Il volume curato da Jason Weiss

Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Conversazioni con
Steve Lacy
Edizioni ETS
A cura di: Jason Weiss
Traduzione di Frabcesco Martinelli
Pagine: 330; € 28,00

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Ecco un volume di cui consiglierei la lettura non solo agli appassionati di jazz ma a quanti, in linea più generale, si occupano di giornalismo e comunicazione. Il perché è presto detto: si impara molto su come condurre un’intervista. E al riguardo consentitemi un ricordo personale; nei primissimi anni ’70 facevo il praticante presso un quotidiano economico (all’epoca le scuole di giornalismo erano sostanzialmente inesistenti e si diventava professionisti solo attraverso un contratto di “praticantato” di 18 mesi e il successivo esame di stato). Ebbene, quando il mio caposervizio mi mandava ad intervistare personaggi del mondo imprenditoriale e sindacale, mi raccomandava sempre tre cose: a) documentarmi il più possibile sul personaggio che andavo a sentire e sulle relative materie di competenza; b) preparare una scaletta modificabile a seconda delle risposte ricevute; c) mai dimenticare che l’intervista è fatta per avere l’opinione dell’interlocutore non per evidenziare la propria preparazione. Ebbene, nel corso degli anni, questi basilari principi, anche nell’universo musicale, sono stati completamente dimenticati e spesso leggiamo interviste in cui, paradossalmente, l’intervistatore parla più dell’intervistato.
Tutto ciò non accade nel libro in oggetto. Vi troviamo, infatti, trentaquattro interviste che coprono l’intero arco della carriera di Steve Lacy, dal 1959 al 2004, apparse in riviste di jazz americane ed europee ma anche inedite; ebbene la maggior parte di queste interviste sono ben fatte, ben condotte e soprattutto si raggiunge l’obiettivo desiderato: illustrare al meglio la straordinaria evoluzione della carriera e del suo pensiero musicale.
Anche perché attraverso le brevi introduzioni ad ogni singola intervista è possibile ripercorrere la carriera dell’artista. Senza trascurare, in questa edizione italiana, l’intelligente e competente opera di traduzione operata da Francesco Martinelli.Ciò detto, va sottolineata l’importanza dell’opera da un altro punto di vista e cioè l’aver puntato i riflettori su un personaggio il cui ruolo è stato basilare – e non sempre adeguatamente valorizzato – nell’evoluzione del linguaggio jazzistico e soprattutto nella definitiva affermazione di uno strumento quale il soprano. Non c’è dubbio alcuno, infatti, che Lacy sia da considerare il più importante “sopranista” che il jazz abbia conosciuto, uno strumentista che da un ha influenzato lo stesso John Coltrane, dall’altro ha saputo legare la tradizione alla modernità, al free. Non è un caso che Lacy abbia cominciato a suonare come musicista jazz tradizionale evidenziando una profonda influenza del  Bechet  anni Trenta cosicché nei primi anni Cinquanta ha lavorato con i campioni del genere ancora attivi. Poi l’incontro prima con Cecil Taylor, poi con la musica di Monk e tutto cambia: il suo universo di riferimento diventa altro e per anni Lacy approfondisce in ogni più recondita piega la musica di Thelonious. A questo punto inizia un periodo fondamentale nella vita di Lacy: Steve lascia l’America e si trasferisce in Europa, a e poi, per oltre trent’anni, a Parigi. Nel frattempo porta a livelli altissimi la padronanza strumentale e quindi la possibilità di esprimersi attraverso il soprano. Questo lo porta a suonare nei contesti più disparati collaborando con attori, poeti, danzatori e musicisti di ogni provenienza stilistica e geografica. E proprio attraverso queste interviste scopriamo quanto profonda sia la cultura di Lacy, quanto chiare fossero le sue idee sulla pittura, sulla danza, sulla letteratura… sul ruolo del musicista nella moderna società. Fondamentale l’incontro con Irene Aebi che ben presto sposerà e con la quale potrà dare libero sfogo alla sua passione per la canzone e all’utilizzo della voce in modo così atipico, singolare.
Il volume è a cura di Jason Weiss, studioso di letteratura americana ed egli stesso scrittore; Weiss ha accuratamente scelto le interviste cercando di evitare le ripetizioni in modo da far emergere la voce di Lacy; inoltre in una breve introduzione lo stesso Weiss tratteggia la figura dell’artista.
A completare il volume, una breve introduzione alla edizione italiana scritta da Francesco Martinelli, alcuni lavori dello stesso Lacy (spartiti, scritti) , un’appendice all’edizione italiana con altre due interviste, un beve un intervento di Arnold l. Davidson e soprattutto una discografia ragionata compilata da Roberto Ottaviano, oggi considerato uno dei più grandi interpreti della musica di Lacy e non solo a livello europeo. Interessante anche il corredo iconografico. Insomma un volume da non perdere che tra l’altro si legge con grande facilità grazie all’ottimo italiano del già citato Martinelli.

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