Grande musica a GradoJazz by Udin&Jazz: in particolare evidenza Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

Snarky Puppy Grado 11.7.19 ph: Dario Tronchin ©

Si è conclusa con una standing ovation la 29° edizione di “Udine&Jazz” o se preferite la I° di “GradoJazz”. No, non sto giocando con le parole o con i numeri, sto solo sottolineando come, giunto alla sua 29° edizione, “Udine&Jazz”, per volontà del suo ideatore Giancarlo Velliscig, ha abbandonato il capoluogo friulano per motivazioni di carattere politico già ampiamente illustrate in questa stessa sede. La scelta è caduta su Grado, splendida località tra laguna e mare, storica stazione turistica di tedeschi e austriaci. Ed è stata una scelta pagante: ottima l’accoglienza delle autorità comunali, ottima la risposta del pubblico, splendida la location del Parco delle Rose al cui interno è stata istituita una tenso-struttura capace di ospitare un migliaio di persone con una resa acustica soddisfacente. Unico elemento su cui non si è stati in grado di intervenire la pioggia, che si è fatta vedere a giorni alterni provocando comunque qualche guasto come l’annullamento del concerto di “Maistah Aphrica” un gruppo di otto musicisti molto amati e di cui qui in Friuli si dice un gran bene.

Palmanova, 06/07/2019 – Grado Jazz by Udin&;Jazz – King Crimson Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2019

E proprio la pioggia è stata la grande protagonista del concerto che nella Piazza Grande di Palmanova, il 6 luglio, ha inaugurato la fase finale del Festival, dopo i concerti-anteprima a Tricesimo, Cervignano, San Michele del Carso e della rassegna “Borghi Swing” a Marano Lagunare. Nella storica cittadina in provincia di Udine era in programma l’attesissimo concerto dei King Crimson; durante tutta la serata la pioggia ha flagellato costantemente le migliaia di spettatori giunti per ascoltare la storica band. Alle 22,30 tutto lasciava prevedere che il concerto non si sarebbe potuto svolgere, data l’inclemenza del tempo. Ma gli organizzatori hanno tenuto duro nella speranza che la pioggia si fermasse ed hanno avuto ragione ché verso le 23 finalmente ha smesso di piovere e Fripp e compagni hanno fatto il loro ingresso sul palco suonando per circa due ore. Ed è stato tutto un amarcord: ho visto spettatori più che adulti commossi quasi fino alle lacrime nell’ascoltare la musica che probabilmente aveva accompagnato la loro gioventù. Ed in effetti i King Crimson hanno riproposto un repertorio di brani celebri: da “Epitaph” a “In the Court of The Crimson King”, da “Starless” al bis, arrivato all’una di notte, “21st Century Schizoid Man”. L’esecuzione è stata degna di cotanto nome anche se personalmente non ho particolarmente gradito l’insistenza di Fripp sulle distorsioni: uno, due, tre vanno bene… ma tutto un pezzo suonato in questo modo francamente per me è troppo. Confesso comunque di non essere un giudice imparziale dal momento che i King Crimson non hanno mai fatto parte della mia formazione musicale.

Quinteto Porteño ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Archiviato l’evento, eccoci a Grado per la prima serata del festival vero e proprio (il 7 luglio). Apertura come si dice col botto data la grande levatura dei musicisti, italiani, sul palco. A rompere il ghiaccio è stato il “Quinteto Porteño” e per il vostro cronista è stata forse la sorpresa più bella del festival. Amo incondizionatamente la musica di Piazzolla ma solo molto raramente mi è capitato di ascoltare un gruppo che pur rifacendosi alla musica del grande compositore argentino riesca ad esprimerne adeguatamente lo spirito. Di solito manca la carica drammatica, il pathos. Ebbene il “Quinteto Porteño” nonostante abbia eseguito solo musiche originali, è riuscito perfettamente a ricreare quelle atmosfere, quelle suggestioni care a Piazzolla. Il tutto grazie ad una empatia che costituisce l’asse portante del gruppo: così, mentre la scrittura è equamente divisa tra Nicola Milan (accordion) e Daniele Labelli (pianoforte), il compito di esporre la linea melodica è principalmente sulle spalle dell’eccellente violinista Nicola Mansutti, ben sostenuto da Roberto Colussi alla chitarra; una menzione particolare la merita Alessandro Turchet assolutamente sontuoso al contrabbasso sia in fase di accompagnamento sia negli interventi solistici tutt’altro che sporadici. Come si accennava, quel che affascina in questo quintetto è la compattezza declinata attraverso arrangiamenti sempre ben studiati che trovano terreno fertile nella bellezza dei temi caratterizzati sempre da una suadente linea melodica. Così tutti i musicisti si mettono al servizio del collettivo, senza ansia o volontà di strafare; in questo senso perfetto il contributo del fisarmonicista: di solito, nei gruppi tangheri, la fisarmonica tende e strafare; non così nel “Quinteto Porteño” in cui Nicola Milan è apparso sempre misurato, suonando le note indispensabili al progetto, non una di più.

Paolo Fresu Trio, Grado 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire il trio di Paolo Fresu con Dino Rubino al piano e Marco Bardoscia al contrabbasso. I tre hanno presentato la colonna sonora dello spettacolo teatrale “Tempo di Chet” che hanno portato in giro per oltre sessanta repliche. Di qui un’intesa umana oltre che musicale che si percepisce immediatamente, al primo ascolto: il gruppo si muove in maniera coesa, mai una sbavatura, mai un’indecisione, con Fresu a tracciare e dettare le atmosfere, con Rubino a disegnare straordinari tappeti armonici e Bardoscia a legare il tutto.  In repertorio, oltre ad alcuni standard preferiti da Chet Baker, brani originali sempre nello spirito e nel ricordo di Chet. Ecco, quindi, tra gli altri, “My Funny Valentine”, “Basin Street Blues”, “The Silence Of Your Heart”, “Jetrium” un original in cui si ascolta la batteria preregistrata di Stefano Bagnoli, “When I Fall In Love”; in conclusione si ascolta brevemente la voce dello stesso Chet Baker che interpreta “Blue Room”. Particolarmente curiosa la storia di un altro original, “Hotel Universo”, presentato durante il concerto e scritto da Fresu in ricordo di una particolare notte; quella volta a Lucca – è lo stesso Fresu a raccontarlo – “alloggiavo all’ Hotel Universo. La signora alla reception mi dà le chiavi della numero 15. Salgo in camera, è una bella stanza ampia arredata con mobili un po’ retrò, stile anni Cinquanta. Mi sistemo, apro la finestra che dà su piazza del Giglio e prende posto su una sedia. Sopra il letto è appesa una fotografia: è Chet Baker. E’ seduto nello stesso posto in cui sono seduto ora. Dietro, dalla finestra aperta, si vede la piazza, esattamente come ora, dalla medesima finestra. Insomma un bell’omaggio di una albergatrice che evidentemente mi vuole bene”. Comunque ricordi a parte, set assai intenso, di grande impatto emotivo non a caso salutato dal foltissimo pubblico con calorosi applausi.

A completare una prima serata assolutamente positiva un duo di classe con Laura Clemente alla voce e Andrea Girardo alla chitarra. Laura è una vocalist raffinata, dotata di una bella voce, di notevoli capacità interpretative, di un gusto particolarmente ricercato: nel suo repertorio figurano brani tutti di notevole spessore anche se non sempre identificabili con il jazz… ma questo poco importa.

Clemente&Girardo duo 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Anche la seconda giornata – ad ingresso gratuito –  si apre con una sorpresa: il trio del pianista brasiliano Amaro Freitas, con Hugo Medeiros alla batteria e Jean Elton al contrabbasso. Cresciuto nelle favelas di Recife, il giovane Amaro si è costruito passo dopo passo uno stile del tutto personale, uno stile percussivo in cui tuttavia è possibile riscontrare le influenze di alcuni maestri sia del jazz quali Ellington, Monk e Tatum, sia della musica brasiliana, Egberto Gismonti su tutti. Il rapporto con la musica inizia nella chiesa evangelica grazie al padre che, quand’era bambino, gli insegna a suonare la batteria. La tastiera arriva solo in un secondo momento perché, durante le funzioni religiose, c’è bisogno di uno strumento che funga da accompagnamento. Venendo al concerto di Grado, dopo il brano d’apertura – “Coisa n. 4” di Moacir Santos – Amaro ha sciorinato una serie di sue composizioni (“Dona Eni”, “Samba de César”, “Paço”, “ Trupé”, “Rasif “, “Aurora”, “Mantra”) che hanno letteralmente mandato in visibilio il pubblico, colpito dalla straordinaria energia e inventiva dell’artista brasiliano. All’interno di “Vitrais” ha addirittura creato nuovi innesti musicali basati sulle note di “Con te partirò” di Bocelli e di “Bella Ciao”! Non è certo un caso che Freitas venga, quindi, considerato un rinnovatore della musica brasiliana “attraverso – come afferma lo stesso pianista –  una nuova forma di costruzione melodica e armonica che passa per la valorizzazione percussiva e per il work in progress collettivo che si realizza durante i concerti”.

Amaro Freitas 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire un’altra esibizione trascinante quella della “North East Ska Jazz Orchestra”. Nata nel 2012 la big band riunisce diciotto musicisti che si rifanno soprattutto alla musica giamaicana. L’intento era quello di unire molte persone attive professionalmente nel panorama della musica giamaicana e afroamericana presenti nel Triveneto. La NESJO fin da subito ha, quindi, ottenuto molti consensi, anche grazie alla collaborazione con importanti esponenti della musica ska e del reggae italiano, consensi che si sono registrarti anche al di fuori dei confini nazionali, in Francia, Spagna, Paesi Bassi, Germania, Slovenia e Croazia. Sostenuto magnificamente dalle voci di Rosa Mussin, Freddy Frenzy e Michela Grena il gruppo si muove su ritmi assai elevati, ottenendo successo di critica e di pubblico, successo che non è mancato a Grado.

Sempre l’8 in cartellone anche un terzo concerto con Lorena Favot 4et “Landscapes” ma, causa stanchezza, non sono riuscito a sentirlo; amici degni di fede mi hanno comunque riferito che si è trattato di una performance in linea con il livello alto della serata.

North East Ska* Jazz Orchestra 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Lorena Favot 4et 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci al 9 luglio con quella che personalmente consideravo la chicca del Festival, vale a dire l’esibizione del Trio di Gonzalo Rubalcaba.

Ma procediamo con ordine. Ad aprire la serata i “Licaones” al secolo Mauro Ottolini trombone, Francesco Bearzatti sax, Oscar Marchioni organo, Paolo Mappa batteria. Nato quasi per gioco con l’album “Licca-Lecca” di una decina d’anni fa, il gruppo ha conservato la vivacità e soprattutto la gioia di suonare degli inizi. Elementi questi che si riscontrano in ogni loro concerto: a vederli sul palco si intuisce immediatamente che si divertono a suonare e in tal modo divertono anche chi li ascolta, mantenendo il livello musicale sempre alto. Così verve, ironia, funky si mescolano in una ricetta originale e trascinante.

Licaones 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Successivamente è stata la volta del già citato Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso batteria. Illustrare, in questa sede, la carriera di Rubalcaba è impresa tutto sommato inutile tale e tanta è la popolarità raggiunta in tutto il mondo dal pianista cubano: basti dire che attualmente è considerato una delle massime espressioni del pianismo jazz, vincendo due Grammy e due Latin Grammy e ottenendo ben 15 nomination. Agli inizi era, a ben ragione, considerato un pianista “cubano” in quanto nel suo stile erano ben presenti tutti gli elementi musicali dell’ ”Isola”: Man mano, Gonzalo si è staccato da questo linguaggio per approdare ad una sintesi che è sua e solo sua. Descrivere la sua musica è infatti molto, molto difficile; si ascolta un flusso sonoro illuminato da improvvisi lacerti di gran classe che aprono come uno spiraglio, una luce improvvisa sull’universo sonoro disegnato dal trio. In quest’ottica, particolarmente brillante l’intesa con il bassista, con il quale Gonzalo collabora da una decina d’anni… e si sente chiaramente, dal momento che i due si uniscono, si accarezzano, si compenetrano, sempre insieme, come una mano in un guanto. Oggettivamente difficile il compito del batterista entrato nel gruppo solo da un anno che deve dialogare da pari a pari con il piano di Rubalcaba, senza un attimo di tregua, sempre nella condizione di fornire la risposta giusta e rilanciare verso nuovi traguardi. Comunque devo dire che anch’egli se l’è cavata egregiamente. Insomma davvero un concerto memorabile che resterà nel cuore e nella mente di chi ha avuto la fortuna di assistervi.

Gonzalo Rubalcaba Trio 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

I concertini notturni ci riservano un’altra bella sorpresa: Humpty Duo, ovvero Luca Dal Sacco alla chitarra acustica e Matteo Mosolo al contrabbasso. Sebbene il progetto, “Synchronicities” sia interamente dedicato all’opera di Sting e dei Police, il jazz si libera in ogni singola nota con squisita ricercatezza. Non a caso il nome scelto dal duo richiama un celeberrimo brano di Ornette Coleman: “Humpty Dumpty”.

Il 10 serata dedicata al blues. Apertura con il chitarrista Jimi Barbiani accompagnato da Pietro Taucher all’organo e Alessandro Mansutti alla batteria. Professionista di sicuro spessore, Barbiani si è fatto le ossa suonando in giro per il mondo grazie ad una tecnica raffinata, ad un repertorio consolidato e ad una voglia di suonare che dopo tanti anni di professionismo è ancora lì, ben presente.

Jimi Barbiani 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

Il clou della serata era rappresentata da Robben Ford “Purple House Tour” e l’attesa dei tanti amanti del blues non è andata delusa. Ad onta dei 67 anni e di circa 50 anni di carriera Robben conserva tutte le caratteristiche che ne hanno fatto un grande bluesman. Bella padronanza scenica, tecnica chitarristica di primo livello, voce sempre presente, intonata… e una carica di entusiasmo che si è facilmente trasmessa al numeroso pubblico. Considerato “Uno dei più grandi chitarristi del XX secolo” nel corso della sua carriera ha ottenuto cinque nomination ai Grammy, senza trascurare il fatto che la marca di chitarre Fender gli ha dedicato una sua creatura (“Robben Ford Signature”); ultima notazione tutt’altro che trascurabile: nel 1977 è stato il fondatore degli “Yellowjackets” all’epoca chiamato “The Robben Ford Group”. A Grado ha presentato, in quartetto, il suo nuovo album “Purple House” ed è stato un bel sentire. Ottimo il gruppo con un batterista tanto potente quanto di metronomica precisione, moderno il linguaggio caratterizzato da un’alternanza di generi: dal southern al blues, dal rock alla fusion, con qualche sconfinamento nel jazz.

Robben Ford 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

La serata si è conclusa con il trio del chitarrista Gaetano Valli, con Silvano Borzacchiello alla batteria e Gianpaolo Rinaldi alle tastiere (a sostituire degnamente il contrabbasso di Riccardo Fioravanti); in programma il nuovo progetto “Sylvain Valleys & Flowers”, nato dall’intesa di tre amici di vecchia data che si ritrovano a suonare assieme dopo vent’anni scoprendo la passione comune, oltre che per il jazz, per la montagna. Non a caso il clima della performance è stato, oserei dire, dolce, distensivo e meditativo alternando brani inediti e citazioni provenienti dalla tradizione musicale. Un bravo di cuore a Gaetano Valli, artista che non ha ancora ottenuto i riconoscimenti che merita.

 

Gaetano Valli Trio 10.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci alla serata finale dell’11 luglio; come accennato la pioggia ha costretto gli organizzatori a cancellare il primo concerto di “Maistah Aphrica” e l’ultimo del trio di Gianpaolo Rinaldi. E’ rimasta quindi in piedi l’esibizione di Snarky Puppy (main stage e platea completamente al coperto), che a Grado hanno iniziato la loro tournée italiana per presentare il nuovo lavoro discografico, almeno nel titolo di estrema attualità, “Immigrance”. Il concerto ha visto il sold out con molti spettatori anche in piedi – da segnalare al riguardo, finalmente, la presenza di molti giovani. E, come accennavo in apertura, il pubblico ha gradito – e molto – il concerto tanto da riservare al gruppo l’unica stand ovation di tutto il festival. Ovazione assolutamente meritata in quanto ancora una volta il gruppo ha espresso una cifra artistica di assoluto livello. Certo, la loro musica è trascinante ma non facilissima: il collettivo newyorchese, composto da una trentina di musicisti (a Grado rappresentato da nove elementi), si muove su terreni impervi, in cui jazz, funk e R&B si mescolano in un magma sonoro costruito con estrema consapevolezza. In effetti chi crede che la musica di Snarky Puppy sia soprattutto estemporanea si sbaglia e di grosso: il tutto è arrangiato con precisione e grande professionalità, lasciando comunque spazio ad improvvisazioni declinate attraverso una preparazione tecnica di primo livello. Come sempre in primo piano il bassista, compositore e arrangiatore Michael League, vera mente del gruppo, che ha guidato l’esibizione con sicurezza.

Snarky Puppy 11.7.19 Grado ph: Dario Tronchin©

Il recital del gruppo ha quindi chiuso nel migliore dei modi l’esperienza di questo primo “GradoJazz”,  il cui bilancio finale non può che essere positivo. Il festival, organizzato da Euritmica con il sostegno di regione Friuli Venezia-Giulia, comune di Grado, Promoturismo FVG, Fondazione Friuli e in collaborazione con i vari comuni coinvolti, nonostante il cambio di location, sempre pericoloso, ha comunque conservato quelle caratteristiche che nel corso degli anni ne hanno fatto una delle manifestazioni più interessanti dell’intero panorama jazzistico italiano. Intendo riferirmi da un canto al giusto mix tra musicisti internazionali e italiani con una particolare attenzione verso gli artisti friulani, dall’altro alla valorizzazione del territorio e dei relativi prodotti: ad esempio, quest’anno, il vino ufficiale della rassegna è la vitovska del Castello di Rubbia (con etichetta creata ad hoc per GradoJazz) e vi assicuro che si tratta di un gran vino.

Gerlando Gatto

 

 

I nostri CD

I NOSTRI CD

Paolo Fresu Devil Quartet – “Carpe Diem” – Tûk Music.

Carpe Diem, se vogliamo, è il detto latino più jazz che ci sia. Nel senso che quel “cogli l’attimo” di oraziana memoria sintetizza il modo di essere e di operare istantaneo proprio della musica afroamericana. Ma “Carpe Diem” è anche l’album che il Paolo Fresu Devil Quartet licenzia per la Tûk Music all’insegna del tutto acustico. Una formazione rodata in tre compact e in una dozzina d’anni d’attività che, fra le varie situazioni e progetti del trombettista sardo, rappresenta uno dei fiori all’occhiello.
Saranno la sensibile manualità del chitarrista Bebo Ferra (che firma il brano ‘Enero’), il timing rarefatto del contrabbassista Paolino Dalla Porta (autore di ‘Ottobre’, ‘Lines’ e ‘Secret Love’), il raffinato gusto ritmico del batterista Stefano Bagnoli (sua è ‘Ballata per Rimbaud’) fatto è che l’insieme “diabolico”, sotto la navigata conduzione di Fresu, funziona come un miracolo di sinergie. La composizione che risulta esser più dentro “l’attimo fuggente” è ‘Dum loquimur Fugerit invida Aetas’ ovvero mentre parliamo il tempo invidioso (o avido) sarà già passato; dove il quartetto declina, nel significato di declinazione, la propria idea di musica omogenea e poetica, fatta di astrazioni sfumate e gradazioni armoniche, di chiaroscuri e slittamenti melodici, di pause e “pieni” strumentali. Tutto ciò mentre la tromba di Fresu, autore di 5 brani sui 14 del compact, investiga, intercetta, si autoriflette nel suono prodotto, esponendolo ai più.

Hobby Horse – “Helm” – Auand Records/Rous Records

Hobby Horse, nome del trio di Dan Kinzelman (sax), Joe Rehmer (bass) e Stefano Tamborino (dr.), non va tradotto in italiano ” fissazione” perché se no sarebbe stato scritto hobbyhorse. Epperò quest’ultimo termine in qualche modo torna utile nel definire la musica del gruppo nel nuovo album “Helm” editato per i tipi della Auand/Rous Records, il sesto in otto anni di attività. Ma nel senso che i musicisti “fissano” un proprio metodo di lavoro che è un misto di libertà e aggregazione per produrre quella mutante pulsazione musicale, ibrida di materiali tech e sorgenti musicali (minimale, cyber funk, rock, jazz) che prefigura a sprazzi una sorta di medioevo prossimo venturo sonoro di cui l’elmo in copertina è rappresentazione simbolica di difesa/offesa. All’interno del disco sei original di cui quattro scritti da Kinzelman (tre in solitudine e l’altro in collaborazione con Joe Rehmer), un quinto di Stefano Tamborrino e un sesto attribuito a Rehmer, Bosetti e Tamborrino; ma non basta ché ritroviamo anche i riferimenti poetici a Robert Wyatt in ‘Born Again Cretin’ e alla fine, nel brano n. 7, i versi di ‘Evidently Chickentown’ contenuto nell’album “Snap, Crackle & Bop” (1980) del poeta punk inglese John Cooper Clark, che paiono stigmatizzare come voce, testo, contenuti restino coinvolti nel progetto-non progetto. Il lungo bordone finale appare un pendolio fra sonorità arcaiche (mutetos/raga) e proprie di mondi alieni, in quella che è, per la formazione, un’avvincente odissea nello spazio interno al caotico panorama delle nuove espressioni artistiche dell’era multimediale.

Helga Plankesteiner – “Plankton, Lieder/Songs” – Jazzwerkstatt,

Ma Schubert è … jazzabile? A vedere anzi a sentire la sassofonista e vocalist altoatesina Helga Plankesteiner pare proprio di sì. Ci aveva già provato due anni fa col progetto “Schubert in love” dedicato ai lieder del grande compositore viennese.
Un’idea alquanto spregiudicata che nei fatti trova applicazione certa. Vero è che interpretare un autore classico col linguaggio del jazz, non è una novità. Ma perché proprio Schubert? Bill Evans lo amava, ma non può bastare. Sarà che la musica di Schubert ha un che di instabile e inesplorato, è ricca di invenzioni e rivelazioni, è complessa anche se semplice in apparenza. Adorno ne parla in termini di “the mimic par excellence” analizzandone i processi creativi. Questa indefinizione e magmaticità è carattere che può autorizzarne la rielaborazione come nel caso in esame.
Dei 603 lieder di Schubert la musicista ne ha selezionati alcuni per un album che si consiglia di ascoltare confrontando versione classica (anche su youtube) e jazzata per individuare le variazioni apportate all’originale. Un esempio: ‘Der Greise Kopf/ The old’s man head’ perde ogni seriosità e si trasforma in una sorta di Nouvelle Orleans in salsa teutonica. E così più avanti altre sorprese. Fino a delineare il lieder romantico come una possibile forma del jazz, songs, con buona pace dei puristi. Nella formazione figurano il trombettista Matthias Schriefl, il trombonista Gerard Gschlöbl, il chitarrista Enrico Terragnoli, l’autore degli arrangiamenti Michael Lösch all’hammond e Nelide Bannello alla batteria. Nell’album anche una lirica di Heine e una composizione di Bruhne.

Sempre in primo piano il vulcanico Paolo Fresu

 

E’ nota la particolare – per certi versi unica – capacità di concentrazione, creatività ed impegno artistico-intellettuale di Paolo Fresu, da poco presidente dell’Italian Jazz Federation (IJF). Tra il 27 aprile ed il 1° maggio il trombettista-flicornista ha partecipato all’”Umbria Jazz Spring” a Terni, suonando in diversi contesti: insieme al violoncello di Giovanni Sollima e all’Orchestra da Camera di Perugia in un nuovo progetto, in duo con Daniele Di Bonaventura (alla Cascata delle Marmore) e con il quartetto Devil (Bebo Ferra, Paolino della Porta e Stefano Bagnoli). Il 30 aprile era a Verona (teatro Ristori) per l’International Jazz Day con “Lumină”, progetto ideato e realizzato insieme a cinque musicisti pugliesi: la vocalist Carla Casarano, la violoncellista Leila Shirvani, il pianista William Greco, il contrabbassista Marco Bardoscia, il batterista/percussionista Emanuele Maniscalco. In realtà è stato Fresu a pensare integralmente il progetto per la propria etichetta Tŭk Music, concependo un’intera opera intorno al tema della “Luce”, con suggestioni letterarie riprese da Erri De Luca, Lella Costa, Marcello Fois e Flavio Soriga.

Non si vuole, qui, tessere elogi in modo acritico, semplicemente mettere in fila dei fatti e sottolineare come l’artista Fresu riesca a seguire in contemporanea svariate iniziative e a cambiare in tempo reale veste e ruolo senza perdere la sua personalità, sfaccettandola invece in innumerevoli aspetti che le donano una maggiore lucentezza.

Il 23 aprile, ad esempio, era a Roma per inaugurare al teatro Eliseo il festival “Special Guest”, organizzato dal Saint Louis College of Music. Il trombettista proveniva dalle prove a Perugia con Sollima ed aveva, nella mattinata, avuto un importante incontro istituzionale mentre il 24 era già pieno di impegni. Essendo personalmente la sera occupato a seguire un concerto all’Auditorium (l’argentino Aca Seca Trio), ho chiesto ed ottenuto il permesso di assistere alle prove del recital dell’Eliseo. Nove i brani in programma, tutti di Paolo Fresu ma in appositi arrangiamenti per il Saint Louis Ensemble, formazione orchestrale diretta dal vulcanico Antonio Solimene. Gli arrangiamenti, davvero pregevoli, sono opera di Luigi Giannatempo a parte tre brani: “Paris” e “Un tema per Roma” affidati a due giovani ricchi di talento come Fabio Renzullo e Filippo Minisola. Anche un tema popolare sardo, “Duru duru durusia”, è stato proposto in un brillante – e complesso – arrangiamento di Giovanni Ceccarelli.

Assistere alle prove è stata un’occasione per apprezzare la qualità del jazz italiano in senso proprio ed in senso lato. Paolo Fresu è stato, da par suo, concentratissimo, attento e partecipe. Ha suggerito qualche modifica, dispensato complimenti ad orchestrali ed arrangiatori, provato e riprovato – quando necessario – con l’umiltà ed il carisma dei grandi artisti. I nove brani della scaletta percorrevano un vasto periodo, con composizioni dei primi anni (“Opale”, “Fellini”) fino a temi più recenti: oltre ai già citati, erano previsti “Walzer del ritorno”, “Trasparenze”, “Tango della buona aria”, “E varie notti”. Il Saint Louis Ensemble è stato impeccabile, professionale ed ispirato durante le prove, pronto a seguire il vigoroso direttore Solimene, a ripetere parti di brani, ad eseguire in modo perfetto gli arrangiamenti conferendo, tuttavia, alla musica il necessario calore. Qualche esempio. In “Un tema per Roma” le partiture sostengono un tema semplice ed ispirato, come il solo di Fresu che ora rallenta, ora illumina, ora velocizza. In “Parigi” si crea un’atmosfera vellutata ed intima, con flauto e clarinetti in sezione, e con l’apporto del sax soprano (Gabriele Pistilli) l’orchestra è pronta a lanciare un liberatorio solo di flicorno.

Finite le prove, democraticamente, Paolo Fresu, Antonio Solimene e l’orchestra decidevano la scaletta del concerto serale che sarà stato magnifico, come le prove pomeridiane nella loro dimensione di laboratorio ad uno stato già avanzatissimo.

Mi sembra, infine, giusto ricordare tutti i membri del Saint Louis Ensemble: Maurizio Leoni, sax alto e flauto; Gabriele Pistilli, sax tenore e sax soprano; Luigi Acquaro, sax tenore e clarinetto; Luca Padellaro, sax baritono e clarinetto basso; Mario Caporilli, tromba; Antonio Padovano, tromba; Giuseppe Panico, tromba; Elisabetta Mattei, trombone; Federico Proietti, trombone basso e basso tuba; Andrea Saffirio, piano; Fabrizio Cucco, basso e Alessio Baldelli, batteria.

Il festival “Special Guest” ritornerà il 10 e 15 giugno con gli ospiti Fabrizio Bosso & Serena Brancale e Javier Girotto & Martín Bruhn.

Luigi Onori

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL 37′ EDIZIONE, tutte le foto

PRIMA SERATA – Giovedì 23 marzo 2017
Sala Santa Marta
Tre quadri coreografici sulle musiche del cd Mantis
Scuole di danza Arabesque, Accademia, Baobab.

Cliccare sulle immagini per espanderle

Sala Santa Marta
Carlo Actis Dato – Enzo Rocco Duo

SECONDA SERATA – Venerdì 24 marzo 2017

Sala Santa Marta -Coro femminile ” Le voix qui dansent”

Teatro Giacosa
Daniele Di Bonaventura, bandoneon

Teatro Giacosa
Quintorigo e Roberto Gatto play Zappa

Roberto Gatto: batteria
Valentino Bianchi: sax
Andrea Costa: violino
Stefano Ricci: contrabbasso
Gionata Costa: violoncello
Alessio Velliscig: voce

TERZA SERATA, sabato 25 marzo 2017

Sala Santa Marta:
Boris Savoldelli

Teatro Giacosa:
Paolo Fresu Devil Quartet

Paolo Fresu: tromba, flicorno, effetti
Bebo Ferra: chitarra
Paolino Dalla Porta: contrabbasso
: batteria

Teatro Giacosa
Odwalla e Baba Sissoko

Massimo Barbiero: marimba, vibes, percussions
Matteo Cigna: vibes, percussions
Stefano Bertoli: drums
Alex Quagliotti: drums, percussions
Dudù Quate: percussions
Doussou Bakary Touré: djembè
Andrea Stracuzzi: percussions
Baba Sissoko: kora, tama, voice
Vocal: Gaia Mattiuzzi
Dance: Vincent Harisdò – Jean Landruphe Diby

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL Ivrea – La terza serata

Parole Daniela Floris
Foto Carlo Mogavero

Sabato 24 marzo, ore 18, Sala Santa Marta

Una serata davvero densa di musica e non solo musica, quella di sabato 24, che comincia con un dibattito all’ Oratorio di Santa Marta sul progetto Odwalla, che andrà in scena in seguito la sera al Teatro Giacosa.
“Maurizio Franco, riflessioni su Odwalla”, sulla falsariga del libro di Davide Ielmini Odwalla, tempus fugit, moderato da Alberto Bazzurro, è il modo con cui si analizza, si descrive, si spiega e si cerca di comprendere un progetto oramai ventennale che si rinnova ogni anno, in quanto progetto aperto: aperto a suggestioni, cambiamenti, ospiti accolti, e dunque definibile in toto come Jazz. Strutturato ma in continuo cambiamento. I preziosi ascolti proposti da Maurizio Franco disvelano proprio l’unicità di un progetto che è quello ma che non sarà mai lo stesso. Come sarà chiaro, ancora una volta, come leggerete, al Teatro Giacosa, dove Odwalla entrerà in scena in questa 37 edizione con Baba Sissoko.

Dopo la degustazione aperitivo offerto dal Consorzio Vini Canavese, va in scena il concerto di un fenomenale Boris Savoldelli.

Ore 18:30

Boris Savoldelli, voce ed elettronica

(cliccare sulle foto per espanderle)

Mi verrebbe naturale un incipit che dicesse all’incirca così: “Non fatelo a casa da soli”.
Sì, perché Boris Savoldelli, vocal performer, presenta un’ora di concerto in solo in cui, con l’ausilio della loop station e del sample, moltiplica la sua voce (e che voce, multitimbrica) per tutte le volte che vuole, costruendosi una vera e propria orchestra, o trio, o qualsiasi compagine gli venga in mente di costruire.
Ma per fare questo bisogna essere ottimi musicisti, avere un orecchio finissimo, gusto nell’armonizzare, nonché saper creare basi ritmiche molto precise: la loop station è micidiale, una volta inserita la propria voce, quella viene parte e procede implacabile senza possibilità di aggiustamenti ulteriori, pena l’eternarsi dell’errore, della cattiva intonazione, di un’armonizzazione sbagliata o anche soltanto spiacevole nella resa. No, non fatelo a casa, perché è davvero impresa titanica, e il fallire porta a risultati insopportabili per il malcapitato che vi dovesse ascoltare.
Boris Savoldelli è un musicista, può permettersi questa impresa.
La prima parte consta di una rigorosa arte dell’arrangiamento, estemporaneo, ovvero la creazione di una base strutturata che definire di accompagnamento è certamente riduttivo. La seconda parte è la possibilità di improvvisare su quel ricco substrato autoprodotto, creando secondo la propria sfrenata fantasia: il risultato è di impatto notevole e musicalmente di alto livello.
Savoldelli è divertente, costruisce un repertorio vario e dunque tutt’altro che monocorde (da I mean You, a Leonard Cohen, al blues, a brani leggendari quali My favourite things), e fornisce anche un saggio della propria voce senza sovrimpressioni con un assolo pazzesco, amplificato dalla particolare acustica della Sala Santa Marta.
Se vi capita, andatelo ad ascoltare, perché oltretutto questo artista ha una grande comunicativa e gli piace spiegare, sorridendo e facendo sorridere, tutto ciò che sta creando: dote rara in un settore musicale non di rado un po’ troppo autoreferenziale.

La serata finale entra nel vivo con il Teatro Giacosa sold out per i due concerti di Paolo Fresu Devil Quartet e Odwalla & Baba Sissoko.

Ore 21

Paolo Fresu Devil Quartet

(cliccare sulle foto per espanderle)

Paolo Fresu: tromba, flicorno, effetti
Bebo Ferra: chitarra
Paolino Dalla Porta: contrabbasso
Stefano Bagnoli: batteria

Chi, tra chi ama e il Jazz, e non solo, non conosce Paolo Fresu, e anche il Devil Quartet? Anche chi vi scrive lo ha ascoltato più volte, in varie occasioni. Dunque potrei essere in imbarazzo davanti al mio taccuino, quasi vuoto, perché tanto so già tutto e devo solo trovare nuove parole su cose già scritte.
Invece ad Ivrea ho preso molti appunti, come succede sempre quando ascolto musica che mi piace e per la quale ho intenzione di trovare le parole giuste che possano descriverla.
Ho cominciato a scrivere da subito, con Ambre, brano dolce e melodico, suonato piano, forse pianissimo, ma con una intensità e pienezza di suono particolari: la batteria di Bagnoli apparentemente minimale, respira, invece che battere, il contrabbasso di Dalla Porta interagisce con la chitarra e la tromba intrecciandosi con loro anche melodicamente, e non solo con una funzione di accompagnamento. Il tessuto melodico si fa via via sempre più intenso, le spazzole vengono sostituite dalle bacchette, gli scambi tra la tromba e la chitarra che si fanno più fitti, si improvvisa, il flicorno si arricchisce di effetti, fino ad arrivare alla nota lunghissima in fiato continuo, suggestiva sotto i ricami della chitarra di Bebo Ferra: un andamento al quale è impossibile rimanere indifferenti.
Con Moto Perpetuo si cambia atmosfera: comincia Bagnoli alla batteria, si uniscono man mano gli altri a partire da Ferra: prevalgono gli effetti, si sconfina verso un funky trascinante, il duettare tra chitarra e tromba è continuo, la batteria mantiene il punto graniticamente su rullante e charleston, ed è substrato non solo necessario ma davvero irresistibile, quasi ipnotico, fino ad aprirsi in un assolo dirompente e liberatorio. Si continua a lungo, passando per un bellissimo Blame it on my youth, come omaggio a Chet Baker, poetico, sì, ma di certo non melenso, anzi, ricco di particolari, di cura. E ancora un bellissimo assolo di Dalla Porta al contrabbasso, una chitarra fonte di continui e preziosi spunti, e le note lunghe della tromba ricche di dinamiche cangianti.
Giulio Libano di Bagnoli, brano ancora inedito, che uscirà con il prossimo album, completamente acustico, è ancora una volta un esempio di delicatezza ma anche di efficace pienezza, con il tema che passando da uno strumento all’altro cambia nel timbro e non solo nelle note.
Il bis è il tema della popolarissima fiction Un Posto al Sole e dimostra che il Jazz è ovunque, se a suonare ci sono veri Jazzisti. Quali sono, applauditissimi, Fresu, Ferra, Dalla Porta e Bagnoli.

Ore 22:15

Odwalla e Baba Sissoko

Massimo Barbiero: marimba, vibes, percussions
Matteo Cigna: vibes, percussions
Stefano Bertoli: drums
Alex Quagliotti: drums, percussions
Dudù Quate: percussions
Doussou Bakary Touré: djembè
Andrea Stracuzzi: percussions
Baba Sissoko: kora, tama, voice
Vocal: Gaia Mattiuzzi
Dance: Vincent Harisdò – Jean Landruphe Diby

(cliccare sulle foto per espanderle)

Odwalla è Jazz? E’ musica africana in particolare? E’ musica etnica? E’ un ensemble di percussioni? E’ un progetto sperimentale? E’ musica per danza?
Potremmo partecipare a mille dibattiti, e troveremmo particelle di ognuna di queste definizioni e anche altre. Non credo sarebbe costruttivo classificare, riordinare, strutturare un ensemble così cangiante, aperto, multiforme. Ne perderemmo la parte più suggestiva e in fondo anche il senso. Perché come ho detto più volte, il senso di Odwalla è farsi trascinare dai suoni, dai movimenti, dai colori (Odwalla, quando sul palcoscenico è un’esperienza multisensoriale che comprende anche la danza, i costumi, le luci e anche solo la bellezza visiva di tanti strumenti diversi).
In questa 37′ edizione del Festival l’ospite era Baba Sissoko. Originario del Mali, virtuoso del tama, o tamburo parlante, vocalist eccellente, un curriculum imponente, collaborazioni molteplici con musicisti internazionali di svariati ambiti musicali, tra cui naturalmente il Jazz, è parso essere dal primo istante l’artista perfetto, talmente in sintonia con tutto il gruppo da non sembrare l’elemento esterno, ma uno degli elementi fondanti.
Così come è apparsa assolutamente convincente, compenetrata con il complesso tessuto ritmico armonico del gruppo Gaia Mattiuzzi, con la sua voce capace di essere ad un tempo cosìimmateriale e terrestre.
Odwalla, Baba Sissoko, Gaia Mattiuzzi i due danzatori Cincent Harisdò e Jean Landrupge Dibi hanno creato uno spettacolo di dualismi, di ossimori del tutto apparenti. Il ritmo si è trasformato in melodia, con la tama di Sissoko, la melodia in ritmo, con i vibrafoni di Barbiero e Cigna. Le voci maschile e femminile si sono fuse in un unico suono di cui importava (più che il timbro) la resa come suono universale, punto di arrivo di fusione con il gruppo. Le percussioni, nel loro suonare insieme, hanno creato armonie, oltre che battiti. La innegabile strutturazione ritmica di molti pezzi, come Cappellaio Matto, o più introspettive e melodiche, come Cristiana,  hanno dato il via a poliritmie affascinanti e a lunghi episodi di improvvisazione dove gli assoli però mai hanno determinato l’emergere del musicista in essi impegnato a discapito degli altri.
La danza è apparsa simbolica ma anche fortemente legata a tradizioni ben definite,  gli stessi costumi contrastanti tra il bianco assoluto e i colori sgargianti delle maschere hanno trascinato il pubblico tra sensazioni opposte eppure complementari , in un alternarsi tra il movimento del corpo in tutta la sua fisicità e movimenti invece più astratti o evocativi.
Baba Sissoko è fiero delle sue origini africane, ma con la sua musica, da sempre aperta alle suggestioni “altre” , è una porta aperta alla cultura dell’accoglienza e dello scambio. Odwalla e Sissoko, Massimo Barbiero, anima musicale e culturale di questo progetto imponente i danzatori, i musicisti tutti hanno dato vita ad un concerto di musiche e danze della Terra: inutile andare alla ricerca dei vari tasselli che lo hanno composto e che lo compongono. Il mosaico finale è ciò che si spererebbe accadesse nel Mondo in questo particolare periodo storico: lo abbiamo potuto visualizzare nei metri quadrati di un palco di una città del Nord Italia, chiamata Ivrea. Non poteva esserci una chiusura migliore per l’Open Papyrus Jazz Festival, diventato per due ore, il 24 marzo 2017, il centro del Mondo che, appunto, auspicheremmo abitare.

Il Festival di Berchidda festeggia il trentennale

 

“Di musica e di terra: il racconto del festival di Berchidda a 30 anni dalla sua nascita” Così si chiamano le quattro presentazioni-recital che Paolo Fresu ha tenuto in giro per l’Italia (una doppia a Bologna, poi Roma e Milano) dal 22 al 28 marzo per lanciare la XXX edizione del “suo” festival internazionale “Timeinjazz”. Si terrà per nove giorni (8-16 agosto) tra Berchidda ed una galassia di luoghi urbani ed extraurbani del nord Sardegna (chiese campestri, boschi, siti archeologici…) secondo un rapporto tra ambiente-suoni-natura che la rassegna ha da molto tempo sviluppato.

Nella Sala Ospiti del romano Parco della Musica il 24 marzo il festival è stato presentato dal trombettista (che ne è inventore e direttore artistico) in compagnia di Gianfranco Cabiddu, regista responsabile della sezione cinema di “Time in Jazz”, manifestazione che ha sempre curato e coltivato il rapporto tra le diverse arti.

Il tema del 2017, declinato in senso non autocelebrativo, è proprio il trentennale. Sono attesi moltissimi artisti tra cui Andy Sheppard, Tomasz Stanko, Enrico Rava, Gianluca Petrella, Uri Caine, Art Ensemble of Chicago, Markus Stockhausen, Eivind Aarset, Eric Truffaz, Ada Montellanico, Giovanni Guidi, Dino Rubino, Zoe Pia e gli Huntertones. Tra gli innumerevoli recital il ritorno al Demanio Forestale Monte Limbara Sud (con Enrico Zanisi in solo ed il duo Sheppard/Aarset, 9/8), una performance “ferroviaria” (Raffaele Casarano e Marco Bardoscia, 10/8), il concerto pomeridiano (ore 18) a l’Agnata, tenuta vicino Tempio Pausania in cui ha vissuto Fabrizio De Andre’. A lui e a Lucio Dalla sarà dedicato il recital “Le Rondini e la Nina” al quale parteciperanno Gaetano Curreri, Fabrizio Foschini, Paolo Fresu e Casarano.

Nel corso della conferenza stampa si è parlato, oltreché dell’attualità, dei temi della rassegna, della sua capacità di creare valori materiali (un’economia da indotto di tutto rispetto) e immateriali, della peculiarità del rapporto tra artisti e pubblico che si determina nei giorni del festival. Dopo la conferenza stampa, in una Sala Sinopoli quasi piena, si è esibito il Devil Quartet che vede Fresu (tromba, flicorno ed elettronica) insieme a Bebo Ferra (chitarra elettrica ed acustica), Paolino Dalla Porta (contrabbasso) e Stefano Bagnoli (batteria). Il gruppo si è prodotto in un set ora adrenalico ora più meditativo, pescando nel repertorio dell’ultimo album (“Desertico”) e nelle nuove composizioni/registrazioni che vedranno la luce nel febbraio 2018. Tra le pagine più felici “Moto perpetuo” (tema della colonna sonora scritta dal trombettista per “Percorsi di pace”, documentario di Ferdinando Vicentini Orgnani), “Game/Eleven” (cinetica medley di Della Porta), “Elogio del discount” (un pezzo di Fresu, dal repertorio dell’Angel Quartet), un delicato brano composto da Bagnoli in memoria del trombettista ed arrangiatore Giulio Libano, l’aggressiva e accelerata versione di “Satisfaction” dei Rolling Stones. Doppio bis con la fresiana ninna-nanna “Inno alla vita” (dedicata, nella serata all’auditorium, ai bambini siriani profughi) ed una versione del tema della fiction “Un posto al sole”.