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Antonella Chionna – “Rylesonable” – Dodicilune 371
Spero di non attirarmi la solita valanga di critiche quando mi capita – ad onor del vero piuttosto raramente – di parlare male di qualche disco. Ecco questo “Rylesonable” è un album che ben difficilmente ascolterei una terza volta (prima di recensirlo l’ho ascoltato attentamente due volte). Nato nel corso di un tour della Chionna negli Stati Uniti e registrato nel Rear Window Studio di Brookline, l’album presenta accanto alla vocalist, il pianista Pat Battstone, il contrabbassista Kit Demos e il vibrafonista Richard Poole. Un combo, quindi, di tutto rispetto che si avventura, però, su un territorio che il vostro cronista non apprezza particolarmente. In repertorio otto brani frutto della collaborazione tra i quattro musicisti, cui si aggiungono “Sophisticated Lady” di Duke Ellington, Irving Mills e Mitchell Parish, “Lover Man / Nature Boy” di Jimmy Davis, Roger Ramirez, James Sherman ed Eden Ahbez, “Fida (to Carla)” con testo della Chionna su musica del chitarrista e compositore pugliese Gabriele di Franco e “Rather Life”, liberamente ispirato da un poema di André Breton. Dopo il lavoro in duo “Halfway to Dawn” con il chitarrista Andrea Musci, la giovane cantante tarantina Antonella Chionna ritorna, quindi, con un altro disco che evidenzia le potenzialità della sua voce. E su questo non ci sono dubbi. Ma allora perché estremizzare la performance, perché spingere il tutto come a voler rifiutare qualsivoglia leggibilità? L’impressione è che alle volte, spinti dalla voglia di evidenziare le proprie potenzialità, alcuni musicisti – soprattutto giovani – insistano un po’ troppo sul lato tecnico dimenticando che la musica è anche, se non soprattutto, trasmissione di emozioni.

Claudio Cojaniz – “Stride Vol.3 – Live” – Caligola 2223
“Sound of Africa – Caligola 2228
Claudio Cojaniz è musicista sincero, coraggioso, che non ha paura di esprimere le proprie convinzioni sia con le parole sia con la musica. Questi due album ne sono l’ennesima conferma, se pur ce ne fosse stato bisogno.
Il primo, registrato il 18 luglio del 2015 durante un concerto all’Arena del Parco Azzurro di Passons in provincia di Udine, rappresenta il terzo episodio di una riuscitissima serie che la Caligola sta dedicando alla valorizzazione di questo artista friulano. In questo terzo volume Cojaniz esegue in piano-solo un repertorio in cui a brani tratti dal songbook jazzistico si alternano canzoni come “Il nostro concerto” o “Michelle” e un pezzo folkloristico macedone. Indipendentemente dal materiale che si trova ad affrontare, il pianismo di Cojaniz mantiene una sua intima coerenza: robusta tecnica ma usata con parsimonia, armonizzazioni mai banali, spiccata sensibilità melodica (si ascolti al riguardo il brano d’apertura (“I loves you Porgy” di George & Ira Gershwin), perfetta padronanza della dinamica, uno spiccato senso del blues (particolarmente evidente in “Nobody knows you when you’re” down and out), assoluta coerenza nel mai disgiungere il suo impegno politico dalla musica (ecco quindi la riproposizione di “Gracias a la vida” di Violeta Parra) e quindi nessuna paura di osare quando lo ritiene necessario. In questo senso da segnalare, in conclusione, la toccante versione de “Il nostro concerto” un brano che tra le dita di Claudio riesce a esprimere tutta la delicatezza e l’amore di cui era capace Umberto Bindi.
Abbiamo già parlato dell’impegno politico di Cojaniz e questo “Sound of Africa” si inserisce proprio in tale contesto. Realizzato nel marzo del 2017, è frutto di una collaborazione tra l’associazione TimeforAfrica di Udine e Caligola Records di Venezia; il ricavato andrà infatti a finanziare un progetto educativo per le famiglie dei minatori sudafricani di Marikana, sterminati dalle forze di polizia nel 2012 durante uno sciopero indetto per protestare contro le condizioni di vita. L’album è stato presentato in prima assoluta durante “Udin&Jazz 2017” con grande successo; il disco ricrea appieno le atmosfere vissute durante il live. Splendidamente completato da Alessandro Turchet, contrabbasso, Luca Grizzo, percussioni e voce e Luca Colussi, batteria, il quartetto non scimmiotta posticce atmosfere africane, ma si rifà alla cultura di quel continente per trarne fonte di ispirazione: quindi l’Africa come una sorta di madre musicale, da cui ha preso le mosse anche il jazz. Non a caso l’album inizia con l’esecuzione per piano solo dell’inno nazionale sudafricano, anche se già dopo un minuto entrano in azione gli altri tre musicisti ed il brano, sorta di medley, diventa così –informa una nota della Caligola – “una composizione originale di Cojaniz, Capetown, contrariamente a quanto indicato nelle note di copertina”. E non a caso Cojaniz ha composto e incluso nell’album il brano “Marikana” proprio in ricordo di quella strage cui prima si faceva riferimento. Insomma un’altra, l’ennesima, prova di maturità del pianista friulano che si esprime al meglio anche come compositore dal momento che la quasi totalità delle composizioni sono sue.

eMPathia – “COOL Romantics” – mpi 2316
“eMPathia” è un duo che ti conquista immediatamente sia che lo ammiri in concerto sia che ascolti un suo disco. E i motivi sono molteplici. Innanzitutto la bravura dei musicisti: è una vocalist dotata di grandi mezzi vocali, di squisita sensibilità e di una rara presenza scenica; oramai da molti anni si è fatta ambasciatrice della buona musica italiana nel mondo ottenendo straordinari successi soprattutto in Brasile, sua seconda patria. Paul Ricci, chitarrista di origini italiane, è strumentista che coniuga una tecnica sopraffina ad una non comune capacità di arrangiare i brani non facili che i due presentano. Lavorando assieme da molti anni, i due hanno sviluppato una bella intesa declinata attraverso un’operazione a sottrarre nel senso che hanno ricercato l’essenziale, risultato perfettamente raggiunto in questo album che rappresenta il coronamento di una trilogia, iniziata con “eMPathia jazz duo” e proseguita con “Inside”. Alle prese con un repertorio di estrema difficoltà, comprendente brani arci noti tratti dal pop, dal jazz, dalla musica brasiliana, dalla musica cantautorale italiana come “Insensatez”, “Dindi”, “Triste sera” di Luigi Tenco, “Nuages” forse la più bella composizione di Django Reinhardt, “Via con me” di Paolo Conte, i due riescono a trascendere le sonorità proprie dei linguaggi su accennati per attingere ad una forma espressiva nuova, originale. Forma espressiva che trae origine da un lato dalle diverse esperienze che i due hanno vissuto lavorando sui palcoscenici di mezzo mondo – dall’ Europa all’America latina… agli Stati Uniti d’America, dall’altro dalla facilità con cui i due riescono a improvvisare sulla scena sorretti da quell’intesa cui prima si faceva riferimento e da un gusto particolare per fitte trame melodico-armoniche sorrette sempre da un ritmo, alle volte sotto traccia, che Paul riesce a infondere in ogni esecuzione.

Fatsology – “A Tribute To The Music of Fats Waller” – abeat 170
Un sestetto di All Stars impegnate in un tributo a Fats Waller, pianista, cantante, interprete e compositore di alcuni brani memorabili. Protagonisti Gianni Cazzola il decano della batteria jazz italiana essendo sulla scena da oramai una sessantina d’anni, Sandro Gibellini chitarrista di ampie vedute e di altrettanto ampi consensi, Alan Farrington eccellente crooner, Alfredo Ferrario uno dei migliori clarinettisti di genere traditional in Italia, Marco Bianchi vibrafonista di grande sensibilità, Roberto Piccolo contrabbassista tra i più richiesti. La musica di Fats Waller è straordinaria contenendo in sé una valenza che per tanti anni non ha trovato eguali: non a caso era la musica che ha fatto ballare l’America per tanti anni e non a caso alcuni suoi brani sono rimasti immortali. Nel programma del CD tredici brani arrangiati in modo magistrale da Sandro Gibellini che guida il gruppo con energia, con classe inducendo tutti a suonare con gioia e partecipazione. Tutto bene, quindi? Non proprio ché alla freschezza del gruppo nella sua versione strumentale, si contrappone una voce che per quanto valida poco si adatta, almeno a nostro avviso, ad eseguire questo particolare repertorio. In effetti le interpretazioni di Fats Waller rimangono irraggiungibili quanto a musicalità e senso dell’ironia, dote, quest’ultima, cha manca completamente al pur bravo Alan Farrington; e per rendersene conto basta ascoltare i due brani più celebri di Waller, “Ain’t Misbehavin” e “Honeysuckle Rose”.

Paolo Fresu – “Two ” – Tuk 016
“Magister Giotto” – Tuk 020
Paolo Fresu è attualmente, senza ombra di dubbio, la punta di diamante del movimento jazzistico italiano. E questo non solo per le straordinarie capacità musicali, per lo smisurato talento, ma anche per la personalità dell’uomo che ama spendersi nelle più diverse occasioni, che mai si tira indietro, che ama- come suol dirsi- metterci la faccia. Emblematico, al riguardo, il suo contributo per organizzare i grandi concerti de L’Aquila. Il tutto senza minimamente incidere sulla qualità delle sue produzioni artistiche. E ne abbiamo un altro esempio in questi due album, l’uno più bello dell’altro.
In “Two Minuettos”, ad 8 anni di distanza dall’ultima collaborazione documentata dall’album “Think” uscito per la Blue Note/Emi, Fresu è tornato a duettare con il pianista Uri Caine in occasione dei tre concerti milanesi che il duo tenne al Teatro dell’Elfo dal 27 febbraio al 1 marzo 2015. Si, tratta, quindi di un live articolato su nove brani molto differenti che vanno da Bach a Bruno Lauzi passando attraverso Gershwin, Mahler, Joni Mitchell, Eden Ahbez e Barbara Strozzi, compositrice e soprano (1619 -1677), figura di rilievo della musica barocca veneta, oggi conosciuta soltanto da pochi esperti, a conferma di quanto possa essere vasto e completo l’universo musicale frequentato dal trombettista sardo. Ed è un vero godimento per le orecchie ascoltare con quanta passione, competenza, determinazione i due affrontano pagine musicali talmente distanti tra di loro. Il flicorno di Fresu disegna, con la solita eleganza, eleganti linee melodiche ben sorrette da un Uri Caine, con il suo classico contrappunto, assolutamente a suo agio nel completare quell’universo jazzistico in cui inserire le esecuzioni. Ecco quindi le note dei due che si incastonano a meraviglia sì da far assurgere a nuova modernità quei pezzi classici cui prima si faceva riferimento.
“Magister Giotto” è un album particolare: il trombettista sardo, in occasione dell’esposizione “Magister Giotto”, in programma dal 13 luglio al 5 novembre prossimo, presso la Scuola Grande della Misericordia a Venezia, per i 750 anni della nascita del grande artista fiorentino, ha realizzato uno speciale CD, dal titolo omonimo e dal formato assolutamente atipico, con in copertina una delle immagini celebri di Giotto, “Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d’Oro”, per gentile concessione del Comune di Padova. Graficamente splendido anche il libretto d’accompagno con una serie di foto che richiamano diversi colori e che contengono le indicazioni sui brani. A quest’ultimo riguardo occorre precisare che Fresu ha scelto alcuni pezzi del già ricco catalogo Tuk Music, la casa discografica da lui stesso fondata, per creare una sorta di colonna sonora che accompagna il pubblico durante il suo viaggio alla scoperta di Giotto. Così accanto al trombettista abbiamo modo di ascoltare, divisi in vari organici ancora Uri Caine, Omar Sosa, Jaques Morelembaum, Daniele di Bonaventura, Gianluca Petrella, I Virtuosi Italiani, Michele Rabbia, Leila Shirvani, William Greco, Marco Bardoscia, Emanuele Maniscalco. Insomma una realizzazione molto, molto particolare che non a caso inaugura la Tuk Art, sezione della Tuk Music dedicata alle forme del figurativo.

Roberto Gatto – “Now!” abeat 172
Roberto Gatto è unanimemente considerato uno dei migliori batteristi, non solo italiani, attualmente in esercizio. Sorretto da una grandissima passione, si è fatto le ossa studiando sodo e collaborando con artisti di assoluto livello quali Johnny Griffin, George Coleman, Joe Zawinul, Curtis Fuller … tra gli altri. Oggi ovunque si vada Roberto è uno dei non molti jazzisti italiani conosciuti ed apprezzati. E questo album conferma quanto già di buono si sapeva sul suo conto non solo come batterista ma anche come leader e fautore di validi progetti. Ad accompagnarlo Alessandro Presti alla tromba, Alessandro Lanzoni al piano (vincitore del TOP JAZZ 2013, nella categoria Miglior Nuovo Talento) e Matteo Bortone al contrabbasso (cui è stato assegnato il premio Maletto del Top Jazz 2015). Insomma un quartetto di eccellenti musicisti che si misura su un repertorio che annovera nove originals, due standards (“I’ve Got You Under My Skin” di Cole Porter e “Thelonious” di Monk) e una moderna composizione di Chris Potter “Tick Tock”. Il terreno su cui si muovono i quattro è quello prettamente jazzistico, senza se e senza ma, vale a dire la giusta carica di swing, il piacere dell’interplay, la propensione ad improvvisare… e soprattutto quel lirismo, quel gusto per le belle melodie che sono patrimonio precipuo dei jazzisti italiani. Roberto sostiene il gruppo con il suo impeccabile drumming, con quel senso del tempo che tutti gli riconoscono e riesce così di volta in volta a lanciare i vari solisti che hanno modo di estrinsecare tutte le proprie potenzialità. Ad esempio ascoltiamo Alessandro Presti disegnare le ardite volute di “Tick Tock” con un suono netto, quasi senza vibrato e interpretare con sincera partecipazione il suo brano “Amastratum” mentre Matteo Bortone, valido partner di Gatto in tutto il disco, si fa particolarmente apprezzare sia in “Thelonious” sia nella sua “May”; infine Lanzoni dimostra di essere musicista oramai maturo anche dal punto di vista compositivo grazie al suo convincente “Brendy”.

Tigran Hamasyan – “Atmosphères” ECM 2414/15
“An Ancient Observer”
Tigran Hamasyan, giovane e dotato pianista di origine armena, si ripresenta con due realizzazioni discografiche: un doppio CD per la ECM e un album per la Nonesuch. Ambedue gli album confermano appieno quanto di buono già si conosceva di questo talento anche perché lo si ascolta in contesti diversi. Ma procediamo con ordine.
Il titolo “Atmosphères” illustra assai bene il relativo contenuto musicale, vale a dire le atmosfere cangianti, ora oniriche, ora più materiche (si ascolti “Trace II”) proprie della cifra stilistica del pianista armeno. L’album, registrato nel giugno del 2014 presso l’Auditorio della Radiotelevisione Svizzera a Lugano, coglie Tigran accompagnato da un trio di straordinari musicisti norvegesi quali Arve Henriksen alla tromba (magnifici i suoi assolo in “Traces IV” e in “Garun A”), Eivind Aarset alla chitarra e Jang Bang ai campionamenti. Sciolti da ogni legame precostituito, i quattro danno libero sfogo alla propria creatività producendo una musica in cui non è facile distinguere tra pagina scritta e parti improvvisate… ammesso che ciò sia importante. Invece è determinante il fatto che Hamasyan e compagni riescono a coniugare il linguaggio jazzistico – anche il più spinto – con la tradizione armena; funzionale a tale obiettivo è la scelta del repertorio costituito sia da composizioni originali sia da brani di Padre Komitas Vardapet, forse il più importante rappresentante della moderna musica armena. Di grande sostanza il pianismo di Tigran, che senza esagerare, senza forzare, gioca sulla dinamiche, sul timbro dello strumento ottenendo risultati del tutto personali. Dal canto loro i musicisti norvegesi – ma non è certo una sorpresa – seguono perfettamente gli intenti del leader aggiungendo un tocco di sognante impressionismo che qualifica ulteriormente l’album.
In “An Ancient Observer” ritroviamo Tigran Hamasyan in solitaria, impegnato sia al pianoforte sia alla voce, sia alle tastiere e agli effetti elettronici. E le impressioni non mutano, salvo il fatto che non sentendosi in qualche modo vincolato dalla presenza di altri musicisti, il pianista dà libero sfogo al proprio talento riuscendo ad esprimere appieno tutte le varie sfaccettature della sua complessa personalità. In qualche caso, specie quando abbandona il pianoforte, ciò lo porta ad esagerare, ad abbandonare quella sorta di minimalismo che invece caratterizzava il precedente doppio album. Eccolo comunque, passare con disinvoltura dalla danza barocca all’hip-hop, dalla musica da camera al cantautorato, dal jazz al folk tenendo, però, sempre ben presente le sonorità del suo paese. Tigran esegue dieci nuove composizioni che, come egli stesso afferma, sono “delle osservazioni musicali sul mondo nel quale viviamo, e sul peso della storia che portiamo con noi.” E sono composizioni che evidenziano appieno il suo profondo senso compositivo, con equilibrio strutturale e linee melodiche alle volte di straordinaria suggestione.

Hard Up Trio – “Waves” – CDLN
Quando si parla di post free, di jazz informale, di musica improvvisata…o comunque la si voglia chiamare credo sia giunto il momento di porre qualche punto fermo ad evitare che si ascolti musica di nulla o scarsa valenza. Ecco, a mio avviso, quando ci si cimenta con questo genere di linguaggio, occorre che sia rispettata almeno una delle seguenti condizioni: che si tratti di musica totalmente improvvisata sì da configurare una sorta di composizione istantanea (alla De Mattia tanto per intenderci), o che gli artisti siano talmente ad alto livello da presentare un jazz originale che non contenga alcunché di scontato. Purtroppo in questo album non sentiamo soddisfatta alcuna delle suddette condizioni. L’ “Hard Up Trio”, al secolo Andrea Morelli sax tenore, soprano, sopranino, Massimo “Maso” Spano contrabbasso, Alessandro Garau batteria sono musicisti ben preparati, conoscono i rispettivi strumenti e possono anche contare su una buona intesa dato che suonano assieme da qualche tempo e questo è il loro secondo album. Ma tutto ciò non basta. La loro è una musica che si lascia ascoltare, a tratti anche con interesse dato il mélange di diversi input, ma non si avverte alcun guizzo che ridesti l’attenzione dell’ascoltatore né dal punto di vista esecutivo né da quello compositivo (tutti i nove brani sono composizioni originali, tre di Garau, cinque di Morelli e una di Spano). Insomma, per dirla con Ashley Khan, manca quel quid “di casual e organico che può fare di una band molto di più della somma delle sue parti”.

Sean Jones – “Live From Jazz at The Bistro” – Mack Avenue
Registrato a St. Louis’ Jazz al the Bistro club dal 3 al 5 dicembre del 2015, questo album ci presenta l’abituale quartetto guidato dal trombettista e flicornista Sean Jones con il pianista Orrin Evans, il bassista Luques Curtis e il batterista Obed Calvaire, sostituito in quattro brani da Mark Whitfield Jr. mentre in altri quattro pezzi si ascolta un altro vecchio e caro amico di Jones, vale a dire il sassofonista alto e soprano Brian Hogans. La prima impressione che si ricava dall’ascolto dell’album – l’ottavo firmato da Sean per la Mack Avenue – è quella di una perfetta intesa e ciò si spiega con il fatto che il quartetto di Jones lavora assieme da ben undici anni, cosa di certo poco comune nell’attuale panorama jazzistico internazionale. In un contesto talmente ben collaudato è risultato facile l’inserimento degli altri due musicisti cosicché l’album nulla perde della sua intrinseca coerenza a prescindere dall’organico. In programma sette composizioni originali di cui quattro del leader, una cadauno rispettivamente di Brian Hogans e Orrin Evans e il traditional “Amazing Grace”. Sin dalle primissime note, tutti i brani evidenziano quella compattezza cui prima si accennava (si ascolti già nel brano d’apertura “”Art’s Variable” dedicato a Art Blakey l’entusiasmante intesa tra il leader e la sezione ritmica con il pianista Orrin Evans che si produce in un notevole assolo) e la capacità dei musicisti di porsi a totale servizio della musica pur conservando ampi spazi di improvvisazione. Comunque in primo piano è quasi sempre Sean Jones con il suo sound così caldo, corposo, capace di transitare con facilità da atmosfere melodiche a climi ben più arroventati.

Lingomania – “Lingosphere” – abeat 174
“Un nome, una garanzia”: questo vecchio detto si potrebbe applicare benissimo all’album in oggetto dato che protagonista è una di quelle poche formazioni che ha segnato una svolta nella storia del jazz italiano: non a caso è stata votata miglior gruppo italiano nei referendum di del 1984-85-87, e Guitar Club 1988-89. Stiamo parlando di “Lingomania”, guidato dal sassofonista Maurizio Giammarco. Riunitisi nel 2016 a trent’anni dal loro esordio discografico, i protagonisti di quella prima stagione, vale a dire Giammarco, Umberto Fiorentino chitarra elettrica, Furio Di Castri contrabbasso e Roberto Gatto batteria, con l’aggiunta di Giovanni Falzone tromba e live electronics, hanno deciso di riprendere un cammino che può ancora dare frutti succosi. Ed in effetti questo “Lingosphere” è un album di sicuro interesse che in qualche modo si collega a ciò che il gruppo ha fatto nel passato ma lanciando altresì un ponte verso il futuro. Il repertorio è frutto delle penne di Giammarco e Fiorentino (rispettivamente sei e due brani), tutti nuovi di zecca eccezion fatta per “Molti anni fa” che, come dichiara lo stesso Giammarco, giaceva nei suoi cassetti da molto tempo. Ma ciò che colpisce, al di là del materiale tematico, è la bontà delle esecuzioni. Tutti e cinque i musicisti rappresentano quanto di meglio il jazz italiano possa oggi vantare anche perché hanno attraversato esperienze le più svariate collaborando con musicisti internazionali di altissimo livello. Di qui l’affinarsi di una sensibilità particolare e la ricerca di un linguaggio originale, doti, queste, che nell’album si fondono a meraviglia ribadendo quella che era la caratteristica peculiare di Lingomania vale a dire – come esplicitamente dichiarato nelle note di accompagno – la volontà di “declinare in modo personale una lingua che è il prodotto di molteplici e illuminati contributi planetari”.

Dominic Miller – “Silent Light” – ECM 2518
Chitarrista argentino (classe 1960) Dominic Miller è artista ben conosciuto nel mondo del pop e del folk avendo collaborato con musicisti e gruppi di primissimo piano come Bryan Adams, The Chieftains, Tina Turner, Rod Stewart, The Pretenders, Paul Young, Steve Winwood, Peter Gabriel, Phil Collins, Richard Wright e soprattutto Sting di cui è fedele partner oramai da molti anni (non è un caso che ad introdurre le note di accompagnamento dell’album ci sia proprio un breve scritto di Sting e che l’unico brano non originale sia una composizione dello stesso Sting, “Fields Of Gold”). Queste svariate collaborazioni, declinate anche attraverso innumerevoli tournées, hanno fatto sì che Dominic elaborasse uno stile del tutto personale in cui convergono influenze derivanti dal folk così come dal jazz, dalla musica barocca, dalla sensibilità latina, in una sorta di crogiuolo che Miller riesce a padroneggiare con sicurezza. Caratteristiche che risaltano appieno in questo album d’esordio nella scuderia di Manfred Eicher in cui Miller suona in duo con il percussionista Miles Bould. Ecco quindi una musica godibile, caratterizzata da una squisita linea melodica, da una concezione ritmico-armonica piuttosto elaborata che si mantiene assai lontana dal facile ascolto e quindi dalla banalità che purtroppo caratterizza oggi molte produzioni. Il tutto impreziosito dalla qualità straordinaria del suono prodotto dalla chitarra classica adottata proprio per ricercare un suono più naturale, cristallino, perfettamente aderente all’estetica ECM. Non secondario il ruolo di Miles Bould che asseconda le inclinazioni del chitarrista offrendogli un sostegno ritmico caratterizzato in buona sostanza da una grande varietà di colori a seconda delle atmosfere che Miller intende proporre. Di squisita fattura tutti i brani con una menzione particolare per Baden ovviamente dedicato al chitarrista brasiliano Baden Powell e la rilettura per chitarra solo del già citato brano di Sting.

Roberto Ottaviano QuarkTet – “Sideralis” – Dodicilune 364
E’ un Roberto Ottaviano inedito quello che si ascolta in questo cd della Dodicilune in uscita proprio in questi giorni, album che come si legge nelle brevi note che l’accompagnano, rappresenta un manifesto di gratitudine verso quel “John Coltrane asceso alle stelle il 24 luglio di cinquant’anni fa: l’infinità della sua ricerca genera tuttora luce” . Il sassofonista pugliese è alla testa di una formazione internazionale con il pianista inglese Alexander Hawkins e una sezione ritmica tutta statunitense composta dal bassista Michael Formanek al basso e dal batterista Gerry Hemingway. Ottaviano inedito, dicevamo, in quanto l’album si articola attraverso dieci composizioni originali dello stesso leader, tutte giocate sul filo assai sottile che separa il post-free dalla musica del tutto informale, espressione quest’ultima che si avvicina molto più alla musica contemporanea che al jazz. Ottaviano e compagni affrontano l’impresa con piglio sicuro e quella certezza che deriva dalla piena consapevolezza da un canto della propria maestria strumentale dall’altro della padronanza dei propri mezzi espressivi. Di qui una musica di certo non facile che va avanti ora a folate ora a frammentazioni tematiche che alle volte possono anche apparire eccessive. Una sorta di stop and go che genera una salutare tensione nell’ascoltatore attento che non mancherà di apprezzare la particolare coloritura dell’ensemble, il gioco delle dinamiche e soprattutto la sapienza con cui Ottaviano amministra il tutto lanciandosi sì in lunghi assolo senza rete ma avendo sempre il pieno controllo della situazione si ché niente appaia casuale.

Parisien-Peirani-Schaerer-Wollny – “Out of Land” – Act 9832-2
Emile Parisien sax soprano, Vincent Peirani accordeon, Andreas Schaerer voce & mouth percussion, Michael Wollny piano sono nomi ben noti ai lettori di “A proposito di jazz” che ve li ha presentati in diversi contesti. Adesso la Act ha deciso di metterli assieme creando questa sorta di super-gruppo e la definizione non sembri esagerata ove si tenga conto che si tratta di alcuni dei più carismatici e interessanti artisti del nuovo panorama europeo. Purtroppo queste operazioni di assemblaggio spesso non producono alcunché di buono; stavolta, per fortuna, l’esito è completamente diverso. Pur essendo ognuno dei quattro un leader ben consapevole delle proprie possibilità, Vincent e compagni hanno affrontato la prova con grande professionalità e così, prima di esibirsi a Berna il 10 aprile del 2016, ben sapendo che il concerto sarebbe stato registrato per questo album, hanno provato per tre giorni riuscendo a trovare un’intesa straordinaria. Di qui una musica di rara intensità, mutevole, entusiasmante, commovente…insomma una musica che tocca le molte corde di un ascoltatore sensibile e attento. In effetti tutti e quattro si trovano ad un punto cruciale delle rispettive carriere: hanno già dimostrato il loro valore, ora si tratta di andare più in là, magari di forzare ancora di più i limiti degli strumenti, senza però recidere i legami con le profonde tradizioni del jazz. Esemplare, in tal senso, la performance di Andreas Schaerer: come altre volte sottolineato, questo musicista può fare non solo ciò che hanno fatto i più grandi vocalist del jazz, ma è altresì un eccellente “beatboxer” (lo si ascolti nella sua composizione “Ukuhamba”), può imitare vari strumenti e spesso le sue improvvisazioni si materializzano in uno scat inventivo e trascinante. Ma si esprimono tutti su un livello di eccellenza: così ecco Parisien spiccare in “Kabinett V” così come il pianista Michael Wollny dalla tecnica straordinaria impreziosita da una non comune capacità di armonizzare in modo del tutto personale. Dal canto suo Vincent Peirani tenta, giorno dopo giorno, di portare l’accordeon in territori finora inesplorati con esiti davvero sorprendenti. Insomma, se non l’avete capito, ve lo diciamo chiaramente: un disco straordinario, da non perdere!

Ferenc Snétberger – “Titok” – ECM 2468
Avevamo già conosciuto questo chitarrista ungherese sia per “Samboa” del 1991 sia per il più recente (2016) “In concert” registrato per la ECM; in ambedue le occasioni Ferenc suonava da solo con risultati eccellenti data una eccellente tecnica di base ed una grande sensibilità. Questa volta la musica cambia in quanto, su input di Eicher patron dell’etichetta tedesca, il chitarrista suona in trio con due eccellenti musicisti quali il batterista statunitense Joey Barron e il contrabbassista svedese Andres Jormin. L’album registrato a Oslo nel 2015 con tecnico del suono Jan Erik Kongshaug, ci regala un Ferenc Snétberger in grande spolvero e non solo dal punto di vista strumentale ché tutte le tredici tracce dell’album sono sue composizioni. Si parte, quindi, con “Cou Cou” in cui il chitarrista dà libero sfogo alle sue capacità improvvisative dialogando sia con il contrabbasso sia con la batteria; di seguito la title-track introdotta da basso e batteria e caratterizzata da un nucleo tematico reiterato dal chitarrista. E si arriva così al brano forse più riuscito dell’album, “Kék Kerék”, che si sviluppa attraverso una bella linea melodica enfatizzata da un fitto interplay fra i tre. Dolcemente cullante il ritmo di “Rambling” con un altro splendido assolo di Jormin che si ripete nel successivo “Orange Tango” per raggiungere una toccante espressività con l’archetto in “Leolo”, mentre in “Ease” a mettersi in luce con un incredibile gioco di spazzole vecchia maniera è Joey Baron (per altro superlativo in ogni traccia), in primo piano anche in “Clown” l’unico brano dal sapore vagamente sperimentale … e così di brano in brano si arriva al conclusivo “Interference” porto dal chitarrista in splendida solitudine a chiudere un album ragguardevole da ogni punto di vista.

Youn Sun Nah – “She Moves On” – ACT 9037
Prova di maturità della cantante coreana ma residente a Parigi Youn Sun Nah coadiuvata, in questo album registrato a New York, dal tastierista e produttore Jamie Saft, dal chitarrista Marc Ribot che ha preso il posto di Ulf Wakenius abitualmente a fianco della vocalist, del bassista Brad Jones e dal batterista Dan Riesere cui si aggiunge in “Too Late” un classico quartetto d’archi. In programma brani originali della Sun Nah e pezzi ben noti tratti soprattutto dal repertorio pop e dalle tradizioni folk a formare un repertorio piuttosto omogeneo. La vocalist ha quindi scelto una strada diversa rispetto al passato quando aveva evidenziato una straordinaria versatilità riuscendo a transitare con estrema disinvoltura dalla più classica improvvisazione jazzistica alla più semplice interpretazione folk fino alla più sofisticata versione quasi cameristica, classica. Questa volta, invece, come si accennava, la vocalist gioca tutte le sue carte su brani molto conosciuti da interpretare in modalità che potremmo definire mainstream ma con un ché di personale, puntando anche su un accompagnamento strumentale di tutto rispetto con organo Hammond, chitarra e sezione ritmica. In tal senso gli apporti di Jamie Saft e soprattutto di Marc Ribot, con la sua sonorità così graffiante (si ascolti il suo magnifico assolo in “Drifting” di Jimi Hendrix) sono stati determinanti per la bella riuscita dell’album. Così uno dopo l’altro ascoltiamo “The Dawntreader”, di Joni Mitchell, “Teach The Gifted Children” di Lou Reed, “She Moves On” di Paul Simon, “Fools Rush In”, di Johnny Mercer e il tradizionale “Black Is The Color Of My True Love’s Hair”, tutti interpretati con grazia, pertinenza e personalità.

Roberto Taufic, Fausto Beccalossi, Carlos “el tero” Buschini – “Tres Mundos” abeat 173
Di grande spessore questo album il cui titolo ne illustra assai bene il contenuto musicale: “Tres Mundos” sono, infatti, gli universi, non solo geografici, da cui provengono i tre musicisti, dal Brasile Roberto Taufic alla chitarra classica, dall’Italia Fausto Beccalossi all’accordeon, dall’Argentina Carlos Buschini al contrabbasso. Artisti che possono vantare un curriculum di assoluta eccellenza avendo collaborato con vere e proprie stelle della musica internazionale come Mercedes Sosa, Juan Carlos Caceres, Randy Brecker, Jaques Morelembaum. I tre si misurano su un repertorio costituito da undici brani originali con l’aggiunta della “Tarantella” di Alberto Varaldo. Ebbene, come si accennava, l’album è perfettamente riuscito dato che si ascolta con piacere e interesse dal primo all’ultimo minuto. Il materiale tematico è ben scelto, altrettanto ben strutturato, giocato in massima parte su melodie fresche, emozionanti. I tre strumenti si integrano alla perfezione: le rispettive linee, disegnate con superba maestria, ora corrono parallele, ora si intersecano in un gioco di costruzioni sonore che trasportano l’ascoltatore in un mondo altro. Il tutto ad evidenziare quanto gli interpreti si sentano coinvolti in questo progetto. Trattandosi di musicisti di forte personalità, ognuno ha portato nel trio le proprie esperienze, i propri colori e il sound che ne deriva è qualcosa che non si ascolta con facilità dato che riescono a usare con pertinenza un linguaggio jazzistico per ridar voce alle proprie tradizioni musicali. Così i tre non si vergognano di valorizzare la melodia, non hanno pudore a mostrare i propri sentimenti, non si nascondono dietro sterili sperimentalismi ma suonano, semplicemente, poeticamente, con passione, trasporto… e una buona dose di improvvisazione.

Claudio Zappi – “Secondo” – Incipit Records
Si moltiplicano gli omaggi resi da jazzisti a personaggi della musica, anche al di fuori dell’ambito jazzistico. E’ il caso di questo “Secondo” che un gruppo guidato dal clarinettista e arrangiatore Claudio Zappi dedica a Secondo Casadei (1906-1971). L’impresa non era certo facile dal momento che il liscio poco si presta ad interventi manipolatori o comunque ad essere in qualche modo ricondotto nell’alveo di un jazz accettabile. Zappi, che già conoscevamo per l’eccellente album “Melodia popolare” del 1996, ha raccolto un gruppo di eccellenti musicisti come Alessandro Petrillo (chitarra), Milko Merloni (contrabbasso, basso), Gianluca Nanni (batteria), Enrico Guerzoni (cello), Luisa Cottifogli (voce) con l’aggiunta in qualità di ospite d’onore del fisarmonicista Simone Zanchini ed ha affrontato un repertorio tutto incentrato sulla musica cara ai romagnoli. Ma lo ha fatto con la mente aperta, senza barriere, senza paura, mischiando input provenienti dal folk della Romagna, dal jazz, dal rock, dal pop e finanche dalla musica classica come si evince dagli arrangiamenti per gli archi. In ciò facilitato dall’eclettismo dei suoi partners in quanto, ad esempio, Alessandro Petrillo è ben conosciuto negli ambienti del rock progressivo, mentre Milko Merloni Gianluca Nanni e Enrico Guerzoni spaziano dalla classica al jazz al rock. Dal canto suo Luisa Cottifogli può vantare esperienze sia nella lirica sia nel jazz; per quanto concerne Simone Zanchini basti dire che oggi viene considerato uno dei migliori improvvisatori italiani ad onta dello strumento certo non particolarmente facile. Di qui una musica a volte straniante – specie per chi riconosce gli originali – ma sempre sorretta da una ferrea logica di fondo che dona al tutto un’omogeneità indiscussa.

Various Artists – “Monteverdi in the Spirit of Jazz” – Act 9838-2
I rapporti tra jazz e musica classica sono sempre più frequenti e quindi non stupisce questo album dedicato alla musica di Claudio Monteverdi… anzi probabilmente avrebbe meravigliato la sua assenza dato che in questo 2017 ricorre il 450° anniversario della nascita del compositore. Nativo di Cremona, Monteverdi è stato una figura estremamente importante nella storia della musica, un vero e proprio innovatore il cui ruolo è stato cruciale soprattutto nello sviluppo della musica vocale. Ciononostante Monteverdi non è certo tra gli autori classici più conosciuti ed eseguiti; ben venga, quindi, questo album che racchiude le interpretazioni in chiave jazz delle sue composizioni che gli artisti della ACT hanno realizzato in passato. Il fulcro del CD è costituito dai cinque brani tratti dall’album “Round About Monteverdi” che Richie Beirach realizzò nel 2012 con Gregor Huebner violino e George Mraz basso; a questi si aggiungono il gruppo a cappella Singer Pur accompagnato dal clarinettista Michael Riessler e dal violoncellista Vincent Courtois nell’interpretazione di “Amor – Lamento della Ninfa”; Danilo Rea e Flavio Boltro che eseguono “Toccata From Orfeo” e “Lasciatemi morire”; il pianista Jan Lundgren con Lars Danielsson al basso e il Coro Gustaf Sjökvist in “Se nel partir da voi”; di nuovo Lundgren con Paolo Fresu alla tromba e Richard Galliano alla fisarmonica in “Si dolce è il tormento”; e infine il trio del pianista Michael Wollny con Tim Lefebvre al basso e Eric Schaefer alla batteria nella sua versione di “Lamento d’Arianna”. Insomma una vera e propria schiera di talenti a reinterpretare la musica di Monteverdi ed il risultato è più che eccellente. Tutti gli artisti hanno affrontato il compito con grande rispetto per le partiture originarie dimostrando come il jazz e la musica colta possano in qualche modo convivere a patto che vi siano un rispetto ed un amore reciproci. Quindi nessun tentativo di stupire con esibizioni muscolari, nessuna voglia di mettersi particolarmente in luce ma la sincera volontà di riattualizzare una musica che trova nella sua più intima essenza le ragioni della sua profonda e imperitura grandezza.

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