Alla Casa del Jazz di Roma live l’Arcadia Trio con il Grammy Award Robin Eubanks

La bellezza senza dubbio non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di bellezza.”
E’ proprio da questo concetto di Albert Camus che ha preso vita il progetto del sassofonista Leonardo Radicchi: Arcadia Trio, di cui l’8 febbraio è uscito con l’etichetta AlfaMusic l’album “Don’t call it Justice” (distr. EGEA Music/Believe digital).
Martedì 12 febbraio alle ore 21 il trio (completato dal contrabbassista Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori) presenterà il disco alla Casa del Jazz di Roma, nell’ambito del suo tour italiano insieme a grande special guest: Robin Eubanks, uno dei più importanti trombonisti del panorama mondiale, vincitore di 2 Grammy Awards.
Biglietti €10 in prevendita al link http://bit.ly/BIGLIETTI12febbraio.
Talentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato “politico” alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.

Così l’Arcadia Trio racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano “Child Song”, ad esempio, racconta di bambini che “devono” essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack “Don’t call it Justice” urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; “Necessary Illusions” è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia – A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity – Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.
Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Il tour
7 febbraio al Padova Jazz Club @Cockney London Pub, l’8 febbraio live a Il Birraio di Perugia, il 9 febbraio allo Smallet Jazz Club di Modena, il 10 febbraio al Teatro Sant’Andrea di Pisa per il festival Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni – Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio all’Argo16 di Mestre.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l’ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy – la nostra rabbia è piena di gioia.
Secondo Radicchi “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l’Arcadia Trio.

CONTATTI
www.casajazz.it
Info album > http://www.ijm.it/component/music/display/796
Facebook > Leonardo Radicchi Music
Ufficio stampa > Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com  tel. 3281743236
Booking > leonardoradicchi@gmail.com –  arcadiatriobooking@gmail.com tel. 320.4233404

Il Daniele Ciuffreda Organ Trio in concerto al Rossini Jazz Club di Faenza

Giovedì 7 febbraio 2019, la stagione musicale del Rossini Jazz Club di Faenza prosegue con il il Daniele Ciuffreda Organ Trio, composto da Daniele Ciuffreda alla chitarra, Matteo Addabbo all’organo Hammond e Daniele Pavignano alla batteria. La rassegna diretta da Michele Francesconi si presenta in questa stagione con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

Daniele Ciuffreda guida il suo Organ Trio attraverso composizioni originali, tratte dal disco “Out On The Ninth Day”: swing travolgente, groove, blues unito alla consueta voglia di rendere omaggio alle songs più celebri della tradizione del Jazz.

«Nel 2015 dopo nove giorni passati in ospedale, all’improvviso mi è venuta in mente la prima frase del tema di questo brano – commenta Daniele Ciuffreda riferendosi alla quinta traccia che da il titolo all’album. Fin da subito ho creduto che avesse qualcosa di speciale e così ho provato a svilupparla con l’idea che potesse vagamente ricordare le composizioni di Bobby Timmons che hanno un forte legame con la church music. Il risultato mi ha convinto a tal punto da decidere di usarla come titolo del disco.»

“Out On The Ninth Day” è il titolo del disco che Daniele Ciuffreda ha realizzato nell’autunno del 2018 insieme ad Alberto Marsico e Daniele Pavignano. Il disco vede la presenza, come special guest, di Fabrizio Bosso ed è stato pubblicato da Abeat Records.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Il prossimo appuntamento con il Rossini Jazz Club di Faenza è per giovedì 14 febbraio 2019, quando si terrà il concerto in solo di Tati Valle. Lunedì 11 febbraio, inoltre, il Bistrò Rossini ospiterà il concerto di chiusura della rassegna “Fiato al Brasile 2019”.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

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Daniele Ciuffreda Organ Trio
Daniele Ciuffreda. chitarra
Matteo Addabbo. organo Hammond
Daniele Pavignano. batteria

Rossini Jazz Club
Faenza. Piazza del Popolo, 22

Giovedì 7 febbraio 2019. ore 22
ingresso libero

web: www.bistrorossini.it
social network: www.facebook.com/rossini.jazzclub; www.twitter.com/rossinijazzclub; www.instagram.com/rossinijazzclub

Marilena Paradisi e Kirk Lightsey: A New Birth

Mercoledì 23 gennaio 2019
Ore 21.00
Auditorium Parco della Musica
Teatro Studio Borgna
Viale Pietro de Coubertin 30
Roma

MARILENA PARADISI & KIRK LIGHTSEY
IN CONCERTO:
A NEW BIRTH

Biglietti: da 15.00 €
Biglietteria 892.101

Ticket One:
https://www.ticketone.it/tickets.html?affiliate=FMR&doc=erdetaila&fun=erdetail&erid=2311400

Una rinascita. O meglio, una nuova nascita. A New Birth. E’ questa la parola d’ordine di un graditissimo ritorno, quello di Marilena Paradisi e Kirk Lightsey, che a un anno di distanza dal loro ultimo concerto romano risalgono sul palco dell’Auditorium Parco della Musica mercoledì 23 gennaio 2019 in un prezioso happening di grande jazz per voce e pianoforte, che suggella il primo passo di un nuovo percorso insieme.

Lo straordinario duo si ricompone sull’onda lunga del successo dell’album Some Place Called Where (pubblicato dalla norvegese Losen Records e per l’occasione distribuito in Italia da Egea), recensito in tutto il mondo e premiato per l’eccezionale interplay e l’intesa artistica tra il pianista di Detroit, figura monumentale della storia del jazz, e la cantante italiana, autrice di otto album assai apprezzata dalla critica internazionale per l’abilità nel produrre un timbro aderente all’estetica dei brani, per la presa sul testo e la capacità interpretativa. Sul palco romano nuove magiche storie da raccontare, un repertorio fortemente condiviso da questo duo che propone una fusione tra la tradizione, la storia del jazz e la sperimentazione.

Some Place Called Where ha ottenuto recensioni importanti su prestigiosi magazine stranieri come JazzTimes, JazzHot, Jazz Profile, Music Web International, Albany Jazz (che ha menzionato l’album tra i Top 2017), ma anche su importanti testate italiane come Musica Jazz, Jazzit, Italia In Jazz, A proposito di Jazz oppure Il Manifesto, Internazionale, Jazz Convention e L’Isola della musica italiana: i giornalisti hanno apprezzato la combinazione di esperienze, sensibilità e maturità, nonchè l’intrigante scelta dei brani. Un “repertorio di nicchia” utile all’espressività diretta, immediata e toccante di Marilena e Kirk, che aprono le porte sul loro mondo: quello dell’improvvisazione e della voce come strumento per la Paradisi, quello degli anni passati con Chet Baker, Dexter Gordon, Pharoah Sanders e Lester Bowie, ma anche dell’amore per la musica classica, per Lightsey.

Il titolo dell’album proviene dall’omonimo pezzo di Wayne Shorter, scelto da Marilena in una scaletta sentita e vissuta con Kirk. Come dichiara David Fishel nelle note di copertina, «Portrait (Mingus), Little Waltz (Carter) e Like A Lover (Caymmi) sono un buon esempio di questa musica scelta per profondità e sincerità, Fresh Air è un brano di Kirk che rappresenta bene il dialogo tra i due, Kirk ci regala anche un solo di flauto incantevole e lirico. Il suono complessivo è molto più pieno di quanto si possa aspettare da un duo, con la progressiva gamma armonica di Kirk e la qualità del tocco, quasi da accompagnamento orchestrale. Ma è l’intimità dell’interazione tra i due che più colpisce».

Info:

Marilena Paradisi:
https://www.facebook.com/marilenaparadisiofficial/

Jazz e critica democratica, al tempo dei social media

“Stiamo uccidendo gli artisti con i social network”, ha dichiarato Vincent Lindon in un’intervista a “Vanity Fair”, misfatto che sarebbe consumato da quel mondo web che costringe lo spettatore ad una visione domestica dei film, per come lamentato dall’attore nell’imminenza dell’uscita di “L’apparizione”, del regista Xavier Giannoli. Concetti trasferibili alla musica?

C’è qualche dubbio, in proposito, constatato come il web, per quanto visto “dal divano”, contribuisca a render noti o famosi diversi artisti ed a mitizzare astri vecchi e nascenti delle sette note (e della celluloide). Sono tanti i musicisti che si giovano dei nuovi media per affermarsi e imporsi. Ci sono poi altri risvolti del cambiamento generato dai social in questo ambito.
Uno è che si sta assistendo ad una mutazione dei ruoli più consolidati. Prendiamo ad esempio quello del critico/giornalista o cultore della materia che dir si voglia.
Jazz, nel caso specifico. A vedere lo scarso spazio assegnatogli su grandi giornali e tv, insomma sui media generalisti, parrebbe un mestiere destinato all’estinzione, come i brontosauri e gli indios dell’Amazzonia. Son sempre più rari i contributi, almeno quelli laboriosi e attenti a cui firme di provata esperienza ci hanno abituati.
Vero è che, in generale, il peso della stampa tradizionale – e quindi delle stesse rassegne stampa dei festival – non è più quello di una volta. Per la concertistica jazz, con la riduzione di contributi e sponsor, prevale la logica del botteghino e, giocoforza, la promozione importa più della riflessione ponderata a fari spenti. E non mancano uffici stampa costretti a diventare “operatori mediatici” per adeguarsi ai tempi che cambiano puntando a far pubblicare un ritaglio del comunicato, una breve, un redazionale o un’intervista prima dell’evento, reale o supposto.

Ma ci sono anche, per spiegare tale trend, specifiche ragioni di contenuto.
A livello di festival una certa ripetitività dei nomi in cartellone ad alcune rassegne (non ispirate alle produzioni originali né rischiosamente innovative) non è che faccia bene alla categoria dei “giornalisti musicali” nel senso che diventa sempre più difficile recensire una performance di un artista accreditato (che si ripeta, ovviamente) del quale si è detto tutto, si conosce ogni piega, lo si venera a priori per cui che senso avrebbe sottoporlo ad un ulteriore giudizio?

E c’è poi una tendenza centrifuga, di una “critica” divenuta città aperta, accessibile, non più roccaforte depositaria delle pronunce di pochi eletti, slegata da linee editoriali.
Fenomeno che non andrebbe visto con sospetto, nel senso che se ci sono degli appassionati i quali, anche tramite il web, si avvicinano e partecipano al mondo della musica afroamericana, non solo con la fruizione passiva, ma anche con l’approfondimento vigile, che siano i benvenuti!  Va precisato, per inciso, che essendo questa una rivista on line va da sé che il giudizio sul web non può di certo essere negativo, nella convinzione che si tratti di uno strumento utile alla democratizzazione del sapere e della cultura, compresa quella musicale. Per quella jazzistica, poi, che è minoritaria, sì, ma ha un’estensione mondiale, l’ausilio della rete è più che vitale come mezzo utile alla circolazione delle informazioni e dell’ascolto sia di documenti storici (quanti 78 giri su youtube!) che alla visione di filmati di concerti anche in contemporanea (che piacere vedere e sentire in diretta fb Al Di Meola mentre si esibisce in U.S.A.!).

Ma la figura dell’esperto, in questo panorama mutante, allora risulta appannata?
Guardiamo ai dischi di jazz. Capita che ne vengano pubblicati senza le liner notes di un addetto ai “lavori”. La cosa non è scandalosa. Quanti libri escono senza prefazione? Siamo lì. Non è detto, avrà pensato l’editore, che il lettore, l’ascoltatore nel caso degli album, debba esser accompagnato per forza nel suo approccio al disco da un “tecnico”. Idea che non fa una grinza. Sarà più autonomo nell’auto/orientamento e nell’apprezzamento. Un tutor di se stesso. E poi se vorrà potrà approfondire altrove, magari sulle riviste specializzate cartacee o web, o sui social. Ed è qui il punto principale del discorso. È lì che potrà trasformarsi a sua volta in giurato popolare che sentenzia a base di like, di cittadino che conquistata la Bastiglia culturale occupata da un’élite, potrà finalmente sfornare pensieri, limare stime, compilare il riquadro “scrivi la tua recensione”. Più saranno le condivisioni, a vario titolo, e più il disco, il concerto, ma la cosa vale anche per altri prodotti artistici (cinematografici, letterari, pittorici etc.) sarà da intendersi “contattato” dai nuovi digitors, e quindi acquisire popolarità e, forse, prestigio. Il numero è potenza, diceva qualcuno. Ancor più vero, in quest’era massmediale in cui Shazam ha “rubato” il posto ad orecchi sopraffini perché in grado di decifrare da poche note il titolo di un brano. Intendiamoci. È positivo che la libertà di critica sia sdoganata, diffusa sui social dove basta un pollice alto o un pollice verso a decretare se il gladiatore che si cimenta nell’arena artistica debba essere osannato o divorato. L’artista che si espone al pubblico è consapevole del rischio che corre e ciò lo sprona a migliorarsi e a dare il meglio. Tutto ciò è positivo specie se significa maggiore partecipazione e attenzione anche nel caso del jazz.

Lo sarebbe meno se prevalesse l’idea che solo il Verbo collettivo fosse il Dogma. Lo scontro, su queste premesse, sarebbe duro per i critici, decimati dallo sfoltimento degli spazi disponibili al jazz, per l’impari confronto, tipo Termopili, contro le flotte e le frotte dei persiani in avanzata (l’apparato di comunicazione massiva che sostiene e premia non certo generi ancora di nicchia come il jazz). E ridotti anche da un ricambio generazionale che procede con lentezza. La speranza è che la riserva indiana sia in qualche modo protetta dai nuovi fondamentalismi. Anche perché la coesistenza è possibile, c’è spazio per tutti, dal mainstream alla controinformazione. E’ la libertà dell’informazione, bellezza, la bellezza dell’informazione a 360 gradi. Tanto più vasta quanto meno imbavagliata.

In conclusione.  C’era un paesino il cui assessore alla cultura fungeva anche da direttore artistico della locale rassegna jazz. Ecco. È quello che, parlando del nostrano jazz journalism, bisognerebbe evitare: la confusione dei ruoli. Nel presupposto che il commentatore jazz sia uno stakeholder, un portatore di interesse, culturale più che economico, che opera da una data postazione mediatica. Ma non è una cosa social, non necessariamente, senza per questo essere antisocial, anzi di norma partecipando alla vita della rete, leggendo, consultando, confrontandosi, postandovi immagini, foto, notizie…oltretutto il web gli fornisce il termometro degli umori e degli amori verso questa musica.

In politica si sbatte il tweet in prima pagina. Nel caso in esame non sarebbe possibile. Il jazz non guadagna in genere la ribalta della cronaca. Ma ci può stare l’aspirazione a rivendicare per chi lo analizza, e senza accampare difese corporative, un livello sindacale minimo di rispetto delle competenze quando si “mette in vetrina” la propria mercanzia professionale di fronte alla platea degli interessati; nella quale, c’è da giurarlo, potrebbe sempre annidarsi chi è pronto al crucifige ed a fare mucchio selvaggio a colpi di click.

Amedeo Furfaro

Emanuele Coluccia in concerto a Parma con “Birthplace”

Venerdì 23 novembre Emanuele Coluccia torna sul palco nell’ambito del tour dedicato al suo album “Birthplace” prodotto da Workin’ Label con il sostegno di Puglia Sounds Records 2018. Alle 21.30 sarà difatti in concerto a Parma presso il Circolo Giovane Italia (via John Fitzgerald Kennedy, 7) in trio con il contrabbassista Giampaolo Laurentaci e il batterista Dario Congedo: info e prenotazioni al 320.1992273.
Emanuele Coluccia, che ha trascorso molti anni della sua carriera negli Stai Uniti, è una delle figure più talentuose e eclettiche del panorama musicale italiano: pianista, sassofonista, polistrumentista, arrangiatore, compositore, direttore d’orchestra, didatta, Coluccia ha condotto il suo percorso artistico parallelamente tra Europa e States, facendo definitivamente ritorno in Italia qualche anno fa.
Gli 8 brani originali di “Birthplace” (disponibili su Spotify al link http://bit.ly/spotifyBIRTHPLACE) segnano proprio la ricapitolazione di un percorso, un ritorno al luogo di origine, dove il potenziale è al massimo e le possibilità infinite, punto di partenza di una nuova vita. Nella tracklist anche la rivisitazione del celebre brano di Paolo Conte “Azzurro”:
“Il brano appartiene al mio immaginario infantile. Da piccolo lo ascoltavo su 45 giri e ci ballavo sopra. L’originale è musicalmente molto semplice e mi sono divertito molto a riarmonizzarlo, cambiandone il colore, che da azzurro diventa un colore molto misterioso.”
Nel disco, registrato con Luca Alemanno e Dario Congedo, anche un cameo della cantante Carolina Bubbico che ha prestato la sua voce in “Eagle’s Wish” per riportare il tema del brano alla sua natura originaria di canto libero, immediato, espressione del desiderio di un essere che conosce il volo come propria condizione naturale e quotidiana.
Improvvisatore, sempre teso alla sintesi delle esperienze e ispirato da una visione sincretica della vita e delle arti, Emanuele Coluccia è un musicista sui generis. Al centro della sua raffinata ricerca vi è il desiderio di cogliere il cuore delle cose: del suono, dell’ascolto, dell’azione musicale.
Le parti tematiche delle composizioni nascono da “appunti di viaggio”: note vocali prese al volo durante i frequenti viaggi o da momenti di ispirazione, in cui sembra che il canto e il suono siano una perfetta opportunità di relazione e conoscenza con se stessi. La parte armonica è realizzata con una tecnica mista (tonale, modale, atonale) nello sforzo costante di tenere vicini i rispettivi piani espressivi in una danza sempre più complessa e, allo stesso tempo, concreta.

BIO
Pianista e polistrumentista eclettico, Emanuele Coluccia conduce la sua carriera parallelamente tra Europa e Stati Uniti. Nel suoperiodo newyorkese, iniziato nel 1999, ha intrapreso un percorso molto attivo sia per quanto riguarda l’attività concertistica (Brooklyn Film Festival, Lincoln Center, University of Stoneybrook, WAX Studios, Consolato Tedesco, Brooklyn Museum of Art, Università di Princeton) sia per l’attività discografica. Negli USA ha collaborato con la cantautrice americana Myla Hardie, l’artista afro-jazz Alain Kodjovi, la cantante italiana Greta Panettieri, il trombettista/compositore tedesco Volker Goetze, il cantautore francese Chris Combette, e ha partecipato ai tour europei del trombettista newyorkese Greg Glassman e al tour in Andalusia con il trio Malesciana Folk.
Rientrato in Italia ha fondato con Claudio Prima e Redi Hasa Bandadriatica, progetto con cui ha all’attivo 4 lavori discografici, numerosi tour in Italia e all’estero e prestigiose collaborazioni (King Naat Veliov e la Kocani Orkestra, Eva Quartet). Negli anni ha condiviso il palco con moltissimi artisti, tra cui Fabrizio Bosso, Carolina Bubbico, Gabriele Mirabassi, Javier Girotto e Silvia Manco, e nel 2005 e nel 2006 è stato membro dell’Orchestra della Notte Della Taranta.
Collabora a diversi progetti multidisciplinari caratterizzati dall’interazione fra musica, danza, pittura e letteratura, prendendo parte a spettacoli, residenze artistiche e gruppi di ricerca con attori, pittori danzatori e performer. Affianca la sua attività di compositore con quella di arrangiatore e orchestratore per Bandadriatica e per la Giovane Orchestra del Salento.
Nella sua formazione spiccano le lezioni e i workshop di Joe Lovano, Joe Zawinul, Paul Motian, Bill Frisell, John MacLaughlin, George Garzone nell’ambito delle clinics del Berklee College of Music a Umbria Jazz. Proprio nell’edizione del 1999 del grande Festival umbro, ha partecipato a performance improvvisate con Jason Moran, Taurus Mateen, Eric Harland e Pat Metheny.

CONTATTI
Facebook: https://www.facebook.com/emacoluccia/
www.workinproduzioni.it  workinmusic@gmail.com
Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei  tel. 328.1743236 info@fiorenzagherardi.com

Andrea Pozza Italian Trio live al Capolinea8 di Torino

Sabato 17 novembre, il jazz del pianista Andrea Pozza torna a Torino al Capolinea8 (Via Maddalene 42 bis). Una serata che si preannuncia ricca di swing con un repertorio di brani tratti dagli album più recenti del pianista genovese “Siciliana” e “A Jellyfish From The Bosphorus. Durante la serata non mancheranno poi brani della grande tradizione americana e standard jazz. Il pianismo di Pozza è caratterizzato da uno stile elegante, attento ai colori, alle sfumature, in perfetto equilibrio fra la solidità di un impianto formale di stampo europeo e l’inventiva fresca e ammaliante di un sound oltre oceanico. La ritmica sarà affidata alla grande musicalità del contrabbasso di Simone Monnanni e all’estro e alla maestria di Riccardo Zegna alla batteria.

Andrea Pozza ha una solida carriera nazionale ed internazionale che lo ha visto protagonista in Estremo Oriente, in America ed in Europa. Pianista genovese è attualmente riconosciuto dalla critica e dal pubblico come una delle personalità più rappresentative in ambito jazz attualmente in circolazione. Musicista eclettico capace di affrontare con grande disinvoltura qualsiasi repertorio, è sia leader carismatico sia partner ideale per grandi artisti che trovano in lui empatia e innato interplay. Andrea Pozza ha debuttato a soli 13 anni e da allora si è esibito al fianco di alcuni “mostri sacri” della storia del jazz: Harry “Sweet” Edison, Bobby Durham, Chet Baker, Al Grey, George Coleman, Charlie Mariano, Lee Konitz, Sal Nistico, Massimo Urbani, Luciano Milanese, Steve Grossman e molti altri ancora. Intensa la sua attività concertistica che lo porta costantemente in tour in Italia e in Europa, dalla Gran Bretagna alla Svizzera, dalla Germania al Portogallo, alla guida delle formazioni a suo nome. Pozza collabora stabilmente, tra gli altri, con Enrico Rava, Fabrizio Bosso, Scott Hamilton, Jesse Davis, Tullio De Piscopo, Ferenc Nemeth, Bob Sheppard, Antony Pinciotti, Furio Di Castri e tanti altri. Andrea Pozza è inoltre protagonista di numerosi progetti discografici a suo nome, tra questi, l’album più recente si intitola “Siciliana” realizzato in trio con Andrew Cleyndert e Mark Taylor (Trio Records, Inghilterra, 2016), preceduto da “I Could Write a Book”(Gennaio 2014) e “Who cares?” (Dicembre 2014) in super audio cd e vinile, in duo con Scott Hamilton; “A Jellyfish From The Bosphorus” (ABEAT REC, 2013) in trio, inciso tra l’Italia ed il Regno Unito e “Gull’s Flight”(ABEAT REC, 2011) realizzato con l’Andrea Pozza European Quintet e che coinvolge musicisti inglesi e olandesi.

 

Sito ufficiale di Andrea Pozza: www.andreapozza.it

Facebook Official Page: www.facebook.com/AndreaPozzaOfficial

 

Ufficio Stampa Andrea Pozza: Top1 Communication Press Office

Per info: segreteria@top1communication.eu

Stefania Schintu Cell. +39 347 0082416