Vi spiego… il basso elettrico: Danilo Gallo

Danilo, tu suoni il basso elettrico e il contrabbasso. La nostra intervista verterà sul basso elettrico, ma mi dovresti anche spiegare quale dei due strumenti senti più legato alla tua capacità espressiva.

E’ una domanda a bruciapelo! Me la sono posta anche io, e ho cercato di rispondere proprio utilizzando l’uno o l’altro a seconda del tipo di musica che mi trovavo a dover suonare. Mi sono reso conto sul campo di quale fosse lo strumento più consono in determinate situazioni. Ancora adesso non ho chiarissimo in assoluto quale tra il basso elettrico ed il contrabbasso sia quello più adatto alla mia espressività: dipende sicuramente dalla musica. Anche perché sono innamorato tanto del mondo acustico e quindi del mondo in cui il contrabbasso è più a suo agio, che di quello elettrico: ma non ho schemi a riguardo. Mi piace scambiare i ruoli, e i due mondi.

E di tutti gli strumenti, perché il basso elettrico?

Mah, come quasi sempre succede quando si comincia a studiare uno strumento è successo per caso. In realtà io nasco come chitarrista: dopo una piccolissima parentesi di flauto ho intrapreso seriamente lo studio della musica, seriamente perché avevo un maestro, e lo strumento era appunto la chitarra classica. Entrai anche in conservatorio, ma scappai subito, non riuscivo a sopportarne l’ambiente. Per di più all’epoca ero anche un po’ tra il metal e il punk, non mi trovavo bene.
Avrei voluto suonare la chitarra elettrica in un gruppo: se non che a scuola, parliamo della seconda o terza media, con i compagni di classe componemmo una band. A dire il vero nessuno di noi ancora suonava veramente uno strumento: si sognava, si ascoltava musica. Uno di noi era tastierista, un altro aveva già deciso di prendere lezioni di batteria, ed era il mio migliore amico. Un altro aveva già la chitarra elettrica. Rimaneva un ruolo scoperto, il bassista. Mio nonno mi regalò 50000 lire e io comprai un basso elettrico riuscendo ad avere anche uno sconto, quindi lo pagai 48000 lire, di una marca improbabile, Kasuga, che è stato il mio primo basso elettrico, e con quello iniziai a suonare nella band. Chiedetti in prestito un amplificatore che non era un vero amplificatore, era un Philips che aveva si utilizzava anche per l’ascolto di audiocassette: in pratica ho cominciato come “tappabuchi”.

Quando hai capito che per vivere avresti fatto il musicista?

In realtà è una domanda a cui non saprei rispondere nettamente. Tutt’oggi mi chiedo quando diventerò musicista pur essendolo, in fin dei conti. Questo perché, forse, il sogno che avevo da ragazzino è ancora intatto, e quasi a volte non mi rendo conto che a piccoli tasselli si sta realizzando. Non ricordo in maniera nitida quando io abbia deciso di intraprendere la professione: è avvenuto quasi per caso, giorno dopo giorno, ma sicuramente ricordo come se fosse ora i sorrisi di mia mamma che annuiva ai miei primi concerti in luoghi prestigiosi. Forse è iniziato tutto lì.

Ora però mi dovrai dire qualcosa su questo strumento, che è uno strumento elettrofono.

Si è uno strumento elettrofono, termine importante per dire elettrico, nella famiglia degli elettrofoni esiste anche questo strumento, che è il basso elettrico. Elettrico perché ha dei pickups che catturano la vibrazione delle corde e anche della cassa, quindi del legno, lo trasferiscono ad un circuito elettrico attraverso un cavo e un jack che viene poi portato ad un amplificatore che infine ne fa uscire il suono.

Come si chiama questo tuo strumento?

Basso VOX Cougar semi hollow

Questo è un Vox , il modello è Vox Cougar ed è un basso elettrico, perché ha un circuito elettrico, ma è un basso che in inglese si definisce semi hollow bass, in quanto ha la cassa vuota, scavata. Hollow  in inglese, letteralmente, significa “scavato”. E’ quindi un basso per metà acustico e per metà elettrico. La cassa come vedi ha le f intagliate come un contrabbasso o come un violino, ed è aperto dentro, ha una camera acustica. Il corpo dunque è vuoto, a differenza di quello di un basso completamente elettrico, senza camera, che dentro è pieno. Il semi hollow (semi acustico) ha una cassa di risonanza, risuona un po’ di più. Esistono anche bassi semi hollow che hanno la camera ma non hanno le f e a vederli sembrano completamente elettrici, ma hanno un suono molto diverso.

Di che materiale è fatto un basso elettrico?

E’ costruito con un insieme di legni, diversi a seconda che venga costruita la cassa di risonanza, il manico o la tastiera. Nel caso del mio basso non saprei dirti di che legno sia, è uno strumento degli anni 70 di cui si hanno pochissime notizie.La tastiera, questa nera, so essere di ebano. In genere le tastiere sono di ebano o di palissandro.

Di quante parti è composto un basso?

Ci sono parti strutturali e parti elettroniche ovviamente. Quelle strutturali sono il corpo, il manico e la tastiera. La tastiera è applicata sul manico.
Il proseguimento del manico si chiama paletta, sulla quale si trovano le meccaniche, che avvolgono le corde e le tirano per accordarle.

Paletta e meccaniche

Poi abbiamo il ponte, il tirante, e in questo caso il tirante è come quello del contrabbasso. Il tirante è molto flessibile, e influisce molto sul suono. Contribuisce ad una risonanza sonora particolare.Ci sono bassi elettrici semiacustici che, come tutti i bassi elettrici,  non hanno il tirante, ma hanno semplicemente il ponte nel quale le corde entrano e vengono agganciate.

Ponte e Tirante

Le parti elettroniche sono date da un circuito elettronico regolato da potenziometri, che servono a regolare i volumi, e da pickups.

Cosa sono i pickups?

I pickups, termine tecnico, fondamentalmente sono microfoni. In questo caso sembra un insieme di quattro viti, che sono in realtà dei sensori. Come vedi ce ne è uno sotto ogni corda. La loro funzione è quella di reagire alla vibrazione della corda. Ma a suonare non è solo la corda: ci sono anche la cassa, il manico. Lo strumento vibra tutto, a partire dalla paletta.

Pickup al ponte

I pickups (il mio basso ne ha due, uno vicino al ponte uno vicino al manico) sono splittabili, ovvero si possono usare passando il segnale da uno all’altro attraverso una levetta: se la abbasso uso solo il pickup al ponte, che ha un suono un po’ più brillante, più metallico, meno corposo. Se la sollevo uso solo il pickup al manico che ha un suono più rotondo. Se la posiziono a metà uso entrambi i pickups, e in questo particolare caso posso miscelare, mixare, aumentare più uno o più l’altro, usando i potenziometri proprio come se fossero dei mixer.

Pickup al manico e Levetta – split

Ogni potenziometro è riferito ad un pickup?

Si ognuno è riferito ad un pickup. Ho quattro potenziometri, due per ogni pick up. Ogni pickup, infatti, ha un volume e un tono:  il tono “equalizza” il suono agendo sulle frequenze alte, dando un suono più acuto e brillante, e questo si può fare per ognuno dei 2 pickups. Posso miscelare i toni “in corsa”, a seconda dei brani che sto suonando e della necessità che mi si presenta.

Potenziometri

So che esistono due tipi di manici, a secondo di come vengono montati sul corpo del basso. Volevo sapere che influenza ha sul suono che il manico sia dentro o sopra il corpo.

Sì, esistono due tipi di manici. Ci sono bassi elettrici che vengono costruiti con un unico pezzo di legno: dunque il manico non viene applicato dentro al corpo in un secondo momento. Posso immaginare che la potenza sonora sia maggiore, poiché lo strumento vibra contemporaneamente, senza interfaccia, senza interruzioni. Può però presentare delle problematiche: ad esempio il manico potrebbe imbarcarsi, subire delle oscillazioni dannose, ed in quel caso diventa difficile riportare lo strumento alle origini.
Nel mio strumento, che, abbiamo detto, è un po’ particolare, il manico è un pezzo fatto a parte ed inserito poi nel corpo. Come vedi qui c’è una specie di vite, che si chiama truss rod.

Truss rod (vite tra pickup e manico)

Praticamente stringendola o allargandola tiri il manico, che si muove. Un bravo liutaio può dunque intervenire per sistemare qualsiasi problema legato al manico, specie in strumenti un po’ vecchiotti come questo che subiscono nel tempo molte oscillazioni. La truss rod serve anche a calibrare il manico, poiché, lavorando sul manico, si lavora anche sul ponte, ovvero sull’action, la distanza delle corde dal manico, che determina la maneggevolezza e la duttilità dello strumento mentre lo si suona: ma di questo magari parliamo più avanti.

In alcuni bassi vedo dei tasti, come in questo, e in altri invece non ci sono. E’ così?

E’ così. Il basso elettrico nasce con i tasti, a differenza del contrabbasso. Fondamentalmente doveva sostituire il contrabbasso in band che diventavano sempre più rumorose, parliamo del rock and roll: ci voleva uno strumento elettrico, dal suono più potente. I tasti garantivano una intonazione perfetta. Per l’intonazione si agisce anche con la regoletta del ponte.
Successivamente è nato lo strumento fretless, senza tasti. Il basso fretless è uno strumento dal suono totalmente diverso. Il suono vorrebbe emulare un po’ quello del contrabbasso. A dire il vero io non penso mai al basso elettrico come sostituto del contrabbasso. Non lo porto con me “per comodità”, perché ingombra meno. Hanno magari la stessa funzione ma caratteristiche completamente diverse.
Il tentativo di sostituzione è fallito fino a quando non è arrivato Jaco Pastorius, musicista a me non così affine, ma che innegabilmente,con il suo Fender Jazz e la sua personalità, lo ha reso uno strumento importante, pesante, non certo la copia di un contrabbasso.

Mi indichi, invece, nomi di bassisti importanti per il basso con i tasti?

Ce ne sono tantissimi, la vera risposta che dovrei darti è “non lo so “, anche se ne conosco davvero molti. A partire dal rock: John Paul Jones dei Led Zeppelin, con un suono ciccione, senza fronzoli, davvero pazzesco. Musicista rock, perché ovviamente il basso elettrico ha la sua grande letteratura più nel rock che in altri generi musicali. E poi Sting, che suona il suo Fender con il plettro, e, nel Jazz, Stanley Clarke ma tanti altri ancora.

Quanti tasti ci sono in un basso elettrico?

Non è un numero fisso, dipende anche dal diapason, che varia: ci sono strumenti che lo hanno più lungo altri più corto. Comunemente da 20 a 24 tasti.

E qui ti fermo, naturalmente: cosa è il diapason?

Il diapason è, come nel contrabbasso, la distanza che intercorre tra il capotasto e il ponte. Ci sono bassi a scala corta e bassi a scala lunga: quelli a scala lunga hanno i tasti più larghi e così il diapason si allunga, hanno il manico più lungo, e arrivano ad avere anche 24 tasti. Nel suono non cambia niente, cambia la possibilità invece che hai nello strumento di suonare note più acute, l’estensione, la maneggevolezza. A me personalmente non ha mai interessato suonare note acute, o perlomeno non ho approfondito questo aspetto. Il mio strumento è uno strumento a scala corta, short scale, piccolino: poi ne ho altri, per esempio ho un Rickenbacker , che è uno strumento elettrico enorme: quando lo suoni devi allargare le braccia come Gesù Cristo sulla croce.
Parliamo sempre di bassi a quattro corde.

Basso elettrico Rickenbacker

In effetti noi siamo abituati a pensarlo a 4 corde il basso, ma esiste a 6 corde e anche in tantissime altre varietà. In quante varietà?

Ce ne sono tantissime, poi negli ultimi anni si sono sviluppate anche varianti delle varianti. Senza voler denigrare, sono strumenti belli, ma un conto è suonare un basso, un conto suonare un’arpa. Sono strumenti che bassisticamente non riesco a concepire.
Il primo basso elettrico nasce a 4 corde perché prosegue la storia del contrabbasso, e sono già tante: io a casa ho uno strumento che monta due corde e mi piace tantissimo , ci sono addirittura anche strumenti monocorda.
Ufficialmente il basso è a quattro corde o a cinque, a cinque può avere la corda grave, oppure quella acuta. Nel caso di quelli a 6 corde generalmente si ha sia la corda grave che quella acuta, in aggiunta.
Diciamo che in molta musica pop moderna il basso a cinque o sei corde è molto usato, molto importante. Quando facevo dei tour pop, usavo il basso con la quinta corda grave. La preferisco grave. A me piace il magma, un suono vibrante, magmatico, che venga da sotto, come la lava di un vulcano, il basso per come lo concepisco io deve bollire sotto, essere sulfureo. Le note gravi sono quelle che mi intrigano.

Chitarra Basso Fender VI ( a sei corde)

 


Ci dici quale è la sequenza delle note per l’accordatura del basso?

E’ per quarte ascendenti a partire dal basso: per il basso a quattro corde mi – la – re – sol, per quello a cinque corde si – mi – la – re – sol se è stata aggiunta la corda grave, mi – la –re – sol – do se è stata aggiunta la corda acuta, per quello a sei corde si – mi – la – re – sol – do . Ma ad esempio, nella chitarra basso nella foto qui sopra la sequenza è mi – la – re – sol – si – mi. 

Di che materiale sono fatte le corde?

Le corde del basso elettrico sono fatte di metallo, termine generico per indicare un insieme di possibilità, ad esempio di acciaio (più brillanti) o nichel (piu rotonde e morbide). Ma molti sono allergici al nichel e dunque ci sono delle leghe che sono nichel free, o si usano anche fibre sintetiche. Per strumenti acustici si usano anche corde di nylon, o budello. Io utilizzo corde in carbonio. A dire il vero, tempo fa non sapevo nemmeno che tipo di corde utilizzassi sul mio basso: le compravo perché erano economiche, sinceramente. Invece la corda può avere un suo ruolo importante, non tanto per il suono in sé, quello dipende in grandissima percentuale dal musicista, quanto per l’elasticità, la leggerezza, la tensione. Ho scoperto di avere, per il mio modo di suonare, un’esigenza particolare: la corda rigida mi impedisce di suonare come voglio. Le corde in carbonio sono molto morbide. Qui entra in gioco il bending, ovvero l’alzare la corda. E’ una caratteristica chitarristica, che a me serve, espressivamente. La corda in carbonio mi permette questo, e anche al tatto mi piace di più.

Parlando di corde devo chiederti di spiegarmi cosa sia l’action. Perché è importante?

L’action è la distanza che intercorre tra la corda e la tastiera. Più ampia è la distanza tra corda e tastiera più la cavata è maggiore, più la corda ha la possibilità di vibrare nello spazio e nel tempo. E’ importante perché più l’action è alta più hai volume, come nel contrabbasso.
Se la corda è molto vicina alla tastiera il suono si chiude subito: a me non piace molto, né nel contrabbasso né nel basso elettrico, quindi il mio action è di solito abbastanza altino, e lo ottengo regolando il ponte, mettendo il manico perfettamente in linea. Nel ponte, vedi, ci sono delle viti. Io posso alzarlo tutto, ma posso agire anche sulle singole corde: ogni corda come vedi è posizionata su un binario, o canale. Ogni canale (o selletta) è regolato da una singola vite: dunque se io voglio il mi più o meno alto agisco sulla sua vite. Le viti regolano le sellette.

Sellette

A seconda di quanto le alzi o le abbassi si regola l’action. Aggiungo che più è alto l’action, più tecnicamente diventa difficile suonare lo strumento. In effetti mi complico un po’ la vita.

C’entra qualcosa con l’attacco?

No. L’attacco è quel momento che intercorre tra la nota che pizzichi o che splettri, e il momento in cui la percepisci, il che avviene in una frazione di secondo. La cosa che ti arriva prima di uno strumento è quella punta, detta attacco: poi ti arriva la nota.
E’ come quando tu con una bacchetta percuoti un piatto nella batteria: prima senti la bacchetta e poi il suono del piatto. E’ quella frazione di secondo.

Dunque a seconda di come è costruito il ponte lo strumento cambia molto?

Esistono anche strumenti senza ponte, in cui le corde partono dalla base. Dal punto di vista del suono, il ponte sicuramente deve essere fissato bene, deve essere stabilissimo. Ci sono ponti di metallo come questo, o di legno, anche.

Parliamo delle tecniche differenti per suonare il basso. Non so, mi viene in mente Marcus Miller e lo slap….

Ci sono tecniche che servono a produrre timbri ma anche un suono diverso, una risposta dello strumento diverso, un attacco diverso. Le tecniche sono svariate. Lo slap è una tecnica percussiva fondalmentalmente della mano destra. Slap significa schiaffo. Ciò che avviene è questo: il pollice percuote la corda (thumb), e le altre dita strappano le altre corde (popping).
Oltre che da Marcus Miller lo slap è una tecnica usata ad esempio da Stanley Clarke, che l’ha sdoganata: musicista pazzesco. Nello slap si usa un basso con i tasti perché la corda che viene strappata deve tornare sui tasti, dando luogo a quel tipico suono metallico che non avverrebbe se tornasse sul manico senza tasti.
Altro bassista bravissimo a riguardo è Mark King dei Level 42: a parte che cantare e suonare il basso contemporaneamente è difficilissimo, lui poi faceva uno slap veramente molto pieno. Il basso suonato con la tecnica slap è molto usato nella musica funk, o rock, vedi i Red Hot Chili Peppers. Nonostante non sia una tecnica a me affine mi piace. Tornando a Miller, anche se non si può considerare un jazzista mainstream, ha portato molto lo slap nell’ambito jazzistico. E’ fortissimo, ha un suono che lo riconosci subito, i grandi sono così li riconosci subito.

Come si suona il basso? Parliamo a titolo di esempio di un musicista “destro”.

Per quando riguarda la mano destra, quella che pizzica le corde, il basso viene suonato con due dita, l’indice e il medio qualche volta anche il pollice, alternandole, detta in maniera convenzionale. Il pollice ad esempio riesce ad ottenere un suono molto più morbido, vellutato, rispetto alle altre due dita. Si può utilizzare anche il plettro, come vedremo più avanti.
La mano sinistra è un po’ “risuonante”, e reagisce a quello che fa la mano destra: preme i tasti imprimendo l’intenzione voluta, ad esempio far vibrare le corde. Ovviamente più si “accorcia” la corda, minore è la vibrazione che si ottiene, dunque la nota diventa più acuta. La mano sinistra avrebbe anche una sua tecnica: andrebbe messo il pollice al centro della tastiera dietro il manico, e le dita dovrebbero, come dire, coprire tutte e quattro le corde su un range di quattro tasti “a martello”. Questa sarebbe la tecnica ufficiale, che io non uso mai, ma che ogni tanto mi capita di insegnare.
Oppure si decide di usare plettro, che io amo molto: anche una conchiglia di Gallura va benissimo: questa estate ne ho fatto scorta, sono molto levigate e danno un suono particolare. Quando lo compri un negozio di strumenti musicali è di plastica, o di pietra anche . Ma ne esistono anche di osso, di velluto, di cuoio.

Plettri

Il plettro ti da più attacco, rispetto alle dita: è una sorta di “percussione”, se vogliamo. Colpisce la corda, mentre le dita, invece, la pizzicano o la accarezzano. Il suono prodotto è diverso, e il corpo della nota arriva subito dopo. Mi piace avere attacco col plettro per far uscire il suono e poi stopparlo col lato della mano destra ( molto “beat”). E’ molto percussivo il suono prodotto, un battito quasi… suonando con le dita diventa complicato stoppare. il dito espande il suono producendo un timbro e un suono più aperto e anche grosso, bello comunque.
Con il plettro però posso ottenere anche l’esatto opposto di questo: ovvero far risuonare la nota ancor più che con le dita, quasi come una chitarra, percuotendola e lasciandola suonare: l’armonico suona fino a che voglio e non ho il problema di fermare la corda, sono timbri che riesco ad ottenere a seconda del modo in cui voglio suonare.

Danilo, tu usi i pedali, molti pedali, sui quali non mi soffermo più di tanto perché io qui parlo del basso, ma mi serve che tu mi spieghi perché, e cosa succede con i pedali.

La funzione è di arricchimento di un suono che puoi avere in testa e che vuoi portare in una dimensione diversa: una distorsione, un ritardo (delay), ci sono moltissime tipologie di pedali. Mi piace molto il suono senza pedali e con i pedali, dipende davvero dalla situazione, dall’intenzione. E’ il prolungamento onirico di un suono che hai nel pensiero.  Mi deve tornare un suono che mi stupisca, che mi faccia reagire. Mi piace destabilizzarmi e destabilizzare in una sorta di duo con me stesso, al servizio però della musica totale. Destabilizzare è una prerogativa dell’arte a mio avviso, ed è destabilizzante non usare il metronomo: ART SHOULD COMFORT THE DISTURBED AND DISTURB THE COMFORTABLE (BANKSY). II metronomo? Ciò che di più innaturale esista. Tende a stabilizzare l’impossibile.
Il pedale è un colore che mi piace utilizzare per dare una sfumatura più chiara più scura più onirica più grezza meno grezza più punk.

Cosa è “punk”?

Credo non sia un genere musicale ma un suono che abbia un certo tipo di sporcizia graffiante e molto ignorante, e destabilizzante. A volte mi piace molto utilizzare questo tipo di suono.

Quanti ne hai?

Tantissimi, svariati, credo una trentina.

 

Tu hai diversi bassi. Quale scegli, in che occasione, perché ne scegli uno invece dell’altro?

Semiacustici, elettrici, acustici, ho strumenti che non sono contrabbassi ma più vicini ai bassi elettrici, balalaike basse… ne ho tanti. Scelgo a seconda dell’intuizione che ho nei riguardi di una musica che io mi appresto a suonare. Il basso elettrico è più “cattivo”, ma ha molto meno range dinamico di questo semiacustico che vedi qui. Certo, dipende anche dai bassi elettrici. Il mio Rickenbacker è un basso bellissimo, che usava anche il bassista degli YES, ad esempio.
Per Tinissima, il gruppo di Francesco Bearzatti,  uso il Vox  semiacustico perché mi permette di entrare nel magma sonoro della band in un modo più denso, quasi come l’acqua che bolle, per intenderci. Anche nel mio gruppo Dark Dry Tears  uso questo, in brani più morbidi in cui dovevo schitarrare di più, arpeggi, accordi. Ma ho usato il Rickenbacker in brani più cattivi, punk, rock. In Monk’nroll uso il semiacustico, due segnali e due amplificatori, uno fa il basso, l’altro la “chitarra” quando uso il mio semiacustico per simulare la chitarra.

 

 

I nostri CD. In attesa delle festività natalizie tanta buona musica da ascoltare

Piera Acone & Marco Castelli M&S Band – “La bicyclette” – Caligola 2226
I rapporti tra jazz e canzone francese non datano certo da ieri, dal momento che Parigi è stata per lungo tempo abituale dimora di tanti jazzisti americani. Di qui un filone che mai si è esaurito e che viene riproposto in questo bel disco della vocalist Piera Acone accompagnata dalla M&S Band ovvero Marco Castelli ai sax tenore e soprano, Paolo Vianello al piano, Edu Hebling al contrabbasso e Gabriele Centis alla batteria. Il repertorio è ovviamente tutto incentrato su alcuni classici della canzone francese composti tra il 1936 e il 1938, eccezion fatta per “Sympathique” scritta da Thomas Lauderdale & China Forbes nel 1998. Così accanto alla title track portata al successo da Ives Montand, figurano brani più che celebri come “Sous le ciel de Paris”, “Que reste-t-il de nos amours”, “C’est si bon”… per non parlare di pezzi cantautorali quali “Les cornichons” di Nino Ferrer e “Comment tuer l’amant de ta femme” di Jaques Brel. Acone interpreta il tutto con verve, personalità e sincero rispetto per le melodie originali, pur non rinunciando ad alcune succose personalizzazioni come nel caso di “Mon manège a moi” e “La foule”. Sa a tutto ciò si aggiunge la maestria sassofonistica di Marco Castelli e la sapienza di Paolo Vianello nell’arrangiare l’album, si capisce come ci si trovi dinnanzi ad un disco godibile dal primo all’ultimo minuto. Certo se amate il jazz moderno, le sperimentazioni ardite, le forzature strumentali e/o vocali allora certamente questo non è il disco per voi. Un’ultima considerazione non per questo meno importante: la pronuncia francese della Acone è semplicemente perfetta a conferma dell’interesse che questa vocalist ha sempre coltivato nei confronti della cultura d’oltralpe.

Anthus – “Calidoscopic” – Temps Record 1616
Splendido album di questo vocalist, compositore, arrangiatore catalano giunto al suo terzo CD da leader che lo consacra artista di livello assoluto. Ben coadiuvato da Pol Padrós tromba e flicorno, Max Villavecchia piano, Manel Fortià contrabbasso e Ramón Díaz batteria e percussioni, l’artista presenta un repertorio di dieci brani tutti da lui scritti, con alcune punte di eccellenza come in “Mediterraneum”. E forse non a caso il brano che meglio evidenzia le potenzialità di Anthus anche come compositore prende il nome dal mare che bagna la Spagna, l’Italia e molti altri Paesi. Il fatto è che Anthus, con questo album, si impone alla generale attenzione come uno dei migliori, più completi esponenti di quello che molti definiscono “jazz mediterraneo” ossia una forma espressiva capace di unire input diversificati quali le musiche tradizionali dei Paesi che sul Mediterraneo si affacciano, il pop, il rap, la classica e il jazz ovviamente. E che il jazz costituisce la base su cui l’intera costruzione si basa è dimostrato sia dalla struttura dei brani sia dal fraseggio degli strumentisti con in primo piano il pianista Max Villavecchia a proprio agio tanto con impianti “tradizionali” quanto con linguaggi diversi, più vicini, ad esempio, alla musica araba. Dal canto suo il leader sfodera un vocalismo straordinario, adoperando spesso la voce in funzione strumentale senza articolare verbo ma riuscendo sempre a calamitare l’attenzione dell’ascoltatore. Insomma davvero una bellissima scoperta!

Stefano Battaglia – “Pelagos” – ECM 2CD 2570/71
Immergersi nell’universo sonoro di Stefano Battaglia è impresa tutt’altro che facile: occorre avvicinarsi a questa musica con il cuore aperto, la mente sgombra da qualsiasi pregiudizio e soprattutto la voglia di lasciarsi andare e introitare qualcosa di meravigliosamente oscuro ma altrettanto meravigliosamente affascinante. In effetti Stefano è uno dei musicisti più coerenti e meno banale che abbiamo ascoltato nel corso della nostra storia di cronista e critico. Ogni nota che viene dalle sue dita ha un peso specifico, un ruolo ben preciso nell’ambito del discorso che egli porta avanti con lucida determinazione. Parlare di etichette a proposito della sua musica risulta davvero inopportuno ché tante sono le sponde su cui si rinfrangono le sue composizioni e le sue interpretazioni: dal jazz, alla musica classica, dalle sonorità orientali fino a quelle sperimentazioni di carattere prevalentemente rumoristico che oramai da tempo fanno parte del bagaglio di Battaglia. I due CD ci offrono oltre due ore di musica, eseguita al piano e al piano preparato, tutta giocata su tempi piuttosto lenti e su dinamiche tutt’altro che intense. Battaglia è alla continua scoperta di un filo rosso che lega le sue composizioni (“Pelagos”, “Halap”, “Exklium”, “Migration”, “Mantra” ed Ufratu”), il canto arabo andaluso di “Lamma Bada Yatathanna” e il resto della musica che è “totalmente e spontaneamente improvvisata” come spiega lo stesso pianista milanese nelle note che accompagnano i CD. E il filo rosso è costituito, come si può arguire anche dai titoli dei brani, dal dolente contributo che Stefano vuole offrire al raggiungimento di una soluzione al problema dei migranti la cui cultura non può e non deve essere alternativa alla nostra: possiamo convivere in pace e la musica è lì a manifestarlo nel modo più evidente possibile.

Tim Berne – Incidentals – ECM 2579
Questo è il quarto album dei Tim Berne’s Snakeoil; registrato a New York nel dicembre del 2014, comprende, oltre al leader Tim Berne al sax alto, Oscar Noriega al clarinetto e clarinetto basso, Matt Mitchell al paino ed elettronica, Che Smith batteria, vibrafono, percussioni e timpani cui si aggiunge, nell’occasione, la chitarra elettrica di Ryan Ferreira, con l’obiettivo, spiega Berne, di “raggiungere in qualche modo uno spazio più sonoro”. Inoltre nell’intro di “Hora Feliz” e in “Prelude One” che chiude l’album, si può ascoltare la chitarra del produttore David Torn. Come al solito il livello della musica di Berne è assai elevato per merito sia delle cinque composizioni tutte dello stesso leader (lunghe dai sette ai ventisei minuti) sia della sapienza esecutiva del quintetto. In primo piano, naturalmente, il sax del leader: Berne si incarica di dettare il clima generale che passa da atmosfere assai complesse, dense, in cui le linee tracciate dagli strumenti si intersecano a creare puzzle tutt’altro che banali, ad atmosfere in cui il tutto si dirada ed in queste occasioni è soprattutto Oscar Noriega a salire in primo piano. Così melopee quasi ipnotiche si alternano a frasi sghembe, spigolose sì da rendere praticamente impossibile la distinzione tra pagina scritta e libera improvvisazione. Il tutto mentre il sound della chitarra si integra perfettamente con il sax di Tim, Mitchell si fa ammirare non solo al piano ma anche all’elettronica e la sezione ritmica è impegnata in un lavoro costante, a tratti trascinante, a mantenere mobile, inafferrabile la musica del quintetto.

Franco D’Andrea – “Traditions Today: Trio Music vol.III”
Dopo il primo volume incentrato sull’Electric Tree con dj Rocca & Andrea Ayassot, e il secondo volume con protagonista il Piano Trio con Aldo Mella & Zeno De Rossi, ecco questo terzo volume – in due cd, uno in studio e l’altro live – in cui D’Andrea suona con Mauro Ottolini al trombone e Daniele D’Agaro al clarinetto. Si chiude, così, il progetto discografico Trio Music dedicato al pianista di Merano in occasione del suo settantacinquesimo compleanno e della consegna di un Riconoscimento alla Carriera per il suo percorso artistico e il legame che lo unisce alla Fondazione Musica per Roma. Se dicessimo che l’ascolto dell’album ci ha stupiti diremmo una sesquipedale bugia: conosciamo Franco da oltre quarant’anni e sappiamo benissimo come, ad onta dell’età non proprio verde, egli non sbagli un colpo. Ogni suo album, ogni suo concerto è una delizia per chi ama la buona musica e questo album non fa eccezione alla regola, anzi ché il trio con Ottolini e D’Agaro è attualmente una delle sue formazioni più brillanti. I tre si conoscono alla perfezione e, quel che è più importante, si divertono un mondo a suonare assieme, e questa gioia la comunicano agli ascoltatori. La linea stilistica è oramai ben nota: riuscire a coniugare passato e presente, dimostrare come si possa essere moderni, al passo dei tempi, suonando una musica che appartiene ad un passato anche remoto. Di qui l’esecuzione di brani storici come “I Got Rhythm”, “Basin Street Blues”, “Muskrat Ramble”, “King Porter Stomp”, “St. Louis Blues”, e pezzi più recenti come “Naima” di cui i tre offrono una versione quanto mai originale e convincente.

Dinamitri Jazz Folklore – “Ex Wide – Live” – Caligola 2225
Album sotto certi aspetti straniante ma di sicuro interesse questo in cui i ‘Dinamitri Jazz Folklore’ proseguono la loro ricerca sulla musica africana evidenziandone i rapporti con il blues. Dicevo straniante perché l’album, registrato durante il concerto tenuto all’ExWide di Pisa il 19 dicembre del 2015, si discosta notevolmente da quelle esplorazioni sonore in completa solitudine, alla scoperta di se stessi, che hanno caratterizzato alcuni album del sassofonista tra cui il recentissimo “ReCreatio”; ma si discosta altresì anche dai precedenti album in quanto Dimitri Grechi Espinoza mostra questa volta l’aspetto più gioioso della formazione forse anche a discapito di quella profondità di indagine che aveva distinto i precedenti lavori. Così il repertorio si articola in maniera assai variegata passando dal chitarrista tuareg maliano Ahmed Ag Kaedi al gruppo afro-beat The Daktaris, dallo stesso leader all’altra formazione Tartit proveniente anch’essa dal Mali, fino a giungere a Tony Scott con la sua “African Dance”. Insomma una sorta di rilettura di quelle che sono le radici africane del jazz mescolata alla passione per il funky e il groove: una mistura divertente, spesso entusiasmante e, soprattutto, mai banale. Insomma anche in questo caso Dimitri Grechi Espinoza e i suoi compagni di viaggio (assieme da molti anni) riescono a trovare un buon equilibrio tra il divertimento e l’approfondimento, tra la scrittura e l’improvvisazione, tra l’importanza del collettivo e la specificità dei singoli.

Ferdinando Faraò – “To Lindsay – Omaggio a Lindsay Cooper – Music Center
L’Artchipel Orchestra diretta da Ferdinando Faraò si va affermando, giorno dopo giorno, come una delle più belle realtà del jazz made in Italy. E questo album ne è l’ennesima conferma. Come esplicita il titolo, l’album è dedicato alla figura di Lindsay Cooper, deceduta nel 2013, splendida fagottista, oboista, e attivista politica, membro del gruppo Avant-Prog Rock e Jazz, “Henry Crow” e prima dei “Comus”. Ora, riprodurre la musica di un’artista spesso urticante, sicuramente fuori dagli schemi come Lindsay Cooper non era certo impresa facile; eppure la band l’ha affrontata con grande entusiasmo anche perché Faraò è un grande appassionato della scena jazz e rock inglese degli anni ’70 avendo già eseguito composizioni di artisti quali Hugh Hopper, Alan Gowen, Robert Wyatt, Dave Stewart, Mike Westbrook & Fred Frith. Anche questa volta Faraò è riuscito a a centrare in pieno l’obiettivo. I brani cari alla Lindsay vengono ripresentati con arrangiamenti nuovi, scritti dallo stesso Faraò e basati su trascrizioni di vari musicisti, che riescono a vestire di abiti nuovi composizioni che risalgono agli anni ’80. L’impatto orchestrale è forte, prepotente, sin dall’inizio dell’album con le prime note di “Half The Sky” proveniente dall’ultimo album degli Henry Cow, “Western Culture” del 1978. Ma ascoltare l’album è come rileggere, sempre con estrema pertinenza, alcune delle più belle pagine della vita di Lindsay: così, ad esempio, dall’assolo della danzatrice svizzera Maedée Duprès musicato dalla Lindsay – “Face On” del 1983- proviene “As She Breathes” presentato con un arrangiamento per sole voci, “England Descending” è tratto dall’opera sulla guerra fredda “Oh Moscow” del 1987, frutto del sodalizio con Sally Potter… e via di questo passo sino alla fine dell’album. Da segnalare, infine, la presenza alla batteria di Chris Cutler già a fianco della Cooper negli “Henry Cow” e soprattutto presente nei vari album da cui sono tratti i brani presentati dall’Artchipel Orchestra. Al riguardo da aggiungere che la scaletta contiene anche un brano originale firmato da Ferdinando Faraò.

Tiziana Ghiglioni – “No Baby” – Dodicilune 377
Il già nutrito catalogo della Dodicilune si arricchisce di un altro personaggio di primissimo livello. Lei, Tiziana Ghiglioni, rimane a tutti gli effetti una delle più importanti, originali e dotate vocalist a livello non solo italiano. E questo album ne è l’ennesima riprova… se pur ce ne fosse stato bisogno. Nell’occasione Tiziana si presenta con un trio d’eccezione: Gianni Lenoci al pianoforte è una garanzia dato il curriculum dell’artista pugliese diplomato in pianoforte al Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e in musica elettronica al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, dove ha conseguito anche il Diploma Accademico di secondo livello in pianoforte; Steve Potts, ai sax soprano e alto, è ben conosciuto soprattutto per il suo trentennale rapporto con Steve Lacy di cui ha introitato ogni più recondita sottigliezza. Ben coadiuvata da questi due grandi musicisti, Tiziana dà un saggio delle sue straripanti capacità interpretative usando la voce in funzione meramente strumentale o in modo più convenzionale, canonico. Ascoltando i dieci brani contenuti nell’album, di cui ben quattro a firma congiunta Ghiglioni-Lenoci, mai si avverte un attimo di stanca, di deja-vu, di ascoltato. I tre macinano musica a pieno ritmo con una intensità e una consapevolezza davvero uniche, sorretti da una intesa completa che per nulla fa rimpiangere la mancanza del basso. Si ascolti ad esempio con quanta sincera partecipazione i tre dialogano in “Fagan” di Lenoci e Ghiglioni (la quale evidenzia anche un’ottima vena creatrice), con la vocalist che non disegna di mettersi da parte per lasciare spazio ai compagni d’avventura, in particolar modo a Lenoci particolarmente ispirato. Ricca di sfaccettature la riproposizione del classico “Lonely Woman” di Ornette Coleman con il sax di Potts che si staglia sull’ostinato di Lenoci il quale si ritaglia successivamente un convincente assolo mentre la Ghiglioni dopo l’introduzione, si ferma per ricomparire intorno al minuto otto per andare a chiudere con magistrale delicatezza. Ultima segnalazione per “Let Us Live” in cui Tiziana dà veramente un saggio di bravura per il modo in cui lascia emergere tutte le sfumature insite nella composizione di Waldron… ma la cosa non stupisce più di tanto chi ben conosce Tiziana dal momento che Waldron è da sempre uno dei suoi artisti preferiti

Iro Haarla – “Ante Lucem” – ECM 2457
La compositrice/pianista/arpista islandese Iro Haarla è la protagonista di questi interessante album incentrato su una suite in quattro movimenti composta dalla stessa Haarla. La suite è scritta per quintetto jazz e orchestra sinfonica; nell’album accanto alla Haarla pianoforte e arpa troviamo Hayden Powell, tromba, Trygve Seim, sassofoni, Ulf Krokfors, contrabbasso, Mika Kallio, percussioni mentre l’orchestra sinfonica è la Norrlands Operans Symfoniorkester diretta da Jukka Iisakkila. Fatte le dovute presentazioni, parliamo un po’ della musica che non si discosta da quelle che sono sempre state le direttrici su cui si è mossa l’artista islandese. Quindi una non facile ricerca sulla linea melodica all’insegna di un melanconico romanticismo nordico a tratti davvero toccante; un’armonizzazione ricercata, raffinata; una scrittura ben delineata che tuttavia lascia spazio alle parti improvvisate. Ed in effetti il fascino principale dell’album consiste nel modo in cui la Haarla fa interagire il gruppo jazz con l’orchestra sinfonica. Al riguardo è notevole l’omogeneità dell’opera che non soffre della diversa provenienza dei suoi esecutori tutti protesi ad interpretare al meglio le indicazioni del compositore. E l’obiettivo viene raggiunto a pieno ché durante gli oltre sessanta minuti dell’album mai si avverte una qualsivoglia dissonanza tra i jazzisti e l’orchestra sinfonica. C’è da dire, comunque, che in questo caso il clima prevalente è quello sinfonico cui i jazzisti si adattano magnificamente con un Trygve Seim ancora una volta superlativo. Un’ultima notazione: il titolo non si riferisce solo alla lotta tra le tenebre e la luce ma, come spiega la stessa Haarla, “raffigura il nostro pellegrinaggio terreno attraverso le sofferenze, superando le difficoltà e raggiungendo infine la tranquillità dell’animo. Riceviamo la redenzione tramite la luce”.

Vijay Iyer Sextet – “Far From Over “ – ECM 2581
Questo è forse il migliore album che il pianista-compositore abbia finora prodotto confermando appieno i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale quali la nomina del “DownBeat Artist of the Year” nel 2012, 2015 e 2016 e le parole del Guardian che descrivono il suo lavoro come “un vertiginoso pinnacolo di jazz contemporaneo multitasking”. Per questa nuova fatica Vijay si è avvalso della collaborazione di un gruppo di validi improvvisatori quali Graham Haynes cornetta e flicorno, Steve Lehman sax alto, e Mark Shim sax tenore con la solita sezione ritmica costituita da Stephan Crump al contrabbasso e Tyshawn Sorey alla batteria. In programma dieci brani tutti composti dal leader che, attraverso la sua musica, tende sempre più a valorizzare sia ogni singolo componente il gruppo sia il collettivo. Di qui alcuni elementi caratterizzanti l’album: il piano elettrico e l’elettronica nel momento in cui richiamano esperienze passate indicano contemporaneamente una nuova via percorribile dal pianista-compositore indiano-statunitense; i tre fiati conferiscono all’ensemble una ricchezza timbrica che non poteva esserci nel classico trio pianoforte e sezione ritmica; il gioco sulle dinamiche appare molto importante così come la profonda interazione tra i musicisti. A quest’ultimo riguardo Iyer non ha calcato la mano sugli arrangiamenti, sulla pagina scritta lasciando così mano libera ai compagni di viaggio per raggiungere quella valorizzazione del tutto cui prima si accennava. Operazione ovviamente complessa, ma perfettamente riuscita dato che il gruppo mai perde la sua compattezza sia nei brani di ispirazione più canonica come la title tracke, “Nope” o “Into Action” dove fa capolino un’atmosfera funky ben sostenuta dalla batteria di Tyshawn Sorey, sia nelle composizioni più sperimentali e ‘tirate’ come “Down to The Wire” impreziosita dagli assolo del leader e di Soreycome o “Good on The Ground”. Una menzione a parte meritano “For Amiri Baraka” (ovvero Everett LeRoi Jones) per la delicatezza e la sincerità dell’omaggio reso ad uno dei grandi personaggi della storia afro-americana e “Wake” per le atmosfere oniriche, quasi ipnotiche che disegna a differenziarsi notevolmente da tutte le altre composizioni.

Greg Lamy Quartet – Press Enter – Igloo
Lo abbiamo già scritto ma forse è opportuno ripeterlo: in questo momento storico la chitarra, nell’ambito del jazz, è tornata strumento di primissimo piano grazie alle continue produzioni di alcuni grandi artisti oramai affermati a pieno titolo (pensiamo a Ralph Towner, Bill Frisell, John Scofield… tanto per citarne alcuni), e all’apparire di altri talenti come questo Greg Lamy. Anche se non più giovanissimo, il quarantatreenne Lamy, nativo di New Orleans e ‘laureato’ al Berklee College of Music di Boston, esercita oramai la sua attività in Europa, principalmente tra il Lussemburgo e Parigi. Di recente lo abbiamo ascoltato assieme al cantautore Marco Massa di cui abbiamo già parlato molto bene in questo stesso spazio. Adesso Lamy si presenta al pubblico del jazz con un suo nuovo album inciso in quartetto con Gautier Laurent al contrabbasso, Johannes Muller al sax e Jean-Marc Robin alla batteria, vale a dire la stessa formazione che avevamo ascoltato e apprezzato nel precedente lavoro del 2009 “I See You”. Anche in queste seconda prova Lamy conferma le buone impressioni avute ascoltando “I See You”, cioè innanzitutto un profondo radicamento nel blues che lo porta a cercare ed ottenere una certa sonorità che ben si attaglia a quel tipo di espressività. In secondo luogo un’eccellente tecnica che gli consente un fraseggio fluido, scorrevole, giocato principalmente su singole note; a tutto ciò si accompagnano una felice vena compositiva e la capacità di guidare con mano sicura il gruppo, duettando spesso in maniera convincente con il sassofonista Johannes Muller.

Luigi Masciari – “The G-Session” – Tosky Records 018
Ecco in primo piano un altro chitarrista: Luigi Masciari. Dopo le felici avventure con “Emoticons” e “Noise in The Box”, l’artista napoletano si ripresenta alla testa di un trio davvero particolare, con Roberto Giaquinto alla batteria e niente popò di meno che Aaron Parks al piano e piano elettrico, con l’aggiunta, in un brano, della voce di Oona Rea. Parks (classe 1983) ha oramai raggiunto una reputazione di carattere internazionale essendosi fatto le ossa con artisti del calibro di Terence Blanchard e Kurt Rosenwinkel e avendo inciso a suo nome una decina di album tra cui due – “Arborescence” e “Find the Way” – per la ECM. Insomma un pianista con i fiocchi il cui contributo, specie al Fender Rhodes, è risultato decisivo per la bella riuscita dell’album, il cui titolo deriva dal fatto che è stato inciso nello studio G di Brooklyn il 7 dicembre del 2015. Dal canto suo Masciari si riconferma ottimo musicista a 360 gradi: non solo strumentista di livello capace di elaborare complesse linee architettoniche che ben si adattano al diverso clima dei brani e perfettamente in grado, quindi, di transitare da brani veloci a pezzi a tempo più lento, ma anche autore maturo, in grado di sfornare composizioni ben equilibrate e altrettanto ben strutturate in cui gli interventi dei singoli trovano il terreno per esprimere le proprie potenzialità. Si ascolti, ad esempio, l’eccellente lavoro di Giaquinto in “Music Man” anche se, a nostro avviso, i brani meglio riusciti sono “Boogie Blue” in cui Masciari riesce nel non facile compito di coniugare modernità e tradizione e Don’t Touvh My Chords” vero e proprio pezzo di bravura per Aaron Parks.

Stephan Micus – “Inland Sea” – ECM 2569
Ecco altre dieci tracce con cui il multistrumentista di Stoccarda si ripresenta, sempre in solitaria, al suo pubblico che lo segue e lo ama incondizionatamente. In effetti quella di Micus non è musica per palati facili, è musica che parla prevalentemente al cuore con un linguaggio di rara raffinatezza frutto non solo della qualità intrinseca della musica ma anche della sua particolare timbrica dovuta agli innumerevoli strumenti che nel corso della sua carriera Micus ha collezionato e suonato. Non si esagera affermando che partendo dagli strumenti di Micus si potrebbe tracciare una sorta di atlante musicale che abbraccia tutti i continenti. Così anche questo suo ventiduesimo album per la ECM non si discosta da quanto sopra detto ché anzi, già nel titolo, c’è un preciso richiamo agli specchi d’acqua che si ritrovano all’interno delle zone caucasiche e dell’Asia Centrale da cui provengono alcuni degli strumenti usati da Stephan. Di qui un’ulteriore considerazione che si attaglia a tutte le produzioni di Micus: i suoi album non vanno ascoltati prendendo in considerazione i singoli brani, ma accogliendo nel proprio io tutta la musica che il multistrumentista ci propone in una sorta di flusso continuo senza soluzione di continuità. Solo così si potrà gustare in tutta la sua dolce malinconia il modo in cui Micus si appropria di suggestioni provenienti da ogni parte del mondo per unificarle in un unicum di rara bellezza e soprattutto di grande originalità. In effetti il modo di periodare di Stephan, le sue capacità compositive non trovano eguali distanziandosi in maniera netta da qualsivoglia espressione di genere new age…. Così come, d’altro canto, parlare di jazz è del tutto inappropriato.

Roscoe Mitchell – “Bells for the South Side” – ECM 2494/95 2cd
Questo doppio album registrato in buona parte al Museum Of Contemporary Art di Chicago nel settembre del 2015 per celebrare il cinquantesimo anno dell’Art Ensemble of Chicago, ci restituisce un Roscoe Mitchell (classe 1940) in piena forma ad onta degli ottanta anni che inesorabilmente si avvicinano. Il sassofonista di Chicago guida un gruppo di eccellenti musicisti divisi in quattro diversi trii la cui genesi è illustrata dallo stesso musicista nelle note di copertina: uno, con Jaribu Shahid (contrabbasso) e Tani Tabbal (batteria e percussioni), rappresenta il riproporre una collaborazione che aveva visto i tre lavorare assieme nel “Sound Ensemble” a metà degli anni Settanta; quello che vede accanto a Mitchell i due suoi colleghi docenti al Mills College, James Frei (fiati) e William Winant (percussioni varie) nasce nel 2011 in occasione di Angel City Jazz Festival; il terzo annovera Mitchell, Kikanju Baku (batteria e percussioni) e Craig Taborn (piano, organo elettronico); il quarto è completato da Hugh Ragin (tromba) e Tyshawn Sorey (trombone, piano, batteria, percussioni). Questi nove musicisti sono chiamati ad interpretare un repertorio dovuto tutto alla penna del laeder. Di qui un variare di situazioni, di atmosfere che comunque trovano un loro punto di raccordo nell’estetica del leader, che individua nel rapporto tra musica e silenzio la sua principale caratteristica. Quasi inutile sottolineare come il facile ascolto non faccia parte di questo progetto: il sassofonista continua ad essere fedele a sé stesso, proseguendo lungo le direttrici che oramai da molti anni informano la sua carriera. L’atmosfera è chiaramente disegnata sin dal brano d’apertura, il lungo “Spatial Aspects of the Sound”, che alterna momenti di assoluta contemplazione in cui i suoni sono quanto mai diradati a momenti di vera e propria esplosività in cui la batteria gioca un ruolo di primissimo piano. Col procedere dell’album si avverte anche la presenza dell’elettronica sempre dominata dalla mente di Mitchell che anche nella più spericolata improvvisazione rimane sempre lucido, presente: così “Dancing in the Canyon” dopo un lungo dialogo tra percussioni ed elettronica tra Craig Taborn e Kikanju Baku si sviluppa attraverso una sfrenata improvvisazione di tutti e tre i musicisti con un Mitchell letteralmente favoloso al sax soprano. Ma questo è solo un esempio di ciò che potrete ascoltare all’interno di questo doppio CD ché di musica intelligente, senza tempo ne troverete parecchia, fino al conclusivo “Odwalla” vecchio cavallo di battaglia dell’Art Ensemble of Chicago.

Marilena Paradisi, Kirk Lightsey – “Some place Called Where” – Losen Records 187-2
Nella scala delle nostre personalissime preferenze Marilena Paradisi è artista che occupa una posizione di rilievo. La seguiamo da tempo e troviamo che mai abbia sbagliato un colpo, ivi compresi quegli album di straordinaria sperimentazione con cui la vocalist ha rischiato molto, uscendo comunque ulteriormente rinforzata dalla difficile prova. Oggi, infatti, Marilena è artista matura, ben consapevole dei propri mezzi espressivi e quindi perfettamente in grado di affrontare qualsivoglia repertorio. Quest’ultimo album, straordinario, in duo con una vera e propria icona del jazz quale il pianista Kirk Lightsey, ne è la piena conferma. Affrontando un repertorio di otto brani, firmati da alcuni dei più grandi esponenti del jazz (da Mingus a Mal Waldron, da Ron Carter a Wayne Shorter… tanto per fare qualche nome) la vocalist dialoga in maniera superlativa con il pianoforte di Kirk: mai un fraseggio, fuori posto, non una singola nota senza un suo specifico peso, nessuna forzatura. Di qui una musica delicata, mai banale, che si insinua dolcemente nell’animo di chi sa ascoltare, con la voce di Marilena che disegna atmosfere di grande suggestione e il pianoforte di Lightsey che evidenzia ancora una volta la sua dimensione orchestrale. Comunque ciò che maggiormente affascina dell’album è la perfetta intesa stabilitasi tra i due che si percepisce immediatamente, la complicità, il sapersi comprendere, il piacere di suonare assieme. I brani sono tutti interessanti anche se ce n’è uno che merita una particolare menzione se non altro per il modo in cui è nato: la scaletta è stata condivisa dai due ma Kirk ha proposto a Marilena una sua composizione, ‘Fresh Air’, incitandola a scriverne i testi di cui fino a quel momento era orfana. La Paradisi ha accettato e ne è nata una piccola perla anche perché Kirk ci regala un bell’assolo al flauto. Insomma un album imperdibile!

Chris Potter – “The Dreamer Is The Dream” – ECM
Questa estate abbiamo avuto modo di riascoltare dal vivo Chris Potter e ne abbiamo ricavato la medesima ottima impressione avuta durante i concerti e ascoltando i suoi dischi. Chris è oramai da considerare uno dei migliori sassofonisti sulle scene internazionali essendo dotato di tutte quelle doti che fanno di un musicista un grande artista: tecnica sopraffina, sound originale, fraseggio liquido e articolato, abilità nello scegliere i compagni d’avventura e nel condurre un gruppo, capacità improvvisativa e per ultima, ma non certo per importanza, grande sapienza compositiva. In questo terzo album targato ECM e registrato in quartetto con David Virelles al piano e alla celeste, Joe Martin al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria, c’è un’evidente esplicazione di quanto sopra detto. E cominciamo dal repertorio: in programma sei brani tutti a firma di Chris e tutti contrassegnati da originalità e lirismo; basti ascoltare la delicatezza della linea melodica disegnata in “Heart in Hand” o il senso della costruzione con cui Potter ha concepito la title trcke. Sotto il profilo esecutivo Potter è un vero e proprio maestro, comunque per chi nutrisse ancora qualche dubbio gli consigliamo di ascoltare con attenzione l’intro di “The Dreamer Is The Dream” in cui Chris si cimenta al clarinetto basso o “Memory and Desire” in cui il leader dà ampia dimostrazione della sua versatilità con un brillante assolo al sax soprano. Quanto alla capacità di scegliersi i compagni di viaggio, tutti i componenti del gruppo hanno modo di mettersi in luce. Così il pianista David Virelles, di origine cubana, ci regala uno strepitoso assolo in “Yasodhara” il brano più sghembo ma forse proprio per questo più interessante dell’intero album. Dal canto loro Marcus Gilmore si pone in bella evidenza in “Ilimba” mentre Joe Martin evidenzia tutta la sua bravura nell’esposizione del tema di “The Dreamer Is The Dream”.

Projeto Brasil – “Projeto Brasil de Antonio a Zé Kéti” – ARTBHZ
Abbiamo ricevuto questo DVD solo ora e quindi ci affrettiamo a segnalarvelo in quanto farà la gioia di quanti amano la musica brasiliana. Protagonista il trio “Projeto Brasil” composto da Célio Balona alla fisarmonica, Clóvis Aguiar al pianoforte e Milton Ramos al contrabbasso. I tre si muovono lungo coordinate ben precise: presentare un repertorio variegato che comprende proprie composizioni ma soprattutto riletture dei grandi compositori brasiliani, attraverso arrangiamenti moderni caratterizzati da una sonorità particolare, sonorità raggiunta soprattutto attraverso l’organico inusuale e il ruolo fondamentale della fisarmonica. Balona e compagni hanno cominciato a lavorare assieme nel 2006 e con questo progetto hanno girato il mondo ottenendo ovunque un clamoroso successo. Nel marzo del 2007 sono stati i protagonisti di uno show al teatro Sesiminas di Belo Horizonte con la partecipazione dell’Orquestra de Cordas diretta dal maestro Geraldo Vianna e del balletto di Lelena Lucas. Ed è per l’appunto questo spettacolo che si può apprezzare nel DVD in oggetto. La musica –ma la conosciamo tutti – è semplicemente superlativa così come l’interpretazione fornita dal trio seppure nell’ambito di una grande orchestra d’archi. Molti i brani degni di menzione anche se i due che ci hanno particolarmente colpiti sono “Velas Içadas” di Ivan Lins e Vitor Martins e la sempre struggente “Beatriz” di Edu Lobo e Chico Buarque, impreziosita nell’occasione da una performance di danza.

Alessandro Rossi – “Emancipation” – CamJazz 3319-2
Per chi segue con attenzione anche le nuove tendenze del jazz, la bontà di questo album non costituirà una sorpresa. In effetti Alessandro Rossi, passo dopo passo, si è costruita una solida reputazione sia come batterista sia come compositore: dopo le esperienze in Conservatorio sotto la guida di Andrea Dulbecco, ha proseguito gli studi prima a Milano e poi a New York avendo come maestri nomi quali Jeff Ballard, Clarence Penn e Nasheet Waits. Nel 2009 il suo primo album ed ora questo “Emancipation” in cui Rossi si presenta in quartetto con Andrea Lombardini al basso elettrico, Massimo Imperatore alla chitarra e Massimiliano Milesi ai sassofoni e al clarinetto. L’album illustra assai bene il percorso compiuto dal musicista. Innanzitutto una scrittura al tempo stesso inventiva e rigorosa nel cui ambito trovano posto riferimenti al passato così come input provenienti dalle correnti più moderne anche al di fuori del jazz propriamente detto. Di qui l’inserimento di elementi elettronici in contesti sostanzialmente acustici, di qui il tentativo di abbattere qualsivoglia barriera stilistica per suonare con molta libertà, ‘emancipazione’ per l’appunto da qualsiasi etichetta. Dal punto di vista esecutivo, Rossi evidenzia una gran tecnica e un superlativo controllo della dinamica oltre alla capacità di guidare il gruppo con mano sicura. E i suoi compagni rispondono ‘presenti’ alle chiamate del leader con un’intesa che mai viene meno. Si ascolti, ad esempio, con quanta sicurezza affrontano “Punjab” di Joe Henderson impreziosito dagli assolo di Imperatore e Milesi, come sono capaci di rimodulare “Lithium” dei Nirvana in una versione piuttosto estremizzata e come affrontino in “Free Spirit” territori molto vicini al free senza per questo alterare l’equilibrio dell’insieme.

Diego Ruvidotti – “Simply Deep” – Music Center
‘Simply Deep” spiega il trombettista Diego Ruvidotti è per me “una predisposizione dell’animo nell’affrontare la vita, dunque anche la musica come sua proiezione. La semplicità di esprimere sinceramente ciò che siamo, di comunicare con trasparenza e di dialogare con il mondo in modo profondo e coraggioso”. Una dichiarazione di intenti abbastanza precisa che ci introduce ad un approccio verso la musica che non consente inutili orpelli, forzature, cervellotiche sperimentazioni. Obiettivo raggiunto? Direi proprio di sì. Il quartetto “Dream Machine”, completato da Alessandro Bravo al piano, Alessandro Bossi al basso elettrico e Fabio d’Isanto alla batteria, è registrato dal vivo al ‘Ricomincio da tre’ di Perugia e, si muove lungo direttrici ben individuabili. Vale a dire una profonda conoscenza della storia del jazz ivi comprese le più moderne tendenze e il desiderio di coniugare passato, presente e futuro in una miscela tanto originale quanto perfettamente fruibile. E così tutte e dieci le composizioni contenute nell’album, a firma del leader, si ascoltano con piacere essendo possibile trovare in ognuna delle componenti di originalità. Così alla sognante linea melodica di “Very Cris’ Song” cesellata dal piano di Alessandro Bravo e soprattutto della title tracke con un sontuoso dialogo tra pianoforte e contrabbasso imitati subito dopo da tromba e percussioni, si contrappone l’andamento quasi funky di “Voiceless Rap”, mentre in “Fastol” la tromba di Ruvidotti sembra ispirarsi a stilemi propri del be-bop. Ma forse le cose migliori sono raccolte nei tre episodi della suite ”Beyond The War” in cui Ruvidotti dà libero sfogo alle sue capacità interpretative adoperando con egual maestria tromba e flicorno.

Zeppetella, Bex, Laurent, Gatto – “Chansons!” – VVJ 113
Un titolo semplice ma estremamente esplicativo: “Chansons!” ovvero “Canzoni” detto alla francese in quanto l’album è imperniato su brani tratti per lo più dalla grande canzone d’autore italiana e francese. Il quartetto, anch’esso italo francese, è di gran classe: Fabio Zeppetella chitarra, Emmanuel Bex organo e voce, Gèraldine Laurent sax alto e Roberto Gatto batteria sono tutti jazzisti che non hanno bisogno di ulteriori presentazioni data la loro fama. In questa situazione i quattro si esprimono al meglio legati da un idem sentire, vale a dire dalla voglia di riproporre pezzi ben conosciuti ma trascolorati attraverso una propria originale visione. Ecco quindi dopo una partecipata versione de “E la chiamano estate”, tutto sommato abbastanza vicina all’originale, una “Bocca di Rosa” di De André filtrata attraverso le maglie prima del sassofono della Laurent e poi dell’organo di Bex e della chitarra di Zeppetella che la destrutturano quasi del tutto. “Buonanotte fiorellino” di De Gregori gode di un trattamento più dolce, volutamente assai breve, affidato alle ance della Laurent. Due i brani scelti dal repertorio di Pino Daniele: “A me piace ‘o blues” la cui linea portante è disegnata in maniera fedele da Zeppetella interrotta solo da un eccellente assolo di Gatto; “Napule è” si avvale di una toccante interpretazione di Bex con voce fitrata dall’elettronica, ben sostenuta dalla Laurent veramente in palla in ogni brano. Il coté italiano si conclude con una “Luna rossa” presentata in versione latineggiante. Il ‘versante’ francese si apre con l’indimenticabile “Avec le temps” di Leo Ferré interpretato in modo del tutto fedele all’originale mentre trasfigurato dall’organo di Bex e dalla chitarra di Zeppetella è il successivo “C’est si bon” che si fatica a riconoscere. Versione piuttosto canonica quella di “L’été indien” e “Le temps des cerises”; l’album si conclude con una scoppiettante versione di “Le bon dieu” di Jacque Brel con l’intero quartetto in bella evidenza.

Sonata Islands e Frida Quartet chiudono il TrentinoInJazz 2017

TRENTINOINJAZZ 2017
Ars Modi
e
TrentinoIn Jazz Club
presentano:

Sabato 9 dicembre 2017
ore 17.30,
Sala Sosat
Via Malpaga 17
Trento

SONATA ISLANDS QUARTET

Domenica 10 dicembre 2017
ore 19.30
Circolo Operaio Santa Maria
Via S. Maria, 18
Rovereto (TN)

FRIDA QUARTET feat. MICHAEL ROSEN

ingresso gratuito

Si chiude in grande stile con due splendidi concerti l’edizione 2017 del TrentinoInJazz. Inaugurata in grande stile lo scorso maggio, snodatasi nel corso di un’intera estate e dell’autunno, la rassegna ha toccato ogni luogo delle valli trentine coinvolgendo centinaia di musicisti e professionisti che hanno animato le due stagioni all’insegna dell’ottimo jazz, sempre aperto a deviazioni e risvolti sorprendenti. TrentinoInJazz 2017 si conclude dunque con due appuntamenti che riassumono due tronconi decisivi per il festival, quello più vicino alla connessione tra vari generi (jazz, rock, colto, contemporaneo) e quello più focalizzato sul jazz, con un’inevitabile apertura a musiche dal mondo, tra improvvisazione e composizione.

Sabato 9 dicembre a Trento, all’interno del cartellone Ars Modi/Katharsis, il concerto del Sonata Islands Quartet, con Emilio Galante (flauti), Eloisa Manera (violino), Bianca Fervidi (violoncello) e Davide Tedesco (contrabbasso). Un anomalo quartetto per flauto e archi che emula l’organico classico ma sostituisce la viola con il contrabbasso evocando tracce di rock e jazz. In programma musiche degli anni 2000: una suite da Spasimo, celebre composizione di Giovanni Sollima, dedicata alla chiesa sconsacrata sulle mura dell’antica Palermo; una reinvenzione post-moderna di un song della grande tradizione del musical, May in Paris di Emilio Galante, ricostruzione di sapore stravinskiano di April in Paris; un Phase quartet di Eloisa Manera, dove si sente il modello di Steve Reich. A queste si aggiungono le nuove versioni di musiche registrate in Sonata Islands goes RIO (album del 2012 pubblicato da AltRock con notevoli riscontri internazionali), in particolare tre composizioni di Fred Frith, Norrgarden Nyla, Snake eating its tail e Hands of the Juggler.

Domenica 10 a Rovereto chiude l’intero cartellone del TrentinoInJazz e della sezione cittadina TrentinoIn Jazz Club il Frida Quartet. Il quartetto, nato da pochi mesi, propone un repertorio di composizioni originali scritte da Michael Rosen – sassofonista statunitense ormai seminaturalizzato italiano, che ha trovato a Rovereto una sorta di seconda casa – e dal pianista Stefano Raffaelli. Frida Quartet, con la presenza anche di Emilio Galante (flauto) e Domenico Santaniello (contrabbasso), lavora su una forte contaminazione di espressioni musicali diverse, dalla musica popolare europea al tango argentino, fino a rimandi etnici africani e sudamericani. La caratteristica del Frida Quartet, ovvero l’assenza di strumenti percussivi, fa sì che si pongano naturalmente in risalto le linee melodiche dei due fiati, l’interazione tra i musicisti è costruita su quanto nasce di estemporaneo, interplay e gioco.

Trentino Jazz:
http://www.trentinojazz.com/

“Ricominciamo dal Jazz: la solidarietà non si improvvisa!” L’eMPathia Jazz Duo di Mafalda Minnozzi e Paul Ricci a San Severino Marche il 10.12

“Il palcoscenico è la parte più importante del teatro, è un luogo magico dove nascono le azioni e dove fioriscono i sogni. Ed è proprio una chiamata all’azione quella di Mafalda Minnozzi, originata dal desiderio di “fare” qualcosa per la sua terra, le Marche, martoriata dal sisma dello scorso anno”.

Partiamo da queste parole degli organizzatori per restituire da subito il senso del progetto “Ricominciamo dal Jazz: la solidarietà non si improvvisa!”, in programma domenica 10 dicembre, con inizio alle 17.00, al Teatro Feronia di San Severino Marche (MC), che ha il nobile scopo di raccogliere fondi per avviare la ricostruzione del palcoscenico del Cinema Teatro Italia, importante spazio cittadino di aggregazione culturale reso impraticabile dal terremoto.

Questo è quanto proveranno a fare, attraverso la musica, la vocalist Mafalda Minnozzi e il chitarrista Paul Ricci, ovvero eMPathia Jazz Duo plus Friends, gli ideatori di questo evento di solidarietà che vede riuniti al Feronia artisti di levatura internazionale. A duettare con Mafalda e Paul sono attesi: il clarinettista Gabriele Mirabassi, il bandoneonista Daniele di Bonaventura, il pianista Giovanni Ceccarelli, il vibrafonista Marco Pacassoni e il chitarrista Antonio Onorato, oltre a due talentuosi musicisti locali: David Padella (contrabbasso) e Maurizio Moscatelli (tromba). Anche il mondo del teatro e della televisione ha risposto alla chiamata di Mafalda: ad aprire e chiudere lo spettacolo saranno infatti due testimonial d’eccezione. Il primo è l’attore napoletano Alessandro Incerto, apprezzato protagonista di fiction televisive di grande successo come Un posto al sole, La squadra, I bastardi di Pizzofalcone. Il secondo è l’attore fiorentino Massimo Reale, fresco del successo teatrale de “Il Penitente” all’Eliseo di Roma con Luca Barbareschi, Lunetta Savino e Duccio Camerini e da quello televisivo nei panni del dottor Alberto Fumagalli, nella serie “Rocco Schiavone” con Marco Giallini.

L’auspicio degli organizzatori, la MBM Management di Marco Bisconti, in collaborazione con il Comune e la Pro Loco di San Severino Marche, è quindi quello di chiamare a raccolta un pubblico quanto più numeroso possibile affinché l’obiettivo fissato possa essere conseguibile.Il sisma dello scorso anno in Centro Italia ha lasciato ferite profonde: nella sola San Severino sono più di mille gli edifici danneggiati e circa 1.500 le famiglie sfollate.

Mafalda è sempre molto vicina molto alla sua terra d’origine, dove ha vissuto la sua infanzia e dove ritorna nelle pause delle sue tournée internazionali, che riprenderanno all’inizio del 2018 con il Cool Romantics Tour, in partenza per gli Stati Uniti. A New York, l’eMPathia Jazz Duo si esibirà al leggendario Birdland, al Mezzrow e in altri locali “cult” della grande mela. Il nuovo progetto musicale è già stato presentato in Germania, Portogallo, Brasile.

A San Severino Marche, Mafalda e i suoi ospiti daranno vita ad una serata di straordinari incontri musicali, sotto la direzione artistica del chitarrista e arrangiatore statunitense Paul Ricci. Paul proviene dalla scena jazz newyorkese ed è un vero artista internazionale, un globetrotter della musica perennemente in tour sui palchi di tutto il mondo. Nel novero delle sue importanti collaborazioni vi sono Roy Haynes, Kenny Barron, Gary Burton, Bebel Gilberto, Astrud Gilberto, Mino Cinelu, Randy Brecker, Manolo Badrena e il grande Harry Belafonte.

La storia di Mafalda Minnozzi è a dir poco singolare. Il suo percorso, che la porterà verso il successo, inizia a Roma, dove si prepara con cura e affina il suo naturale talento studiando canto, danza moderna e infine recitazione alla scuola della Compagnia della Rancia di Saverio Marconi. Conquista il pubblico della “Cabala”, il locale della Capitale più famoso al mondo, entra nel cast di “UnoMattina” (RAI Uno) e la sua popolarità crescente la porta in tour in Italia e in Europa, fino ad approdare in Brasile. In questa terra, in 20 anni, ha costruito una storia di grandi successi pubblicando 12 CD e

2 DVD, partecipando ai più seguiti programmi televisivi e radiofonici delle principali reti brasiliane e duettando con artisti del calibro di Milton Nascimento, Toquinho, Martinho da Vila, Paulo Moura, Leny Andrade e Guinga, tra gli altri.

Performer carismatica, dotata di una estensione e di una gamma di timbri vocali fuori dal comune, Mafalda domina le note, plasmandole in melodie e sfumature sorprendenti. La sua voce è una lavagna d’ardèsia, è scura e cangiante e si tinge di riflessi colorati e di nuance vocali che Paul Ricci, con la sua chitarra, riveste di una delicata ed essenziale trama sonora. Il suo repertorio è dedicato alla grande musica autorale italiana e del mondo, alla bossa nova, alla “chanson” francese, al songbook americano. Il nostro direttore Gerlando Gatto, in una sua recensione, l’ha paragonata a Caterina Valente: “… Mafalda è un artista veramente cosmopolita, che canta in diverse lingue con piena padronanza delle stesse e con estrema disinvoltura … mi viene in mente Caterina Valente …”

Per informazioni e prenotazioni: Pro Loco 0733 638414 (da martedì a domenica dalle 9 alle 12:30 e dalle 15:30 alle 19). Ingresso: Euro 20,00. Posti numerati prenotabili anche telefonicamente con ritiro dei biglietti al botteghino del Teatro Feronia fino a 30 minuti dall’orario di inizio del concerto.

www.empathiajazz.com /// www.youtube.com/empathiajazzduo

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Nicola Mingo all’Auditorium

 

Il “Nicola Mingo Swinging Project Omaggio a Wes Montgomery” sarà di scena  martedì 5 dicembre all’ Auditorium Parco Della Musica nella Sala Borgna (Teatro Studio).

Il progetto Swinging rievoca un modo di fare jazz praticato negli anni Cinquanta e Sessanta ed in particolare rappresenta un omaggio allo swing di quel periodo storico e, più nello specifico, un tributo al big sound dei grandi chitarristi dell’epoca come Wes Montgomery, il tutto filtrato alla luce della contemporaneità, con riferimenti al sound di chitarristi come George Benson.

In effetti Mingo si è oramai caratterizzato, nel variegato panorama jazzistico europeo, come uno dei migliori chitarristi bebop oggi in attività, con un’intensa ed ampia produzione discografica (7 CD a suo nome) ed una rilevante  presenza nell’ambito di Festival jazz e rassegne nei migliori jazz club di Italia.

Il suo fraseggio, a note staccate, risulta sempre quanto mai fluido e originale, memore dell’insegnamento dei grandi del jazz e quindi in grado di coinvolgere l’ascoltatore in un viaggio nel tempo di straordinario fascino.

La scaletta prevede l’esecuzione di composizioni originali di Mingo in chiaro stile modern mainstream e alcuni celeberrimi brani di WES quali ‘Road song’; ‘Four on six’; ‘The thumb’; ‘Jingles’. E altri grandi ‘standard’ come: ‘So what’; ‘Moody’s Mood for Love’; ‘Bayou’.

Il chitarrista, compositore ed arrangiatore napoletano, si avvale di un eccellente trio  formato da Giorgio Rosciglione al contrabbasso Gege’ Munari alla batteria e Andrea Rea  al pianoforte

Quintetto Orobie e Stopping Trio al TrentinoInJazz

TRENTINOINJAZZ 2017
Ars Modi
e
TrentinoIn Jazz Club
presentano:

Sabato 2 dicembre 2017
ore 17.30,
Sala Sosat
Via Malpaga 17
Trento

QUINTETTO OROBIE

Domenica 3 dicembre 2017
ore 19.30
Circolo Operaio Santa Maria
Via S. Maria, 18
Rovereto (TN)

STOPPING TRIO

ingresso gratuito

Un nuovo, avvincente weekend al TrentinoInJazz con due imperdibili appuntamenti per la parte finale della lunga rassegna inaugurata lo scorso giugno. Sabato 2 dicembre nuovo concerto di Katharsis, organizzato dall’associazione Ars Modi (dir. artistica Edoardo Bruni), in collaborazione con Sonata Islands, Trentino Jazz, Associazione Bonporti, SOSAT e con il contributo di Provincia Autonoma di Trento, Fondazione Caritro, Regione Autonoma Trentino Alto Adige, BIM Adige, Comune di Trento, Cassa Rurale di Trento. Il concerto avviene sotto l’egida del TrentinoInJazz ed è mirato alla promozione della musica contemporanea “buona”, quella che coniuga complessità e comprensibilità: il Quintetto Orobie. Domenica 3 nuova data del TrentinoIn Jazz Club, la sezione del TrentinoInJazz 2017 che si svolge in vari club di Trento, Rovereto, Riva del Garda e Mori. Al Circolo Operaio Santa Maria di Rovereto arriva lo Stopping Trio.

Sabato 2 novembre a Trento ci sarà l’occasione per assistere al concerto di una delle formazioni colte italiane più apprezzate e competenti. Nato a Bergamo nel 2006 e guidato dal cornista Alessandro Valoti, il Quintetto di fiati Orobie si è rapidamente radicato nel territorio bergamasco fino ad imporsi come un’importante realtà artistica nazionale ed estera, come testimoniano le partecipazioni a rassegne prestigiose tra Losanna, Lugano, Milano e Brescia. Nel programma di Katharsis e Ars Modi il Quintetto Orobie, accompagnato al pianoforte da Patrizia Salvini, eseguirà musiche di tre grandissimi autori del Novecento: György Ligeti, Nino Rota, Francis Poulenc.

Domenica 3 dicembre si volta pagina, passando dalla musica colta del Novecento a un anomalo piano trio jazz, con la variante elettrica del Fender Rhodes: lo Stopping Trio è composto da Andrea Burani (batteria), Giacomo Marzi (contrabbasso) e Giulio Stermieri (piano Rhodes), artefice della formazione e figura di sintesi tra jazz, contaminazioni rock e musica del Novecento. Se nel rock si parla spesso di “supergruppi” per indicare le band composte da personalità già note per la militanza in organici famosi, per lo Stopping Trio potremmo usare un termine analogo. Il “super trio” infatti è il punto d’arrivo di tre percorsi distinti da parte di Stermieri, Burani e Marzi, già all’attivo con nomi del calibro di Stefano Battaglia, Francesco Cusa e Piero Bittolo Bon per Stermieri, Piero Odorici, Marco Tamburini, Carlo Atti Jimmy Villotti, Fabrizio Bosso per Burani, Mattia Cigalini ed Elio e le Storie Tese per Marzi.

Prossimo appuntamento: sabato 9 dicembre (Trento), Sonata Islands Quartet.