ascoltare l’“Udin&Jazz Big Band” rinforzata da Francesco Bearzatti. L’orchestra, nata nel 2016 da un’idea di Emanuele Filippi e Mirko Cislino, e prodotta da Euritmica, riunisce molti tra i migliori giovani musicisti jazz del triveneto con alcune punte di eccellenza quali il già citato trombettista Mirko Cislino, il sassofonista Filippo Orefice e al trombone. Dopo l’esordio dello scorso anno con l’apporto del sassofonista inglese Soweto Kinch, questa volta la band ha presentato un progetto – “Sounds Across Boundaries” – che nasce dalla volontà di presentare musica originale ispirata dal canto popolare di diverse tradizioni di tutto il mondo. Di qui una serie di temi, alcuni davvero entusiasmanti, scritti da Emanuele Filippi, Mirko Cislino e Max Ravanello. Notevole l’impatto sonoro della big band lungamente applaudita da un pubblico folto e competente.

Pubblico che ha accolto con entusiasmo anche il concerto delle 20 alla Corte di Palazzo Morpurgo con “Musica Nuda” ovvero Petra Magoni voce e Ferruccio Spinetti contrabbasso. Non c’è dubbio che questo duo funzioni, specie dal vivo. Indubbia la capacità della Magoni di stare sul palco grazie anche alle acrobazie virtuosistiche di una voce duttile ed elegante, ben sorretta dal contrabbasso di Spinetti che riesce a riempire lo spazio sonoro senza ricorrere a particolari accorgimenti. Di qui un successo di pubblico che si rinnova ad ogni uscita discografica. A questa regola non sfugge l’ultimo cd, “Leggera”, disco cantato per la prima volta tutto in italiano e che è stato presentato a Udine. L’album si collega direttamente alla leggerezza delle canzoni delle popstar italiane degli anni ’60, vero e proprio periodo d’oro della musica italiana. Come si accennava, alla fine del concerto pubblico soddisfatto a richiedere un bis prontamente concesso. Nella mente del vostro cronista resta tuttavia un dubbio: “Musica Nuda” è più interessata al successo di pubblico o a realizzare qualcosa di artisticamente valido? In effetti le potenzialità ci sono, ma il repertorio di quest’ultimo cd è davvero leggero, forse un po’ troppo leggero.

In serata eccoci al Piazzale del Castello; mentre sullo schermo scorrono le immagini del film “Da Clay ad Ali, la metamorfosi” diretto da Emanuela Audisio e andato in onda in prima TV il giorno in cui Ali avrebbe compiuto 75 anni, Remo Anzovino & Roy Paci propongono “Fight For Freedom – Tribute To Muhammad Ali” ovvero 12 brani inediti che ne costituiscono la colonna sonora.

Venerdì 7 luglio forse la giornata migliore del Festival. Nel pomeriggio, alle 18, alla Loggia del Lionello Claudio Cojaniz & Second Time in “Songs for Africa”. Il pianista friulano, con Alessandro Turchet contrabbasso, Luca Grizzo percussioni e voce, Luca Colussi batteria ha presentato il suo ultimo progetto già fissato sull’omonimo album uscito proprio in questi giorni per la Caligola in collaborazione con l’associazione Time for Africa di Udine. Declinato attraverso composizioni originali quasi tutte di Cojaniz, ispirate per l’appunto all’Africa, concerto (e album) hanno confermato – se pur ce ne fosse bisogno – la classe cristallina di un artista che riesce a coniugare sincerità di ispirazione, capacità di scrittura e di improvvisazione, umiltà nel rapporto con i compagni e nel mettersi semplicemente al servizio della musica. Così l’ascoltatore si lascia docilmente trasportare in questa sorta di viaggio immaginario attraverso i vari aspetti della molteplice e variegata cultura dei popoli africani. Come al solito ora lirico ora trascinante il pianismo senza fronzoli di Cojaniz ottimamente sostenuto da Turchet, bravo anche all’archetto, e da una formidabile coppia ritmico-percussiva costituita dai due Luca, Colussi e Grizzo.

Subito dopo il concerto di Cojaniz, il clima ha pensato bene di sferrare un tiro mancino agli organizzatori e ad Adnan Joubran che presentava il suo nuovo progetto “Borders Behind”, unica data italiana del suo tour europeo; pioggia, anche se non forte, e quindi inagibilità della Corte di Palazzo Morpurgo. In tutta fretta si è cercata un’altra sede e la si è trovata in una piccola sala adiacente, che ha costretto gli artisti ad esprimersi in due set per far sì che tutto il pubblico accorso numeroso, potesse assistere al concerto. Ed in effetti perderlo sarebbe stato un peccato dal momento che l’artista palestinese ha dimostrato di meritare appieno la fama che l’aveva preceduto. Specialista dell’oud, nato e cresciuto in una famiglia di musicisti (attualmente è parte integrante anche di un trio con gli altri due fratelli), Joubran ha suonato con Prabhu Edouard alle tablas, Valentin Mussou al violoncello, Jorge Pardo flauto e sax e Habib Muftah Busheri alle percussioni. E la struttura stessa dell’organico ci dà un’indicazione precisa di quale sia la direzione che Adnan ha voluto prendere con questo gruppo: mescolare la sua cultura araba con le influenze derivanti dalla musica indiana, dal jazz, dalla musica classica fino a giungere al flamenco grazie all’apporto di Jorge Pardo che ha suonato anche con Paco De Lucia. Di qui una musica tutt’altro che banale, ben strutturata e impreziosita dagli assolo di tutti i musicisti tra i quali comunque Adnan si faceva notare non solo per la maestria tecnica ma anche per la sicurezza con cui guidava il gruppo, in una situazione logistica tutt’altro che facile… anche se in un’intervista che ci ha concesso il giorno dopo, (e che leggerete tra qualche settimana) Adnan ci ha confessato che questo di Udine era stato uno dei concerti migliori della sua vita data la vicinanza così stretta con il pubblico.

Finita la pioggia, tutti al Piazzale del Castello per assistere all’evento forse più atteso dell’intero festival, Mulatu Astatke con “Sketches of Ethiopia”, unico concerto italiano del suo tour. Il leggendario vibrafonista, compositore, arrangiatore, padre dell’Ethio Jazz non ha deluso le aspettative. Ad onta dei suoi 74 anni, Astatke sul palco non ha denotato la minima stanchezza passando con disinvoltura dal vibrafono alle percussioni e guidando con mano sicura un ottetto in cui i fiati di James Arben (sax clarinetto flauto) e Byron Wallen (tromba) duettavano magnificamente sia tra di loro sia con il vibrafono del leader sia con le tastiere di Alexander Hawkins mentre il violoncello di Danny Keane provvedeva a colorare il tutto con un timbro particolare e la sezione ritmica – John Edwards al basso (semplicemente spettacolare in alcuni assolo), Tom Skinner alla batteria e Richard Olatunde Baker alle percussioni – riportava il tutto a sonorità più propriamente africane. Così abbiamo ascoltato alcune composizioni di Astatke che si iscrivono sicuramente nell’ambito del JAZZ senza se e senza ma, ricche di profumi africani, particolarmente suggestivi specie sotto il profilo ritmico, con una band che scomponendosi e ricomponendosi in diversi organici, rispondeva perfettamente alle sollecitazioni del leader.  Insomma è stato come vedere sul palco un pezzo di storia del jazz di questi ultimi cinquant’anni, tenuto conto che nel curriculum di Astatke figurano, tra l’altro, le collaborazioni con John Coltrane, Miles Davis e Duke Ellington, quest’ultima datata 1973, la colonna sonora del film “Broken Flowers” di Jim Jarmush che l’ha reso famoso anche al di fuori degli stretti confini del jazz… oltre al fatto di essere stato il primo musicista africano ad essere ammesso nel celebre  Berklee College of Music di Boston, e non ci vogliono certo molte parole per spiegare cosa ciò abbia significato.

Sabato 8 luglio ancora due concerti di livello.

Alle 18,30 nella Corte di Palazzo Morpurgo, il Giorgia Sallustio Quintet impegnato nella riproposizione dell’album “Around Evans” con Roberto Cecchetto, chitarrista tra i più autorevoli della scena jazz europea, l’esperto pianista e arrangiatore friulano  Rudy Fantin e le giovani e talentuose Roberta Brighi al basso elettrico (davvero notevole il suo sound) ed Evita Polidoro alla batteria. Alle prese con un repertorio certo non facile, costituito da brani di Evans, da pezzi che il pianista amava comunque includere nelle sue performance e da alcuni original, la vocalist friulana ha evidenziato una sicurezza, una padronanza dei propri mezzi vocali ed espressivi e soprattutto una naturalezza nel porgere la voce, propria solo di una vera artista. Di qui un set estremamente gradevole, grazie anche agli arrangiamenti di Fantin e della stessa Sallustio che hanno trovato rispondenza in un pubblico ancora una volta folto e competente.

Alle 21,30, sempre in Corte Morpurgo, un altro dei concerti più attesi. Protagonista il chitarrista e vocalist Bombino, con Illias Mohamed chitarra, calabash, cori, Youba Dia basso e Corey Wihelm batteria. Goumar Almoctar, nome d’arte Bombino (storpiatura dell’italiano bambino), è personaggio davvero incredibile: nato e cresciuto in Niger, ad Agadez, nel nord dell’Africa, nella tribù dei Tuareg Ifoghas, diventa allievo del chitarrista tuareg Haia Bebe entrando poco dopo a far parte della sua band. Di qui ad interessarsi ed appassionarsi di chitarristi ‘occidentali’ come Jimi Hendrix e Mark Knopfler, assorbendone la lezione, il passo è davvero breve. Nel 2009 l’incontro con il regista Ron Wyman che gli dedica gran parte del documentario sulle tribù Tuareg; nel frattempo Bombino suona in diversi contesti e comincia ad essere conosciuto in tutto il mondo fino a quando nel 2013 ottiene il grande riscontro di pubblico con l’album Nomad, pubblicato dalla Nonesuch Records. Durante il concerto udinese, si è capito perfettamente perché questo artista stia riscuotendo un così grande successo. Il suo stile è assolutamente personale in quanto combina la passione per il blues rock e per la chitarra elettrica con le sonorità tipiche dell’Africa subsahariana, con le armonie arabe, con le strutture convenzionali della forma canzone occidentale. Di qui un ritmo incalzante e la reiterazione ipnotica di brevi moduli tematici grazie a innovativi riff chitarristici; spesso Bombino ha accoppiato al suono della chitarra quello della sua voce tutta giocata sui registri medio-alti con il resto del gruppo a supportarlo in queste lunghe escursioni che portano il pubblico dapprima a battere il classico piedino e quindi ad alzarsi e ballare… e così il concerto si è chiuso in un clima festoso con musicisti e spettatori contenti di aver partecipato ad un evento che vedeva nella partecipazione collettiva una delle sue peculiari caratteristiche.

Il 13 luglio nel Piazzale del Castello, chiusura del Festival con Letizia Felluga Trio, Maria Gadù in quartetto e Toquinho Quartet. Il vostro cronista non era presente, ma osservatori degni di fede ci raccontano che è stata una serata memorabile illuminata soprattutto dalla classe del celebre musicista brasiliano.

Parallelamente ai concerti si sono svolti eventi comunque legati al mondo del jazz. Così il 5 luglio il sottoscritto ha presentato il proprio libro “Gente di jazz”; il 6 luglio Marcello Lorrai ha intervistato la star del Festival, Mulatu Astatke, ripercorrendo i momenti più significativi della sua vita di uomo e di artista.

Venerdì 7 luglio abbiamo assistito alla proiezione di alcuni filmati di Gianni Amico recentemente ristampati in DVD dalla cineteca di Bologna. In primo luogo il suggestivo “We Insist! – Noi insistiamo! Suite per la libertà subito” del 1964 che è un montaggio di foto delle lotte di emancipazione sia degli Stati Africani sia degli Stati Uniti contrappuntate da un tappeto sonoro costituito dall’album di Max Roach con Abbey Lincoln, lavoro che ha vinto il primo premio al Festival di Mannheim. A seguire “Appunti per un film sul jazz” imperniato sul Festival di Bologna del 1965, con interviste, prove, che vedevano protagonisti grandi personaggi come Don Cherry, Steve Lacy, Johnny Griffin.

In definitiva un’altra riuscita edizione del festival udinese che ci fa ben sperare per l’edizione del prossimo anno. Quali sorprese ci riserverà Giancarlo Velliscig?

Gerlando Gatto

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