Carlo Rebeschini: le lezioni del Maestro

di Enrica Bacchia

Valdobbiadene 6 agosto 2019. Il tempo uggioso non promette certo bene quando sale sul palco accompagnato per l’occasione dai suoi amici: Gianni Fantuz alla batteria e Massimo Vanzan al basso. Visibilmente debilitato, ma nulla lo può trattenere e per oltre due ore e mezza manda in visibilio il suo pubblico giunto per l’occasione da mezza Italia. Ha regalato una ricca panoramica di brani jazz, rock, prog, funk, blues, quasi estraendo il succo vitale di ogni fraseggio e di ogni accordo, mischiando passione, padronanza della tecnica, cuore e anni di esperienza per farci gustare cocktail di ritmi e di note sapientemente filtrati dalla forte personalità artistica e umana.

È stata l’ultima esibizione del grande Artista Maestro Carlo Rebeschini deceduto il 25 settembre 2019.

Dicembre. Fine anni ’70. Ospitata dai fasci di luce puntati sui musicisti, la densa foschia fluttua con un ritmo decisamente opposto allo swing che ad ogni brano ti sta penetrando sempre più sotto pelle. Un impulso impossibile da tenere a freno: file di scarpe più o meno sincronizzate scandiscono il due e il quattro alternandosi allo snap delle dita. Stasera sembra che anche la fitta nebbia di questo gelido dicembre stia cercando un posto a sedere nel locale gremito di gente che assiste al concerto. Ma gli strati di nebbia che ti arrivano alle narici, trasformati in piccoli vortici danzanti ad ogni passaggio delle cameriere, odorano solo di sigarette. Un odoraccio di fumo che graffia gli abiti, gli spartiti, perfino il mio nuovo microfono, mischiandosi incontrollato ai gin tonic che scorrono nelle vene.

Questa sera, oltre al chitarrista Alberto Negroni, proprietario del primo mitico jazz club in provincia di Treviso, mi sto esibendo con un giovane pianista che incontro per la prima volta, un ragazzo che ad occhio e croce dovrebbe avere più o meno la mia stessa età. Lo sto studiando dall’inizio del concerto: le dita affusolate sanno come ottenere dalla tastiera le sonorità volute con una maestria che, quasi in contrasto con la giovane età, già sottintende una conoscenza rigorosa della tecnica musicale. Riesce a passare dal sound del jazz più tradizionale alla fusion e al rock con grande scioltezza. Senso del ritmo impeccabile, sostituzioni spinte, idee originali. L’assolo che sta eseguendo in “La Fiesta” di Chick Corea apre un portale che, per qualche istante, mi concede di accedere a quel suo fare (o almeno così immagino).

L’impressione è paragonabile a un’arrampicata in solitaria che libera il piacere di tastare appigli e appoggi, osa e al contempo scopre istante dopo istante il passaggio che porta, musicisti e pubblico, sempre più in alto, sempre più nell’emozione liberando la magia della musica… su, su fino alla vetta.

I lunghi capelli sciolti alle spalle, lo sguardo proiettato in una dimensione quasi onirica che osserva senza mettere nulla a fuoco, la presenza totale nella consapevolezza di ogni passaggio mai lasciato al caso e il perfetto interplay che intercorre tra i musicisti: con estrema naturalezza, il pianista sembra lasciarsi trasformare in un tramite e quindi permettere che sia lo stesso standard ad interpretare se stesso. È il primo pianista con cui collaboro che non si sta limitando alla perfetta – e troppo spesso arida – esecuzione tecnica della song. Sa come mantenersi bambino ispirato che scopre con meraviglia ciò che si fa da sé. Ne sono entusiasta: ecco un sognatore, un co-creatore di questo mondo.

Mi sto quasi innamorando del personaggio quando sulle note rarefatte dell’assolo del bassista – le dita sempre saggiamente piantate sulla tastiera – lo vedo chinarsi e bisbigliare qualcosa all’orecchio di un suo vecchio amico pigiato in prima fila, quasi di fianco al palco. Non ci posso credere: gli sta chiedendo i risultati della finale di calcio!

Dopo l’ultima jam, prendo tutto il coraggio che mi ritrovo e mi avvicino a questo sorprendente pianista. Desidero congratularmi per le emozioni di cui ci ha resi partecipi ma allo stesso tempo voglio chiedergli – con un briciolo di presuntuosa sorpresa – come abbia potuto far coesistere così spudoratamente la dimensione tanto coinvolgente dell’Arte con quella più ordinaria del calcio in uno spettacolo tanto coinvolgente come quello di stasera. …E quella sera ricevetti la mia prima lezione dal Maestro.

Con una semplicità quasi confidenziale Carlo iniziò a limare la presunzione tipica di chi, come la sottoscritta, pensava che il solo fatto di ritenersi creativo, bastasse a conferirgli uno status di distacco verso le piccolezze del mondo reale. La mia visione del mondo, a differenza della sua, mi autorizzava a ritenermi una vera Artista (si badi bene, di quelle con la A maiuscola). Un ideale avvalorato dal fatto che allora subivo il fascino, seguendoli sul campo mentre erano intenti alla preparazione del “Prometeo”, di personaggi del calibro di Luigi Nono ed Emilio Vedova (uno dei miei insegnanti all’Accademia di Belle Arti di Venezia); oppure duettavo con Bob Stoloff o Mark Murphy nei locali di mezza Italia ed ero ospite di Giorgio Gaslini e Renato Sellani: insomma, una botta di ego da paura!

Le parole scambiate con Carlo dopo quell’assolo connesso alla partita del campionato di calcio, parole che ricordo ancora a distanza di quarant’anni e che hanno marcato tanto profondamente il mio canto, rimangono quale testimonianza della profondità del suo stile consolidatosi nel tempo: come se si limitasse ad essere un semplice testimone del gioco, nella bilancia della vita aveva contrapposto il peso della musica a quello del calcio facendo rimanere i piatti in perfetto equilibrio. Per usare le parole toccanti di Padre Francesco Rigobello nel rendergli l’ultimo saluto nella splendida Abbazia di Follina gremita di persone fino all’inverosimile, per il Maestro “il valore di ogni singolo aspetto della vita era ed è rimasto sempre grande: sapeva vivere la perfezione dell’Universo” con uno stile empatico, inclusivo, incantato davanti a tutte le forme dell’esistenza.

Settembre 2019. WhatsApp. “È Carlo Rebeschini – dico a mio marito nell’altra stanza – Ha pronto il brano. Ti ricordi… quello che aveva promesso di scrivere per me la sera del Pan e Vin in cui è venuto a cena da noi. Ah… Però mi dice che dobbiamo andare noi da luiCi vieni anche tu?

Il suo bel appartamento di Follina che odora sempre di una fragranza antica, fresca e pulita. Nel tardo pomeriggio settembrino il salone vive di una luce solare brillante. Siamo accolti dal dolce sorriso della moglie Carla ma allo stesso tempo avverto un po’ di sommessa animazione data da una singolare complicità amorevole di tutte le donne di casa.

Ciao Carlo… Eccoci finalmente! – gli dico porgendogli una rosa rossa colta in giardino – Glauco ti ha portato una bottiglia di vino speciale” Un istante di imbarazzo: mi rendo subito conto che vino e morfina non possono andare certo d’accordo.

Il suo solito sguardo presente e solamente un paio di frasi quasi a giustificare la malattia, ancora una volta buttate lì come una confidenza che avesse poco a che fare con il motivo della nostra visita. Non una parola di autocommiserazione. Poi subito la carrozzella si sposta alle tastiere già accese per farmi ascoltare il brano affrescando, con grande trasporto, il significato del titolo abbozzato a matita sullo spartito: “Abbraccio l’Albero”.

Ci stavamo confrontando discorrendo beatamente su tonalità, ritmo, sound, testo della canzone e per una frazione di secondo vidi il personaggio con cui avevo la fortuna di parlare: avevo di fronte colui che era stato docente al Conservatorio di Castelfranco, pianista e clavicembalista dell’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia per 36 anni, direttore dell’Orchestra di Padova e del Veneto, dell’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza e di altre da lui stesso formate, il prezioso collaboratore e arrangiatore a fianco dei grandi come Eddy Busnello, Vinicio Capossela, Marco Paolini, Mango, Ruggeri, Boris Christoff, Sting – solo per citarne alcuni – e ancora l’amico del grande musicista Don Mansueto Viezzer, di cui era stato esecutore e direttore d’orchestra delle principali opere. Riprovavo gli stessi brividi di emozione vissuti nelle cattedrali gremite di pubblico quando le voci dei numerosi coristi che ha diretto centinaia di volte, si facevano trasportare quasi ipnotizzate da quella sua direzione paradossalmente ricca di un’umile autorevolezza.

Avvertivo come in quel paio d’ore stesse scrivendo per noi, nel copione dell’esistenza, una nuova improvvisazione, libera ma connessa al tutto, in un intimo dialogo col mistero stesso della vita e della morte. Ancora una volta lo stavo studiando: sembrava non temesse di accogliere come naturale il semplice pensiero della fine dell’esistenza terrena. A testimonianza di questo avevo notato che, come spesso accade quando l’umano si lascia trasportare dal grande dolore, non aveva permesso che l’essenza negativa dell’infermità intaccasse le stanze, gli oggetti e perfino i suoi cari. La sua volontà appariva così forte che il pensiero della morte (tabù per la nostra cultura) si stava traducendo in una vitalità quasi affrettata che si esprimeva con la mobilità particolare degli occhi o con il massimo disappunto verso la tecnologia che non gli permetteva di trovare il file corretto da passarmi in chiavetta, ma anche con la voglia di suonare ancora e ancora quasi a trovare una sorta di solidarietà benigna con l’ignoto.

Nel viaggio di ritorno verso casa, per parecchi minuti tra me e mio marito non ci fu dialogo. Era evidente che ci sentivamo toccati nel profondo e, tacitamente, non volevamo cedere alla tentazione di esternare qualsivoglia banale commento su ciò che avevamo percepito. Nonostante la gravità della malattia dalle sue labbra non era uscita una sola parola di rammarico, neanche la più piccola lamentela, dimostrando come in questo inevitabile frangente fosse consapevole di trovarsi sul ciglio della scoperta suprema. Per dirottare lo spauracchio del dolore, mi misi a verificare la qualità delle foto dello spartito che avevamo scattato col cellulare, apprezzando la fiducia che Carlo mi aveva dimostrato lasciandomi libera di re-interpretarne sia il testo che la melodia con la promessa che l’avremmo incisa quanto prima.

A distanza di pochi giorni risalivo la bella gradinata di marmo che portava al piano superiore del suo appartamento. I contorni grigi degli amici e parenti più stretti, in attesa di assistere alla cerimonia funebre che si sarebbe tenuta di lì a poco contrastava con l’energia leggera e ancora una volta ricca di luce che si diffondeva in quello che era stato il salone/studio di Carlo Rebeschini, stranamente libero da persone. Rimasi da sola per qualche minuto e respirai a fondo quell’essenza brillante fatta di tutto l’amore di quella famiglia, di musica e soprattutto del grande Maestro.

Enrica Bacchia

Forlì Open Music – F.O.M. IV edizione

Forlì Open Music – F.O.M. – IV edizione

L’esclusiva rassegna dedicata a diversi linguaggi musicali dalla tradizione al presente, quest’anno allarga i suoi confini accogliendo il Festival di Musica Contemporanea Italiana: 12 appuntamenti tra cui Joe Morris in esclusiva e la data unica della Paal Nilssen-Love Large Unit – 11, 12, 13 ottobre 2019 ex Chiesa San Giacomo – Piazza Guido da Montefeltro – Forlì

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Dopo l’entusiasmante edizione del 2018, torna Forlì Open Music la rassegna internazionale dedicata ai diversi linguaggi musicali dalla tradizione al presente, che per il 2019 allarga i suoi confini accogliendo il Festival di Musica Contemporanea Italiana e ampliando il cartellone e la durata del festival.

Tre giorni, dall’11 al 13 ottobre, ospitati tra le millenarie mura della Chiesa di San Giacomo a Forlì, e 12 appuntamenti di assoluta qualità con artisti considerati internazionalmente le punte di diamante dei rispettivi ambiti musicali, come Joe Morris (in esclusiva), la Paal Nilssen-Love Large Unit (data unica), il Quartetto Maurice, gli Zaum Percussion, Fabrizio Ottaviucci, il duo Monica Benvenuti e Francesco Giomi e tanti altri. Performer diversi tra loro ma allo stesso tempo molto vicini, quasi compenetranti, nonostante le etichette affibbiate.

Non solo musica: il programma di quest’anno abbraccerà anche altre forme d’arte, come la fotografia con la mostra di Žiga Koritnik e la presentazione del suo monumentale Cloud Arrangers che apriranno il Festival, e la letteratura, con la presentazione del libro postumo Non abbastanza per me di Stefano Scodanibbio, contrabbassista virtuoso e compositore che ha illuminato il panorama musicale degli ultimi trent’anni.

Da sempre caratterizzata dentro e fuori i confini nazionali per la sua trasversalità rispetto a vari mondi musicali, Forlì Open Music, quest’anno insieme al Festival di Musica Contemporanea Italiana, porrà attenzione e sensibilizzerà gli ascoltatori su musiche diverse nate nello stesso contesto storico, mostrando non solo il prodotto finale ma anche i luoghi e le espressioni sonore del pensiero. Una musica che può essere scrittura ma anche realizzazione estemporanea, improvvisazione, sperimentazione, evocazione.

La direzione artistica di FOM è sempre a cura dell’associazione culturale Area Sismica che da nove anni organizza anche il Festival di Musica Contemporanea Italiana, con lo scopo di divulgare le opere e l’arte di compositori e interpreti nati e formati nel nostro paese. La quarta edizione di Forlì Open Music è organizzata da Area Sismica con la consulenza di Fabrizio Ottaviucci, e in collaborazione con il Comune di Forlì e i Musei di San Domenico, e il sostegno della Regione Emilia Romagna, del MiBACT e della Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì.

IL PROGRAMMA

Entrando nel dettaglio del calendario, l’apertura – venerdì 11 ottobre, ore 19 – è affidata alla mostra fotografica di Žiga Koritnik, fotografo sloveno di fama internazionale specializzato nella fotografia di spettacolo, in particolare nell’ambito del jazz. Ha ritratto i più grandi musicisti del mondo ed è per questo ospite fisso di moltissimi festival in Europa e Stati Uniti: il Vienna jazz festival e il Saalfelden in Austria, Musique Metisses di Angouleme in France, il Vision Festival di New York, i festival di Skopjie in Macedonia e di Sant’Anna Arresi in Sardegna. Le sue immagini sono pubblicate da prestigiose riviste internazionali come l’italiana Zoom, che gli ha dedicato un intero articolo nel 2005, la giapponese Jazznin, e altre come Time Out, Jazz Times, Jazziz, Signal to Noise, Neue Zeitschrift fur Musik, Village Voice. Ha realizzato numerose mostre e pubblicazioni, e le sue foto sono utilizzate in diverse opere discografiche e letterarie: è di Ziga Koritnik la foto di copertina dell’edizione slovena dell’autobiografia di Miles Davis.  Durante la serata sarà presentato il suo nuovo libro fotografico, Cloud Arrangers, nel quale ha raccolto la sua intera e prestigiosa carriera. Un volume di 376 pagine, con 278 foto quasi tutte in bianco e nero, in cui Ziga Koritnik fa il punto di oltre trent’anni di lavoro sulla musica, anzi nella musica.

Protagonista del primo concerto – sabato 12 ottobre, ore 20.30 – sarà un enfant prodige, il talentuosissimo Jacopo Fulimeni, a sottolineare come una delle vocazioni del Festival sia anche quella di portare alla luce i migliori rappresentanti delle nuove generazioni, che siano interpreti o compositori.  Diciotto anni appena compiuti, ha iniziato lo studio del pianoforte all’età di 8 anni, mentre a 9 anni ha sostenuto l’esame di ammissione per la classe di pianoforte al Conservatorio “G.B.Pergolesi” di Fermo, risultando 1° su 54 candidati. Tra i più interessanti giovani talenti a livello nazionale, già vincitore di numerosissime competizioni pianistiche nazionali e internazionali, Fulimeni è stato insignito del premio Arca d’Oro di Torino, prestigioso riconoscimento nel cui albo figurano nomi come Riccardo Muti e Riccardo Chailly. Nonostante la giovane età ha già un’agenda fittissima di impegni, tra i prossimi è stato  invitato dal governo ungherese a tenere un concerto per la stagione 2019/2020 presso il Liszt Ferenc Memorial Museum di Budapest. A Forlì presenterà un repertorio di notevole difficoltà con musiche di Liszt, Alkan e Rameau.

A seguire, un concerto più vicino alle epoche contemporanee con il Quartetto Maurice, che interpreterà composizioni immaginifiche di Giacinto Scelsi e Francesco Lanza. Insignito di numerosi premi e riconoscimenti, fra i più recenti dei quali spiccano quello ricevuto ai Ferienkurse fur Neue Musik 2016 di Darmstadt come migliori interpreti e il XXXV Premio della Critica Musicale “Franco Abbiati” 2015 dedicato a Piero Farulli, il Quartetto Maurice  di Torino è una formazione ben nota a livello internazionale che vanta ad oggi ben 17 anni di attività oltre a una lunghissima serie di collaborazioni con alcuni dei più importanti compositori viventi. Fondato nel 2002, dopo aver approfondito l’ambito classico, il Quartetto si è dedicato alla musica dei secoli XX e XXI, esplorando ogni tipo di linguaggio contemporaneo. Tra i vari progetti, 4+1 inteso come quartetto d’archi + elettronica, con cui si delinea la volontà del Quartetto Maurice di considerare l’elemento elettronico come un quinto membro del gruppo e di lavorare quindi in senso cameristico con l’elettronica, cogliendo le suggestioni sonore che essa offre per poi rilanciarle in ambito acustico, in un fluire di novità acustiche che si alimentano vicendevolmente. Si è esibito nei maggiori festival in Italia ed in tutto il mondo, oltre ad annoverare nel proprio curriculum anche la direzione e codirezione artistica di festival ed eventi culturali.

Subito dopo è il turno dei Zaum Percussion, un trio che riunisce al suo interno 3 dei più grandi percussionisti della scena internazionale per un omaggio al genio di Mario Bertoncini e a quello di Lorenzo Pagliei. Fondato nel 2018, Zaum Percussion è un ensemble formato da Simone Beneventi, Carlota Cáceres e Lorenzo Colombo, provenienti da percorsi di studio e di attività artistica internazionali. Accomunati dall’interesse per la ricerca, la creazione di nuove forme di produzione e fruizione musicale, lo studio e la ripresa delle opere più significative del repertorio per percussioni del XX e XXI secolo, i tre hanno fatto convergere in questo ensemble le loro esperienze, i loro ambiti di azione e i loro interessi artistici affini. Simone Beneventi nato a Reggio Emilia (1982), è stato premiato con il Leone D’Argento alla  Biennale  di  Musica  a  Venezia (Repertorio  Zero).  La sua ricerca nella costruzione di nuovi strumenti e  di  nuove  soluzioni  compositive per le percussioni hanno definito il suo campo d’azione come “Solismo Creativo”. Carlota Cáceres originaria di Badajoz, Spagna (1988), è una percussionista poliedrica che combina le sue passioni per la musica contemporanea, il teatro musicale e l’orchestra. Vincitrice del primo e secondo premio alla Kiefer Hablitzel  Stiftung  competion,  Carlota  vive  a  Palma  di  Maiorca  dove  insegna  al Conservatorio Superiore delle Isole Baleari. Lorenzo Colombo, nato a Milano (1990), ha vinto come solista il Premio Nazionale delle Arti, il Yamaha Foundation Price e l’International Percussion Competition. Nel 2016 è stato identificato come promettente giovane performer dall’ULYSSES NETWORK e da Steven Schick per Manifeste/IRCAM a Parigi. Al momento Zaum percussion è artist in residence al Festival Milano Musica per il triennio 2018/2020.

Anche in questa edizione del FOM ci saranno eventi organizzati in esclusiva mondiale, come il solo abbagliante dell’incredibile chitarrista compositore improvvisatore statunitense Joe Morris, che chiuderà la prima serata di concerti. Definito da Downbeat Magazine “il principale chitarrista di musica libera della sua generazione” e dalla rivista WIRE come “uno dei più grandi improvvisatori viventi”, Joe Morris è uno dei più grandi chitarristi del free jazz e della free music. Ha composto oltre 150 brani musicali originali e ha al suo attivo più di 140 registrazioni incise da etichette quali Leo, Aum Fidelity, ECM, Rare Noise e dalle sue etichette Riti e Glacial Erratic. Dotato di uno stile molto personale che unisce varie ispirazioni – tradizionali, classiche, d’avanguardia – Morris vanta collaborazioni prestigiose tra cui quelle con Matthew Shipp, William Parker, Ken Vandermark, Joe e Mat Maneri, Butch Morris e molti altri. Ha tenuto conferenze e seminari sulla propria musica e sull’improvvisazione negli Stati Uniti, in Canada e in Europa, attualmente insegna presso il Tufts University Extension College e il New England Conservatory nei dipartimenti di jazz e improvvisazione. Nel 1998 e nel 2002 è stato nominato Miglior Chitarrista ai New York Jazz Awards.

La terza e ultima giornata di Forlì Open Music 2019 si apre – domenica 13 ottobre, ore 11 – con l’Open Day delle scuole musicali di Forlì, un progetto che coinvolge e fonde in formazioni diverse gli studenti dell’Istituto Masini e del Liceo Musicale Statale.

Segue L’evoluzione del linguaggio musicale” una conversazione/concerto a cura del maestro Fabrizio Ottaviucci che accompagnerà il pubblico attraverso le epoche musicali, fino a decifrare gli stilemi contemporanei. Le strade principali percorse da alcuni tra i più importanti compositori dei primi decenni del XX secolo, momento cardine per lo sviluppo successivo della musica, saranno oggetto di riflessioni e di ascolto.  Fabrizio Ottaviucci, è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete nella musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Stockhausen, Cage, Riley e Scelsi con cui collaborò direttamente. Pianista eclettico, Ottaviucci unisce alla prassi interpretativa quella compositiva, spostandosi dalla musica minimalista a quella seriale, dodecafonica e aleatoria. Diplomatosi brillantemente in pianoforte presso il Conservatorio di Pesaro, ha inoltre studiato composizione e musica elettronica. Ha tenuto centinaia di concerti nelle maggiori città italiane e tedesche, con tournée in Spagna, Austria, Inghilterra, Polonia, Messico, Stati Uniti, Canada e India; ed è stato più volte invitato a prestigiosi festival come il Festival Pontino, Milano Musica, Rassegna Nuova Musica Macerata, Ravenna Festival, Festival Cervantino Messico, Angelica Bologna, Biennale Venezia, Musica d’hoy Madrid e tanti altri. Quest’anno Ottaviucci ha collaborato con Area Sismica per la realizzazione della quarta edizione di FOM.

Si proseguirà poi con un altro appuntamento organizzato dall’Istituto Musicale Angelo Masini di Forlì, che vede protagonista la formazione Piano & Wind Quintet. In programma il quintetto K 452 di Mozart (1784), che innovativo per scrittura e organico, sembra superare i confini cameristici per incontrare quelli orchestrali e viaggiare tra le epoche divenendo riferimento per Rimsky-Korsakov che col suo quintetto in Si bemolle maggiore (1876), a chiusura del concerto, attua un felice sodalizio tra la tradizione russa e la cultura occidentale. Questo filo che lega le anime di due compositori solo apparentemente lontane si trasforma in una rete fittissima di intese, condivisioni e interazioni che legano le vite dei cinque componenti del Piano & Wind, stabilendo un incontro dei musicisti appartenenti alla storia dell’Istituto Musicale Masini – Roberto Fantini all’oboe, Yuri Ciccarese al flauto, Stefano Bertozzi al clarinetto, Pierluigi Di Tella al piano – con gli esponenti più acclamati del panorama musicale internazionale: Paolo Carlini, primo Fagotto dell’orchestra della Toscana nonché interprete solista di molte opere del repertorio contemporaneo a lui dedicate e Guido Corti considerato tra i migliori cornisti d’ Europa. Il concerto è dedicato al Dott. Giulio Vanitelli e offerto dalla moglie l’artista pittrice Anny Wernert.

Lo sguardo tornerà a posarsi sui mondi contemporanei con un omaggio a uno dei suoi più illuminati rappresentanti, Marco Stroppa, compositore fra i primi in Italia ad aver approfondito lo studio della musica elettronica con una lunga collaborazione all’Ircam di Parigi, attento studioso di informatica, scienze cognitive e intelligenza artificiale. Ad eseguire la sua musica, sarà il giovane e talentuoso Erik Bertsch. Pianista italiano di origini olandesi, Bertsch si dedica con uguale curiosità e spirito di ricerca al repertorio classico, romantico, novecentesco e contemporaneo. Diplomatosi a pieni voti al Conservatorio “Cherubini” di Firenze sotto la guida del maestro Maria Teresa Carunchio, ha seguito corsi di perfezionamento tenuti da Alexander Lonquich, Bruno Canino, Enrico Pace e altri. Ha approfondito la sua conoscenza del repertorio antico attraverso lo studio del clavicembalo e dell’organo; allo stesso tempo si è dedicato con passione alla musica contemporanea, perfezionandosi con pianisti come Pierre-Laurent Aimard e Tamara Stefanovich (Piano Academy, Monaco di Baviera) e Maria Grazia Bellocchio (Divertimento Ensemble, Milano). Svolge un’intensa attiva concertistica, sia in veste di solista che in formazioni da camera, collaborando inoltre con importanti compositori come Ivan Fedele, Alessandro Solbiati, Marco Stroppa, ma anche con giovani compositori che a lui hanno dedicato nuovi lavori. Fra i suoi ultimi progetti di particolare rilevanza è stata l’esecuzione integrale del Primo Libro delle Miniature Estrose di Marco Stroppa, un ciclo di lavori di grande virtuosismo eseguito da Erik per la prima volta in Italia nella sua interezza e di cui ci farà ascoltare un estratto a Forlì.

A seguire il F.O.M. pone sotto i riflettori un altro gigante dei nostri tempi, Sylvano Bussotti, che sarà interpretato dal duo Benvenuti & Giomi, per un evento nato in collaborazione con Tempo Reale di Firenze, centro di ricerca musicale fondato da Luciano Berio. Già da alcuni anni Tempo Reale ha voluto rendere omaggio a uno dei massimi compositori italiani quale è Bussotti, con un ciclo di progetti che reinterpretano in un luce nuova e attualissima una serie di opere della sua produzione musicale meno conosciuta. I programmi – costruiti insieme allo stesso Bussotti e a Rocco Quaglia – ruotano intorno alla voce di Monica Benvenuti, cantante iconica del maestro fiorentino, così come ad un utilizzo inedito per lui degli strumenti elettronici. Il concerto si pone quindi come un unicum originalissimo e sorprendente nel panorama interpretativo della sua musica, ed è affidato alla bravura e alla maestria di due affermati solisti. Monica Benvenuti, cantante soprano nota nel panorama nazionale ed internazionale per le sue interpretazioni di musica contemporanea, ha sviluppato un interesse specifico per la musica del Novecento che l’ha portata a esplorare le potenzialità della voce umana in rapporto ai diversi linguaggi, dalla recitazione al canto lirico, attraverso molteplici livelli espressivi. Ha tenuto concerti in tutto il mondo, spesso interpretando musiche a lei dedicate. Francesco Giomi, compositore e regista del suono, ha maturato una lunga esperienza nel campo della musica di ricerca e dei suoi rapporti con le altre arti. Da molti anni collabora con Tempo Reale, del quale è attualmente direttore; in questo ambito ha diretto l’equipe di produzione del centro nei principali teatri di tutto il mondo per le opere di  Luciano Berio, e collaborando anche con musicisti e artisti come Virgilio Sieni, Henri Pousseur, Micha Van Hoecke, David Moss, Uri Caine, Sonia Bergamasco, Jim Black, Simona Bertozzi, Elio Martusciello.

Da Sylvano Bussotti a Stefano Scodanibbio con la presentazione, curata da una delle penne più illuminate del panorama dei critici musicali, Mario Gamba, del suo libro Non abbastanza per me. Scritti e taccuini, edizioni Quodlibet. Si tratta di un libro che Giorgio Agamben e Maresa Scodanibbio hanno costruito raccogliendo articoli, annotazioni dai taccuini privati e note ai pezzi musicali che il grande contrabbassista maceratese (Macerata 1956 – Cuernavaca 2012) aveva scritto nel corso della sua vita: gli appunti di viaggio (l’India, l’amatissimo Messico, la Svezia, la Spagna, la California), gli incontri decisivi (Scelsi, Berio, Xenakis, Nono, ma anche poeti e scrittori, come Sanguinetti e Agamben), le annotazioni illuminanti sulla musica si compongono in una sequenza vertiginosa, che ricorda la velocità e l’esattezza con cui egli riusciva a trarre dal contrabbasso sonorità prima di lui insospettate. Durante la presentazione saranno proiettate riprese dell’indimenticabile genio maceratese e il M.to Fabrizio Ottaviucci interpreterà “Terre Lontane” per pianoforte, video e musiche preregistrate da Scodanibbio stesso. Nella composizione “Terre Lontane” un nastro magnetico realizzato con i suoni di contrabbasso manipolati elettronicamente avvolge il pianoforte in un viaggio timbrico dal colore scuro e profondo, dove gli scintillanti gesti sonori dello strumento a tastiera si adagiano quasi senza interferire con l’inesorabilità del paesaggio. L’opera si può considerare un lavoro di musica elettronica centrato sulla elaborazione del suono del contrabbasso in cui il pianoforte fa da testimone, assiste, accompagna.

E poi il finale, di quelli col botto, con la data unica italiana della monumentale ed esplosiva orchestra Large Unit del batterista norvegese Paal Nilssen-Love. Assieme alla Fire!Orchestra, ospitata in un’edizione memorabile del F.O.M. del 2016, la Large Unit è la formazione più grande del mondo dedita alla musica libera e all’incrocio e fusione di stilemi diversi. Paal Nilssen-Love è uno dei musicisti più operosi e prolifici che ci siano. Messosi fin da subito in luce con band come The Thing, Ballister, Hairy Bones, Chicago Tentet e Original Silence, nonché con collaborazioni con musicisti come Arto Lindsay, Otomo Yoshihide, Akira Sakata, Ken Vandermark, Jim O’Rourke, Peter Brötzmann, Thurston Moore e molti altri, e con un’impressionante attività dal vivo nei 5 continenti, nel 2013 Nilssen-Love ha deciso che era il momento di creare una sua big band e così i Large Unit hanno preso vita. Composta principalmente da musicisti norvegesi, la Large Unit si manifesta come un’intensa forza motrice sul palco, ma si trasforma anche in passaggi più sottili e materici. Il gruppo si è quasi subito allargato acquisendo membri dalla Finlandia, Svezia e Danimarca. Nel 2015 l’orchestra si è estesa fino a raggiungere i 14 elementi, con l’inserimento di due percussionisti brasiliani e ha registrato dal vivo e in studio il cd “ANA” che precede l’EP del 2013 “First Blow” e l’imponente album di debutto “Erta Ale”. Nilssen-Love ha successivamente scritto nuovi brani per il tour mondiale del 2015 che sono stati registrati e pubblicati in “Fluku”. Nel 2018 la band si è connessa al festival di musica contemporanea nyMusikk Only Connect di Oslo, incidendo “More Fun, Please!”. La musica dei Large Unit parte dalle composizioni scritte da Nilssen-Love, ma i musicisti hanno sempre la massima libertà di dare il proprio apporto anche in maniera importante. La potenza dell’orchestra non è in discussione, basta notare la sezione ritmica, ma sorprende come riesca a disegnare paesaggi sonori di meravigliosa rarefazione. La quiete prima e dopo la tempesta…

Ufficio Stampa

Michela Giorgini –  giorginimichela@gmail.com

Il Jazz contro ogni barriera: presentata la 43° edizione del Roma Jazz Festival

“No borders. Migration and integration: questo il tema di estrema attualità e di grande rilevanza politica scelto da Mario Ciampà per la 43° edizione del “suo” Roma Jazz Festival. Tema che effettivamente si attaglia alla musica jazz che nel corso della sua storia ha sempre abbattuto steccati e barriere di ogni sorta: religiose, di colore, di nazionalità. Peccato che nella terra dove il jazz è nato e si è sviluppato, una vera equiparazione fra bianchi, neri e nativi è ben lungi dall’essere effettivamente raggiunta. Di qui il messaggio che questo Festival intende veicolare: possiamo comprendere il concetto di confine solo se accettiamo anche la necessità del suo attraversamento, attraversamento declinato sia con l’affermazione di una nuova generazione di musiciste che rompono le discriminazioni di genere, sia con le sperimentazioni di inedite ibridazioni dei linguaggi e la riflessione sul dramma delle nuove migrazioni.

La manifestazione che dal 1° novembre al 1° dicembre 2019 animerà la Capitale con 21 concerti fra l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Jazz, il Monk e l’Alcazar, è stata presentata mercoledì 2 ottobre presso l’Auditorium alla presenza di numerosi giornalisti, dei soliti “sedicenti tali”, di Mario Ciampà direttore artistico del Festival e naturalmente dei responsabili della Fondazione Musica per Roma, Aurelio Regina, Presidente e José R. Dosal, Amministratore Delegato. E anche in questa occasione non sono mancati i distinguo tra i due, così mentre Dosal sottolineava come le statistiche dell’ultimo anno ponessero l’Auditorium in cima alle preferenze culturali del pubblico romano, molto più correttamente Regina ribadiva che l’Auditorium fin dalla sua comparsa ha focalizzato attenzione e preferenze degli spettatori capitolini.

Dianne Reeves

E veniamo adesso al folto e interessante programma: come si diceva apertura il primo novembre con due concerti, i Radiodervish alle 21 nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica e gli attesissimi Kokoroko alle 21.30 al Monk Club. Collettivo di otto elementi inglesi di origine africana guidati dalla trombettista Sheila Maurice-Grey, i Kokoroko mescolano le loro radici nigeriane e West Africa con l’urban sound londinese.

Sabato 2 novembre alle 21 in Sala Sinopoli dell’Auditorium primo appuntamento da non perdere: sarà di scena la statunitense Dianne Reeves, considerata una delle più importanti interpreti femminili di jazz del nostro tempo, mentre il 4 novembre, sempre all’Auditorium ma in sala Petrassi, sarà possibile ascoltare il batterista messicano Antonio Sanchez & Migration. Sanchez ha dedicato il suo ultimo lavoro discografico “Lines in the Sands” al tema dell’immigrazione come risposta alle politiche del Presidente Donald Trump e al suo famigerato muro anti-immigrati.

Altro appuntamento di particolare rilievo mercoledì 6 novembre (h21, Sala Petrassi)  con il Cross Currents Trio, “supergruppo” formato da una leggenda del contrabbasso, l’inglese Dave Holland, affiancato dal sassofonista statunitense Chris Potter e dal percussionista indiano Zakir Hussein, specialista del tabla. La loro musica esplora le relazioni tra la musica folk indiana e il jazz a partire dalla rilevanza che l’improvvisazione ha in entrambe.

Archie Shepp

Lunedì 11 novembre nella Sala Sinopoli dell’Auditorium, une delle chicche del Roma Jazz Festival 2019: di scena Archie Shepp, accompagnato dal suo Quartet. Carismatico, intensissimo, capace di battaglie artistiche e sociali che hanno davvero cambiato il corso degli eventi nel ventesimo secolo, ancora oggi Archie Shepp, dopo ben 60 anni di carriera, è un autentico fuoriclasse e rappresenta la reale incarnazione dell’incontro fra l’avanguardia del free jazz e l’impegno politico.

Mercoledì 13 novembre, alle ore 21 nella Sala Borgna dell’Auditorium PdM, è la volta dell’armeno Tigran Hamasyan, in piano solo.

Il giorno dopo, sul palco della Sala Borgna dell’Auditorium, si presenterà il pianista cubano Dayramir Gonzalez, che ha esordito dal vivo all’età di 16 anni nell’orchestra afrocubana di Oscar Valdes Diàkara. Gonzalez presenta “The Grand Concourse”, il disco che lo ha consacrato come uno dei più autorevoli esponenti della tradizione afrocubana a New York.

Sempre il 14 novembre ma al Monk Club il chitarrista Cory Wong mentre il giorno dopo all’Alcazar arriva il sassofonista Donny McCaslin, noto anche fuori i confini del jazz per la sua partecipazione a “Blackstar”, album canto del cigno di David Bowie.

Sabato 16 novembre alla Casa del Jazz un appuntamento che sento di consigliarvi caldamente: sto parlando della musicista albanese Elina Duni, impegnata in un concerto in solitaria per voce, pianoforte e chitarra. Nata a Tirana, Elina Duni ha lasciato l’Albania insieme alla madre subito dopo la caduta del regime comunista. In Svizzera ha conosciuto il jazz e se ne è innamorata. Il suo ultimo album, “Partir” (ECM 2018) che si apre con un’abbagliante versione di “Amara terra mia” di Domenico Modugno, è composto da 12 brani cantati in nove lingue diverse e da sonorità che evocano le tradizioni albanesi, svizzere, armene, arabo-andaluse, portoghesi e yiddish. Sono canzoni d’amore e di perdita, che cantano la struggente nostalgia di chi si mette in viaggio, fra il dolore della separazione e il coraggio di cercare nuovi inizi.

Abdullah Ibrahim

Domenica 17 novembre alla Sala Sinopoli dell’Auditorium un artista la cui vita è stata interamente dedicata al superamento delle barriere razziali: Abdullah Ibrahim.  Con il nome di Dollar Brand il pianista sudafricano, oggi ottantenne, rimase nel suo paese d’origine fino agli inizi degli anni ’60 suonando al fianco di Miriam Makeba e fondando la prima importante jazz band del continente africano. Costretto all’esilio in Svizzera per fuggire dagli orrori dell’Apartheid, fu scoperto nel 1965 da Duke Ellington che lo portò a New York. Negli States divenne membro dell’avanguardia al pari di John Coltrane e Ornette Coleman, con cui collaborò in diverse occasioni, imponendosi grazie al suo originale stile pianistico. Nel 1968 Brand si convertì all’Islam e prese il nome di Abdullah Ibrahim, che gradualmente negli anni fece svanire il ricordo del precedente nome d’arte. Durante gli Anni Settanta e Ottanta, divenne la figura più rappresentativa per l’integrazione della scena jazz africana. Figura simbolo della lotta al razzismo, il pianista è ritornato in Patria dopo la fine del regime.

Lunedì 18 novembre in Sala Borgna il chitarrista, pianista e compositore statunitense Ralph Towner, capace di padroneggiare i diversi linguaggi della musica classica, del jazz, delle musiche popolari, e di saperli fondere in una sintesi avanzata sempre in linea con lo spirito dei tempi. Componente essenziale della storica band Oregon, Towner ha una carriera solistica documentata da oltre quarant’anni dalla casa discografica ECM.

Carmen Souza

Beat voodoo, rock haitiano, blues americano è la miscela esplosiva che viene fuori da “Siltane”, l’ultimo album della cantante Moonlight Benjamin, definita dalla stampa la Nina Hagen di Haiti, sul palco dell’Alcazar giovedì 21 novembre alle ore 21.30.

Si ritorna al Monk la sera successiva, venerdì 22 novembre, per l’incontro fra Gary Bartz, un pioniere del genere fusion, e i Maisha, band esponente della nuova scena londinese.

Fra i momenti più attesi di tutto il festival c’è anche il concerto di Carmen Souza venerdì 29 novembre alle 21 nella Sala Borgna per presentare il suo ultimo disco in uscita nel mese di ottobre. Il disco è “The Silver Messengers” ed è un tributo al pianista pioniere dell’hard bop Horace Silver, fra le sue principali fonti di ispirazione.

Domenica 1° dicembre il festival si chiude con il concerto Mare Nostrum, ensemble composto da musicisti che non hanno bisogno di presentazioni: Paolo Fresu, tromba e flicorno, Richard Galliano, fisarmonica e accordina, Jan Lundgren, pianoforte. In Sala Sinopoli dell’Auditorium il viaggio del Roma Jazz Festival termina così dov’era cominciato, richiamando con il nome dell’ensemble quel Mediterraneo che è ricordo e promessa di una convivenza fertile.

Mare_Nostrum_Fresu_Galliano_Lundgren

Particolarmente significativa la presenza italiana; oltre ai già citati Radiodervish e Paolo Fresu, il 9 novembre alla Casa del Jazz la Big Fat Orchestra diretta da Massimo Pirone, ospite speciale Ismaele Mbaye (voce e percussioni), presenterà la produzione originale, “Journey Suite”. Sempre alla Casa del Jazz il 23 novembre Federica Michisanti Horn Trio, una delle musiciste che si stanno imponendo nella scena del jazz italiano come contrabbassiste, compositrici e leader di propri gruppi e progetti. In particolare, nel caso di Federica ero stato facile profeta nel pronosticarle un futuro radioso date le capacità che questa artista ha evidenziato sin dal suo primo apparire sulla scena romana. Per questo importante appuntamento la Michisanti si presenta con Francesco Bigoni al sassofono e Francesco Lento alla tromba e al flicorno.

Mercoledì 27 novembre nella Sala Borgna dell’Auditorium (ore 21) sarà possibile ascoltare il Leonard Bernstein Tribute a opera del sassofonista Gabriele Coen, il musicista italiano che più ha indagato e lavorato sul rapporto tra jazz e musica ebraica in tutte le sue forme e reciproche acquisizioni.

Si rimane in Sala Borgna anche il giorno seguente, giovedì 28 novembre, con Il Jazz visto dalla Luna di Luigi Cinque e la sua Hypertext O’rchestra che vanta come componenti, fra gli altri, la cantante Petra Magoni, il pianista Antonello Salis e il percussionista Alfio Antico. Special guest della serata Adam Ben Ezra al contrabasso e voce. Il progetto e le musiche originali de Il Jazz visto dalla Luna sono di Luigi Cinque con citazioni di grandi del blues e del jazz nonché di Stravinsky, Varèse, Cage, Davis, Balanescu, AREA, Kraftwerk, African and Balkanian music.

Il penultimo concerto della 43° edizione del RJF è affidato al sassofono di Roberto Ottaviano che sabato 3 novembre in Sala Borgna, presenta “Eternal Love”, la sua ultima produzione discografica. In “Eternal Love”, Ottaviano presenta una serie di composizioni di Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, Dewey Redman, Elton Dean, John Coltrane, Don Cherry, accanto a suoi brani originali.

Gerlando Gatto

Se n’è andato Gianni Lenoci

Un altro grande del jazz italiano se n’è andato: Gianni Lenoci è scomparso a 56 anni, la sera del 30 settembre.

Originario di Monopoli, in Puglia era considerato una sorta di orgoglio locale, un personaggio di cui andare fieri… e non solo come artista ma forse anche, e soprattutto, come uomo. Non a caso sui social si leggono frasi del tipo “una persona eccezionale, un amico speciale, un musicista strepitoso, un collega insostituibile”, e proprio oggi su Facebook è possibile leggere un ricordo davvero commovente vergato da Francesco Cusa, altro valente jazzista.

Il fatto è che Gianni Lenoci sapeva davvero conquistare chi a lui si avvicinava grazie ad un carattere deciso ma allo stesso tempo dolce e privo di astrusità. Ma era il coté artistico che l’aveva portato alla ribalta internazionale, ottenendo la stima e la fiducia di pubblico e critica.

Diplomato in pianoforte presso il Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e in Musica elettronica presso il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, Lenoci ha studiato jazz ed improvvisazione con Mal Waldron e Paul Bley. Forte di questo bagaglio, si è affacciato sulle scene jazzistiche già nei primi anni ’90, collaborando con alcuni artisti di assoluto livello internazionale come Enrico Rava, Steve Grossman, Harold Land, Carlo Actis Dato, Antonello Salis, Glenn Ferris, Han Bennink, Kent Carter, John Tchicai, David Murray, Roscoe Mitchell, Evan Parker… tra gli altri.

Alla musica ‘attiva’ sul campo affiancava l’attività didattica esercitata nei corsi jazz del conservatorio Nino Rota della sua Monopoli, e i suoi ex studenti lo ricordano oggi con tanto, tanto affetto.

Dal punto di vista artistico, Lenoci si è caratterizzato da un canto per la grande capacità improvvisativa declinata attraverso composizioni originali sempre indirizzate verso una sperimentazione mai fine a sé stessa, dall’altro per l’estremo scrupolo con cui studiava ed eseguiva le composizioni altrui, che quando venivano da lui interpretate nulla perdevano dell’originario fascino. In particolare, Lenoci si è dedicato alla rilettura delle pagine di Morton Feldman, Earle Brown, Sylvano Bussotti, John Cage (su questo stesso blog ricordo la recensione dell’album “One – John Cage Piano Music” – Silta Classics SC002) oltre all’opera completa per strumento e tastiera di John Sebastian Bach. Il tutto impreziosito da un tocco sempre al servizio della scrittura, con una attenzione particolare ad ogni minimo dettaglio sia timbrico sia dinamico e con un linguaggio che cercava di essere fedele alle intenzioni del compositore.

Insomma un artista e un uomo straordinario!

Gerlando Gatto

“Two Ships In The Night” Dino Betti van der Noot e l’ossessione nel comporre

Conosco Dino Betti van der Noot oramai da qualche decennio; ma è sempre bello, stimolante, incontrarlo e scambiare con lui quattro chiacchiere che vanno sempre ben al di là del fatto squisitamente musicale.

Questa volta il nostro incontro è determinato dall’uscita del suo nuovo album (“Two Ships in the Night” presentato a Milano il 18 settembre in uno splendido e riuscito concerto ben recensito dal nostro Massimo Giuseppe Bianchi).

Caro Dino, da dove trai tutta questa energia che poi trasfondi nei tuoi album, come quest’ultimo arrivato – “Two Ships in the Night” – che sembra avviato a ripercorrere i successi delle tue precedenti creature?

“Sono sempre stato abituato a buttarmi a testa bassa nella realizzazione di quello che ho deciso di fare. È successo nel mio lavoro come pubblicitario, succede oggi, quando per fortuna continuo a fare musica. Non so se si tratti di energia o soltanto determinazione; oppure semplicemente dell’urgenza di esprimermi con un linguaggio che mi permette di condividere emozioni che non potrei esprimere in altro modo”.

Tu sei un musicista assolutamente anomalo: ti esibisci dal vivo molto raramente, non suoni (almeno in pubblico) alcuno strumento ma ti limiti – si fa per dire – a comporre, assemblare big band sempre di notevole caratura e dirigerle durante le registrazioni. A cosa attribuisci questo successo che oramai ti arride da tanto tempo?

“In realtà ho suonato diversi strumenti, ma conosco bene i miei limiti come strumentista: meglio che non suoni né la mia musica né quella di altri. Credo che questo limite sia una delle ragioni che mi hanno spinto a comporre musica da far suonare ad altri musicisti. Aggiungi il fatto che (come facevo notare a Marcello Lorrai) sono rimasto folgorato dall’esperienza di suonare il violino in un’orchestra sinfonica e che, quando ho scoperto il jazz, sono stato affascinato dal Kenton del 1949/50 e dall’Herman con le composizioni di Ralph Burns: ecco perché la big band è stata una scelta istintiva. Se di successo vuoi parlare (ma cosa è il successo?), credo che quello che mi distingue è l’aver dato una nuova timbrica alla classica big band e non aver badato a mode o tendenze, facendo una mia strada personale, staccandomi sia istintivamente sia consciamente da modelli anche molto amati, primo fra tutti Ellington”.

Puoi parlarci di questo ultimo album. Da cosa hai tratto ispirazione?

“La risposta che mi viene immediata è: non lo so. Pensandoci bene, ci sono, nascosti lì dentro, momenti che mi hanno emozionato – magari legati alla natura, al mare – e pensieri che mi girano per la testa se rifletto al tempo che stiamo attraversando. Tuttavia, tutto è molto sfumato e, davvero, mi è difficile rispondere. I titoli dei brani possono darti una risposta, perché indicano con una certa chiarezza le sensazioni che vogliono evocare (specifico: non descrivere qualcosa di concreto). The Deafening Silence of the Stars quel senso di infinito che sembra schiacciarti quando sei, nel buio, sotto a un cielo stellato. Those Invisible Wings è semplicemente il piacere di fare musica, le ali chi ti dà la musica. A Thousand Twangling Instruments mi sembra possa calzare su misura su una lamentela di Caliban ne La Tempesta di Shakespeare. Blue Gal of My Life è una delicata ballad dedicata a mia moglie. Something Old, Something New: Somehow Blues è una rivisitazione di quell’archetipo dal quale non possiamo staccarci che si chiama blues. Two Ships in the Night, infine, è nato nel ricordo di una splendida lirica di Longfellow, che è diventata letteralmente un modo di esprimere una condizione umana nei Paesi di lingua inglese. Ma, in fondo, la musica è per sua natura asemantica e vale la pena di ascoltarla semplicemente lasciandosi prendere dall’emozione (se c’è), senza retropensieri”.

Come si svolge il tuo processo creativo?

“Generalmente qualcosa inizia a ronzarmi nel cervello, diventando quasi un’ossessione. Poi cerco di scaricare l’ossessione sui tasti del pianoforte e, man mano, la musica sembra nascere quasi autonomamente, sviluppandosi man mano e suggerendo un ventaglio di strade possibili. Prende forma man mano il percorso compositivo, sia dal punto di vista dello sviluppo a partire dal tema, sia da quello timbrico, sia per le occasioni e l’espressività delle improvvisazioni: tutto contenuto, in nuce, in quella prima ossessione. Poi comincia il lavoro che definirei più “artigianale”, vale a dire la decostruzione delle frasi melodiche in maniera da spostarne gli accenti fuori dagli schemi prevedibili (Massimo Bianchi ha scritto “destabilizzate ritmicamente”) e l’orchestrazione vera e propria. In fondo, però, tutto questo va bene, ma la parte più importante è l’intuizione; quella cosa che, una volta finito tutto, e magari anche registrato, ti fa pensare: ma chi ha composto questa musica? Io no, non ne sono capace…”.

Come ben sai ti seguo da molti anni e mai ho notato un attimo di stanca nelle tue composizioni che, a mio avviso, hanno una sorta di andamento narrativo come se volessero prendere per mano l’ascoltatore portandolo da un punto non meglio definito in un altro punto altrettanto non definito ma di straordinaria fascinazione. Quanto c’è di vero in queste mie sensazioni?

“Quando mi è sembrato di non essere in grado di dire qualcosa che, almeno per me, potesse essere interessante, mi sono fermato: c’è tanta bella musica già esistente che bisogna avere un certo coraggio per proporne dell’altra. E, rispetto alla produzione di molti jazzisti, la mia è decisamente limitata, ma regolarmente non riesco a resistere al bisogno di esprimermi attraverso le note. Le tue sensazioni sono corrette: cerco di instaurare un dialogo, sia con i musicisti che eseguono la mia musica sia con chi l’ascolta, attraverso percorsi spesso tortuosi, con episodi magari contrastanti fra loro, per evocare qualcosa che ognuno potrà interpretare secondo la propria personalità ed esperienza”.

E parliamo adesso dello “strumento” di cui ti servi per esprimere le tue idee: la big band. Con quale criterio scegli i musicisti che ne fanno parte, ti affidi solo a un ‘concetto’ musicale o cerchi anche una qualche affinità umana, una sorta di “idem sentire”?

“Ci sono molti elementi che concorrono: il talento musicale, la capacità tecnica, la disponibilità a mettersi in gioco in situazioni fuori dagli standard, ma anche il lato umano, che è sfociato in questi anni in un forte sentimento di calda amicizia e nel desiderio di fare delle cose insieme. Il tipo di musica che propongo vorrebbe stimolare tutti ad andare oltre a quello che si è fatto fino a quel momento, o comunque a cercare di percorrere strade nuove”.

C’è qualche modello orchestrale cui ti riferisci anche se, ad onor del vero, faccio fatica ad individuarne uno ben preciso?

“Sai che non lo so? Forse a tutti, cercando di trovare una via per uscirne…”.

Che importanza, che ruolo gioca l’improvvisazione nei tuoi concerti e quindi nei tuoi album?

“Sono due momenti molto differenti. In ogni caso (credo di averlo già fatto notare in passato) cerco di fare in modo che le parti scritte sembrino improvvisate e che le improvvisazioni siano il completamento logico ed emozionale di quelle. Questo è uno dei motivi della mia scelta di avere spesso improvvisazioni a più voci, che dialogano e interagiscono, creando una complessa composizione istantanea all’interno del brano. Le improvvisazioni sono comunque parte integrante delle composizioni”.

Quale di questi tre elementi – melodia, armonia, ritmo – ritieni più importante nella tua musica?

“Sono tutti ugualmente importanti, anche se in questi ultimi tempi sto approfondendo la ricerca di una poliritmia più accentuata. Ma a questi tre elementi aggiungerei il colore orchestrale”.

Ascoltando più volte “Two Ships…” il brano che maggiormente mi ha colpito è stato sempre “A Thousand Twangling Instruments”; questo pezzo ha per te un significato particolare?

“È un tema che ho scritto molti anni fa e che, finalmente, sono riuscito a eseguire come pensavo dovesse essere eseguito. L’integrazione della batteria di Stefano Bertoli, delle percussioni di Tiziano Tononi e del tabla di Federico Sanesi è stata la chiave per arrivare a questo risultato. Ma anche tutti gli altri musicisti coinvolti hanno giocato un ruolo essenziale, ognuno con la sua voce personalissima – la somma di queste voci crea il suono dell’orchestra – sia negli insieme, sia nelle improvvisazioni: in questo caso di Vincenzo Zitello, Sandro Cerino e Niccolò Cattaneo”.

A cosa attribuisci il fatto che oramai i grossi mezzi di informazione quasi non si occupano più di jazz?

“Qualcuno ha definito il jazz come la musica di una minoranza destinata a una minoranza. E le minoranze non fanno audience. Poi, cosa è, o cosa dovrebbe essere, il jazz? Dal mio punto di vista – ed è per questo che ho scelto il jazz come espressione – dovrebbe essere qualcosa di continuamente in movimento, alla ricerca di strade nuove, di nuovi modi di espressione. Dovrebbe rappresentare un approfondimento di temi e pensieri di origini totalmente diverse per arrivare a un risultato complessivo originale. Ma è sempre così? Ed è comodo per i mass media?”.

Internet, a parte indubbi meriti, è comunque diventato una sorta di ricettacolo per chiunque voglia misurarsi con la scrittura e la critica musicale in particolare. Di qui un profluvio di castronerie difficile da arginare. Cosa pensi al riguardo?

“Basta non leggere oltre, appena ti accorgi che c’è qualcosa che non torna. D’altra parte, è molto difficile limitare la libera espressione, in rete, anche se questo porta a una proliferazione di fake news. Tuttavia, purtroppo, proprio le bufale raggiungono livelli notevoli di lettura e apprezzamento. Ci vorrebbe un vaccino specifico, ma temo che anche in questo caso nascerebbe un movimento no-vax”.

Cosa pensi di due fenomeni sempre più presenti nel nostro panorama: cantanti, anche famosi, di musica leggera che ripresentano le loro composizioni con una venatura di jazz; la presenza di pop-star nei festival jazz, pop star cui spesso è affidata o l’apertura o la chiusura di tali manifestazioni.

“Business e audience: ti dice qualcosa?”.

Guardandoti attorno sia in Italia sia nel mondo quali sono i “nuovi” musicisti che più ti affascinano?

“Confesso di essere fondamentalmente interessato ai musicisti che suonano la mia musica. So che non è la risposta che ti aspetti, ma davvero sono affascinato da come, tutti, rispondono agli stimoli che cerco di passare loro. Ne ho ricordati sei, poco fa, ma lasciameli ricordare tutti, perché ognuno, con le sue specifiche caratteristiche stilistiche e il suo suono, è essenziale nella costruzione del sound orchestrale complessivo, oltre che per gli interventi improvvisativi. Gianpiero LoBello, grande prima tromba; Alberto Mandarini, raffinatissimo alla tromba e al flicorno; Mario Mariotti, che ha firmato il suo primo assolo in questo album; Paolo De Ceglie, ecco un giovane che promette molto bene; Luca Begonia, con il suo trombone acrobatico; Stefano Calcagno, che man mano sta trovando il suo spazio; Enrico Allavena, un altro giovane promettente; Gianfranco Marchesi, la base solida su cui poggiano gli altri tromboni; Giulio Visibelli, che esce prepotentemente con due assoli memorabili; Andrea Ciceri, entrato subito nello spirito di questa musica; Rudi Manzoli, che troverà più spazio in futuro (l’ha già trovato in concerto); Giberto Tarocco, polistrumentista estremamente duttile; Luca Gusella, solista elegante e raffinato; Emanuele Parrini, voce indispensabile sia negli insieme sia dal punto di vista solistico; Filippo Rinaldo, il più giovane, ma già con una personalità notevole; Gianluca Alberti, in un libero dialogo continuo con orchestra e solisti”.

Che tipo di musica ascolti?

“Pino Candini, molti anni fa, mi ha definito “onnivoro”. Ti basta se ti dico che tendo ad ascoltare soltanto buona musica?”.

Quale, per te, il rapporto tra il jazz e le altre arti?

“È variato molto negli anni, anche perché il jazz ha vissuto periodi completamente diversi fra loro. Certamente può ispirare opere visive: ci sono opere di mia figlia Allegra, le “Immagini Retiniche”, che hanno la stessa immediatezza di una improvvisazione jazzistica; e non è casuale che io le abbia chiesto di poterle utilizzare per le copertine dei miei album. D’altra parte, Giorgio Gaslini aveva paragonato alcune mie composizioni a tele di Pollock piuttosto che di Rothko o di Klee. Poi c’è la poesia, e personalmente ho avuto la fortuna di musicare bellissime poesie di Stash Luczkiw e Lou Faithlines. Ma qui il discorso diventerebbe molto lungo, perché bisognerebbe analizzare che cosa si intende davvero per poesia”.

Oggi, musica a parte, viviamo un periodo storico particolarmente difficile e impegnativo. Quale pensi debba essere il ruolo del musicista – e in particolare del jazzista – nella società di oggi?

“Mantenere in vita un senso poetico, che mi sembra piuttosto assente in gran parte della vita di ogni giorno, stimolando una partecipazione attiva e una comunicazione fra artisti e pubblico. È qualcosa cui il jazz, per le sue peculiarità, mi sembra particolarmente vocato”.

Se dovessi tornare indietro nel tempo, c’è qualcosa che non rifaresti?

“Qualcosa che non ho fatto”.

Il tuo sogno nel cassetto?

“Riuscire a fare un ciclo di concerti con questo gruppo di musicisti straordinari: qualcosa che giustifichi sessioni di prove più lunghe di un pomeriggio in cui si deve fare anche il sound check”.

Gerlando Gatto

Sonata Islands Kommandoh al TrentinoInJazz 2019

Giovedì 5 settembre 2019
ore 21.30
Circolo Operaio Paganini
Via S. Giovanni Bosco 5
Rovereto

SONATA ISLANDS KOMMANDOH

Ricomincia con il preludio alla fase autunnale il TrentinoInJazz 2019, che giovedì 5 settembre riparte dal TrentinoIn Jazz Club – ideato da Emilio Galante – e dalla nuova collaborazione con il Circolo Operaio Paganini: appuntamento con i Sonata Islands Kommandoh in una nuovissima veste, con DJ Fana, Emilio Galante (flauto), Giovanni Venosta (tastiera), Alberto Turra (chitarra) e Stefano Grasso (batteria).

Sonata Islands Kommandoh è lo spin off dei Sonata Islands caratterizzato dalla dedica alla musica dei Magma. La band infatti ha reinventato lo spirito del celebre gruppo di Christian Vander con una propria versione della Zeuhl Music, a cavallo tra prog, avant-rock, jazz modale, musica orientale e R&B. La serata del 5 settembre sarà un ulteriore passo in avanti: nuova formazione con le musiche elettroniche di DJ Fana, che saranno rielaborate dal vivo con gli strumenti acustici attraverso un sistema che mette in gioco l’improvvisazione e che ricorda per certi versi i percorsi creativi di Nik Bartsch e dei suoi Ronin, che ECM ha portato al successo internazionale.

Prossimo appuntamento: giovedì 12 settembre Raffa & The Bluebirds Lab a Rovereto (TN).