Per la presentazione dell’album “Un(Folk)ettable Two”

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Pianista, compositore di rara sensibilità e grande tecnica, Nico Morelli oramai da anni vive a Parigi si è costruito una solida reputazione sia come leader di interessanti progetti, sia come side-man di lusso. Domenica 3 settembre ha partecipato alla grande giornata de L’Aquila che il mondo del jazz ha voluto dedicare ai terremotati di quelle zone. Il 14 Nico si esibirà all’Auditorium ove presenterà il suo nuovo album, “Un(Folk)ettable Two”, prodotto in collaborazione fra Sounds e la casa discografica francese Cristal Records e registrato a Bari il 2 marzo del 2016.

Noi lo abbiamo intervistato alla vigilia del concerto di Roma.

 

 

  • Nico, in questi giorni ti trovi in Italia per presentare il tuto ultimo disco. Ce ne vuoi parlare?

“Certo; si tratta dell’episodio n.2, della logica prosecuzione del precedente album “Un(Folk)ettable Pizzica&Jazz Project”: non a caso si chiama “Un(Folk)ettable Two”. Sto, insomma, proseguendo questa straordinaria avventura di fondere jazz e musica folcloristica del Sud Italia. Io vengo dal Sud Italia, sono pugliese, e proprio da ciò nasce questa idea di mettere assieme queste mie due anime. E credo che lo stesso titolo spieghi bene le mie intenzioni, da un canto l’esplicito richiamo al folk, dall’altro il riecheggiare di un brano che rappresenta uno standard nel mondo del jazz. In repertorio ci sono brani della tradizione folk, che ho riarrangiato in chiave jazzistica con parti improvvisate, parti scritte su cui ho costruito delle sequenze armoniche per improvvisarci su, ci sono delle voci che rappresentano al meglio il folk, la musica popolare, ci sono degli strumenti di estrazione popolare come il tamburello, la chitarra battente, percussioni varie… ci sono poi brani di più chiara estrazione jazzistica… queste due musiche a volte le metto assieme, a volte le metto in contrasto, alcune sequenze con sonorità jazzistiche realizzate magari in trio con improvvisazioni di pianoforte, alcune sequenze con delle voci dove le sonorità sono più propriamente della musica popolare”.

 

  • Quali sono – se ci sono – le differenze rispetto al precedente album?

“Nel primo disco ci sono due musicisti che venivano dal mondo del folk con una caratterizzazione ancora più forte: Tonino Cavallo che era un musicista popolare a tutti gli effetti, Mathias Duplessy musicista francese che ha fatto questo difficile lavoro di immedesimazione nella musica popolare pugliese riuscendoci magnificamente, addirittura aveva imparato i testi, non si sentiva alcun accento, utilizzava strumenti popolari e il tutto produceva sonorità ancora più crude rispetto a quest’ultimo album. In “Un(Folk)ettable Two” ci sono le voci di Barbara Eramo e di Davide Berardi più eleganti, raffinate rispetto al primo disco. Forse la prima differenza sostanziale è propria questa qui, in aggiunta al fatto che in questo secondo disco ho preso delle musiche tradizionali e le ho riarrangiate in misura superiore rispetto al primo album ove avevo scritto dei brani di sana pianta, miei, con dei riferimenti, delle sonorità che facessero pensare alla musica tradizionale del Sud Italia. Adesso, invece, ho preso proprio dei brani folk e li ho riadattati dando loro una nuova chiave di lettura “.

 

  • Quali sono gli altri musicisti che ti accompagnano in questa impresa?

“Oltre ai già citati Barbara Eramo e Davide Berardi voci, chitarre e percussioni

, ci sono Raffaele Casarano al sax soprano, Vito De Lorenzi percussioni, e

una sezione ritmica più chiaramente jazzistica, tutta pugliese, con Camillo

Pace   basso e  Mimmo Campanale batteria”.

 

  • Come mai hai aspettato quasi dieci anni per realizzare questo secondo capitolo?

Ho aspettato che arrivasse il suo momento. In realtà la genesi di questo secondo album è avvenuta in maniera fortuita, anche se c’è da dire che io sono di quelli che credono all’importanza delle coincidenze e non alla fortuna. Il primo album infatti aveva suscitato la curiosità di una mia amica musicologa, Flavia Gervasi, (Docente di musicologia presso l’Università di Montreal Canada) che per molto tempo mi ha parlato di una sua idea di rifare una puntata numero 2 “riveduta e corretta” riguardo al primo lavoro. Le era piaciuto il mio modo di mettere insieme le due anime folk e jazz ma da musicologa e conoscitrice della musica popolare pugliese trovava che alcuni abbinamenti ed alcune idee compositive ed estetiche avrebbero funzionato meglio con altre soluzioni che mi ha suggerito. A me è piaciuta l’idea di lavorare in tandem con lei e lasciarmi contaminare dalle idee di un’altra persona. Spesso in queste circostanze, quando si lascia la “guida” ad una seconda “anima artistica” come quella di Flavia, possono nascere delle opere bellissime ed ho accettato la sfida. Flavia si è adoperata molto per ottenere la collaborazione di Puglia Sounds e di questo devo darle atto e ringraziarla. Senza il suo apporto, le sue idee e la sua tenacia questo album probabilmente non esisterebbe. Io, in tutti i modi, non avevo messo in conto di fare una puntata numero 2, sebbene non ne escludessi la possibilità. Aspettavo semplicemente gli eventi…… e gli eventi sono arrivati con Flavia”.

 

  • Quando e dove è stata la prima presentazione ufficiale del disco e che tipo di reazione hai avuto?

“Al momento l’album l’ho presentato in Francia al Sunset che è il jazz club più conosciuto, più frequentato di Parigi, e poi all’Istituto Italiano di Cultura sempre a Parigi; le reazioni sono state entusiastiche; la gente in Francia accoglie molto bene questi tentativi di fusione tra linguaggi diversi… c’è stato sempre il sold out. Continuiamo questa scia positiva che spero trovi continuità anche in Italia”.

 

  • Oltre a Roma, il 14, dove vi esibirete?

“Al momento, oltre Roma, abbiamo il 13 ottobre Milano, il 22 novembre Torino, il 23 Bologna, il 24 Monza, il 25 Verona”.

 

  • E per quanto riguarda l’estero?

“Ci sono delle date ancora non confermate… forse in Australia a Melbourne, in Belgio a Bruxelles e poi anche Marsiglia… questo è un piccolo tour tra gli Istituti Italiani di Cultura che spero sia confermato al più presto…”

 

  • Adesso lasciamo da parte il disco e veniamo a Nico Morelli artista italiano residente in Francia. Come vanno le cose?

Direi abbastanza bene: ho diversi progetti che curo contemporaneamente. E’ ancora in piedi quel progetto con Emmanuel Bex all’organo Hammond e Mike Ladd alla voce di cui abbiamo parlato qualche tempo fa…”

 

  • Quello dedicato a Bill Evans…

“Certo. Abbiamo fatto un bel po’ di concerti tutti con esito molto, molto positivo. Come ricorderai è un omaggio a Bill Evans rivisitato alla luce di una moderna cultura elettronica in quanto nel disco oltre al pianoforte e all’organo Hammond ci sono diverse macchine come loop, vocoider, effetti elettronici e in più c’è la voce hip-hop di Mike Ladd per cui la musica di Bill Evans viene rivisitata con apparecchiature moderne…chissà cosa avrebbe detto lui sentendo queste nostre interpretazioni. Comunque devo dire che abbiamo inviato il nastro alla moglie di Bill (anche per avere l’autorizzazione sulla pubblicazione) che ci ha risposto in maniera entusiastica dicendoci che avevamo fatto un bel lavoro, e questo ci ha confortati non poco. Io continuo la mia attività di side-man in vari progetti con musicisti francesi, così ad esempio a ottobre abbiamo dei concerti con questo contrabbassista molto bravo che si chiama Regis Igonnet che ha messo su un quintetto con me al pianoforte, Silvan Del Campo al sax, Aurelian Holl alla chitarra e Clement Cliquét alla batteria… suono anche in trio, faremo una tournée con i musicisti italiani con cui suono adesso vale a dire Camillo Pace  basso e  Mimmo Campanale batteria e sono previste due date a Parigi a fine Ottobre, poi la partecipazione al Festival Jazz di Waivignes e poi torniamo nella periferia di Parigi per altri due concerti… inoltre sto preparando il mio -solo, il mio primo -solo che dovrebbe uscire alla fine del 2018: è un progetto molto impegnativo su cui sto lavorando da un po’ di tempo che prevede l’uso di macchine elettroniche e che sto sviluppando assieme ad un tecnico del suono per dare origine ad un’idea che ho in testa da un po’ di tempo”.

 

  • Su che tipo di repertorio?

Il repertorio sarà semplice; visto che le macchine aggiungeranno elementi di complessità, per contrasto il repertorio sarà semplice ossia musiche molto conosciute che rivisiterò e su cui improvviserò”.

 

  • Se non sbaglio tu non suonavi a Roma da molto tempo. Ecco, tornato in Italia, che tipo di impressione hai avuto?

L’impressione principale è che ci sono moltissimi musicisti bravi, ben preparati a volte abbandonati in un sistema lavorativo che in Italia non ha una vera organizzazione…. Non è un sistema appunto. Non esiste a livello governativo un sistema che supporti il musicista e lo porti in maniera fluida nel mondo del lavoro una volta che ha terminato la sua formazione. C’è da dire che questo non accade solo in campo musicale purtroppo. Indubbiamente l’Italia e la Francia sono i due Paesi che oggi offrono il meglio almeno per quanto concerne il jazz europeo. Certo, c’è dell’ottimo jazz anche nel Nord Europa ma l’impressione è che il jazz che più ci emoziona rimane quello che si suona in Francia e in Italia. Tornando al nostro Paese, le difficoltà del mondo lavorativo musicale-artistico mi sembrano  essere il logico riflesso delle difficoltà di un Paese che di problemi ne sta attraversando tanti, anche al di fuori della musica. Mi pare di vedere un Paese in un momento molto difficile proprio dal punto di vista della gestione della cosa pubblica, governativo, politico… questo sistema elettorale che non riesce ad andare in porto, l’organizzazione quotidiana della vita. Poi è vero che i giornali enfatizzano sempre le cose brutte ed io ho la cattiva abitudine a Parigi di leggere soprattutto i giornali italiani… forse dovrei cambiare sistema, altrimenti continuerò a pensare che in Francia le cose vanno meglio che qui… ma non penso che in realtà sia così”.

 

  • Per quanto concerne la musica e il jazz in particolare penso proprio di sì… A questo riguardo noti qualche differenza tra il pubblico francese e quello italiano?

“In Francia mi sembra ci sia più organizzazione. Quando c’è un concerto, di solito il pubblico si mobilita, si organizza e prenota con molto anticipo. Questo è importante perché permette a chi organizza di poter lavorare con più serenità e quindi di poter programmare gli eventi con continuità, senza dover sperare che lo spirito santo sia con lui anche per la rassegna della edizione successiva. In Italia non vedo queste abitudini nel pubblico…… a meno che forse non si tratti di concerti Rock o Pop dove il pubblico giovane non può mancare per questioni di vita o di morte.  Io penso, e mi spiace ammetterlo perché ancora non accetto questo stato di fatto, che in Italia ci sia soprattutto un problema di organizzazione, ma non nella musica, in generale!… Il guaio è che questa disorganizzazione fa comodo a molti…… organizzarsi costa fatica, e l’italiano che si organizza passa per il tipo pedante rompiscatole”

 

  • E hai detto poco!!!

“Ecco, l’ambito musicale paga le conseguenze di questo, di questa disorganizzazione che si riflette su ogni ramo di attività, ivi compreso quello artistico. E devo riconoscere – anche se non spetta certo a me dirlo – che quello musicale non è l’ambito più importante com’è, ad esempio, quello della vita quotidiana”.

 

  • Da quanto mi dici, intenzione di lasciare la Francia poco o niente…

“No, per ora non lo penso. Lì sto bene. Forse in pensione… una bella casa sulla spiaggia… certo potrei pensarci anche in Francia ma sull’Atlantico l’acqua è fredda e non c’è molto sole… forse nella Francia del Sud… vedremo”.

 

  • Insomma ti senti realizzato, come uomo e come musicista?

“Realizzato mi sembra una parola grossa. Realizzato… non lo so… mi sembra difficile anche perché io sono uno di quelli che appena realizzata qualcosa già ne sto pensando un’altra, sono un’anima irrequieta. Arrivare un giorno a dire che sarò realizzato mi sembra improbabile”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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