Un festival storico, sempre multiforme e suggestivo

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Parole di Daniela Floris
Foto di Carlo Mogavero
Giro da un po’ di anni per Festival Jazz un po’ in tutta l’Italia, mai quanto vorrei. Ogni Festival si caratterizza per aspetti particolari, dovuti alla personalità degli organizzatori, alle caratteristiche del territorio, a molti altri fattori che ne determinano “l’anima” .
Ad Ivrea, l’Open Papyrus Jazz Festival è sempre stato multiforme: la musica si intreccia con altre arti, in particolar modo con la danza, ma anche con letture, mostre fotografiche, dibattiti, degustazioni di specialità del territorio. E la stessa musica è sempre presentata nelle sue forme più varie: il Jazz è il minimo comune multiplo, ma nella sua varietà più ampia. Dal grande Jazz – evento con le star del Jazz italiano (la terza serata il Teatro Giacosa era sold out per il concerto di Paolo Fresu con il suo Devil Quartet e per l’atteso e immancabile appuntamento con Odwalla, il gruppo di percussioni che ad ogni edizione si presenta con arrangiamenti diversi, ospiti diversi, e non è mai lo stesso), al Jazz di stampo più estroso e se vogliamo alternativo (come quello andato in scena all’ Oratirio Santa Marta con Carlo Actis Dato ed Enzo Rocco ) . A quello più intimistico e vibrante, come quello di Daniele Di Bonaventura, che ha incantato il pubblico con il suo solo di fisarmonica, senza che manchi mai il divertimento di alto livello, quale quello che hanno garantito Roberto Gatto e con la loro reinterpretazione dei giganti Mingus, Hendrix e Zappa.
Una volontà precisa di non chiudersi ad un solo tipo di musica: questa è a cifra del direttore artistico Massimo Barbiero, che ancora una volta ha saputo creare un cartellone suggestivo non solo di suoni ma anche di immagini, parole e movimenti. Cito lo stesso Barbiero “….. ci spinge a continuare ad organizzare, costruire, mettere insieme idee … un senso di responsabilità che, attraverso la , ci obbliga a fare i conti con ciò che siamo e con ciò che lasceremo dietro di noi. E’ una responsabilità poiitica, lo è sempre – che piaccia o meno – e va accettata, per quanto pesante essa sia”:
Eppure di pesante non c’è stato nulla in questo festival variegato e ricco di eventi, che vi descriverò per serate cominciando dalla prima.

Giovedì 23 marzo

Ivrea
Oratorio di Santa Marta, ore 21:30

Tre quadri coreografici sulle musiche del cd Mantis
Coreografie: Francesca Galardi, Cristina Ruberto, Giulia Ceolin, delle scuole di danza Arabesque, Accademia, Baobab.

Il Festival si apre non a caso con lo spettacolo coinvolgente offerto dalle scuole di Danza di Ivrea. Io non so scrivere di danza, non ne ho la preparazione. Ma vi posso dire che ho assaporato coreografie affascinanti sottolineate da luci seducenti, suoni, piccole parti recitate, atmosfere rarefatte, o malinconiche, o leggiadre, o aggraziate o angoscianti, un po’ teatro greco, un po’ danza rituale: un vincolo profondo con la musica ma anche un legame affascinante con il territorio eporediese, nonostante la dimensione onirica di molti suoni e di gesti magicamente espressivi, e certamente universali.  Ma ogni luogo del mondo può diventarne il centro. In questo è l’universalità della danza e della musica.
Così come è espressiva la musica di Mantis, album in solo di Massimo Barbiero, colonna sonora di uno spettacolo che ha incantato la platea che gremiva la Sala Santa Marta, chiesa sconsacrata del XV secolo, location già di per sé fortemente suggestiva.

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Ore 22, Carlo Actis Dato ed Enzo Rocco duo: Il Jazz estroso e contaminato

Carlo Actis Dato: sax e clarinetto
Enzo Rocco: chitarra elettrica

Carlo Actis Dato e Enzo Rocco nel loro concerto propongono quasi un diario dei loro viaggi, che lasciano sempre un segno profondo ed evidente nella loro musica.
Un concerto festoso, energico, improntato su un’espressività immediata resa dalla timbrica particolare: il clarinetto basso, il sassofono baritono nel loro intrecciarsi con la chitarra elettrica, e nel loro particolare impasto complessivo per la particolare acustica della Sala Oratorio Santa Marta, hanno una loro resa gioiosamente deflagrante.
Venti anni di sodalizio, di concerti, di luoghi visitati, si tramutano in un dialogo musicale disinvolto, scorrevole, che si snoda agevolmente tra obbligati precisi e divertenti e un’ improvvisazione volutamente provocatoria e funambolica. Sempre – ed è questa la cifra, piacevole e piuttosto rara nel Jazz – di una ironia ed autoìronia notevoli.
Reminiscenze balcaniche, o sudamericane, o orientaleggianti non sono riproposte didascalicamente, ma filtrate e metabolizzate dalla personalità spiccata di due musicisti che si divertono moltissimo a fare musica in maniera eclettica, garantendo un concerto brillante, divertente, energico ma anche suggestivo.
L’ aspetto ritmico è fondamentale, pur non essendoci né né percussioni: quando occorre un ritmo sincopato ed incalzante entrambi sanno improvvisarsi percussionisti, a turno, utilizzando i fraseggi ed i timbri più estremi dei loro strumenti, gli accenti, le dinamiche, i silenzi, persino.
Il clarinetto basso quando Actis Dato utilizza il fiato continuo ci riporta alle sonorità del canto armonico tibetano, e il suo intreccio con la chitarra in alcuni punti diventa invece quasi contrappuntistico, pur trattandosi di improvvisazione libera.
Piccoli patterns reiterati dall’uno sono base di giochi dell’altro: due musicisti a tratti dissacranti, a tratti istrionici, sempre divertenti. Una comunicativa pazzesca, e dunque, meritatissimi applausi di un pubblico coinvolto “dentro” la musica dal primo all’ultimo minuto.

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