Nico Morelli: la mia musica tra folk pugliese e jazz

Sono le nove del mattino, ora in cui connetto ancor meno del solito. Nel salotto di casa mia c’è un caro amico, il pianista, compositore e arrangiatore Nico Morelli che la sera prima ha presentato al pubblico romano la sua ultima creatura discografica, “Unfolkettable two”. L’album rappresenta un’ulteriore tappa lungo il cammino di ricerca che Nico oramai da molti anni sta percorrendo nell’intento di coniugare le forme espressive del folk pugliese con gli stilemi propri del jazz. E la nostra conversazione prende le mosse proprio dal concerto della sera prima.

“È stata – mi dice Nico – una bellissima esperienza… come sempre ogni qualvolta suoni a Roma. Ci siamo divertiti, il pubblico è stato fantastico, entusiasta… insomma la serata perfetta, si potrebbe dire. L’ultima volta che ho suonato a Roma è stato circa un anno fa, in trio all’Auditorium, questa volta, invece, alla Casa del Jazz, in quintetto con due cantanti”.

-I musicisti con cui suoni in questo quintetto sono tutti pugliesi; vogliamo ricordarli uno per uno?

“Certo che sì; Mimmo Campanale alla batteria, Camillo Pace al contrabbasso, Barbara Eramo voce e percussioni oramai romana d’adozione e Davide Berardi voce e chitarra cui si è aggiunta, come ospite d’onore, la violinista Caterina Bono specialista anche in musica contemporanea”.

Come hai conosciuto Caterina Bono?

“L’ho conosciuta a Parigi in quanto lei era venuta assieme a Barbara Eramo per esibirsi in alcuni concerti. Ci siamo incontrati e devo dire che il suo modo di suonare il violino mi ha davvero impressionato e mi pare che averla inserita in quest’ultimo concerto romano non sia stato un fatto banale”.

Sono assolutamente d’accordo con te: è stata molto brava. Tu, oramai da molti anni, porti avanti questa ricerca basata su una commistione tra la musica folk pugliese e il linguaggio jazzistico. Come ti è venuta questa idea… e il fatto di abitare a Parigi ti induce un qualche sentimento di nostalgia che ti spinge a proseguire su questa strada?

“No, onestamente non è una questione di nostalgia. L’esperienza parigina mi ha messo a confronto con tanti musicisti che vivono lì e che fanno un tipo di ricerca in qualche modo simile alla mia. Parigi, come forse anche Roma, è piena di musicisti che vengono da ogni parte del mondo, musicisti di jazz, musicisti di altre musiche che amano l’atmosfera parigina e decidono di stabilirsi in questa straordinaria città. E sin dagli inizi, parliamo di circa 20 anni fa, ho notato questa tendenza, da parte di molti jazzisti, di mettere assieme le loro differenti origini per dar vita ad un qualcosa di nuovo. E’ un’operazione a mio avviso molto interessante ed anche intelligente… non perché la faccio io… Come ben sai il jazz nasce come musica popolare, musica che racconta la storia di un popolo; poi, con il passare del tempo, il jazz è divenuto una musica sempre più sofisticata tanto da arrivare a delle forme che si discostano molto dall’identità propria di una musica popolare semplice e comunicativa. A volte dimenticando proprio quelle che sono le caratteristiche della semplicità di una musica popolare. Quindi questa ripresa, questo accostamento del jazz alla musica popolare in controtendenza alla estrema sofisticazione del jazz odierno, mi sembra un percorso estremamente interessante. In tal modo si ridà al jazz quella umanità che si può a volte perdere nelle sue attuali sofisticazioni riportando così a questa musica almeno un po’ della sua storia originaria cioè musica della gente, musica di un popolo”.

-Oltre questo indirizzo, c’è qualche altra via che persegui nella tua ricerca, nel tuo modo di esprimerti attraverso la musica e quindi nel tuo modo di comporre, di arrangiare, di suonare?

“In realtà mi sto concentrando molto sul tipo di ricerca di cui abbiamo parlato. Voglio andare quanto più in profondità possibile per cui al momento non sono distratto da altre cose. Devo comunque aggiungere che da qualche anno sto lavorando ad un progetto di piano-solo ma non posso dire che sia pronto; in effetti sto cercando di amalgamare il suono del pianoforte con quello di strumentazioni elettroniche, ma è difficile, complicato, per cui preferisco prendere tempo e presentare il lavoro quando riterrò che sia pronto, al meglio delle mie possibilità. Insomma ci sono queste due strade”.

Tornando alla commistione tra jazz e folk, qui in Italia suoni con musicisti pugliesi, il che è perfettamente comprensibile. Ma a Parigi come fai?

“In realtà questo è il secondo disco che faccio su questa tematica. Il primo l’avevo fatto con dei musicisti che risiedevano tutti a Parigi, non erano pugliesi, però c’era un calabrese – Tonino Cavallo – un musicista bretone di musica world che aveva questa straordinaria capacità di cantare in dialetto pugliese meglio dei pugliesi – Mathias Duplessy – e poi la sezione ritmica con un batterista di origini italiane – Bruno Ziarelli – e un contrabbassista francese – Stéphane Kerecki -. Quindi anche quando suono a Parigi non ho molti problemi a proseguire nella mia ricerca. Comunque da quando è uscito questo secondo album sono riuscito a far venire i miei amici pugliesi a Parigi e quindi a presentarmi al pubblico francese con questa formazione. Ovviamente è molto faticoso perché far venire gente dall’Italia non è semplice, comunque per il momento mai ho dovuto sostituirli. Se capiterà vorrà dire che mi adatterò ma per ora nessun problema”.

Il jazz vive in Italia un momento sotto molti aspetti paradossale: mentre le scuole di musica continuano a sfornare musicisti tecnicamente assai ben preparati, non si capisce bene dove e come questi giovani avranno poi la possibilità di porre in essere queste loro competenze. Qual è la situazione in Francia?

“Sostanzialmente la stessa. C’è un’inflazione di musicisti. Ma la soluzione qual è, chiudere le scuole? Non penso. Comunque questa abbondanza ha i suoi lati positivi. Ti faccio un esempio: quando io ho cominciato era molto, molto difficile trovare un contrabbassista degno di questo nome nel raggio di 200 chilometri quadrati; oggi, giù dalle mie parti ne trovi almeno cinque che è tantissimo. Certo, come dicevi tu, gli spazi si restringono…insomma la situazione è difficile, complessa. Comunque c’è da aggiungere che in questi anni la gente si è abituata a sentire di più questa sorta di parolaccia – “Jazz” – per cui d’altro canto è più facile trovare estimatori”.

Forse in Francia perché in Italia la situazione è sicuramente peggiore: gli spazi si restringono, il pubblico è in calo… per non parlare della carta stampata e dei mezzi radio-televisivi che oramai non dedicano alcuna attenzione alla nostra musica. Se ne parla solo sulla rete con tutti i limiti che ben conosciamo…

“Ti do ragione anche perché in Francia, sotto questo aspetto, le cose non sono molto diverse. La stampa ci dedica sempre meno attenzione. Al riguardo ti racconto un episodio. In Francia c’è un premio che d’abitudine veniva assegnato ad un musicista jazz; ebbene questa volta la presenza di artisti jazz era molto inferiore rispetto al passato. Negli ultimi anni il jazz si è talmente contaminato con espressioni molto più commerciali che oramai ho paura si sia troppo sbilanciato da questa parte”.

Assolutamente d’accordo. In Italia ci sono molti festival jazz che aprono e chiudono i rispettivi programmi con artisti che nulla hanno a che vedere con il jazz avendo come unica preoccupazione quella di riempire gli spazi e chiudere i conti in positivo…

“Che dire… probabilmente è anche colpa del jazz che non è riuscito ad imporsi come forma d’arte capace di sostenersi senza ‘aiuti’ esterni”.

Però questi aiuti pubblici arrivano su larga scala per la musica classica e soprattutto operistica ma nessuno si scandalizza…

“È perfettamente vero. Se non vado errato in Italia i fondi pubblici stanziati dal Ministero vanno per la gran parte alla musica lirica cosicché alle altre forme musicali vanno davvero le briciole. Vogliamo giustificare questo stato di cose con il fatto che il melodramma rappresenta la più genuina tradizione italiana? Sarà anche vero ma questa ripartizione è davvero vergognosa”.

Poco fa parlavamo della Francia. Ci sono altre differenze a tuo avviso tra il mondo del jazz francese e quello italiano?

“Non è facile rispondere a questa domanda. Comunque ti posso dire che in linea di massima l’organizzazione dei concerti è più curata in Francia. L’organizzatore pone la massima attenzione ad ogni aspetto della serata, dal palco alle luci, dalla strumentazione al fatto che la sala sia il più piena possibile. Al riguardo si adottano più strategie: all’inizio i biglietti vengono posti in vendita on-line con uno sconto; avvicinandosi il concerto un’altra parte degli invenduti viene offerta ad un prezzo ancora più basso fino a quando, a ridosso del concerto, spesso si decide di distribuire gratis i rimanenti biglietti di modo che il musicista abbia l’opportunità di esibirsi con una sala piena”.

Scusa se adesso viriamo verso un’altra direzione ma avendo davanti una persona che vive a Parigi ed essendo io un giornalista, non posso fare a meno di rivolgerti la seguente domanda. Qual è in questi giorni la vera situazione a Parigi dal momento che a mio avviso i giornali francesi tendono non dico a nascondere ma quanto meno a minimizzare tutto ciò che sta accadendo nella Capitale francese.

“E purtroppo hai perfettamente ragione. La situazione a Parigi in queste settimane è assolutamente invivibile. Nulla funziona. Non esistono più treni. Le linee della metro sono tutte ferme ad eccezione delle due che funzionano automaticamente senza personale e che attraversano la città in verticale e in orizzontale. Prendi un taxi per recarti in aeroporto e molto spesso perdi il volo perché i blocchi stradali ti impediscono di arrivare in tempo. Così si assiste a scene incredibili. Gente nervosa, gente che litiga, si picchia… e via di questo passo. Non sembra che Macron sia disposto a fornire risposte cosicché questa situazione potrebbe durare ancora a lungo”.

Adesso quando torni a Parigi?

“A metà gennaio. Ma ad aprile sarò di nuovo in Italia e il 10 suonerò all’Alexanderplatz per cui vi aspetto tutti”.

Gerlando Gatto

 

 

 

Federico Bonifazi Trio Special Guest Francesco Cafiso

Per la prima volta a Roma, il concerto con i suoni catturati dalla terra e tramutati in suoni che diventano musica. Con Federico Bonifazi (pianoforte), Gabriele Evangelista (contrabbasso), Alfred Kramer (batteria) e Francesco Cafiso (sax).

Martedì 17 dicembre 2019, al Marmo di Roma (Piazzale del Verano 71 – ore 19.00 ingresso libero con tessera fino ad esaurimento posti), EMusic presenta “ I suoni della Caffarella”, uno straordinario concerto, unico nel suo genere, nel quale, sulla base di dati elettromagnetici acquisiti in siti geologici, alcuni tra i migliori jazzisti italiani, suoneranno e improvviseranno dando luogo ad una vera e propria performance estemporanea basata sui suoni estratti della terra. Ad esibirsi nella serata romana il trio del pianista Federico Bonifazi formato da noti artisti del panorama jazz nazionale ed internazionale e che vede alla ritmica Gabriele Evangelista al contrabbasso e Alfred Kramer alla batteria. Guest star della serata il sassofonista siciliano Francesco Cafiso.

Un concerto inedito e di grande atmosfera quello di Roma per il quale, i geologi dell’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia INGV hanno trasformato in una sequenza di note, la voce della Caffarella – una delle aree verdi più grandi di Roma (132 ettari di verde pubblico) e fra le maggiori aree verdi urbane d’Europa – successivamente le tracce sono state affidate al pianista e compositore umbro Federico Bonifazi, uno dei nuovi talenti della scena musicale italiana degli ultimi anni, che sulla base delle note rilevate dai geologi, ha composto e arrangiato tre brani inediti in chiave jazz. Altri 3 brani elettronici sono stati arrangiati da Stefano Pontani, ideatore del progetto assieme ad Antonio Menghini. Inoltre, Bonifazi e i componenti del quartetto durante il concerto saranno chiamati ad interagire anche improvvisando, con i suoni estratti dal sottosuolo del sito geologico romano, per dare vita ad una esibizione unica e suggestiva.

Il concerto rappresenta un vero e proprio viaggio nel tempo, con intermezzi di carattere scientifico divulgativo, tramite i quali verranno spiegati i processi evolutivi del territorio (ovvero come si sono formate le rocce costituenti il sottosuolo, come si è modificato il clima ed il paesaggio nel corso delle ere geologiche, l’attività vulcanica e sismica, etc.) e che avrà lo scopo di introdurre i brani eseguiti dai musicisti, suggerendo anche una chiave di lettura, oltre che una vera e propria guida all’ascolto.

A rendere possibile l’esibizione è la Musica Elettromagnetica (EM) che nasce dalla trasformazione in note musicali, cosiddetta sonificazione, della risposta del sottosuolo ad un particolare impulso elettromagnetico. Ideatori del progetto sono il geofisico Antonio Menghini e Stefano Pontani, musicista (chitarra elettrica e loops) e responsabile artistico. Il progetto scientifico musicale è stato realizzato in collaborazione con i geologi dell’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia INGV.

Il concerto del 17  Dicembre a Roma fa parte de I Suoni della Geologia d’Italia, tour di concerti prodotto da Kate Creative Studio con il contributo della Regione Lazio e Fondazione Italia Sostenibile, con lo scopo di valorizzare l’immenso patrimonio paesaggistico-culturale del nostro Paese, sfruttando le capacità della EMusic, coniugando gli aspetti scientifici, apparentemente meno “facili” da fruire da parte dello spettatore comune, con quelli artistici, di più immediato impatto. Sarà quindi un’occasione per viaggiare in Italia, soffermando l’attenzione su 4 siti caratteristici, ognuno dei quali è legato ad un particolare momento evolutivo della penisola. Per 3 dei concerti poi verrà anche proposta una composizione inedita, basata sulla sonificazione di un sondaggio TEM realizzato in loco.

Salvatore Maiore al TrentinoInJazz

Giovedì 31 ottobre 2019
ore 20.30
Sala Filarmonica
Via Giuseppe Verdi, 30
Trento

SALVATORE MAIORE
QUARTETTO A CORDE

Ingresso: euro 5

https://www.filarmonica-trento.it/jazz-2.html

Quarto appuntamento con Ai Confini e oltre, la sezione del TrentinoInJazz 2019 dedicata alla “terza corrente”, la Third Stream nata negli anni ’50 negli Stati Uniti allo scopo di creare un terreno di incontro fra musica classica e jazz, evidenziando la valenza del jazz come “musica d’arte” e non solo ‘leggera’ o ‘da ballo’ come era considerato lo swing. Giovedì 31 ottobre a Trento sarà in concerto il Quartetto a Corde di Salvatore Maiore.

Il quartetto riunito da Salvatore Maiore dà vita a un progetto basato sulle sue musiche, che compongono il nuovo album Infinito e prendono spunto dalla grande passione per la musica latinoamericana del contrabbassista e violoncellista sardo. Insieme a lui ci saranno Peo Alfonsi (chitarra classica), Giancarlo Bianchetti (chitarra classica 7 corde) e Maria Vicentini (viola). E’ una formazione inusuale nata dall’esigenza di recuperare la dimensione acustica del suono e un respiro che prendono ossigeno sia dalla libertà offerta dall’approccio improvvisativo, terreno su cui i quattro si confrontano ormai da decenni, sia dall’approccio cameristico che mette in luce le loro qualità timbriche e interpretative, frutto di una formazione accademica.

L’impostazione, la cura del suono e un gusto attento alla ricerca ritmico/melodica e alla forma sono le caratteristiche principali del quartetto. Gli arrangiamenti ritmici per le due chitarre, ispirati a danze di tradizione popolare sudamericane o mediterranee, sono il territorio perfetto in cui viola e violoncello sviluppano le loro linee melodiche. Queste qualità non comuni offrono a Maiore la possibilità di tessere strutture formali estese, evitando lo sviluppo ciclico della forma chorus, tipico di una parte estesa della produzione jazzistica. Questa musica al contrario cerca una relazione paritaria tra scrittura e improvvisazione, nel tentativo di lasciare al contempo la fluidità e la naturalezza garantiti da un impianto ritmico popolare.

Prossimo appuntamento: giovedì 7 novembre Saverio Tasca e AlterArco a Trento.

TONY ALLEN a INTERNET FESTIVAL – PISA JAZZ

INTERNET FESTIVAL – PISA JAZZ

Cinema Lumiere, Pisa
12 ottobre 2019, ore 21.30

TONY ALLEN – THE SOURCE

Tony Allen, batteria
Rémi Sciuto, sax
Nicolas Giraud, tromba
Jean-Philippe Dary, pianoforte
Indy Dibongue, chitarra elettrica
Mathias Allamane, contrabbasso

Si fa aspettare Tony Allen, quasi un’ora: i musicisti del suo quintetto finalmente prendono posto sul palco e cominciano a scambiarsi suoni, quasi casualmente, per qualche minuto.
Ad un tratto eccolo apparire, flemmatico, sornione: si siede sul suo sgabello, dà un piccolo colpo alla grancassa come per controllare che tutto sia a posto, guarda intensamente il pubblico in piedi sotto di lui… e, con un gesto sapiente (non plateale: sapiente!) inforca i suoi occhiali scuri.
Terzine al rullante e il concerto comincia.
Sciuto al sax e Giraud alla tromba espongono un tema, Tony Allen espone un altro tema, il proprio. Sax e tromba rispondono alla batteria, con il loro accattivante motivo, procedendo da prima per quinte parallele, e poi confluendo in un unisono: l’effetto all’ascolto di questa alternanza, di quell’improvviso assottigliarsi su un suono solo, è efficace come l’esplosione di un silenzio improvviso che succede ad un suono ad alto volume.
Di contro le otto battute successive, di sola batteria, hanno un andamento melodico: quasi un singolare scambio di ruoli.
Quando arriva l’assolo di tromba, Tony Allen tiene il punto con uno sfondo terzinato, con varianti che tengono alta l’attenzione. Lo schema armonico è semplice, praticamente tutto avviene pressoché su un unico accordo.

Il contrabbasso, e talvolta la chitarra, non di rado perseguono efficaci e ipnotici ostinati. Pianoforte, tromba, chitarra e sax si avvicendano in assoli e obbligati che avvengono quasi sempre su un’armonia volutamente semplice.
Il drumming di Tony Allen procede privilegiando la timbrica rispetto al virtuosismo, pur essendo in possesso di una tecnica ferrea, che trapela elegantemente senza prevaricare mai.
Può accadere, ad esempio, che in trio Allen decida di insistere solo sui ride e pochissimo su tom cassa e rullante: nel clima appena descritto queste divagazioni solo apparentemente ripetitive sono in realtà ricchissime di raffinatezze ritmiche ma anche “cromatiche”, perché i piatti vengono percossi in ogni centimetro e con una varietà di tocchi stupefacente.

Quando si arriva al funky è inevitabile un po’ di ammiccamento: la platea si scalda ancora di più. Lunghe improvvisazioni di tastiere, chitarra, fiati su un groove impeccabile e trascinante. Allen crea a seconda del momento sfondi soffusi che esaltano l’andamento degli assoli o anche degli obbligati, o cascate travolgenti di sequenze ritmiche, colori, timbri, prendendosi la scena senza mai perdere l’abbraccio del suo quintetto.

Su un brano lento, di ampio respiro, l’inizio è affidato alla tromba di Giraud e al sax di Sciuto: si procede per note lunghe, che progressivamente si rapprendono creando atmosfere vicine al blues. Il primo assolo è del pianoforte di Dary: denso di suoni gravi, lento, solenne. Ma gradualmente arriva a uno spessore maggiore, complice la chitarra di Dibongue. Il contrabbasso intensifica con un ostinato, Allen dà corpo e impasto ai suoni, fino a quando con le sue bacchette non crea una nuova situazione ritmica, cambiando le carte in tavola nuovamente.
Se i fiati procedono per quarte parallele, la batteria e il piano procedono omoritmicamente, ad libitum, assottigliando progressivamente il volume.
Qui si interrompe il racconto: in coda verrà chiarito il perché.

L’ IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto coinvolgente, divertente, un sestetto affiatato, un suono complessivo di grande impatto. Ma soprattutto un leader, Tony Allen, che non è esagerato descrivere come un eccellente musicista, oltre che, naturalmente, eccellente batterista. Perché?
Perché capace di fare musica esplicitamente di impatto, costruendo di base un impianto armonico spesso semplice, a volte addirittura monotematico, il quale diventa lo sfondo tranquillo per una successione irresistibile di accadimenti ricchissimi di particolari: ritmici, melodici, di dialoghi che si incrociano con decine di soluzioni diverse, tessendo una trama perfetta ma non certo di maniera.
Il drumming di questo batterista è inconfondibile. Troppo stretto il termine “Afrobeat”, a meno che non lo si scomponga nel caleidoscopio di suggestioni che la batteria di Allen riesce a dipanare con una disinvoltura notevole -da afro a blues a jazz a rock a pop in dieci secondi – senza però “riproduzioni a pappagallo”:  ma sempre con un filtro creativo personalissimo. E con l’esperienza di un musicista che, a 79 anni, ha fatto e contemporaneamente ascoltato musica per decenni senza mai, evidentemente, mettere limiti alle proprie potenzialità, e alla propria curiosità. La personificazione del Groove.

Ad un certo punto me ne sono andata, una ventina di minuti prima della conclusione del concerto, immagino. Il Cinema Lumiere è una location affascinante. Ma il concerto era “posti in piedi”. Non nel senso che fossero finite le sedie: sedersi non era proprio previsto, a parte una ventina di poltrone dell’ ex cinema. Fortunosamente sono riuscita ad occuparne una: io i concerti li ascolto e li guardo prendendo appunti, cosa difficile da fare, appunto, in piedi. Tanta gente, accalcata. Palco non facile da guardare. Nonostante il pubblico fosse mediamente attento, come è normale in queste situazioni si crea un gran viavai, la gente prende da bere al bar, ride, chiacchiera.
Confusione, caldo, calca, impossibilità di cogliere quei particolari che amo (e attenzione: io giro molto per club, non immagino un concerto solo in un Auditorium nel silenzio assoluto), ad un certo punto hanno prevalso, e, credo per la prima volta in tanti anni, ho preso e sono corsa via. Peccato.
Però, amici, che Groove.

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 6)

UR Records

Ecco una nuova etichetta discografica in ambito jazz e musica d’autore. UR, “tu sei” – spiegano i responsabili dell’etichetta – “è il manifesto della volontà di mettere la musica e l’artista al centro della produzione, di porre la qualità del lavoro prima di tutto. Tu sei la musica, il pensiero, l’energia, il valore. In tal senso, “tu sei” non è più riferito solamente all’artista, ma a tutti, perché l’ascolto è la forma più autentica di partecipazione e di collaborazione”.

A.B. Normal – “Out Of A Suite”
“Out Of A Suite” è il primo disco da leader di Andrea Baronchelli, trombonista e tubista classe 1989, in possesso di una solida preparazione di base sia in campo classico (diploma al Donizetti di Bergamo) sia in Jazz (diploma al Verdi di Milano). Accanto a lui Michele Bonifati chitarra, Danilo Gallo basso elettrico e Alessandro Rossi batteria, cui si aggiunge Stefano Castagna all’elettronica nel brano “Cortex”. L’album si compone di due parti. La prima, intitolata “A Suite” consta di cinque brani tutti composti dal leader. La seconda parte, “Out”, presenta due brani, “Starting with a Cherry”, di Michele Bonifati, e “Syriarin” ancora di Baronchelli, ispirato da una delle stragi compiute in Siria. Il gruppo si qualifica, a nostro avviso, soprattutto per una attenta ricerca timbrica: ottimamente sostenuto da una poderosa sezione ritmica sempre in primo piano (li si ascolti ad esempio in “Outro”), chitarra e fiato si muovono con grande libertà andando ad esplorare terreni tutt’altro che usuali. Ecco quindi un sapiente ricorso all’elettronica e a sonorità spesso di matrice rock, la ricerca di una timbrica particolare, il mutare completamente di atmosfere senza che ciò incida sull’omogeneità della proposta musicale. Esemplare, al riguardo, “Cortex” che dopo un’intro quasi in punta di piedi si risolve in un tema coinvolgente mentre “The Crown” è una malinconica ballad caratterizzata da un fitto dialogo fra trombone e chitarra.

Archipelagos – “In Your Thoughts”
10 brani. Che appaiono nei pensieri quali sagome fluttuanti di isolette, scogli, faraglioni, disposti a forma di J come jazz, generando visioni di mare calmo e mosso, vento e tempesta, albe e tramonti, scorci e landscapes. Questo è quanto suggerisce l’album “In Your Thoughts”, a cura del 4et Archipelagos, per i tipi musicali della UR Records. C’è un consiglio riportato all’interno della cover “tutto ciò che può fare l’ascoltatore è lasciarsi trascinare in questa traversata senza porsi troppe domande su quello che potrebbe incontrare in prossimità della prossima isola”. Seguire la marea di suoni, ok, ma pensando in alcuni brani – l’iniziale ‘Intro’ o la finale ‘Outro’ (The Big Vedra In The Sky) – ad un’erranza su di una dorsale di natura vulcanica che preme con intermittenti esplosioni di energia della batteria “condotta” da Marco Soldà ed in altri che la musica eroda cavità di conchigle sedimenti il fondo del mare depositandole, tanto è insinuante il gesto pianistico di Francesco Pollon (ad esempio in ‘Mr. mcFallen Waltz’) mentre il contrabbasso di Simone Di Benedetto veleggia sicuro nell’assecondare la mano sinistra nel ritmico “remare” del piano (‘Sabba’) e il sax di Manuel Caliumi detta la rotta armonico/melodica da seguire: a partire dalla sua ‘Nemesi’ per continuare con i tracciati indicati dai compagni di peregrinaggio (‘Sara’, ‘A Smile’, ‘From A Magic Pillow Dream’ …) . Nessun uomo è un’isola, ha scritto Thomas Merton. Ma insieme possono formare un Arcipelago. (Amedeo Furfaro)

***

Via Veneto Jazz / Jando Music

La Via Veneto Jazz nasce nel 1993, quasi per caso, dall’incontro fortuito del produttore Biagio Pagano con alcuni musicisti e alcuni fonici uniti dall’esigenza comune di voler valorizzare il lavoro e la musica di molti musicisti e compositori per lo più sconosciuti fuori dell’ambiente degli addetti ai lavori. Man mano la Via Veneto conquista la stima di pubblico e critica specializzata sì da imporsi come une delle più qualificate Etichette di Musica Jazz Italiana. Purtroppo il 28 settembre 2004 l’amico Biagio Pagano lascia questa vita, cosicché la guida dell’etichetta passa al fratello Matteo Pagano che già lavorava con lui e che si è adoperato nel migliore dei modi per raggiungere gli obiettivi cui prima si faceva riferimento. Nel 2011 si verifica un evento a dir poco imprevisto ed inusuale nel mondo discografico in genere, l’inizio di una collaborazione tra la VVJ ed una etichetta nascente, la Jando Music di Giandomenico Ciaramella, personaggio eclettico e veramente appassionato, che porta nella partnership un entusiasmo e possibilità nuove, trovando in cambio una realtà che offre una storia, un prestigio e un know-how già immediatamente disponibili per conservare un riconosciuto ad alto livello, anche all’estero. Questa collaborazione ancora dura, e permette alle due etichette di costituire una delle realtà discografiche indipendenti più interessanti del Paese, conosciuta e presente anche nei mercati esteri.

Doctor 3 – “Canto libero”
Probabilmente non c’è un solo appassionato di musica al quale, in Italia, l’espressione “canto libero” non richiami alla mente il celebre pezzo di Mogol-Battisti. Ed in realtà questo CD è un nuovo, appassionato omaggio ad uno dei più grandi esponenti del cantautorato nazionale. A firmarlo un gruppo i cui fan vanno ben al di là della purtroppo ancora ristretta cerchia del jazz, i “Doctor 3” ovvero Danilo Rea al pianoforte, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla batteria. Per i tanti, tantissimi che ben conoscono il trio probabilmente non ci sarebbe da aggiungere altro se non il fatto che anche questo album si iscrive di diritto nella loro migliore produzione. Viceversa per quei quattro o cinque che ancora non avessero mai ascoltato i “Doctor 3” sarà forse interessante sapere che si tratta di un gruppo tra i più celebrati del nostro panorama jazzistico degli ultimi 20 anni. Un gruppo che forte della solidissima preparazione dei suoi componenti, può permettersi il lusso di affrontare qualsivoglia partitura e di piegarla alle proprie esigenze espressive senza perdere alcunché dello spirito originario. E ovviamente la stessa cosa si ripete con questo repertorio, in cui, eccezion fatta per tre composizioni del Trio significativamente intitolate “Doctor 01”, “Doctor 02” e “Doctor 03”, ritroviamo tutti i brani più celebrati di Lucio, da “Pensieri e parole” a “Il mio canto libero”, da “Emozioni” a “29 settembre” da “Mi ritorni in mente” a “Fiori rosa fiori di pesco”…fino a chiudere con un pezzo meno noto ma di una struggente bellezza “Umanamente uomo: il sogno”.

Rosario Bonaccorso – “A New Home”
“Da quando vivo in questa “Nuova Casa”, le sensazioni che ho avuto la fortuna di poter esprimere attraverso la musica di questo nuovo cd, rappresentano un omaggio alla vita, questo grande regalo che ci viene offerto di vivere”: sono le parole con cui Rosario Bonaccorso, bassista sessantenne, chiarisce il senso di questa nuova produzione discografica realizzata in quintetto con Fulvio Sigurtà tromba e flicorno, Enrico Zanisi pianoforte, Alessandro Paternesi batteria e Stefano Di Battista sax soprano e sax alto, compagno di mille avventure. In effetti Bonaccorso e Di Battista vantano una intesa più che ventennale avendo suonato assieme fin dal 1997 in collaborazione con artisti del calibro di Lucio Dalla, Michael Brecker, Joe Lovano, Ivan Lins e avendo inciso alcuni CD per la Blue Note con altre star del jazz come Vince Mendoza, Kenny Barron, Elvin Jones, Jacky Terrasson e Herlin Riley. Varcata la soglia dei 60, Bonaccorso, rispondendo alla sua indole di uomo gentile e riflessivo, si trova a riconsiderare gli anni trascorsi e a guardare al futuro con una nuova consapevolezza. Certo, queste sono sensazioni assai difficili da esplicitare in uno o più brani ma gli undici pezzi, contenuti nel CD tutti a firma del leader, contengono questa forte carica suggestiva sì da immaginare una sorta di filo rosso, una non banale narrazione che accompagna l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota. Il tutto porto con grande naturalezza, calore e sensibilità doti che, come si sottolineava, appartengono non solo al Bonaccorso musicista ma anche al Bonaccorso uomo.

***

We Insist! Records

WE INSIST! Records nasce a giugno del 2018 da un’idea di Maria Borghi, Nino Locatelli, Gianmaria Aprile e Pietro Bologna, con la volontà di dare spazio a progetti musicali fortemente improntati alla sperimentazione, alla ricerca e all’improvvisazione. Un progetto che si richiama al titolo dello storico album del 1960 di Max Roach: We Insist! Max Roach’s Freedom Now Suite. Il messaggio dell’etichetta è quello di insistere in tempi di crisi, di andare controcorrente, puntando sempre sulla qualità e sulla musica. Di qui la volontà di promuovere un gruppo di musicisti che pur trattando generi differenti possiedono una visione comune del fare musica; musica fatta con dedizione e pazienza, a cui dedicare tempo, scavando, ricercando. La linea editoriale della WE INSIST! non è indirizzata ad un preciso genere musicale, non è pro o contro questa o quella musica, l’ambizione è di unificare ciò che all’apparenza può sembrare diverso. Inoltre l’incontro con le altre arti è per We Insist linfa vitale, stimolando a ideare e realizzare progetti di ampio respiro, all’interno dei quali creare nuovi sodalizi. Si procede, quindi, per piccoli passi, con l’obiettivo di crescere mantenendo uno spirito di continua ricerca.

Pipeline 8 – “Prayer”
Giancarlo Nino Locatelli – “Situations”
I protagonisti di questi album, offerti in duplice versione – cd o lp – sono il clarinettista Giancarlo Nino Locatelli nella veste di esecutore e Steve Lacy in quella di autore.In effetti la quasi totalità del repertorio contenuto nei due album è dovuto alla penna del grande sassofonista scomparso nel 2004. Tuttavia c’è una differenza fondamentale tra “Prayer” e “Situations”: nel primo Locatelli suona inserito nel gruppo dei “Pipeline 8” completato da Gabriele Mitelli al flicorno contralto e alle percussioni, Sebastiano Tramontana al trombone, Alberto Braida al piano, Gianmaria Aprile alla chitarra, Luca Tilli al violoncello, Andrea Grossi al contrabbasso e Cristiano Calcagnile a batteria e percussioni, mentre in “Situations” Locatelli suona in splendida solitudine. Ad onor del vero è proprio questo secondo album che ci ha particolarmente colpiti: Locatelli evidenzia non solo una grande padronanza tecnica ma soprattutto una profonda conoscenza della musica di Steve Lacy. Qui non siamo di fronte ad una semplice interpretazione quanto ad un vero e proprio riappropriarsi della musica di Lacy facendola, in qualche modo, parte del proprio io, del proprio modo di sentire la musica. Operazione tutt’altro che semplice data la complessità dell’universo sonoro del musicista statunitense. Così non è certo un caso che nel brano “Absence” di Tom Raworth si ascoltino sullo sfondo le campane delle mucche ed i grilli, pratica non estranea alle concezioni di Lacy, che in alcuni suoi solo ha inserito in sottofondo rumori ‘altri’ come una radio che gracchiava. L’LP è corredato da tre belle foto di Steve Lacy opera di Roberto Masotti.
Ciò detto nulla toglie alla valenza dell’altro album “Prayer”, registrato dal vivo nell’ambito di Pisa Jazz nel novembre 2016. Le nove tracce evidenziano come i “Pipeline 8” siano attualmente una delle formazioni più innovative e interessanti del pur variegato panorama nazionale. Il gruppo si muove su coordinate non convenzionali, alla ricerca costante di una lettura della musica di Lacy che sia allo stesso tempo fedele all’originale ma dotata di vita propria. Di qui l’alternarsi di atmosfere notturne ad improvvisi slanci melodici, il tutto impreziosito dalla bravura dei singoli tra cui in particolare evidenza si pongono Andrea Grossi al contrabbasso e Cristiano Calcagnile alla batteria e percussioni. Anche in questo caso la musica di Lacy viene esaminata, esplorata fin nei più reconditi meandri avendo come riferimento tutto l’arco della produzione di Lacy, comprese quindi le collaborazioni con Thelonius Monk o Charles Mingus, fino agli Area di Demetrio Stratos con cui lavorò negli anni settanta.

Andrea Grossi Blend 3 – “Lubok”
Nato a Monza nel 1992, il contrabbassista Andrea Grossi guida ‘Blend 3’ un trio completato da Manuel Caliumi al sax alto e Michele Bonifati alla chitarra elettrica. L’album nasce dalle sensazioni ricavate dal leader dall’osservazione dei ‘lubok’ ovvero un tipo di stampa popolare russa diffusa nell’Ottocento, caratterizzata da una colorazione a mano con accesi colori che sovrapposta alle scene creavano una sorta di sovra-struttura astratta. Ciò per indicare come Grossi intenda riferirsi, con la sua musica, al tutte le tradizioni musicali del ‘900 alla ricerca di uno stile comunque personale. Ed in effetti i tre dimostrano di volersi addentrare su un terreno impervio avendo scelto di suonare senza batteria: quindi da un lato la mancanza di un più preciso e puntuale sostegno ritmico, dall’altro, però, la possibilità di svariare senza limite alcuno, agendo a fondo sulle dinamiche ed esplorando le sonorità del trio in un equilibrio ricercato e trovato tra pagina scritta e improvvisazione. Non a caso nelle note che accompagnano l’album viene esplicitamente detto che “Blend3 non sa quanti brani suonerà o quanto improvviserà, conosce soltanto il suo bisogno primario: prendere nuovamente vita ricercando un costante senso di unicità “. Obiettivo raggiunto? In questo album sì ma attendiamo il trio ad altre prove, ancora più impegnative. Ultima notazione tutt’altro che secondaria: molto curato e raffinato il confezionamento degli LP.

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 5)

Leo Records

(di Luigi Onori)

L’etichetta inglese Leo Records ha da poco festeggiato il suo quarantesimo anno di esistenza: il 6 giugno 2019 al londinese Cafe OTO si sono esibiti alcuni artisti che hanno, nel tempo, collaborato con Leo Feigin: Carolyn Hume, Paul May, Phil Minton, Roger Turner, Charlie Beresford, Peter Marsh. Sono una piccola rappresentanza di quanto la Leo Records ha documentato nel tempo; saltatore in alto russo – ai tempi dell’Unione Sovietica – Leo Feigin chiese ed ottenne asilo politico in Inghilterra negli anni ’70 ed iniziò a lavorare per la BBC. Nel 1979 non trovò alcun produttore per la musica che, clandestinamente, riceveva dall’Urss e decise di fondare una propria etichetta, con lo slogan “music for inquiring mind and the passionate heart”. Da allora Feigin non ha mai smesso di dare spazio ad artisti d’avanguardia americani, europei, giapponesi…in un catalogo vastissimo; fondamentale – negli anni ’80 e ’90 – fu l’opera di diffusione da parte della Leo Records dell’avantgarde jazz sovietico, che accompagnò la fine del regime e fornì un “luogo”, non solo sonoro, per molti oppositori. Un’idea della vastità, a volte entropica e dispersiva, di orizzonti dell’etichetta inglese ce la offre una delle ultime uscite del 2019, forte di cinque album.

Perelman-Maneri-Wooley, “Strings 3”
Il sassofonista tenore Ivo Perelman è uno degli artisti-pilastro nella produzione della Leo Records, almeno nell’ultimo decennio. A questo straordinario e prolifico improvvisatore di origine brasiliana, Feigin ha concesso di documentare gli incontri con tanti artisti, da cui sono scaturite alcune consolidate collaborazioni. Quella con il solista di viola Mat Maneri (altro “campione” dell’etichetta) è particolarmente solida, anche perché Perelman era da giovanissimo un virtuoso del violoncello, nella natìa San Paolo, ed ha molto registrato con strumenti ad arco. Ecco il senso della serie “Strings”, il cui terzo episodio vede anche il coinvolgimento del promettente trombettista Nate Wooley. I cinquantatre minuti di musica sono articolati in undici tracce semplicemente numerate, frutto della totale improvvisazione-esplorazione di registri sonori, intrecci polifonici, campi sonori nel senso più vasto e “contemporaneo” del termine.

Perelman-Maneri-Wooley-Shipp, “String 4”
La registrazione è posteriore di alcuni mesi, rispetto alla precedente, sempre ai Parkwest Studios di New York. Il trio si amplia a quartetto con l’importante presenza del pianista Matthew Shipp, uno dei ricercatori sonori più interessanti degli ultimi decenni, da qualche tempo un po’ in ombra. I suoi interventi accordali e solistici rendono meno aereo l’intreccio tenore/viola/tromba e Shipp porta, nella libera improvvisazione, un apprezzabile senso della forma e della misura; quasi cinquantacinque i minuti di musica, anche in questo caso suddivisi in nove parti numerate. Perelman è coproduttore della serie “strings” e suo è il “cover artwork” su opere di Tom Beckam. La libertà di esplorazione delle relazioni tra ance e “corde” si coniuga, così, con un attento controllo del prodotto discografico.

Christof Mahnig & Die Abmahnung, “Red Carpet”
Trombettista, leader e compositore di tutti i nove brani, Mahnig si muove su coordinate quasi antitetiche a quelle di Ivo Perelman. La storia-tradizione del jazz è per lui motivo di studio e creazione, recuperando elementi di carattere formale e linguistico senza, però, un processo mimetico né derivativo. La parte centrale del Cd è costituita dalla suite “Three Pictures” (circa quindici minuti) ed il trombettista dialoga in tutte le tracce con il chitarrista Laurent Metéau, il contrabbassista Rafael Jerje ed batterista Manuel Künzi. Il risultato è un album che unisce godibilità e innovazione, sfruttando il ristretto organico in modo magistrale. Il cd è stato prodotto con il supporto economico di istituzioni culturali svizzere (Lucerna).

Blazing Flame Quintet/6, “Wrecked Chateau”
La parola, la poesia (tutti i testi nel booklet) sono al centro di questo lavoro discografico che si potrebbe definire polistilistico: l’ascolto dell’iniziale “Back Into The High Tide We Go” è piuttosto esemplificativa. Tutti le liriche sono del “vocalist” (la sua è una “song poetry”, in realtà) Steve Day, supportato talvolta da Julian Dale che è anche contrabbassista e violoncellista. Il gruppo prevede inoltre Peter Evans (violino elettrico a cinque corde), David Mowat (tromba), Mark Langford (sax tenore, clarinetto basso), Marco Anderson (batteria, percussioni). Non mancano sfumature e accentazioni rock, atmosfere teatrali e riferimenti jazzistici anche nei versi (“Flaming Gershwin”). Musica aperta, porosa, mutevole, visionaria, libertaria, di artisti non più giovani ma ancora “utopistici”.

Oogui, “Travoltazuki”
Feigin riesce a spiazzarti, sempre. Il produttore definisce il gruppo un “disto-disco-trio” ed il lavoro discografico “un laboratorio di sorprese musicali che mettono insieme jazz, disco, progressive rock e improvvisazione”. Il tramite con l’etichetta d’avanguardia inglese è stato il chitarrista svizzero Vinz Vonlanthen (ha inciso più volte per la Leo, nell’ambito della musica improvvisata): ha creato un trio con il pianista/tastierista Florence Melnotte ed il batterista/percussionista Sylvian Fourier (all’occorrenza tutti usano la voce) per rileggere il sound della disco anni ’80 in una chiave assolutamente personale (“Shitimogo”; nell’interno del cd c’è anche un John Travolta “mascherato”). Operazione riuscita? In ogni caso bisogna dar atto a Leo Feigin di una grande apertura, il che non è poco per i suoi ottantuno anni (è nato nel 1938 in quella che si chiamava Leningrado).

***

Parco della Musica Records

La Parco della Musica Records è l’etichetta discografica della Fondazione Musica per Roma che dal 2004 pubblica i migliori progetti registrati all’Auditorium Parco della Musica di Roma o proposti da artisti profondamente legati ad esso. Le linee editoriali seguono la stessa ricerca e selezione che caratterizza la programmazione musicale dell’Auditorium. La Parco della Musica Records è riuscita a raggiungere in pochi anni una posizione di prestigio nel mondo discografico guadagnando consensi sempre più positivi da parte della critica nazionale e internazionale e ottenendo numerosi premi e riconoscimenti.

Franco D’Andrea – “Intervals I”, “Intervals II”, “A Light Day”
Franco D’Andrea è artista di caratura mondiale cosicché ogni suo album viene giustamente considerato un evento. Figuratevi quando di album, a distanza pochi mesi, ne escono addirittura tre. Attivo sin dai primi anni Sessanta, il pianista di Merano, come si diceva in apertura, è oggi considerato una punta di diamante del jazz globalmente inteso grazie alla sua classe, alla sua originalità e soprattutto alla sua ansia di ricerca che non conosce pause ad onta dei 78 anni suonati. D’altro canto chi lo conosce personalmente sa benissimo quanto Franco sia ancora fresco nel suo entusiasmo, gentile, disponibile, capace, suonando, di entusiasmarsi, di emozionarsi come un ragazzino alle prime armi. I primi due CD, significativamente intitolati «Intervals», evidenziano appieno quell’ansia di ricerca del pianista che si esercita sull’intervallo, ossia sulla distanza che separa due suoni, intervallo che può essere melodico o armonico. In questa puntigliosa e trascinante disamina D’Andrea è accompagnato da un ottetto di cui fa parte il suo sestetto ormai storico (Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria), ai quali si aggiungono la chitarra elettrica di Enrico Terragnoli e l’elettronica di Luca Roccatagliati, in arte DJ Rocca, elementi che risulteranno determinanti per arricchire la tavolozza timbrica del gruppo. “Intervals I” contiene la registrazione integrale del concerto tenuto il 21 marzo 2017 all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mentre “Intervals II” contiene brani registrati durante le prove per il concerto del 21…Descrivere la musica contenuta nei due album è impresa praticamente impossibile (e forse anche inutile) data la varietà di situazioni e combinazioni che l’artista propone. Comunque una qualche differenziazione – non facile da cogliere – tra i due CD esiste nel senso che il primo volume è più strutturato, in cui è abbastanza facile scorgere i diversi input che hanno contribuito a rendere così particolare e articolato il linguaggio di D’Andrea (si ascolti, al riguardo ‘Intervals 3 / Old Jazz’ e ‘Traditions N.2’). Meno omogeneo il secondo volume, ancora più aperto in quanto, come spiega lo stesso D’Andrea, contiene situazioni estreme sperimentate durante le prove ma poi non confluite nel concerto. Altro aspetto importante che viene in primo piano e che accomuna ambedue i CD è la ricchezza della tavolozza timbrica, arricchita da una sorta di “sezione elettronica”, che contribuisce notevolmente a creare un nuovo suono di gruppo.
A differenza degli altri due album, “A Light Day” è un doppio CD in cui ancora una volta Franco D’Andreea affronta la dimensione, per lui assai congeniale, del piano-solo. In programma parecchie composizioni dello stesso D’Andrea, affiancate a riletture di alcuni storici brani Dixieland. Il risultato è ancora una volta entusiasmante. Come su accennato il piano solo è per D’Andrea un contesto che lo ha già visto indiscusso protagonista. Questa ulteriore produzione discografica ci restituisce un artista semplicemente sontuoso dal punto di vista sia esecutivo sia compositivo. Chi conosce il musicista di Merano sa bene quanto lo stesso sia legato al jazz del passato pur rinnovandolo e rivisitandolo alla luce della sua sensibilità di musicista moderno. Di qui un jazz originale, in cui la ricerca sul materiale si combina perfettamente con quella sul suono e sulla combinazione di elementi derivati sia dal primo jazz sia dal free; e non crediamo di esagerare affermando che D’Andrea è uno dei pochissimi artisti al mondo capace di operare una tale sintesi giungendo a risultati sempre – e sottolineamo sempre – di assoluta originalità e di grande valore artistico.

Riccardo Del Fra – “Moving People”
“Per me, comporre vuol dire trasmettere un significato”; cosí il contrabbassista Riccardo Del Fra inizia la breve presentazione del compact “Moving People”. Trattasi di una suite che il medesimo compositore non esita a definire basata sui canoni di “motion and emotion”, movimento ed emozioni che ne determinano lo sviluppo, l’andamento, le sequenze armoniche. C’è una sottotraccia, nel lavoro commissionatogli dalla Fondazione Genshagen di Berlino, un mandato ispirato all’amicizia fra i popoli: il genere umano in marcia, il suo moto perpetuo, visto nell’attuale momento storico in cui incalza il problema dell’immigrazione con i conseguenti nodi politici da sciogliere. Del Fra assembla per l’occasione una formazione cosmopolita, in rappresentanza di cinque Paesi: ” mette insieme e dirige diversi background stilistici creando un risultato sorprendente” annota Ted Panken mentre Jen Paul Ricard, sempre all’interno della cover, ne sottolinea la bellezza del mondo melodico. Caratteristica del resto tipica anche del precedente disco “My Chet My Song”, inciso per la stessa label, in cui la componente “motoemotiva” era già presente nelle prestazioni di questo contrabbassista lirico, abituato a lavorare in profondità sulle corde per estrarne l’anima, alimentare la fantasia, impregnare in concreto l’interpretazione. La scelta dei partners pare misurata per realizzare al meglio le dieci composizioni dell’album sulla base di quanto programmato, lasciando ampio spazio ora all’improvvisazione (‘Ressac’, ‘Street Scenes’), ora all’immaginazione (‘The Sea Behind’, ‘Around The Fire’), ora alla percezione effimera (‘Ephemeral Refractions’) ora alla spinta ritmica (‘Children Walking Through A Minefield’), al dialogo fra strumenti (‘Wind On An Open Book II’), infine ad ampie aperture (‘Cieli sereni’); in un progetto che i (sette) jazzisti, artisti in cammino e musicisti “d’incontro” per definizione, applicano doviziosamente. Sono il trombettista polacco Tomasz Dabrowski, il sassofonista tedesco Jan Prax, i francesi Rémi Fox al baritono e soprano e Cart-Henry Morisset al pianoforte, e gli americani Jason Brown alla batteria e l’ospite Kurt Rosenwinkel alla chitarra. Il tema principale, “Moving People”, è di quelli che ritornano in mente per merito di una melodia delicata ed iterata che penetra, lasciando una sensazione indefinita di viaggio, intrisa di pathos intenso ed intime suggestioni. (Amedeo Furfaro)

Martux_m – “Apollo 11 Reloaded”
La musica elettronica non ci entusiasma: di qui lo scetticismo con cui ci siamo posti ad ascoltare questo album. Per fortuna le cose sono andate meglio del previsto. Intendiamoci: non è che ci abbia entusiasmato, ma siamo riusciti ad ascoltarlo sino alla fine senza problema alcuno, anzi apprezzando particolarmente i due brani in cui figura Francesco Bearzatti. Ciò perché Martux_m è artista maturo, consapevole delle proprie possibilità, che usa l’elettronica come linguaggio, come mezzo di comunicazione al di là di qualsivoglia intento edonistico. Come si può facilmente evincere dal titolo, il progetto nasce in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dello sbarco del primo uomo sulla luna. Assecondando la sua straordinaria fantasia, Martux_m ha inteso, attraverso la sua musica, descrivere le varie fasi della missione Apollo 11, dalla partenza con il primo brano “Lift Off”, al rientro sulla terra con l’ultimo brano “Return”. In mezzo, tra l’altro, due brani particolarmente legati a quello specifico periodo storico: “Us and them” dei Pink Floyd tratto dall’indimenticabile “The dark side of the moon” e “Space Oddity” di David Bowie. In apertura accennavamo alla maturità artistica di Martux_m e a conferma di ciò da segnalare la validità dei collaboratori che il musicista ha scelto per questa nuova impresa discografica: sul piano dell’organico ecco inseriti Giulio Maresca all’elettronica in tutti i brani e il sax di Francesco Bearzatti in “Us And Them” e “Space Oddity”. Ma non basta ché ritroviamo Danilo Rea in veste di compositore dell’ultimo brano “Return”, e arrangiatore (nei due brani in cui si ascolta Bearzatti), il compositore cinematografico Pasquale Catalano (autore di “Sightseeing on the Moon”). Il risultato è, come si accennava, più che soddisfacente, in grado, cioè, di farsi ascoltare da un pubblico che va al di là dei soli appassionati di elettronica.

Fabrizio Sferra, Costanza Alegiani – “Grace in Town”
Conosciamo Fabrizio da qualche decennio, da quando cominciò ad interessarsi di jazz suonando nel ‘West Trio’ assieme al fratello Aldo, eccellente chitarrista. E siamo stati tra i primissimi giornalisti a notarlo e farlo conoscere al popolo del jazz. Di qui il nostro stupore quando ci siamo trovati fra le mani questo album in cui Fabrizio ha abbandonato bacchette e spazzole per reinventarsi compositore e interprete canoro di dieci nuove composizioni da lui stesso scritte con i testi della compagna di viaggio Costanza Alegiani (cui si è aggiunta nel brano di chiusura Sarah Victoria Barberis). Ma perché questo cambio di rotta così radicale? L’album, spiega Sferra in una recente intervista “nasce dalla voglia di riprendere una pratica abituale della fanciullezza e dell’adolescenza (prima cioè di cominciare a dedicarmi, all’età di diciotto anni, allo studio della batteria e all’avventura del jazz, sviluppata poi in questi ultimi quarant’anni), quella cioè del cantare e scrivere canzoni. Quindi è nato, a livello musicale, come un gioco: il ritrovarsi intimo con una vecchia, semplice passione: mettere insieme il canto di una linea melodica con degli accordi, e lasciarsi trasportare nello sviluppo di una forma”. Risultato: un album delicato, a tratti coinvolgente, in cui l’anima jazzistica di Fabrizio Sferra si fonde con la voce di Costanza Alegiani a disegnare un’oretta di buona musica impreziosita da un organico orchestrale di tutto rispetto con Alessandro Gwis al piano e tastiere, Francesco Diodati alla chitarra elettrica, Francesco Ponticelli al basso e Federico Scettri alla batteria in sei dei dieci brani in programma (negli altri alla batteria torna Sferra). Ben calibrato è anche il ricorso all’elettronica che conferisce al progetto un sound assolutamente attuale attraversando territori i più svariati: dal rock al blues, dal moderno allo sperimentalismo, il tutto mantenendosi ad una certa distanza da quel linguaggio jazzistico da cui Sferra proviene.

***

Poll Winners Records

E’ un’etichetta specializzata nelle riedizione in CD di molti titoli che possiamo considerare dei veri e propri classici della storia del jazz, titoli che si sono meritati le ‘cinque stelle’ nelle recensioni di “Down Beat”. Caratteristica di queste riedizioni l’aggiunta, oltre all’album originale, di contenuti extra.

Duke Ellington – “Ellington Uptown • The Liberian Suite • Masterpieces By Ellington”
Ancora un doppio cd di grande valore storico; vi ritroviamo tutte le registrazioni effettuate durante le sessioni da cui sono stati tratti gli album di Duke Ellington: “Ellington Uptown” (Columbia ML4639 / CL830), “The Liberian Suite” (Columbia CL848) e “Masterpieces by Ellington” (Columbia ML4418). In particolare “Ellington Uptown” era stato originariamente pubblicato in due diverse versioni, la prima contenente anche “The Harlem Suite” e la seconda con al posto della “Harlem Suite” la “Controversial Suite”. “The Liberian Suite” è stata prima pubblicata come un LP 10 pollici e poi come LP 12 pollici con l’aggiunta di “The Harlem Suite”. Tutte queste registrazioni sono riunite qui con l’aggiunta di un brano (“Come on Home”) che completa le sessioni di “Ellington Uptown”, e quattro rare versioni alternative de “The Liberian Suite” registrate nel corso della stessa sessione. Come ulteriore bonus una versione del brano “The Tattooed Bride” registrato dal vivo alla Carnegie Hall il 13 novembre del 1948. Chi conosce la musica del “Duca” sa che ci troviamo dinnanzi ad una delle migliori formazioni assemblate da Ellington, con tutti i migliori solisti in primo piano, da Cat Anderson a Clak Terry, da Juan Tizol a Britt Woodman, da Russell Procope a Johnny Hodges … tanto per citarne alcuni. La musica è semplicemente straordinaria: non a caso su questi pezzi di Ellington sono stati versati fiumi di inchiostro. Si pensi solo a “The Harlem Suite” ovvero “A Tone Parallel To Harlem” una composizione di 14 minuti in cui Ellington supera i confini del jazz propriamente inteso per assurgere a livelli di assoluta grandezza, al di là di qualsivoglia genere.

Dizzy Gillespie, Charlie Parker – “Diz ‘n’ Bird. The Beginning”
L’album “Diz ‘n’ Bird – The Beginning” (Roost-SK-106) venne pubblicato nel 1959, cinque anni dopo la morte di Charlie Parker, e conteneva rare registrazioni degli albori del bebop. L’album riuniva alcune registrazioni provenienti da un concerto in quintetto del 1947 di Parker e Gillespie alla Carnegie Hall (con John Lewis al piano, Al McKibbon al basso e Joe Harris alla batteria), e da un concerto del quintetto di Gillespie del 1953 alla Salle Pleyel di Parigi (con Bill Graham sax baritono, Wade Legge piano, Lou Hackney basso, Al Jones batteria, Joe Carroll e Sarah Vaughan voce) accoppiandole con registrazioni di Bird per la Dial del 1947 (con Miles Davis, J.J. Johnson trombone, Duke Jordan piano, Tommy Potter basso e Max Roach batteria). Questa nuova edizione in doppio cd include il concerto completo alla Carnegie Hall del 1947, più l’intero concerto alla Salle Pleyel, insieme alle tracce di Dial incluse nell’LP originale; come bonus sono state aggiunte delle registrazioni radiofoniche effettuate al club Birdland nel 1951 dai due in sestetto con Bud Powell piano, Tommy Potter basso, Roy Haynes batteria e Symphony Sid Torin alla conduzione radiofonica). Basterebbero queste semplici elencazioni per capire che si tratta di un album che tutti gli appassionati di jazz dovrebbero possedere. In effetti, oltre al valore storico, si tratta di registrazioni che illustrano tutta la carica dirompente di questi straordinari musicisti che a metà degli anni ’40 irruppero in un panorama jazzistico fino ad allora dominato dalle orchestre swing. Ed è davvero opportuno, consigliabile un ascolto attento soprattutto da parte dei più giovani che si avvicinano al jazz saltando a piè pari i primi 50 anni di questa straordinaria musica.

Django Reinhardt – “Djangology”
Django Reinhardt fu non solo uno dei più grandi jazzisti del secolo scorso, ma per lunga pezza l’unico musicista europeo in grado di competere ad armi pari con i colleghi d’oltre oceano. Il suo stile chitarristico, in effetti, era influenzato molto più dalle correnti europee che non dagli input che avevano formato e fatto crescere il jazz statunitense. Ricordiamo, al riguardo, il celeberrimo quintetto dell’Hot Club di Francia costituito nel 1934 da Django con il violinista Stephane Grappelli, anch’egli europeo. Tutto ciò risalta evidente anche da questo album che contiene innanzitutto il completo lp “Djangology” registrato nel 1949 da Reinhardt e Grappelli a Roma con una sezione ritmica locale con Gianni Safred al piano, Carlo Pecori al contrabbasso e Aurelio De Carolis alla batteria. L’album venne pubblicato dalla RCA Victor nel 1961, quindi dieci anni dopo la scomparsa del chitarrista. Adesso questo CD riporta in luce il “vecchio” lp con l’aggiunta, come bonus, di dodici tracce tratte dalle stesse sessioni del 1949. Quanto alla qualità della musica c’è veramente poco da aggiungere. Anche se accompagnati da una sezione ritmica con cui non avevano molta dimestichezza, chitarrista e violinista esplicano appieno la loro arte con una intensità e una passione che ancora oggi colpiscono a 70 anni dalla loro registrazione. Ritroviamo, così alcuni capolavori assoluti quali “Minor Swing” che non a caso apre il CD, “The Man I Love” che altrettanto non casualmente lo chiude, e poi in mezzo “Lover Man”, “Swing 42”, “Daphné”…Insomma un album che sicuramente non stupirà chi già conosce questo straordinario artista ma che aprirà orizzonti fin ora sconosciuti a quei tanti giovani che mai hanno ascoltato qualcosa di Django Reinhardt.