Un ricordo di Giuseppe Barazzetta, scomparso a Milano il 28 ottobre

“All’amico jazzistico d’annata con swing”.

Con queste poche, semplici parole Giuseppe Barazzetta mi regalava il suo ultimo libro “Una vita in quattro quarti”, un’autobiografia edita da Siena Jazz in occasione del trentennale della sua fondazione Parole, come dicevo, semplici, prive di retorica, così com’era l’uomo Barazzetta, semplice, privo di retorica, ma ricco di umanità, doti che lo avevano fatto apprezzare da tanti anche al di fuori della ristretta cerchia del jazz.

Così la sua scomparsa, seppure non del tutto inattesa data l’età (era nato a Milano nel 1921), ha comunque velato di tristezza l’animo di quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. In effetti “Pip”, come lo chiamavano gli amici, è stato personaggio importante sulla scena jazzistica.

Personalmente lo avevo conosciuto abbastanza bene nei primissimi anni ’80 quando curavo l’ufficio stampa del “Barga Festival” e Giuseppe, assieme alla cara Nuccia sua inseparabile compagna, mi gratificava della sua presenza. Ed erano lunghe discussioni sull’importanza della musica, sul ruolo del jazz italiano, sulle molte vicende che l’avevano visto protagonista in prima persona. Barazzetta fu tra i primi a studiare il jazz italiano come testimoniato dalla prima discografia per l’appunto sul «Jazz inciso in Italia» pubblicata nel 1960.

Fra i maggiori collaboratori della rivista «Musica Jazz», legò il suo nome alla fondazione Siena Jazz e fu amico di molti grandi della storia del jazz tra cui Mingus, Coltrane, Armstrong, Benny Goodman, Duke Ellington, Tony Scott e Lee Konitz. Al riguardo ricordo una serata a Barga in cui alcuni giovani musicisti discutevano se il nome corretto di Mingus fosse Charles o Charlie; Barazzetta intervenne con una parola definitiva: il nome era Charles e non c’era alcun dubbio dal momento che egli conosceva il contrabbassista fin dal 1962 quando era consulente discografico presso la Bluebelle Records.

E di questi aneddoti è ricca l’autobiografia cui prima si faceva riferimento che racchiude una vita intera dedicata al jazz: le collaborazioni con importanti quotidiani, le corrispondenze dall’Italia con Melody Maker, le collaborazioni con emittenti radio pubbliche e private, l’attività di produttore di collane discografiche per importanti editori, l’organizzazione di Festival e concerti… tanto per citare alcuni dei settori in cui Barazzetta si era distinto grazie alla sua cultura umanistica e a quella profonda sensibilità con cui esprimeva le sue idee e si rapportava anche con chi non la pensava allo stesso modo.

Insomma un gentiluomo d’altri tempi, uno spirito che riuscì a mantenersi libero, indipendente e coerente, al di là delle mode e delle tendenze del momento, di cui sentiremo la mancanza specie in una realtà come quella odierna in cui il tifo fa spesso premio sulla ragione.

Gerlando Gatto

Ai nastri di partenza JAZZMI 2018: dal 1 al 13 novembre a Milano

Terza edizione per il festival JAZZMI che punta a consolidare il successo ottenuto nei suoi primi due anni di vita, e a confermare una formula che ha raccolto il consenso unanime di pubblico e critica. Jazz quindi, sempre nella sua accezione più ampia, ovvero Jazz raccontato, narrato, vissuto, proiettato, fotografato, suonato, gustato, cantato, divulgato, spiegato, letto, urlato, sognato, declinato, partecipato, condiviso.

Storia, attualità, futuro di questo genere musicale in perenne movimento, fatto di integrazione tra culture diverse, accogliente, ospitale, universale e atto a rappresentare al meglio il nostro tempo.

Ad aprire l’edizione 2018 sarà l’ART ENSEMBLE OF CHICAGO, leggendaria formazione dell’avanguardia chicagoana, che inizia così a festeggiare i 50 anni di attività e carriera. Una scelta fortemente simbolica. “GREAT BLACK MUSIC-ANCIENT TO THE FUTURE” è, infatti, il loro slogan per definire un approccio che agli organizzatori di JAZZMI è stato da sempre modello e ispirazione.

JAZZMI ideato e prodotto da Triennale di Milano, Triennale Teatro dell’Arte e Ponderosa Music & Art, in collaborazione con Blue Note Milano, realizzato grazie al Comune di Milano – Assessorato alla Cultura, con il sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, main partner INTESA SANPAOLO, partner HAMILTON WATCH e FLYING BLUE di AIR FRANCE e KLM, si svolge sotto la direzione artistica di Luciano Linzi e Titti Santini.

Il palcoscenico del Teatro Dell’Arte sarà per il terzo anno la base di partenza del festival per esplorare la città. Qui si esibiranno grandi nomi del Jazz e in particolare nuovi talenti di tutto il mondo; si potranno approfondire le storie del Jazz attraverso conferenze spettacolo e si articoleranno le giornate della seconda edizione di JAZZDOIT, ideato per riunire gli operatori e il pubblico intorno a tavoli di lavoro per scambiare idee su temi culturali, economici ed estetici”, dice Severino Salvemini, presidente del Triennale Teatro dell’Arte.

Dalla Triennale JAZZMI si allargherà coinvolgendo Teatro dal Verme, Sala della Balla del Castello Sforzesco, Palazzina Appiani e Pinacoteca di Brera (con un’apertura straordinaria dedicata al festival) per arrivare così al secondo cuore pulsante del festival, Blue Note Milano, con tante novità ed importanti ritorni.

JAZZMI diventa anche un’occasione unica per vivere i quartieri della città fuori dal centro, zone periferiche che offrono la possibilità di ascoltare Jazz in luoghi simbolici. Nei weekend sono articolati quattro percorsi dalla mattina alla sera che permettono, di concerto in concerto, di esplorare le diverse anime di Milano: Quarto Oggiaro, Niguarda e Dergano fra biblioteche, bocciofile, bunker e scuole. Ma anche beni sequestrati alle mafie, una chiesetta in un parco, mulini e due palestre fra Chiaravalle, Corvetto e via Padova grazie alle collaborazioni avviate con LaCittàIntorno, il progetto triennale promosso da Fondazione Cariplo per favorire il benessere e la qualità della vita nelle nostre città e in particolare nelle aree più fragili in esse presenti.

Al Triennale Teatro dell’Arte si terrà una fitta programmazione di concerti nazionali ed internazionali: Art Ensemble Of Chicago, (il concerto sarà aperto da un reading di Paolo Rossi) Kamaal Williams, James Senese e Napoli Centrale, Judi Jackson, Paolino Dalla Porta, Artchipel Orchestra, Camille Bertault, Abdullah Ibrahim, Bireli Lagrene, Yazz Ahmed, Madeleine Peyroux, Azul, Gianni Coscia e Daniele Di Bonaventura, Antonio Sanchez, Imogen Heap, Enrico Rava feat Joe Lovano, Colin Stetson, Jason Moran, Marquis Hill Blacktet.

La programmazione del Blue Note prevede i live di: Nnenna Freelon, Victor Wooten Trio, Aziza Quartet, Steve Kuhn Trio, John Scofield, Bill Frisell, Ron Carter, Chiara Civello, Christian Sands Trio e Yellow Jackets.

Anche quest’anno in cartellone abbiamo esponenti storici del panorama Jazz italiano, Paolo Conte al Teatro Arcimboldi in una serata celebrativa per i Cinquant’anni di Azzurro, Stefano Bollani con il suo nuovo progetto dedicato al Brasile (Que Bom) e Paolo Fresu & Lars Danielsson, alla Sala Verdi del Conservatorio.

Anche per la terza edizione JAZZMI arriverà in tutta la città, con concerti in importanti sedi come Santeria Social Club, Base Milano, Alcatraz e una nuova prestigiosa location, il Teatro Gerolamo, spesso definito come la “Piccola Scala” i cui protagonisti in tre serate saranno Enrico Intra, Alberto Tafuri e Mario Rusca.

Il Teatro dal Verme vedrà esibirsi un duo d’eccezione composto da John Zorn, figura chiave della musica contemporanea in coppia con l’eclettico Bill Laswell.

Il Conservatorio aprirà le sue porte anche per il concerto del pianista Chick Corea; mentre all’Alcatraz è atteso Maceo Parker, capostipite del movimento Funk formatosi alla scuola di James Brown.

Sempre tanti luoghi in programma per i concerti: la Santeria Social Club ospiterà il 10 novembre il concerto dell’eclettico quartetto britannico dei Portico Quartet mentre all’Arci Biko sono attesi Hailu Mergia, polistrumentista autore di un raffinato e coinvolgente Ethio-Jazz e il batterista Yussuf Dayes, capace di fondere Jazz, Hip Hop ed elettronica.

Prevista anche una gita fuori porta, al Cine Teatro Nuovo di Varese, (il 10 novembre) con Peppe Servillo e il suo tributo a Lucio Battisti con eccellenti musicisti Jazz.

A Mare Culturale Urbano il live del saxofonista Odet Tzur, per un incontro tra Oriente e Occidente, a BASE Milano la notte di festa del festival il 2 novembre con gli Istanbul Session e Dj Gruff.

Menzione particolare merita “Jazz, Istruzioni per l’uso” una band di sei elementi capitanata da Massimo Nunzi che domenica 4 Novembre, al Conservatorio, ripercorre il passaggio epocale del 1968, anno che tanto ha segnato la cultura e la musica in generale.

Agli “Art Ensemble Of Chicago” protagonisti nella serata di apertura è dedicata la presentazione del libro “Grande Musica Nera”, in cui Paul Steinbeck analizza l’epopea del mitico combo di Chicago. (Triennale di Milano, 1 novembre). E nella sezione dedicata alla presentazione di libri da segnalare che il 13 novembre, presso la libreria e centro nevralgico del Touring Club Italiano, in corso Italia 10, il nostro direttore Gerlando Gatto presenterà il suo ultimo libro “L’altra metà del Jazz – Voci di Donne nella Musica Jazz” edito da Euritmica/Kappavu.

Redazione

Eyes and Madness – Alberto Dipace Trio

EYES AND MADNESS

Jasm Records

ALBERTO DIPACE TRIO

Alberto Dipace, pianoforte

Danilo Gallo, contrabbasso

Ferdinando Faraò, batteria

Eyes and Madness nasce per Alberto Dipace come omaggio Esbjörn Svensson: ma non bisogna immaginare ad una mera riproposizione di brani del pianista svedese, pur in una qualsivoglia chiave interpretativa. Svensson è piuttosto lo spunto espressivo, ispiratore, da cui si vola verso un qualcosa di nuovo e di personale. Una specie di filo conduttore che alimenta lunghi episodi di improvvisazione di un Trio che da subito appare in un particolare stato di grazia. Con Alberto Dipace al pianoforte si avventurano in questa sorta di esplorazione di suoni avvenuta in una unica giornata di registrazione live, Danilo Gallo al contrabbasso e Ferdinando Faraò alla batteria. Quasi tutti brani originali e concepiti in Trio, forse estemporaneamente, ad esclusione di From Gagarin’s point of view , dello stesso Svensson, e Footprints di Wayne Shorter, e di Nina’s Dream, di Alberto Dipace.

Apre il disco un piccolo, delicato piano solo, Melancoly of distance, che da una tonica ribattuta ricca di dinamiche e mai uguale a sé stessa, si apre ad una progressione armonica dolce e non priva di sorprese. Il tema melodico è pervaso di reminiscenze di musica che sembrerebbe familiare, all’ascolto, eppure colpisce per il divergere dal “già noto” piuttosto che per il contrario.

Con Moving dimensions 1 e 2 si entra nel vivo di un Trio che sa diventare un corpo espressivo unico, in qualsiasi modo cominci e in qualsiasi modo finisca. L’intro di contrabbasso incalzante di Danilo Gallo si lega immediatamente alla batteria di Ferdinando Faraò, tessendo una base ritmica al pianoforte di Alberto Dipace: il quale lascia scorrere tutta quella ricchezza di suono aggiungendovi solo dopo un po’, a sprazzi, una base armonica. E’ ancora il contrabbasso a dare lo spunto per la seconda parte di questa suite, con una nota ribattuta, che il pianoforte avviluppa in un tema non scevro, in alcuni momenti, di blues. La batteria commenta creativamente, più che strutturare in uno schema rigido.

In Nina’s Dream è il pianoforte che parte, dolce, con il pedale che prolunga i suoni e rende tutto più etereo, irreale, mentre rumori lontani fanno eco, naturali e fiabeschi allo stesso tempo. Poi si cambia, il pianoforte corre insieme alla batteria, il contrabbasso sottolinea solo i cambiamenti armonici o poco di più. E ancora, andando avanti, il dialogo tra pianoforte e contrabbasso si fa serrato. La batteria si afferra ad entrambi senza perdersi nemmeno una nota, nemmeno uno spunto, giocando moltissimo sui piatti, e così facendo alleggerendo di molto l’atmosfera spessa, scura, di quell’intreccio. Tutto è improvvisato ma perfettamente armonico. Anche il progressivo diminuire, che non è uno sfumare, ma semplicemente un parlare più piano.

In Eyes and Madness Alberto Dipace crea una atmosfera sapientemente sospesa, in una vaga tonalità minore, mossa da piccole dissonanze. Ferdinando Faraò sottolinea, soffice, quel clima così indefinito, ma intenso, che però via via va prendendo un corpo diverso: la mano destra nel pianoforte comincia, in maniera discontinua, a cantare. Inizialmente il tutto è quasi prudente, pianoforte e contrabbasso si studiano, poi il flusso parte. L’improvvisazione libera si intensifica, poi rallenta. Gli accordi sono atonali, eppure li si percepisce morbidi, definiti, perché nati per costruire un suono complessivo che è fatto di pianoforte, contrabbasso e batteria. Un unico strumento, composto di quell’intreccio di corde, battiti e note.
L’unico pezzo di Svensson, come accennato è From Gagarin’s point of view. L’incipit è garantito da Danilo Gallo, che riproduce con l’arco, sfregando, rumori quasi elettronici: ed entra dopo una lunga intro nel brano vero e proprio, del quale è riproposta l’atmosfera, quell’ostinato di contrabbasso, il fluttuare del tema, i soffi della batteria: ma non certo pedissequamente. Alberto Dipace ha i numeri per parlare egli stesso, e raccontare quel brano “ a parole sue “. E le sue parole sono una personale tensione lirica che emerge durante l’improvvisazione libera, un modo particolare di creare sottraendosi a potenziali eccessi, aumentando di contro l’intensità dei suoni, e indugiando in piccoli efficaci silenzi che drammatizzano le frasi che li seguono.

Quando il titolo di un brano (Breaking Point ) ha un suo suono preciso, e quel suono lo ritrovi raccontato quasi onomatopeicamente nell’improvvisazione in un trio che si lascia andare ad un procedere libero e di incitamento reciproco, totalmente istintivo ma con la regola del riuscire a farsi ascoltare anche nei momenti pià adrenalinici, riesci a lasciarti andare senza nemmeno chiederti cosa stia davvero accadendo.

In Elegy il contrabbasso regala una introduzione di quasi due minuti fatta di suoni profondi, coinvolgenti, evocativi, che dopo averti irretito si diradano diventando i solidi rintocchi ai quali si appoggia con dolcezza il pianoforte. Alberto Dipace con il suo tocco intenso canta e non spreca neanche una nota. Il contrabbasso di Danilo Gallo, nell’improvvisare, mantiene una sua cifra che lo contraddistingue, e che è fatta di un andamento viscerale, travolgente. Contagia, provoca, ma non rimane avulso da ciò che accade intorno a lui. Dipace dal canto suo si lascia travolgere, ma tutt’altro che passivamente.

In Footprints il celebre tema di Shorter parte totalmente trasfigurato dal pianoforte. La batteria di Ferdinando Faraò è creativa e fondante, sottolinea la frammentarietà del tutto ma allo stesso tempo è l’elemento più continuo del brano: ed è lui che cuce insieme i suoni facendoli percepire come una corrente continua.

Il cd si conclude con Where is the end . L’atmosfera è quella di E.S.T. e su questo non c’è dubbio. Ma dove è Svensson? E’ l’ispirazione. Se ne sente la presenza. Il clima sognante, intenso, blu, nero, turchese, profondo, cullante ma non privo di scosse è quello. C’è anche però la bellezza del non essere replicanti, garantita proprio dal fatto che siamo di fronte a musica quasi del tutto improvvisata. Tutto è spunto per volare via e raccontare, in quel modo altro.

Un lavoro francamente notevole, questo di Alberto Dipace, in cui nell’improvvisazione libera si trovano strade, non si va a caso, in cui niente è fine a sé stesso. Si intraprendono in trio percorsi che tendono ad un traguardo, magari, anzi certamente, istintivo, ma che chi ascolta percepisce come  completezza sonora, coesione dinamica. In una parola, come intensa espressività.

Dalla Puglia all’Africa con Nico Morelli e Oumou Sangaré

Musica di spessore all’Auditorium in due concerti del tutto differenti: intendiamo riferirci al trio italiano di Nico Morelli in scena il 12 settembre e al progetto “Mogoya” della vocalist Oumou Sangaré presentato al pubblico italiano il 22 settembre.

Ma procediamo con ordine.

Pugliese di nascita ma oramai parigino d’adozione, Nico Morelli è artista completo che oramai da anni tiene ben alta la bandiera del jazz italiano oltre confine. Nel concerto romano Nico ha evidenziato molti aspetti della sua poliedrica personalità: esecutore, compositore, arrangiatore che pur traendo ispirazione sia dal jazz propriamente detto sia da alcune atmosfere tipiche della musica colta del secolo scorso, rimane comunque con il cuore e la mente ben ancorati nella tradizionale musicale della sua terra. Non a caso il “Nico Morelli Trio” nasce dall’incontro di musicisti per l’appunto pugliesi – Nico di Taranto, Camillo Pace al contrabbasso anch’egli di Taranto e Mimmo Campanale alla batteria di Andria – tutti di grande esperienza testimoniata tra l’altro dalle numerose prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Bobby Watson, Bobby McFerrin, Randy Brecker, Bob Mintzer e, in ambito Pop, Lucio Dalla. E sempre non a caso buona parte del repertorio è focalizzata proprio sulle melodie popolari pugliesi sia rivisitate in chiave moderna sia considerate motivo ispiratore per composizioni nuove di zecca.

Di qui una musica materica, spesso trascinante in cui la ricerca sonora di Nico si coniuga perfettamente con una concezione del trio che fa dell’interazione la sua carta vincente. Quindi scambi frequenti tra pianoforte e gli altri due strumenti, bellezza delle linee melodiche e grandi capacità improvvisative nella tradizione del migliore linguaggio jazzistico.

Ecco quindi una personale interpretazione di un classico del jazz quale “Honeysuckle Rose” di Fats Waller, ma ecco anche alcuni brani della tradizione pugliese quali “Stu pettu é fattu cimbalu d’amuri” e “Tarantella del Gargano” cui si accompagnano un brano pop moderno quale “A me me piace o blues” di Pino Daniele e un pezzo del grande Carlos Jobim “Agua de beber”.

Ma, come si accennava in precedenza Nico è anche un fertile compositore e quindi non potevano mancare sue composizioni quali “Marocco Feel”, “Pezzo X”, “Taranté” e soprattutto uno splendido “New Song” offerto come bis.

 

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Il 22 settembre eccoci ancora all’Auditorium per un concerto molto atteso programmato nell’ambito del RomaEuropa Festival 2018: Oumou Sangaré con il suo nuovo progetto “Mogoya”.

Nata a Bamako, (25-2-1968) capitale del Mali, Sangaré ha conquistato le platee internazionali grazie alla sua musica da sempre indirizzata alla lotta contro la discriminazione delle donne e in particolare contro i matrimoni combinati e la poligamia. Attività che nel 1998 le è valsa la nomina di commendatore dell’Ordre des Arts et des Lettres, e nel 2010 un Grammy Award.

Per il concerto romano la vocalist si è presentata alla testa di un ensemble composto da Abou Diarra al kamele n’goni (una piccola arpa a sei corde con la cassa in legno, ricoperta da pelle di capra), Alexandre Millet alle tastiere, Elise Blanchard al basso Guimba Koyate nella duplice veste di direttore musicale e chitarrista, Jon Grandcamp batteria e percussioni, Emma Lamadji e Kandy Guira coriste, vale a dire quattro musicisti africani e tre francesi.

Dotata di una voce scura, possente, in perfetta aderenza con la statuaria presenza scenica, la Sangaré ha condotto con mano sicura lo show portandolo laddove voleva che arrivasse. Vale a dire a coinvolgere il pubblico e farlo danzare al suono di ritmi africani. In effetti l’artista, nel corso di una intervista rilasciata prima della tournée, aveva esplicitamente affermato di voler “portare un pezzo di Africa in Italia”, di voler comunicare con il suo pubblico attraverso la musica e invitarlo a danzare, portare un messaggio di unità.

Il concerto si può dividere in due parti: nella prima la vocalist ha intonato le sue canzoni (peccato non capirne i testi) ottimamente coadiuvata da tutto il gruppo, con le due coriste particolarmente brave non solo a cantare ma anche a muoversi all’unisono sempre con il sorriso sulle labbra. La musica è sempre coinvolgente sorretta da ritmi per noi occidentali non proprio usuali.

A metà concerto si aggiunge al gruppo, per un solo brano, il francese Émile Parisien che al sax soprano dà una dimostrazione della sua bravura e si tratta del momento, musicalmente parlando, forse più felice dell’intero concerto ad evidenziare, se pur ce ne fosse stato bisogno, di come il linguaggio jazzistico possa magnificamente integrarsi con ritmi africani.

Ma, oltre ad essere il momento musicalmente più riuscito del concerto, il brano ha segnato il punto di svolta ché successivamente la Sangaré ha invitato il pubblico ad alzarsi e ballare. Ed è stato un altro momento magico. Alcuni africani, presenti in sala, sono saliti sul palco e hanno cominciato a danzare così bene che chiunque fosse entrato in teatro in quel momento avrebbe potuto scambiarli per parte integrante dello spettacolo, ad ulteriore dimostrazione di come la musica sia vissuta e sentita in modo completamente diverso in Africa e qui in Europa.

E così il concerto è proseguito sino alla fine in un tripudio di applausi e di pubblico festante a danzare sotto il palco.

Lisa Manara Quartet “L’urlo dell’Africanità” @ Rossini Jazz Club, Faenza

Lisa Manara Quartet “L’urlo dell’Africanità”
Lisa Manara. voce
Aldo Betto. chitarra
Federico Squassabia. Fender Rhodes
Youssef Ait Bouazza. batteria

Rossini Jazz Club c/o Bistrò Rossini
Faenza. Piazza del Popolo, 22

Giovedì 27 settembre 2018. ore 22
ingresso libero

web: www.bistrorossini.it
social network: facebook.com/rossini.jazzclub; twitter.com/rossinijazzclub; instagram.com/rossinijazzclub

Giovedì 27 settembre 2018, la stagione del Rossini Jazz Club di Faenza prosegue con “L’urlo dell’Africanità”, il nuovo progetto del Lisa Manara Quartet. Insieme alla cantante saranno sul palco del Bistrò Rossini anche Aldo Betto alla chitarra, Federico Squassabia al Fender Rhodes e Youssef Ait Bouazza alla batteria. La rassegna è diretta da Michele Francesconi e in questa stagione si presenta con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

“L’urlo dell’Africanità” è un progetto che si allarga e introduce brani originali in equilibrio tra echi africani, suggestioni capoverdiane e note blues per portare la forma canzone in una dimensione più istintiva e libera.

Lisa Manara, voce potente e graffiante, nasce nel 1992 in un piccolo paese della Romagna, si avvicina alla musica all’età di 4 anni giocando con la tastiera del pianoforte. La passione per la musica black la porta a vincere nel 2011 il concorso “Donne Jazz & Blues” di Bertinoro che le permette di partecipare ad un workshop sulla voce presso la Venice Voice Academy di Los Angeles. Corista nel tour 2018 di Gianni Morandi, ha calcato i palchi più prestigiosi d’Italia, come ad esempio l’Arena di Verona.

«Non è facile incontrare una voce che metta insieme grinta, intonazione e una vigorosa interpretazione, soprattutto se si ha poco più di vent’anni – scrive di lei Alceste Ayroldi, giornalista della prestigiosa rivista Musica Jazz – Chapeau, quindi alla nuova interprete della musica afroamericana “targata” Italia».

Lisa Manara ha scelto una formazione ben equilibrata per questo progetto. Alla chitarra, troviamo Aldo Betto, musicista eclettico e curioso, capace di amalgamare perfettamente melodia e ritmo nella voce del suo strumento. Il tastierista Federico Squassabia ha sviluppato un sound moderno e del tutto personale che fa viaggiare questa musica in altre dimensioni temporali e spaziali. Youssef Ait Bouazza, batterista musicista di etnia berbera, porta nel quartetto la vera essenza della musica africana con i suoi ritmi ancestrali e ipnotici.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

La stagione del Rossini Jazz Club prosegue giovedì 4 ottobre con il concerto del Love Sick Duo, la formazione composta da Francesca Alinovi al contrabbasso e alla voce e Paolo Roberto Pianezza alla voce, alla chitarra e alla lap steel. e perduto, caldo e ruvido, ritmicamente pulsante e allo stesso tempo dolce e romantico.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

Gerlando Gatto e “L’altra metà del Jazz” alla Feltrinelli di Roma via Appia

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI


Il nuovo libro di Gerlando Gatto, L’ Altra metà del Jazz, è stato presentato alla Libreria Feltrinelli di Via Appia a Roma. Posti a sedere esauriti, copie del volume esaurite, un parterre non solo di amici e artisti ma anche di curiosi, e a parlare con l’ autore di questo ultimo successo editoriale Claudia Fayenz, giornalista, ed autrice della prefazione, e ben cinque delle protagoniste intervistate: Mariapia De Vito, Antonella Vitale, Ada Montellanico, Marilena Paradisi, cantanti, musiciste. Marcella Carboni, arpista, musicista. Moderatore, Luigi Onori. Presente anche Marina Tuni, ufficio stampa di Euritmica, nonché ispiratrice del titolo di questo interessante volume.

Ada Montellanico

Mariapia De Vito, Marilena Paradisi, Claudia Fayenz

Mariapia De Vito, Claudia Fayenz, Gerlando Gatto, Luigi Onori

Luigi Onori, Antonella Vitale, Ada Montellanico

Nico Morelli

Marina Tuni

Gerlando Gatto, Luigi Onori


Un dibattito vivace, imperniato sui racconti e sulle esperienze di cinque artiste e del loro successo nel Jazz. Quali le difficoltà, se ve ne sono state? Quali le rinunce, se ve ne sono state? Quali le soddisfazioni?
La bellezza di ascoltare quanta passione, determinazione, poesia ci vogliano per scegliere la non facile strada della musica si è materializzata nelle risposte intelligenti e scevre da ogni retorica potenzialmente implicita nel  “lamento di genere” (che spesso relega le donne a minoranza da tutelare a prescindere, come le specie protette dal WWF), delle quali risposte anche io, che non sono musicista ma sono donna che si occupa di Jazz, sono stata grata.
Ci sono certamente pregiudizi. Ma oramai li si guarda con una certa distaccata ironia e li si tramuta in un vantaggio.
La gratitudine va anche a Nico Morelli, pianista, compositore, che rispondendo ad una domanda rivoltagli dallo stesso Gerlando Gatto ha precisato che non ha mai pensato ad una influenza delle donne nel Jazz in quanto donne: è la musica che importa. Un musicista o una musicista sono… musicisti, ed è la musica che conta, al di là del genere.

Ecco altre immagini di un pomeriggio sold out!