Kamasi Washington I molti perché di un successo travolgente

 

Il 20 luglio Roma è stata l’ultima tappa del tour italiano del sassofonista afroamericano Kamasi Washington, dopo Bari (18) e Bologna (19, Botanique festival).

L’artista losangeleno con il suo gruppo è stato ospite del “Viteculture Festival” – rassegna musicale con spazi per intrattenimento, formazione ed animazione sociale – spostatosi dal parco del laghetto di Villa Ada all’ex Dogana. Il luogo comprende alcuni edifici ma è soprattutto una spianata d’asfalto sotto la tangenziale con vista sui treni che arrivano e partono dalla stazione Termini, posto frequentato soprattutto dai giovani, con il pubblico in piedi sotto al grande palco. Luogo, quindi, non connotato jazzisticamente: del resto Kamasi Washington dal 2015 sta sorprendendo la critica per la sua capacità di arrivare ben al di là dei circuiti jazzistici con una musica impregnata di spiritualità e psichedelia ed estimatori (nonché collaborazioni) come Kendrick Lamar, Snoop Dop e Lauryn Hill (di cui Washington è stato “special guest” al Summer Festival l’8 luglio scorso).

Il sassofonista oggi trentacinquenne si è affermato nel 2015 con il triplo Cd “The Epic”, prodotto dall’etichetta Brainfeeder del rapper Flying Lotus; il referendum della rivista americana <<Down Beat>> lo ha proclamato miglior album dell’anno, tributando a Kamasi Washington il doppio titolo di miglior artista jazz e miglior sassofonista emergente. Come ogni fenomeno di successo, il musicista di Los Angeles è stato guardato soprattutto in Europa (e in Italia) con sospetto, anche se il mensile <<Musica Jazz>> ne ha parlato a più riprese.

Il recital romano ha fornito qualche chiave di lettura per capire i motivi di “appeal” della musica di Washington. Intanto il gruppo si muove in una dimensione corale, diretto più che dominato dalla figura sciamanica del sassofonista con lunghi capelli, tunica, medaglione. Tutto, però, appare non artefatto, come la cantante Patrice Quinn che segue la musica con minime coreografie che tradiscono un’immersione totale nel suono. Il leader fa perno su una coppia di batteristi – disposti specularmente -, bassista-contrabbassista, il tastierista Brandom Coleman, il trombonista Ryan Porter ed il sopranista Ricky Washington.

La sezione ritmica usa, in prevalenza, una scansione molto energica ed evita timing jazzistici, oscillando tra funky, reggae e sequenze free. Tutto suona iterativo, poliritmico, “powerfull”. In questo senso i primi due brani del concerto soggiogano il pubblico: sono ipnotici, pervasi di spiritualità, screziati di elettronica, a tratti danzabili e cantati. Hanno un andamento che vede la trama sonora infittirsi con elementi tematici ripetuti ad libitum, quasi in un mantra. Kamasi Washington si ispira (lo ha sempre dichiarato) a John Coltrane e Pharoah Sanders ed ha citato “Lonely Woman” di Ornette Coleman; aggiungerei tra gli ispiratori Sonny Rollins perché nella costruzione degli assoli è molto ritmico (note ribattute, riferimenti tematici) e pur improvvisando con furia resta vicino all’idea di partenza. Nei soli Washington si dona integralmente mentre nelle parti d’assieme vengono sfruttati abilmente i tre fiati. Eccellente il tastierista che usa timbri e colori molto diversi come il trombonista, fantasioso ed elettroacustico.

Nel proseguire del recital si riconoscono un paio di titoli da “The Epic”: una particolare versione di “Cherokee”, a tempo lento e in un arrangiamento soul; “The Rhyhm Changes” tra reggae e raggamuffin’, con un testo che inneggia al mutamento, un solo travolgente del leader e la capacità di caricare un pubblico già entusiasta.

Del resto Kamasi Washington non sembra voler fermare la sua musica. E’ stato annunciato l’ingresso nell’etichetta londinese Young Turks mentre dovrebbe uscire quest’estate l’EP “Harmony of Difference”. Il sesto movimento si intitola “Truth” ed è alla base di un video omonimo diretto da regista A.G.Rojas (presentato in marzo a New York e visibile su you tube). E’ incentrato su giovani personaggi dei quartieri South Central ed East L.A. per mettere in risalto la bellezza delle loro differenze nella “speranza che testimoniare la bellezza e al armonia creata dalla fusione di diverse melodie musicali aiuterà le persone a realizzare la bellezza nelle nostre differenze”, come ha dichiarato a sua tempo l’artista. Un messaggio di pace e di tolleranza che fa parte della spiritualità di un musicista da non sottovalutare.

Il jazz italiano per le terre del sisma

 

Le porte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo si aprono per la conferenza di presentazione de “Il jazz italiano per le terre del sisma”. Il 20 luglio, nella sala del ministro (una magnifica biblioteca antica all’interno di palazzo … in via del Collegio Romano) l’iniziativa è stata illustrata e “lanciata” di fronte ad una folta platea di giornalisti della carta stampata, radiofonici e televisivi.

Intanto i dati: “Il jazz italiano per le terre del sisma” è promosso dal MIBACT, dalla città de L’Aquila e dalla “Perdonanza Celestiniana”, dai comuni di Amatrice, Scheggino e Camerino; sostenuto dalla SIAE come sponsor principale (vari i partner, tra cui Master Music per la fonìa); organizzata da Associazione I-Jazz (che raccoglie 50 organizzatori di festival e rassegne), MIDJ (associazione dei Musicisti Italiani di Jazz) e Casa del Jazz di Roma. La manifestazione sarà mediaticamente coperta da RadioRai e, molto probabilmente, dalla Tv pubblica.

Come si intuisce si è nel solco della continuità con gli anni precedenti ma con una formula diversa, dovuta ai tragici eventi dell’agosto e dell’ottobre 2016: nel 2015 “Il jazz italiano a L’Aquila” raccolse 60.000 persone in una straordinaria mobilitazione; l’anno scorso la rassegna venne completamente cambiata dopo il sisma del 24 agosto arrivando il 4 settembre ad una serie di concerti di solidarietà da Courmayeur a Lampedusa e ad un riuscito appuntamento ancora a L’Aquila. Quest’anno ci saranno quattro giorni con una formula itinerante che vede il 31 agosto il jazz a Scheggino, borgo umbro; il 1° settembre nella marchigiana Camerino; il 2 ad Amatrice ed il 3 a L’Aquila dove si concentreranno 600 artisti, 100 gruppi in 18 luoghi della città, animati dal jazz dalle 11 sino a notte inoltrata. Centoquaranta recital e settecento i jazzisti complessivamente coinvolti (tutti interverranno a titolo gratuito), a testimoniare la <<vicinanza di tutto il mondo del jazz ai territori e alle popolazioni colpiti dal terremoto>>. I fondi ricavati si andranno ad aggiungere a quelli raccolti lo scorso anno per la costruzione di un Centro Polifunzionale ad Amatrice, dato che l’ipotizzata ri-costruzione del cinema-teatro Garibaldi è risultata, di fatto, impossibile. Insieme ad “Io Ci Sono Onlus” il mondo del jazz italiano collaborerà alle successive attività socio-culturali che <<daranno vita e respiro alla struttura>>.

La manifestazione musicale sarà affiancata il 2 settembre (a L’Aquila) da una partita di calcio di beneficenza organizzata dalla Nazionale Italiana Jazzisti con il patrocinio del capoluogo abruzzese; in questo caso i fondi raccolti saranno finalizzati all’acquisto di strumenti musicali per la banda musicale di Amatrice.

“Il jazz italiano per le terre del sisma”  è stato raccontato ai giornalisti soprattutto dal direttore artistico Paolo Fresu, con significativi interventi di rappresentanti della Siae, del ministro Franceschini e degli amministratori locali: Pierluigi Biondi, Gianluca Pasqui, Paola Agabiti Urbani – rispettivamente sindaci de L’Aquila, Camerino e Scheggino – e Federico Caprioli, assessore del comune di Amatrice. Fresu ha sottolineato la coralità del jazz e l’assoluta uguaglianza dei musicisti, anche se a Marcello Rosa ed Enrico Intra sarà tributato un premio alla carriera. Il trombettista ha tra l’altro affermato che <<la nuova geografia del sisma ridisegna la mappa della solidarietà. Le quattro regioni del centro Italia  portano con sé una forte tradizione jazzistica non solo per il numero di musicisti a cui hanno dato i natali ma per la qualità storica e architettonica di città e di borghi che si legano, da sempre, alla cultura e al turismo e che oggi sposano le ambizioni di un linguaggio contemporaneo e in divenire come il jazz>>. Quindi doppia missione, di solidarietà concreta e di ricostruzione a partire dal “suono” e dalla sua capacità di  aggregazione e identità.

Il ministro ha sottolineato il vero e proprio spartiacque psicologico per il jazz italiano determinatosi con la manifestazione del 2015, sottolineando che l’iniziativa del 2017 agisce per <<riportare la fiducia e il turismo nei luoghi colpiti dal sisma perché la ricostruzione passa attraverso l’arte, la musica e la vita>>.  Dopo il sindaco de L’Aquila (che si è impegnato anche per future manifestazioni a carattere jazzistico nella città ed ha espresso tutta la solidarietà ai comuni colpiti dal sisma del 2016), il primo cittadino di Camerino ha ricordato che <<eventi come questo ci ricaricano, rappresentano una ricchezza>> in una quotidianità lacerante. Il sindaco di Scheggino, piccolo borgo della Valnerina, ha sottolineato l’importanza di <<riattivare il tessuto sociale ed economico dei nostri borghi>>. Per l’assessore del comune di Amatrice <<gli eventi sismici hanno travolto anche la cultura del nostro territorio>> e questa prima iniziativa con la musica ad Amatrice riaccende la speranza in un territorio ancora drammaticamente provato.

Appuntamento, quindi, dal 31 agosto al 3 settembre per “Il jazz italiano per le terre del sisma” senza dimenticare il sostegno organizzativo di varie associazioni locali come Visioni in Musica (Scheggino), Musicamdo-Jazz e TAM-Tutta un’Altra Musica (Camerino) e Fara Music (Amatrice).

Se ne è andata Geri Allen

Di Luigi Onori

Foto di Carlo Mogavero

Chiedo scusa ai lettori se ho fatto passare una decina di giorni dalla morte della pianista afroamericana Geri Allen, prima di parlarne. La Allen si è spenta il 27 giugno scorso in un ospedale di Philadelphia: era malata di tumore ed aveva sessant’anni, essendo nata nel 1957 a Pontiac (Michigan). In Europa (ed in Italia) si era esibita l’ultima volta nel maggio scorso, in un apprezzato duo con Enrico Rava.

Ci sono artisti che si seguono per lunga parte della carriera, artisti con cui chi scrive di musica cresce insieme: ci si nutre dei loro progressi, si assimilano e condividono i passi in avanti… Ho intervistato Geri Allen all’inizio della mia carriera e pubblicato sulle colonne di <<Musica Jazz>> (allora dirette da Pino Candini) un suo ritratto nella seconda metà degli anni ’80. In tante occasioni ho parlato della jazzwoman per varie testate, spesso all’interno del movimento M-BASE (capitanato da Steve Coleman), collettivo in cui la sua personalità emerse. Per molto tempo, fino al 2006 circa, ho seguito costantemente la sua carriera ed i suoi concerti, l’ultimo in trio presso la romana Casa del Jazz insieme ad un ballerino di tip-tap: una sorta di ritorno al passato, quando Louis Armstrong negli anni ’20 accompagnava i “folletti” dalle suole rinforzate.

Sono del 1956, un anno più anziano della pianista di Pontiac, e  la sua scomparsa mi ha ferito, anche perché la sua parabola creativa era tutt’altro che discendente e la rende paragonabile a Mary Lou Willians. Come quest’ultima, Geri Allen si è affermata in un mondo caratterizzato da una marcata presenza maschile; di notevole importanza è il suo itinerario artistico che, partito dai fermenti vivi della contemporaneità, l’ha vista definitivamente approdare all’insieme delle musiche afroamericane (“Timeless Portraits and Dreams”, Telarc 2006). L’ultimo album, non a caso,  si intitola “Celebrating Mary Lou Williams live at Birdland NY” (Intakt, 2016).

Prima di approdare al New York ed al collettivo M-BASE, la pianista si è interessata al soul ed al pop, giungendo al jazz attraverso la fusion degli Head Hunters, un gruppo elettrico capitanato negli anni ’70 da Herbie Hancock. In realtà è stata la metropoli industriale di Detroit il luogo della sua formazione, presso la Cass Technical High School dove insegnava l’influente trombettista Marcus Belgrave. A questo “imprinting” la Allen è tornata nel 2013 con il Cd “Grand River Crossing: Motown & Motor City Inspirations” (Motèma): brani di artisti Motown (da Smokey Robinson a Stevie Wonder) e di jazzisti d Detroit, terzo album di un trittico iniziato nel 2010 e con esecuzioni soprattutto in solo.

Laureatasi in etnomusicologia con Nathan Davis, la pianista – come si diceva –  arriva a New York ed è parte attiva del collettivo MBASE insieme ad un’altra jazzista di vaglia, la vocalist Cassandra Wilson, e ad artisti del calibro di Greg Osby (altista), Gary Thomas (tenorista), Kevin Eubanks (trombonista), David Gilmore (chitarrista), Gene Lake (bassista), Marvin “Smitty” Smith (batterista). In Europa incide il suo primo album “The Printmakers” cui seguirà il solo “Homegrown” (Minor Music 1984-’85). Da lì la carriera di Geri Allen ha dimostrato di  saper unire Monk a Cecil Taylor, il funky al jazz ed al gospel, Jimi Hendrix alla tap dance. Si susseguiranno, poi, esperienze e collaborazioni sempre significative: il suo gruppo elettroacustico Open On All Sides; i magistrali trii con Charlie Haden e Paul Motian; le proprie formazioni (dal trio al settetto) spesso con musicisti dalla forte personalità (da Ron Carter a  Kenny Garrett); il matrimonio con il trombettista Wallace Roney; l’attività di compositrice; l’incisione con Ornette Coleman dell’album “Sound Museum” (1996), primo pianista ad affiancare il padre del free jazz dopo Paul Bley (che lo fece nel 1958); i tour e numerosi i progetti discografici.

Nello stile di Geri Allen c’era sempre una forte tensione ritmica, unita ad un sottile melodismo. Spesso dietro le quinte, guidava con mano sicura ed esperta i suoi gruppi come sapeva mettersi al servizio degli altri musicisti, si trattasse di Dave Holland o Wallace Roney. Sono personalmente legato ad una manciata di sue registrazioni che consiglio, senza nessuna sistematicità. “Homegrown” (per l’etichetta europea Minor Music, 1985) la vedeva in piano solo, in una fragrante poetica che fondeva Monk e  Taylor alternando ritmo e cantabilità, giocando sulle pause, rendendo ora fitta ora rarefatta una musica originale (in gran parte suoi  brani, tra cui “Mama’s Babies” ed “Alone Together”) e sempre ispirata. In “In The Middle” (Minor Music, 1987) dove guida il suo ottetto Open on All Sides (con Steve Coleman e Robin Eubanks) c’è tutta l’anima “black music” dell’artista di Pontiac: strumenti elettrici, cori, forme non convenzionali, davvero un’apertura in tutte le direzioni con una salda radice jazz. Il trio con il contrabbassista Charlie Haden ed il batterista Paul Motian rappresentò la vera e propria consacrazione della Allen che seppe inserirsi fra i due “giganti” (latori ciascuno di una storia sonora imponente, tra Ornette Coleman e Bill Evans). Nell’album “In the Year of the Dragon” (JMT 1989) si percepiscono un ruolo paritario ed un riuscito interplay, evidente anche dal contributo compositivo di Geri Allen: “For John Malachi” e “No More Mr.Nice Guy”. Musica che travalica generazioni e gerarchie e si fa, soprattutto, “relazione”. Splendida anche la registrazione “Maroons” (Blue Note, 1992) con Marcus Belgrave e Wallace Roney (trombe), Anthony Cox e Dwayne Dolphin (contrabbasso), Pheeroan AkLaff e Tani Tabbal (batteria): tolti gli aspetti più vistosamente eversivi, resta una salda poetica ispirata anche dalla storia e da altre arti (come la lirica di Greg Tate che dà il titolo all’album). Niente di neoclassico, piuttosto un jazz intensamente contemporaneo quanto consapevole della propria storia.

Mi mancherà Geri Allen.

 

Luigi Onori

Pat Metheny e Trio Rahsaan Due linguaggi a confronto

Due dimensioni concertistiche, due luoghi, due pubblici. Si vuole qui mettere a confronto indiretto il recital di Pat Metheny con il suo quartetto al Parco della Musica (8 maggio, sala S.Cecilia) con quello del trio Rahsaan (Eugenio Colombo, Marco Colonna, Ettore Fioravanti) al 28diVino. La più prestigiosa istituzione sonora capitolina ed un club, migliaia di persone da una parte e qualche decina dall’altra, tutte accomunate dalla passione per la (stessa ?) musica.

Metheny è uno dei pochi jazzisti che riesca a riempire il più grande degli spazi del romano Parco della Musica. Da anni la sua fama va ben al di là dell’ambito jazzistico:  coinvolge i numerosi estimatori del linguaggio chitarristico come coloro che amano cantabilità ed atmosfere evocative di un vasto spettro espressivo, dalla musica brasiliana al country.  Il musicista di Lee’s Summit conserva lo stesso look (maglietta a righe, capelli fluenti e castani) come se il tempo si fosse fermato e ciò crea complicità e “rispecchiamento”, almeno con la parte più “storica” dei suoi estimatori. Il chitarrista ha con sé, da tempo, Antonio Sanchez, un batterista di rara finezza e creatività che segue il leader senza bisogno di spartiti e ne asseconda ( o stimola) le dinamiche, immerso in modo partecipe nel flusso della musica. Al contrabbasso Linda Oh e al piano (confinato in un ruolo di accompagnamento, interrotto da brevi e rari assoli) lo strumentista inglese Gwilym Simcock. Pat Metheny – e questo è l’unico segno del tempo ed una “debolezza” da rock-star – ha un’assistente che, seguendo la scaletta, gli porge o sottrae i vari strumenti che colorano brani e concerto: la Manzer Pikasso Guitar (con 42 corde), la storica Gibson ES 175, la chitarra synth Roland 303, la Manzer Classical… Brani nuovi e del vasto repertorio si susseguono sempre accolti dal favore esplicito di un pubblico che celebra Metheny quale “guitar hero”, ruolo che gli appartiene davvero e che ha meritato sul campo in decenni di recital ed album, guidato da un entusiasmo per la musica che non è mai formale, al contrario generoso.

Alla lunga, tuttavia, il concerto tende ad essere ripetitivo perché ci vorrebbero altri partner, più paritari (Sanchez escluso) e perché la musica di Metheny si configura in una sua splendida quanto manieristica stagione: dona eufoniche certezze, sfodera un dinamismo invidiabile ma non “graffia” più (o molto meno) sul panorama sonoro contemporaneo.

 

Dagli spazi e dalle masse dell’Auditorium precipitiamo metaforicamente (anche a ritroso nel tempo) al 28diVino, locale romano che accoglie proposte innovative e radicali, sempre aperto a giovani jazzisti, novità, sperimentazioni ed incontri (gestito con coraggio da Marc e Natacha, ancora non si sa per quanto). Qui il 30 aprile (International Jazz Day) ha scelto di esibirsi il trio  Rahsaan che ri-propone la musica visionaria e comunicativa del politrumentista Roland Kirk, artista spesso dimenticato il cui magistero ancora brilla per originalità. Colombo, Colonna e Fioravanti hanno suonato in altri locali romani ed hanno registrato il 18 aprile le tracce di un album di prossima uscita: l’esibizione al 28diVino è, quindi, il frutto maturo di una ricerca d’identità che passa attraverso un repertorio arrangiato (soprattutto da Marco Colonna) per due ance (a volte tre o quattro) e percussioni, rendendo essenziale il lirismo kirkiano pur mantenendone l’espressionistica policromia. Del resto il plurisassofonista era in grado di suonare più strumenti contemporaneamente, servendosi di sassofoni, flauti ed “attrezzi sonori” desueti (come il C Melody Sax). Dodici i brani impaginati dal trio in modo narrativo e timbrico, con un continuo cambiare delle ance mentre Ettore Fioravanti alterna e fonde pelli e piatti. Il fiato continuo ed il ff dominano “Voluntareed Slavery”;”Theme for the Euliption” gioca con due alti mentre all’alto di Colombo si affianca il possente baritono di Colonna nella mingusiana “Oh Lord…” (nella registrazione originale c’era Kirk alle ance). E’ teatrale “Three for the festival”, trasuda blues “Inflated Tear”; un funk vicino a quello di Sun Ra o di Albert Ayler si ascolta in “Funk Underneath” e pentatonico è il bis conclusivo, “Blacknuss”.

Non mancano brani originali o di altri autori che ben si integrano con il variegato corpus delle composizioni/happening di Roland Kirk, artista cieco in cui l’aspetto visionario, iconico ed onirico era fondamentale. Il flauto ed il clarinetto basso tratteggiano “Desert Walkin”, arricchito da un exploit percussivo di Fioravanti, e “Frames” entrambi di Colonna. Il “Petit Fleur” di Sidney Bechet viene arrangiato (ed estremizzato) per due alti; “Devi Urga” è di Colombo e “Konia/Otha” dei due polistrumentisti, il cui linguaggio rielabora e personalizza elementi etnici e del radicalismo free. Musica incandescente, quasi “lavica” per un pubblico ristretto eppur partecipe come è, in genere, quello del 28diVino: il pubblico di una “cave” che è basilare terreno di cultura e incubazione per un jazz che rifiuta l’intrattenimento o il revivalismo.

Alla fine pur essendo in gran parte musica di repertorio quella proposta dal trio Rahsaan, suona più nuova che quella dello scintillante quartetto di Pat Metheny; più in dettaglio la musica di Colombo/Colonna/Fioravanti ingloba ed a tratti esalta quei tratti afroamericani che in Metheny esistono in forma ormai stemperata, anche se al chitarrista va riconosciuto il merito storico di aver prodotto e suonato con Ornette Coleman (“Song X”, 1986) quando molti si erano dimenticati del padre del free e di averne sempre valorizzato i brani per il loro lirismo. Ed è, paradossalmente, la vocalità che accomuna i due: il chitarrista bianco di Lee’s Summit (Missouri) e l’altista nero di Forth Worth (Texas).

Alla riscoperta del Music Inn

 

E’ stato da poco pubblicato su facebook (https://www.facebook.com/carola.descipio;https://www.facebook.com/robcosmo) e youtube  (https://www.youtube.com/watch?v=VZSqNsyIqIc) un breve filmato di grande interesse: dal Vivo al Music Inn – Trailer. Poco meno di un minuto in cui – su un serrato assolo di batteria – si susseguono in modo incalzante i volti di una serie di testimoni “speciali” della vita di uno dei più celebri jazz club europei, quello sito a Roma in Largo dei Fiorentini, animato da Pepito e Pichi Pignatelli.

Il trailer è tratto da un lungometraggio (durata non inferiore all’ora) attualmente in corso di montaggio. Cinquanta sono stati gli intervistati al di qua ed al di là dell’Oceano Atlantico: musicisti soprattutto, ma anche giornalisti e registi. Autori del documentario sono Carola De Scipio (regista) e Roberto Carotenuto (direttore della fotografia): la prima è nota soprattutto per il bel volume dedicato a Massimo Urbani “L’avanguardia è nei sentimenti” (prima edizione nel 1999, ripubblicato nel 2014 da Arcana editrice)  ma ha anche realizzato un apprezzato film a fumetti nel 2012, “Moloch”, sempre a soggetto jazzistico; Carotenuto è fotografo e filmaker. I due costituiscono un’affiatata coppia di lavoro.

Il proposito è quello di ricostruire l’atmosfera – “magica e folle” come ha  affermato la De Scipio – del Music Inn, locale che ha ospitato e fatto crescere più generazioni di jazzisti italiani, in un processo ed in una dimensione analoga con quanto accaduto al newyorkese Village Vanguard, ancora oggi operativo sotto la guida di Maxine Gordon e di sua nipote. Il romano Music Inn, fondato dal “principe batterista” Pepito Pignatelli, ha avuto una storia più breve quanto significativa e di un ventennio (1973-1993) parlerà il documentario lumeggiato dal trailer.

Chi sta producendo, con coraggio e lungimiranza, il lavoro di Carola De Scipio e Roberto Carotenuto è l’Associazione Jazz Mobile del sassofonista e compositore torinese Alfredo Ponissi: la stessa che ha prodotto il citato “Moloch” (Ponissi vi ha direttamente collaborato) il quale è arrivato finalista al “RFF Rome Indipendent Film Festival”, unico lavoro italiano tra i primi dieci nella sezione “cinema di animazione”.

Non resta che avere un po’ di pazienza per immergersi di nuovo (grazie al documentario) nell’atmosfera “magica e folle” del Music Inn, in una “palestra di vita e di musica” che ha allenato tantissimi jazzisti di valore, da Antonello Salis ad Enrico Pieranunzi.

Massimo Urbani Ma chi era costui?

 

Cinquecento adesioni in quattro giorni e , nel momento in cui pubblichiamo, saranno senz’altro aumentate. E’ questo il risultato della petizione on line https://www.change.org/p/comune-di-roma-assessorato-alla-cultura-non-cancellate-il-festival-jazz-di-monte-mario-dedicato-a-massimo-urbani . La rete è lo strumento a cui si sono infine rivolti l’Associazione Culturale Scuola di Musica l’Esacordo (presieduta da Giuseppe Salerno), Maurizio Urbani e gli altri musicisti che per due anni – con il sostegno del Municipio – hanno dato vita alla rassegna “Il Jazz di Monte Mario”, dedicato a Massimo Urbani, rassegna che il municipio XIV guidato dai CinqueStelle sembra, di fatto, voler sopprimere.

Fin da febbraio – nell’incontro con l’Assessore alla Cultura – a Salerno e Maurizio Urbani (fratello di “Max”) era stato comunicato che i fondi in bilancio erano pochi e molte le manifestazioni da organizzare ed i personaggi da commemorare. Scritta una mail alla Presidente della Commissione Cultura, i due sono stati invitati (dalla Presidente, il giorno precedente) a presenziare ai lavori della Commissione stessa. In buona sostanza  nella riunione è stata ribadita la limitatezza dei fondi, che “Il Jazz di Monte Mario” non è tra gli interessi dei CinqueStelle, che ci sono indicazioni di utilizzare le risorse in altro modo. C’è stata la reazione del consigliere Barletta (ex-Presidente PD del municipio, che si attivò per realizzare la prima edizione della rassegna nel 2015) con la richiesta/proposta di destinare anche una piccola parte dei fondi per il festival, in modo di garantirne almeno la continuità. Nulla da fare: la decisione sembra già presa e la controproposta è stata quella di organizzare qualcosa per il 6 giugno nel giardino dedicato a Massimo Urbani, con la concessione di utilizzazione gratuita del suolo pubblico ma senza un euro (da cercare presso fantomatici sponsor).

Una successiva comunicazione scritta sia al Presidente del Municipio che all’Assessore alla Cultura, inviata da Giuseppe Salerno (in qualità di Presidente dell’Associazione Culturale Scuola di Musica l’Esacordo), non ha avuto risposta. A questo punto è scattata la petizione, strumento democratico on-line che dovrebbe esser caro ai CinqueStelle.

Ho seguito personalmente come critico musicale le due edizioni del festival, la prima a piazza Guadalupe (2015) e la seconda nel settembre 2016 in via Cesare Castiglioni. Penso che – come è accaduto a livello cittadino – alla base del rifiuto del finanziamento pubblico ci sia una scarsa informazione. Ciò riguarda la figura di Massimo Urbani che è stato un jazzista di statura mondiale, apprezzato in Europa e negli Stati Uniti la cui lezione artistica è ancora viva e fertile. La disinformazione riguarda altresì l’importanza culturale e civica di una rassegna che si radica sul territorio (attraverso un’attiva scuola di musica), crea occasioni di aggregazione attorno alla musica, offre opportunità di esibizione e di fruizione in un municipio in cui non abbonda certo l’offerta culturale. Non mi pare si pretenda un’erogazione di fondi al buio: ci sono due anni di lavoro che parlano da soli, e non si tratta di una questione politica, anche se “Il Jazz di Monte Mario” è stato appoggiato dalla precedente consiliatura a guida PD. Nella petizione si chiede che l’amministrazione faccia tutti gli sforzi possibili per continuare il festival e da parte degli organizzatori c’è la disponibilità a “stringere la cinghia” ma da soli non è possibile fare nulla mentre esiste un’oggettiva difficoltà nel reperimento di sponsor.

Come andrà a finire “Il Jazz di Monte Mario”? Ci si augura un ripensamento da parte del municipio e si invitano i lettori a sottoscrivere la petizione e ad attivarsi perché sia firmata. In ogni caso la storia non si cambia ed è necessario – proprio per questo – non far dimenticare Massimo Urbani a Monte Mario e mantener viva una “memoria generativa”.