La morte, a 79 anni, di Tony Allen: il drummer dalla misteriosa forza di un magnete

Il ricordo di Marina Tuni

Tony Allen – Udin&Jazz 2018 – ph Angelo Salvin

Tony Oladipo Allen, il batterista nigeriano la cui collaborazione con Fela Kuti ha definito l’afrobeat, è morto giovedì sera a 79 anni.
L’avevo conosciuto a luglio del 2018, a Udine. Mi aveva colpito molto, dietro le quinte del Teatro Palamostre. Sembrava attraversato da una sorta di dicotomia, apparentemente inconciliabile, da un lato quell’aura ieratica che emanava in ogni gesto e movenza del corpo, dall’altro quel senso di leggerezza e di purezza di un nepios, un bambino non ancora contaminato dalle asperità della vita.  Ho scritto “apparentemente” inconciliabili perché infatti, in lui, questi due aspetti contrastanti convivevano in perfetta armonia…
Poi, una volta sul palcoscenico, la trasformazione: una belva liberata dalla cattività, un groove travolgente, un potente magnetismo…
Ecco, magnetismo… quando ascolterò la sua musica, penserò a lui come ad un magnete permanente, un generatore di campi magnetici che ora, purtroppo, è invisibile ai nostri occhi  ma che continuerà ad originare effetti persistenti e immutabili nelle nostre anime.

Tony Allen – Udin&Jazz 2018 – ph Angelo Salvin

Tony Allen, era nato a Lagos, in Nigeria, il 12 agosto 1940, e aveva cominciato a suonare la batteria piuttosto tardi, quand’era già ventenne, lasciando il suo lavoro di riparatore di  radio e TV. Aveva studiato lo stile di una varietà di batteristi jazz, da Art Blakey a Elvin Jones, da Philly Joe Jones a Gene Krupa e Max Roach, che gli avevano fatto capire il potenziale del charleston, che molti dei suoi contemporanei trascuravano. Più tardi Allen aveva incontrato il batterista Frank Butler, che l’aveva molto influenzato.
Importante anche l’apprendistato nei club nigeriani, dove aveva cominciato a suonare con i Cool Cats e poi con artisti di livello più alto come Victor Olaiya.
Nel 1964, l’incontro determinante con Fela Kuti, polistrumentista, rivoluzionario, attivista per i diritti umani. In breve tempo, Allen diviene il batterista del gruppo di Kuti, i Koala Lobitos.

Fela Kuti e Tony Allen

Dopo un viaggio negli Stati Uniti, nel 1969, Allen e Kuti iniziano a mettere a punto il suono dell’afro-beat, dando vita ad un duo prolifico durato oltre 10 anni.
Kuti pubblicava vari dischi ogni anno. Era un musicista infaticabile, quasi un autocrate con i componenti della sua big-band, gli Africa 70. Con tutti tranne che con Tony: a lui Fela lasciava la massima libertà espressiva, nominandolo anche direttore musicale.   “Suonavamo sei ore a notte, quattro giorni alla settimana con Fela” – ha dichiarato il batterista – “Era ciò che la gente voleva”. Si esibivano all’Afro-Spot, il locale che Kuti aveva aperto al suo ritorno in Nigeria; aveva anche creato una comune indipendente, la  “Repubblica di Kalakuta, diventando presto noto per le sue denunce della corruzione e dell’inettitudine del governo. “Diceva cose giuste” –  spiega Allen nel 2016 – “ma era troppo diretto”. In Nigeria i militari hanno governato a lungo il paese e Fela combatteva proprio questo, diceva che le Forze Armate avrebbero dovuto servire e difendere la nazione, non certo governarla! Ad un certo punto, le rappresaglie del governo contro Kuti erano diventate talmente dure che alla fine Allen, nel 1978, aveva deciso di abbandonare il progetto per tentare una carriera solista.

Oltre al suo lavoro con Kuti, Allen aveva collaborato anche con Damon Albarn, era infatti membro dei The Good,The Bad and the Queen, una band nella quale militavano anche Paul Simonon dei Clash e Simon Tong dei Verve. Il gruppo ha fatto un paio di dischi, «The Good, The Bad and the Queen» (2007) e «Merrie Land» (2018). Allen, Albarn e il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, — con il nome di Rocket Juice & The Moon — hanno realizzato un album insieme nel 2012.
Negli ultimi anni Allen era tornato alle radici jazz, registrando nel 2017 due album: l’EP «A Tribute To Art Blakey», omaggio al suo “eroe” Art Blakey e ai Jazz Messengers, e «The Source» primo album dell’artista nigeriano, di base a Parigi, per l’etichetta Blue Note. Nel 2018 ha lavorato con Jeff Mills in «Tomorrow Comes the Harvest». Il 20 marzo di quest’anno aveva pubblicato «Rejoice», con il trombettista sudafricano Hugh Masekela, scomparso nel 2018, frutto di numerose sessioni ai Livingston Studios di Londra. Allen ha definito questo lavoro “una specie di spezzatino di jazz-swing sudafricano-nigeriano”, con un’ossatura Afrobeat, influenze bebop e testi in inglese, Zulu e Yoruba.

Tony Allen – Udin&Jazz 2018 – ph Angelo Salvin

Ed è proprio in occasione del tour di “The Source”, nel 2018, che io lo vidi a Udine, insieme a Mathias Allamane al contrabbasso, Jeff Kellner alla chitarra, Jean Philippe Dary alle tastiere, Nicolas Giraud alla tromba e Yann Jankielewicz al sassofono e alle tastiere.

L’Università di Udine mi aveva affidato l’incarico di tutor per lo stage di Alessandro Fadalti, batterista e giovane universitario, che ora sta ultimando il suo percorso di studi per ottenere la Laurea Magistrale in Musicologia a Cremona.
Ci siamo sentiti l’altra notte, proprio per parlare di Tony Allen e della sua scomparsa, sorridendo al ricordo che quella sera non riuscivo mai a trovarlo perché “s’imboscava” in continuazione per andare nel backstage o in sala seguire quello che lui considerava un maestro.
Dopo un po’ mi è arrivata una mail. Questa, a distanza di due anni, è il suo ricordo e, se vogliamo… la sua “versione” di quella indimenticabile serata:

“Una bottiglia di Whisky che sia rigorosamente di una specifica marca e invecchiato di 14 mesi! Ma perché proprio quella? Questa domanda continuava a ronzarmi in testa sin dal pranzo e fino a poco prima di incontrarlo dal vivo per la prima volta. Tony Allen, il leggendario batterista che con Fela Kuti è stato promotore di uno dei movimenti artistico-musicali più rivoluzionari dell’Africa Occidentale nel ventesimo secolo, voleva assolutamente quella bottiglia. Questo fatto sembra l’inizio di un qualche racconto sulla vita senza freni, sulle pulsioni di tanti artisti ribelli e senza regole, ma ogni pezzo di questa storia fa parte di un puzzle più grande.
Lavoravo come collaboratore di ufficio stampa, era il 5 Luglio del 2018, mi muovevo dal desk, all’ingresso del Teatro Palamostre di Udine, ai suoi camerini, senza pause.
La sensazione è talmente strana da descrivere che trovo difficoltà a esprimerla con parole precise, tuttavia ricordo ancora, in maniera molto vivida, cosa provai. Passando per le scale lo vidi tre o quattro volte prima di salire sul palco. Era sulle gradinate metalliche a divertirsi con la sua band, respirando un po’ di aria afosa dell’estate. Guardandolo da vicino il batterista sembra scultoreo e severo, ma emanava un’alone di pace interiore come mai avevo visto in un musicista, specie ascoltando il suo modo di esprimersi, con quella sua particolare cadenza. Qualche ora dopo arriva finalmente il suo momento e Allen sale sul palco con tutti i musicisti. “The Source”, un album che va a scavare nelle sue radici, l’avevo già ascoltato ma sentirlo dal vivo sarebbe stata tutt’altra faccenda… ed ero lì in trepida attesa di scoprire cosa si provava.
Le luci in sala si spengono, le persone si accalcano fin quasi al foyer e tirando il collo a giraffa cercano di guardare quel che accade sul palco. La scena si tinge di quei tipici colori caldi e scuri dei concerti jazz, salgono i musicisti e gli scroscianti applausi del pubblico piovono come di consueto nelle grandi occasioni. Tony Allen aveva gli occhiali da sole, ma in sala non c’era alcun sole. Poi finalmente lo sentiamo suonare, e il sole è comparso. Da quel punto in poi, tutto ciò che sapevo della batteria si è ribaltato  in pochi colpi. Allen attaccava i piatti e le pelli con le bacchette come se quella non fosse una batteria, dondolava a destra e a sinistra, divincolandosi tra i tamburi del kit con gli arti; non si riusciva a prevedere mai dove sarebbe finito in quel vortice timbrico. Il groove non era statico, ma oscillava in maniera imprevedibile come le onde, anticipando e ritardando i colpi, però tutto appariva coeso, non c’erano i classici “fill” di batteria ogni quattro battute o tra una sezione e l’altra, bensì ogni frase scorreva in un flusso. Quello stile così originale faceva risaltare la sezione ritmica, che invece di essere lo stabile direttore d’orchestra, era il principale elemento melodico in risalto.
I componenti della band guardavano lui e si sentivano magnetizzati, cercando di seguirlo ovunque volesse andare; lui non si imponeva mai, era sempre rassicurante. Comunicava tutto suonando, non aveva bisogno né di gesti né dello sguardo, celato  dietro a quelle grandi lenti scure. Parlava come suonava e viceversa. L’album rappresentava la sua voglia di ricostruire le sue radici, quelle che possiamo chiamare le fondamenta della sua casa musicale e della sua storia personale. Dopo averlo ascoltato dal vivo, la vicenda della bottiglia diventa palese. La verità è che nel privato Tony Allen amava bere, fumare e suonare. Allen, che aveva vissuto tutta la sua vita perennemente in viaggio, esprimeva quello stato di serena libertà di quando ci si trova nelle nostre dimore. Ovunque andasse era a suo agio e quel giorno sul palco e fuori da esso, non era da meno. La bottiglia era il mezzo con cui esprimeva la sensazione di sentirsi a casa, una zona di comfort. Non era dunque il vizio di un artista strampalato, ma la massima espressione dell’umiltà e della semplicità di Tony Allen. Il lascito che custodisco da quella sera è esattamente questo: ricreare il proprio habitat anche dove sembra che ciò sia impossibile; una lezione di vita che anche in questo difficile periodo può aiutarci.” (Alessandro Fadalti)

Marina Tuni

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Enrico Rava, trombettista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Enrico Rava, trombettista – ph Luca d’Agostino

-Come stai vivendo queste giornate?
“Poiché non posso uscire, perché data l’età sono un bersaglio favorito del virus…”
-A chi lo dici…
“Ecco, sto in casa, non metto neanche il naso fuori e cerco di passare le giornate nel modo più piacevole possibile: improvviso sui dischi di Miles, di Chet… leggo moltissimo, ascolto un sacco di musica e così riscopro delle cose che magari non ascoltavo da 30 anni. Ad esempio sto ascoltando molti dischi di Armstrong… molta vecchia roba mia che non ricordavo nemmeno di aver fatto. Insomma, come ti dicevo, cerco di trascorrere il tempo nel modo più piacevole possibile e quindi, in casa, questo periodo lo sto vivendo bene anche se questa situazione mi preoccupa immensamente. Il fatto più grave è l’incertezza: non si sa niente, non si capisce nulla e questo tende a darti una grossa depressione che cerco di vincere facendo delle cose, rimanendo attivo. Su questo problema si innesta il fatto che io a marzo avrei dovuto essere operato ad un’anca, che mi fa molto male; ti assicuro che soprattutto quando cammino il dolore è davvero tanto; invece hanno bloccato tutto e ancora oggi non so quando sarà possibile operarmi, cosa che ovviamente non mi rende particolarmente felice”.

Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Ho dovuto cancellare tutto; avevo un sacco di cose da fare incluso un tour con Joe Lovano in Italia e all’estero. Teoricamente tutti questi concerti sono stati rimandati, ma fino a quando? Come ti dicevo l’incertezza è la cosa peggiore di questo momento: non si sa nulla, non si riesce a prevedere quando e come tutto potrà ricominciare, navighiamo a vista. Se si ricomincerà entro un tempo ragionevole ma non ci sarà ancora il vaccino i concerti non si svolgeranno come in passato, si dovrà rispettare la distanza di sicurezza, teatri da mille persone ne potranno contenere trecento, i viaggi… non so. Io ho già detto al mio agente che fino a quando il virus non verrà debellato definitivamente grazie al vaccino, io andrò a suonare solo nei luoghi che potrò raggiungere in macchina senza dover prendere treni, aerei… non voglio rischiare”.

-Quindi in questo periodo stai vivendo attingendo alle tue riserve…
“Sì, per fortuna questo è l’ultimo dei problemi in quanto se alla mia età dovessi avere dei problemi economici significherebbe che avrei sprecato la mia vita. Invece non l’ho sprecata. Quindi, a meno che non affondi il Paese tutto, da questo punto di vista sono tranquillo. Ma, scherzi a parte, il problema c’è ed è grave; bisognerà vedere cosa succederà in quanto la botta all’economia sarà fortissima”.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Io vivo con mia moglie e siamo una coppia di quelle che stanno bene insieme; lei mi coccola, mi fa dei pranzetti buonissimi…certo ci soffre anche un po’ perché lei ha una ventina di anni meno di me, quindi avrebbe voglia di uscire, di correre, di camminare ma non lo può fare perché ha paura, rientrando, di portare in casa il virus. Quindi non esce neanche lei, ma per fortuna siamo in due, come ti dicevo e stiamo bene assieme… In questo momento mia moglie mi sta guardando dicendo “non è vero” e invece sì che è vero. La spesa ce la portano… si tira avanti”.

Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Non te lo so proprio dire. Sicuramente cambieranno molte cose. Tra parentesi non è che prima fosse il “Nirvana”, però era sicuramente meglio di adesso. Io penso, anzi sono sicurissimo di questo per esperienza, che gli uomini non cambiano, uno è come è e rimane tale qualunque cosa succeda. Non penso che si uscirà da questa storia con tutti che ci vogliamo più bene, che ci capiamo di più, manco per niente. Una cosa assurda, ad esempio, è che proprio adesso c’è qualcuno che truffa sulle mascherine. In un momento in cui il senso comune vorrebbe che tutti cercassimo di non danneggiarci a vicenda, c’è gente che pensa solo al proprio tornaconto personale. Quindi non credo che possa migliorare qualcosa”.

-Sono assolutamente d’accordo con te. Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Assolutamente sì. A chi la ama sicuramente, ma non a tutto il mondo in quanto c’è gente che è refrattaria alla musica. Anche se tu vedi un teatro pieno, o un festival con quarantamila persone in realtà la percentuale di quanti ricevono qualcosa da ciò che ascoltano è molto, molto bassa. C’è moltissima gente a cui la musica dice poco o nulla. Ripeto: a chi la ama, la musica rappresenta un fattore importantissimo. Ad esempio, per quanto mi riguarda, la musica mi aiuta moltissimo a superare questi momenti: come ti dicevo sto ascoltando tantissima roba, mi fa bene; in più sto ascoltando cose che non sentivo da tempo, come Stravinsky, che non rientra tra le mie attività più frequenti…intendiamoci, mi piace molto la musica classica ma di solito ascolto altre cose. Invece, in questi giorni, dato il molto tempo a disposizione, mi sto dedicando anche ad altri tipi di ascolto. Poi vedo moltissimi film, ho una buona collezione di DVD con film meravigliosi dagli anni trenta ad oggi quindi con il proiettore o con il computer me li guardo. Tra l’altro ho preso i DVD di questa serie televisiva che si chiama “L’amica geniale” – a proposito io non ho la televisione oramai da trent’anni – che ho trovato veramente eccellente, un lavoro ben fatto… sto leggendo un libro sull’analisi critica di tutto il lavoro di Visconti. Ho riletto Zola dopo circa trent’anni… insomma è tempo di fare cose che normalmente non fai”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“A sé stessi, a quello che ci interessa, che ci piace. Noi che amiamo profondamente qualcosa, ad esempio la musica, ma anche altre cose come la letteratura, il cinema, siamo dei privilegiati, in quanto da tutto ciò ricaviamo un piacere reale, che ci aiuta a vivere. Ma tu pensa a quelli che sono costretti a stare in casa, senza alcuno di questi interessi, sicuramente daranno fuori di testa. Certo, poi, anche noi “privilegiati”, se per un attimo ci assentiamo da questi “piaceri” e torniamo alla realtà, c’è davvero da angustiarsi perché la situazione è grave, drammatica in quanto, come ho detto più volte, non si sa bene come e quando ne usciremo. Io ho due case, una a Milano e una qui a mare; per fortuna quando è scoppiato il fattaccio, io ero al mare e quindi sono stato costretto a fermarmi qui, altrimenti a Milano la situazione sarebbe stata molto ma molto più pesante. Questa è una cittadina di 30.000 abitanti quindi tutto è più facile”.

-Dove stai esattamente?
“A Chiavari. In realtà mentre ero qui stavo aspettando una telefonata per il pre-ricovero legato all’operazione di cui ti ho parlato, ma poi tutto si è bloccato e quindi sono rimasto qui”.

-Secondo te quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Ad onor del vero non capisco cosa vuol dire nella pratica. Cosa dobbiamo fare? Uscire e cantare tutti assieme…non lo so. Ripeto, in termini pratici non so cosa voglia dire ‘restiamo uniti’. Sì, c’è molto di retorica. Invece sarebbe importante che ci fosse maggiore condivisione tra chi ci governa e l’opposizione; tutti approfittano del Coronavirus per fare campagna elettorale”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“Non so risponderti. Nel mio campo stanno cercando di dare una mano, ma non so se ci riescono; una cosa che mi preoccupa onestamente è la situazione dei musicisti giovani, ad esempio quelli del mio gruppo. Mi chiedo come facciano a sopravvivere perché non hanno avuto una vita per mettersi nelle condizioni di sicurezza e quindi se non suonano non guadagnano. Questi provvedimenti che hanno varato, ad esempio i 600 euro che fanno ridere i polli anche se sono sempre meglio di un calcio in faccia, non ho capito bene se sono mensili o una tantum. In ogni caso sono solo per chi l’anno scorso ha avuto trenta giorni lavorativi ma per chi conosce il mondo del jazz sa che si tratta di un traguardo molto ma molto difficile da raggiungere. Vorrebbe dire all’incirca tre concerti al mese, regolarmente retribuiti con i relativi contributi, ma non esiste. Questi giovani spesso suonano nei club dove le cose non è che siano particolarmente regolari. Poi, una volta che nei hai diritto, ci si mette di mezzo la burocrazia: io ho un amico, un musicista giovane, che ha passato 24 di fila sul portale INPS prima di riuscire ad avanzare la richiesta. Capisci che così diventa una roba impossibile. Non so se è così dappertutto. Mi risulta, ad esempio, che in Germania è tutto più semplice, i soldi sono già arrivati mentre da noi non si sa bene quando questi soldi arriveranno. D’altro canto bisogna anche dire che mentre il musicista professionista lavora con i turni, le registrazioni e quindi è tutta un’altra cosa, è un lavoratore come gli altri, ha i sindacati e via discorrendo, noi musicisti di jazz siamo su un piano diverso, siamo degli artisti… ad esempio i poeti, non c’è un sindacato dei poeti, non è che facciamo un lavoro di routine, ognuno è diverso dall’altro, uno lavora perché c’è gente che lo vuol sentire… questo per dire che non si può avere una cosa eguale per tutti”.

-Partendo da queste premesse, se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Non lo so. Se io fossi in grado di avere delle idee in questo campo mi sarei dedicato alla politica. Per chiedere qualcosa bisognerebbe avere innanzitutto contezza che si tratti di qualcosa realizzabile, almeno una infarinatura di come funziona la macchina pubblica”.

-Un’ultima domanda. Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Ne ho tantissimi e qualche volta sul mio Facebook avanzo qualche suggerimento. Ad esempio ho riascoltato un disco di cui non ricordavo l’esistenza, ovvero Dizzy Gillespie che suona Duke Ellington con arrangiamenti di Claire Fisher (“A Portrait of Duke Ellington” – Verve MG-VS-68386 n.d.r.) con un Gillespie in grande spolvero, in uno dei momenti più brillanti della sua carriera, ho riascoltato un paio di dischi che amo moltissimo e che consiglio a tutti, “Armstrong e Ella Fitzgerald”, i tre capolavori di Miles con Gil Evans, e volendo anche il quarto che non è male, “Quiet Night”, poi bisognerebbe risentire Monk…senza trascurare la musica classica… “Il concerto per pianoforte e orchestra in sol maggiore” di Ravel, il cui secondo movimento è a mio avviso una delle cose più belle della storia della musica. Poi c’è una cantante brasiliana meravigliosa, che si chiama Rosa Passos; è fantastica, è una sorta di Joao Gilberto al femminile, veramente molto, molto brava, emozionante. Per quanto riguarda le nostre io consiglierei a tutti di ascoltare i dischi di Barbara Casini che è una cantante strepitosa di musica brasiliana. Barbara, che io ho definito una Mina con gusto, pur avendo tutte le carte in regola, questa straordinaria capacità di colpire direttamente al cuore, in più suona bene la chitarra e compone altrettanto bene, ha però questa incredibile capacità di perdere tutti i treni, non ha mai saputo cogliere l’occasione giusta, occasioni che si presentano se sei fortunato una volta nella vita, difatti non ha minimamente lo spazio che meriterebbe. In questi giorni ho poi il piacere di sentirmi quasi giornalmente con Dino Piana, con il quale siamo amici da circa 60 anni e in quest’ultimo periodo ci siamo ancor più avvicinati, mi sto sentendo spesso anche con Ambrosetti, Franco, che mi ha appena mandato una copia del suo libro, la sua autobiografia con, tra l’altro, bellissime foto; io l’ho consigliato sull’acquisto di uno strumento, lo strumento che io ho adesso e di cui sono molto felice. Poi, ovviamente, ogni tanto sento i ragazzi del gruppo, Morello, Diodati, Giovanni Guidi…”

Gerlando Gatto

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Paolo Fresu, trombettista e compositore

Intervista raccolta da Marina Tuni

Paolo Fresu – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © Udin&Jazz 2016

–Come stai vivendo queste giornate?
Tutto sommato bene. Ho la fortuna di avere una casa in collina immersa nel verde e mi ritengo fortunato rispetto a tanti. È un momento in cui dobbiamo sempre pensare a chi sta peggio di noi…
Sto con la famiglia più del solito e non posso non sottolineare il fatto che non ho trascorso un tempo così lungo con loro negli ultimi 40 anni. Inoltre scrivo musica, registro musica, leggo, sento i dischi e seguo con attenzione le istanze del mondo dei lavoratori dello spettacolo che versano in condizioni di estremo disagio. Partecipo ad una miriade di tavoli di discussione su questi tempi e si sta tentando di mettere assieme tutti e di dialogare perché il nostro mondo è molto vasto ed altrettanto sfilacciato.
Dirigo anche le attività della Federazione Nazionale il Jazz Italiano, della quale sono il presidente. Insomma, le giornate al tempo del coronavirus sono più brevi, intense e più impegnate del solito.

-Come ha influito la situazione attuale sul tuo lavoro?.
Quale lavoro? Dal lockdown non c’è lavoro per gli artisti e per l’esercito di coloro che mandano avanti la filiera dello spettacolo! Lavoriamo tanto ma senza introiti. Da parte mia posto tante cose sui social e la cosa mi piace. Ho comprato una scheda audio e mi diverto a registrare da solo o su cose già esistenti e anche a montare video ma questo è un lavoro per l’anima, non per le tasche. Io posso anche permettermi di stare a casa a ‘divertirmi’ e a dare un senso alla mia clausura attraverso la creatività ma per molti è un vero dramma…

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
Spero di no e spero si riprenda il prima possibile. Con le ovvie restrizioni. Se non si riprenderà in tempi brevi parte della nostra categoria sarà rasa al suolo e non si rialzerà.
Se ciò avverrà anche lo sforzo che il Governo sta facendo nel riconoscere i 600 Euro mensili sarà uno sforzo inutile. Perché con 600 Euro non si campa se non c’è dell’altro.
Sono fermamente convinto che l’unica musica per evitare lo sfacelo sia quella di sforzarci, tutti e nel rispetto di tutti, a riaprire le attività dello spettacolo (ovviamente non quello dei concerti da stadi e palazzetti dello sport) prima dell’inizio dell’estate. Sarà una tesa di mano verso le imprese culturali e queste potranno ridistribuire economia ai lavoratori che, a loro volta, la distribuiranno sulla socialità. C’è bisogno di arte, di cultura e di musica per alimentare lo spirito.

Come riesci a sbarcare il lunario in questo periodo?
Personalmente vivo con quello che avevo messo da parte prima. L’unico introito possibile, seppure minimo, può essere la monetizzazione della rete ma non basta a giustificare il lavoro e l’impegno profuso. Viviamo di ciò che suoniamo con il nostro strumento per gli altri. Se lo facciamo solo per noi stessi ciò ci riempie solo l’anima pur alimentando lo spirito.
Anche le attività della mia etichetta discografica in questo momento sono quasi ferme e abbiamo deciso di pubblicare per ora i dischi futuri solo sulla rete. L’unico lavoro fisico è “2re-Wanderlust” perché era già in stampa ma i negozi di dischi sono chiusi. In compenso riaprono le librerie… Speriamo nella prossima Siae semestrale e molti artisti sperano in un aiuto sia da parte della Siae che di Nuova Imaie e ItsRight per i diritti connessi. Alcuni altri invece riescono a prendere i 600 Euro dallo Stato ma purtroppo non tutti, solo quelli che nel 2019 hanno maturato almeno 30 prestazioni professionali. Cosa impossibile per molti lavoratori del nostro mondo.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante in questo delicato momento?
Ho la grande fortuna di vivere con una bella famiglia unita. Con mia moglie e mio figlio, che ha dodici anni e suona la batteria e ama i Beatles. Credo sia la più grande fortuna in questo momento. Perché ci si scambia il piacere delle piccole cose e si limano i piccoli contrasti. Come regalo per il suo compleanno avevo comprato tre biglietti per andare a sentire Paul McCartney a Napoli il 10 giugno. Ci riconosceranno un voucher da spendere in 12/16 mesi ma non voglio cambiare i biglietti di McCartney per un altro artista…
La musica non è un supermercato dove se non c’è la carta igienica di una certa marca ne compri un’altra…

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Assolutamente si. Lo spero vivamente…

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
Già lo sta facendo. Peccato che continui ad essere poco considerato il suo valore e il suo senso nella società. Soprattutto nella fase di ricostruzione e di riapertura. Si sta dando valore alla rete e allo streaming ma, in tutta sincerità, spero non sia il futuro della musica perché questa va vista, sentita e respirata con gli altri. Sono cosciente che la rete e lo streaming possono diventare dei nuovi strumenti di lavoro e di introito – soprattutto ora – ma è altrettanto necessario che ci sia una attenzione etica e una legislazione adeguata perché altrimenti usciremo dal tempo del coronavuirus con un messaggio sbagliato: quello che la musica può arrivare nelle nostre case a costo zero annichilendone il senso e non comprendendo che dietro c’è una filiera enorme che investe e che contribuisce al PIL del nostro Paese. Inoltre ciò che si fa in rete deve essere di assoluta qualità e questo non avviene sempre. Non si può assistere a un concerto in rete senza quelle modalità e quelle attenzioni che riversiamo nella performance dal vivo perché la macchina  dello spettacolo, qualsiasi questa sia, ha delle regole e delle esigenze costruite in anni e anni di lavoro.
Il coronavirus non può distruggere quello che abbiamo faticosamente costruito con le nostre vite, con il nostro impegno e con la grande passione che ci anima.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
Ognuno si affida a ciò in cui crede. Ci si affida a noi stessi, ci si affida altri altri, ci si affida a un Dio. A un fiore che sboccia in queste giornate di primavera intensa. Ciò è un segnale importante perché qualsiasi segnale dovrebbe portarci a riflettere e a considerarlo non solo un segnale ma un monito.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
Non ho idea e non mi interessa. Tutto può essere retorico e tutto può essere giusto. Dipende solo da noi. Dalla nostra capacità introspettiva di guardare dentro di noi e allo stesso tempo di guardare gli altri. Ben venga il concetto di unità, ad esempio, se questa è sentita ed è vera. Ben venga tutto ciò che è vero se lo è veramente…

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
Purtroppo no. Riconosco il grande sforzo che si sta facendo ma c’è molta confusione e la tesa di mano non è sufficiente. Si sta ad ascoltare molto le esigenze di alcuni ma non di tutti. Il mondo della cultura e delle spettacolo ad esempio è il primo ad essere stato chiuso e non si sa quando ripartirà ma intanto si riaprono le spiagge (e ne sono felice come tutti) come se in queste non ci siano gli stessi problemi di assembramento come in un piccolo concerto. Pur comprendendo il bisogno del nostro Governo di stare a sentire soprattutto la parte legata alla sanità e nel rispetto dei troppi morti questa non è oggi l’unica priorità. Se non si affrontano tutti gli argomenti e non si sta a sentire le istanze e i consigli di tutti, i morti sul campo saranno molti di più.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
Un sacco di cose. Troppe da poterle riportare in questa intervista… E avrei un sacco di idee. Anzi, ho un sacco di idee da proporre. E non solo io…

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
Resistete. Resistiamo. Tutti assieme ce la faremo… Retorica?

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Fabrizio Bosso, trombettista

Foto di CARLO MOGAVERO

Intervista raccolta da Daniela Floris


-Come stai vivendo queste giornate?

Ogni giornata fa storia a sé, non sono mai uguali. Capita che mi alzi veramente girato male, e quindi ci sta pure che non parli per tutto il giorno, e allora mi rifugio un po’ in me stesso. Altri giorni riesco a trovare un po’ di luce, un leggero velo di speranza, quindi penso positivo e faccio più cose. Ondeggio tra questi due stati d’animo .

 

-Come ha influito questa emergenza sul tuo lavoro?

Sicuramente ha influito molto, perché non sono mai stato abituato a stare a casa più di tre o quattro giorni di fila. E’ una nuova vita, praticamente. Spero sia solo una parentesi, perché mi manca il contatto con la gente, come credo manchi a tutti. Oltretutto, cercare di studiare e di tenersi in forma con lo strumento senza avere un obiettivo imminente è molto faticoso.

 

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Non so dire cosa cambierà quando ritorneremo a fare la vita di prima. Sicuramente non sarà facile riavviare tutto. La mia unica paura è che quando riapriranno i teatri e i club la gente sarà ancora talmente spaventata da non venire ai concerti.  Poi però vedo la reazione positiva dei nostri fan e del pubblico in generale ai nostri video, che registriamo per tenerci in contatto con loro: mi sembra che il desiderio di tutti sia ritornare prima possibile ad ascoltarci dal vivo, e quindi alla fine ritorno fiducioso.

 

– Come riesci a cavartela senza poter suonare?

Continuo a suonare a casa. Devo dire che in parte anche il dover registrare delle tracce e dei video mi costringe a stare in forma. In questo momento come stimolo mi tengo questo, ma non so quanto possa durare.
Sicuramente c’è il grande desiderio di tornare a suonare: non solo per una questione economica, ma perché noi musicisti ci nutriamo dell’energia del pubblico. Questa è una cosa che mi sta mancando tanto. Ho avuto molte proposte di fare lezione online, c’è anche chi vuole organizzare dei master, ma io non ho mai creduto granché alle lezioni online, anche perché con la tromba non è così semplice: è uno strumento molto fisico, per il quale è importante il contatto con l’allievo, ed è importante che chi approccia lo strumento possa vedere come si respira, e come tu sei impostato. Poi c’è anche il grande limite, per il Jazz, che non si può suonare insieme. Io durante le lezioni lavoro molto con le basi, anche pre-registrate, per improvvisare, e questa cosa non è possibile. Parlando invece dal punto di vista strettamente economico, dato che sono quasi trent’anni che lavoro tantissimo, almeno da quel punto di vista sono “tranquillo”, tra virgolette, appunto.

 

-Vivi da solo o con qualcuno?

Vivo con la mia compagna, Stefania, e mio figlio, Mathias, che ha dieci anni.

 

-E quanto ciò risulta importante?

Il fatto che io sono a casa, e che anche la mia compagna stia sta lavorando in casa è una cosa che ovviamente diventa un po’ pesante, più che altro anche per il tipo di lavoro che fa lei: è giornalista e praticamente sta sul coronavirus per sette o otto ore di fila. Ascoltiamo tutti i notiziari, lei deve speakerare, preparare i servizi, parlando sempre di questo argomento: devo dire che ci sono giorni che si arriva a fine giornata che si è abbastanza esauriti. Però cerchiamo di prenderci i nostri piccoli spazi e riusciamo sempre a superare i momenti più stancanti.

 

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Spero tanto che questa brutta esperienza non ci allontanerà troppo nei rapporti umani, anche perché, come già dicevo prima, noi musicisti viviamo di questo, ed è tutto uno scambio di energia tra noi e pubblico. Se la gente sarà più lontana, anche la musica si allontanerà. Incrocio le dita e spero che questo non accada.

 

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

Sono convinto che un aiuto, piccolo o grande che sia, la musica lo può dare. Stiamo vedendo ad esempio la reazione della gente ai video, alle varie iniziative che pubblichiamo online: anche questa cosa bella che abbiamo fatto con Tosca, Joe Barbieri, Sergio Cammariere, Luca Bulgarelli (Il singolo Tu io e domani, i cui proventi sono andati alla Protezione civile, n.d.r. ).  Quando un brano, pubblicato i primi due giorni praticamente solo sulle nostre rispettive pagine facebook, riesce a raccogliere con i download quasi diecimila euro, vuol dire che la gente è attenta e ricettiva. E quindi vuol dire che la musica viene considerata come veicolo importante, anche per superare questo brutto momento.

 

-Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Penso che ognuno si debba affidare a qualcosa in cui crede veramente. Nel mio caso quel qualcosa sono la famiglia e la musica. Purtroppo in questo caso anche io sono semplice spettatore, e quindi dobbiamo solo aspettare e vedere cosa accadrà.

 

-Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e vuoi segnalare?

Sono tanti i progetti rimasti incastrati, non mi va di parlare di nessuno in particolare, erano tante cose importanti: concerti, preparazione del disco in quartetto, uscita di due tre dischi sia come leader che come side man. Sotto questo punto di vista è un grande disastro, quindi teniamo duro e speriamo siano progetti soltanto posticipati.


-Mi racconti una tua giornata tipo?

Mi alzo la mattina, preparo la colazione e sto dietro un po’ a mio figlio con le lezioni online, si deve collegare 4 volte al giorno!
Poi studio e cerco di mantenermi in forma con lo strumento. Questo durerà fino a che non mi alzerò una mattina e dirò basta, perché di tenermi in forma non avrò più voglia,  fino a quando non mi diranno quando potrò tornare a suonare.
A parte questo,  sto facendo molti video e registrando un po’ di brani che stiamo montando anche con lo Spiritual Trio (con Alberto Marsico all’organo e Alessandro Minetto, n.d.r.):  registro qualche traccia, devo dire con mille difficoltà. Poi si gioca al mini ping pong che ho comprato proprio per superare questo periodo di clausura forzata.  Alterno queste cose, un po’ sto dietro a Mathias, e quando si può si esce a fare due passi intorno al palazzo.

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?

Solo di avere tanto buon senso prima di diffondere varie ordinanze, e non solo. Sicuramente lo stanno facendo già, ma chiederei però di pensare bene a tutte, proprio tutte le conseguenze che queste decisioni comportano.


-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

E’ una cosa troppo soggettiva: consiglio a tutti di ascoltare la musica che ci fa stare più in pace.
Nel mio caso è spesso musica brasiliana. Quando ho bisogno di evadere, di rilassarmi, ascolto musica brasiliana, anche perché le sfumature della musica brasiliana sono tante. Nella maggior parte delle composizioni io trovo malinconia, anche tristezza, ma sempre con un velo di speranza, c’è sempre un ritornello che va in maggiore, o cambia ritmo, e ti dà, appunto, speranza: questo penso sia molto vicino al mio stato d’animo attuale.

Foto di CARLO MOGAVERO

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Franco D’Andrea, pianista e compositore

Intervista raccolta da 

Franco D’Andrea, pianista e compositore

Come stai vivendo queste giornate?
“Ne approfitto per fare un po’ d’ordine nelle mie cose. Ad esempio sto dando uno sguardo ai molti dischi che ho fatto, circa 200. Ci sono dei dischi che ho fatto con Nunzio Rotondo, che risalgono ai primi anni in cui io mi ero dedicato professionalmente alla musica, avevo 22-23 anni, quindi siamo nel ’63, ’64 fino ad arrivare al ’68. Erano tutta una serie di registrazioni che avevamo fatto per la RAI e che poi sono state edite su disco. Ho constatato come alcune date non fossero molto precise ma soprattutto mi sono riascoltato e devo dire che probabilmente non me la cavano niente male. Lui, Nunzio, mi dette subito credito e questo è stato molto simpatico da parte sua… ho sempre un bel ricordo. In molti pezzi c’era anche come ospite Gato Barbieri. Tornando al presente proprio in questo periodo è uscito il mio ultimo lavoro “New Things”, con Mirko Cisilino tromba e cornetta e Enrico Terragnoli chitarra elettronica e riascoltandolo cercavo di capire meglio come era venuto… e tutto sommato mi sembra che sia venuto piuttosto benino. Poi ogni tanto vado al pianoforte e architetto delle cose”.

-Come ha influito la situazione attuale sul tuo lavoro? E pensi che in futuro sarà lo stesso
“Guarda il lavoro si è praticamente fermato, annullato. Noi musicisti siamo fermi completamente, tutte le date che c’erano sono svanite, non si sa se e quando verranno recuperate e vediamo un po’ perché la situazione economica in generale non sarà delle più floride. Sperando sempre di uscirne fuori da questa tragedia. In questo momento io sono a Milano e questa città, stranamente, è diventata il centro della situazione nel senso che in Lombardia la diffusione del virus prima si è incentrata su Codogno, Casal Pusterlengo… qualcosa in Veneto… poi si è andati a finire su Bergamo, su Brescia e adesso è il turno di Milano; facciamo un po’ la parte di New York in questo momento. Non è una linea che va dritta in su, comunque non va bene come il resto della Lombardia e negli ultimi dieci giorni è stato davvero terribile. E allora mi sono detto: io sono nato nel ’41 e quindi, praticamente, in mezzo alla guerra ma di quella tragedia ho sofferto poco in quanto sono nato a Merano, una città ospedaliera che proprio per questo mai è stata bombardata; perciò continuavo a chiedermi ‘ma quando la pagherò, data la sfortuna sfacciata che ho avuto durante la guerra?”. Eccomi, la sto pagando adesso assieme a migliaia di altre persone”.

-Come riesci a sbarcare il lunario in questo periodo?
“Questa è davvero una bella domanda. Finché durerà io ho una pensione e quindi in qualche modo riesco ad andare avanti. Ecco ti dico che la pensione di aprile è arrivata, poi vedremo maggio e constateremo in che forma arriveranno queste cose. Praticamente è l’unico introito che ho. Ho visto, poi, che ci sono alcune agenzie specializzate nel recupero di prestazioni che si erano fatte che hanno prodotto qualcosa per i musicisti anticipando alcune scadenze e addirittura hanno dato qualcosa, una tantum che aiuta comunque ad andare avanti”.

-Quale ente ti eroga la pensione?
“Come tutti i musicisti prima eravamo Enpals ora siamo tutti Inps. Comunque ciò che mi ha permesso di avere una pensione decente è stato il periodo lungo che ho fatto in Conservatorio, tredici anni al Conservatorio di Trento. Lì ho accumulato parecchi contributi che mi hanno permesso di arrivare, ripeto, ad una pensione decente”.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante in questo delicato momento?
“Vivo con mia moglie, siamo in due. I figli vivono da un’altra parte ma ci diamo sempre una mano. Ogni settimana, ad esempio, ci portano un po’ di roba… una spesa grossa che duri per tutta la settimana… ci organizziamo in questa maniera e andiamo avanti così”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Spero di sì nel senso che spero vada avanti questo sentimento per cui possiamo farcela solo se andiamo avanti insieme, ognuno dà una mano per quello che può dare, e sarebbe davvero bellissimo, importante non smarrire questo spirito”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Assolutamente sì. La musica, almeno per me, è un grosso aiuto, una risorsa grandiosa, che mi permette di continuare a pensare a qualcosa cui sei profondamente legato quindi un legame profondo con il passato e allo stesso tempo una sorta di proiezione verso il futuro”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Questa è un’altra bella domanda. Secondo me a pensare a qualcosa per il futuro; nella tua domanda di prima c’era già implicito questo discorso nel senso che dobbiamo veramente escogitare un modello di convivenza più adatto ai tempi e più adatto all’umanità”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Una parte di retorica ci può anche essere ma in fondo, in questo momento, il discorso di avere un minimo di comprensione l’uno per l’altro mi sembra assolutamente giusto e condivisibile. Bisogna pensare che in questo momento siamo attaccati da qualcosa, da questo virus che non guarda in faccia niente e quindi è opportuno darci una mano, comprenderci più di prima e questo forse potrebbe essere, se rimanesse, il lato positivo di tutta la faccenda. Capisco benissimo la dialettica su tante cose ma credo che in ogni modo occorra capirsi, ci vuole dialogo. C’è al riguardo una parola chiave per me: rispetto; mai puoi sapere se tu veramente hai ragione e l’altro ha torto; tu hai accumulato delle conoscenze e hai concluso che nella vita ti comporti in una certa maniera, ma tutto è da riguardare, da rivedere e in ogni caso noi dovremmo sempre essere pronti al dialogo, che è figlio del rispetto. Voglio dire cerchiamo una sintesi, cerchiamo di approfondire, cerchiamo di capire se anche in questa ideologia che non condividiamo può esserci qualcosa di buono”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“È difficile rispondere. Non abbiamo la controprova, non sappiamo se qualcun altro avrebbe potuto fare meglio o peggio. Per il momento mi sembra che tutto sommato, con gli enormi problemi che secondo me vengono anche dal passato, e sto parlando non solo dell’Italia ma dell’Europa e più in generale della mentalità che ha pervaso tutto il mondo occidentale, il fatto di mettere il denaro al centro di tutto come se fosse un dio e mettere in sottordine tutto il resto… questo non è granché, tutto sommato si sta pur facendo qualcosa”.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“In questo momento sicuramente chi è là sta lavorando, cerca di fare il meglio possibile. Poi, come dicevo prima, non sappiamo se qualcuno avrebbe avuto delle idee più brillanti. Io chiederei molto semplicemente di essere più vicini a tutti i membri di questa società. Anche in questo caso voglio ripetermi: cerchiamo di darci una mano l’un l’altro, cerchiamo di comprenderci e chi decide sappia che ha una grandissima responsabilità e quindi cerchi di fare il meglio possibile per tutti noi”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“C’è un vecchio disco di Charles Mingus che io amo particolarmente e che secondo me è passato in secondo ordine, non viene molto citato, “Tijuana Moods” del 1957. Ecco questo disco, secondo me, aiuta parecchio”.

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Franco Piana, trombettista, direttore d’orchestra

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Franco Piana, trombettista, direttore d’orchestra

-Come sta vivendo queste giornate?
“Con dolore, preoccupazione, riconoscenza nei confronti di medici ed infermieri, ma anche con speranza e consapevolezza che sarà un periodo lungo”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Essendo musicista ha influito. Spero che in futuro la situazione migliorerà”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Da questo punto di vista mi ritengo fortunato.. ho un lavoro fisso”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con mio figlio ed è molto importante”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e 
professionali sotto una luce diversa?
“Spero di sì… spero che ci faccia capire quanto è importante dare la precedenza alle persone piuttosto che alle cose, siamo sempre troppo presi da noi stessi e abbiamo poco tempo da dedicare alle persone care o a quelle bisognose. Devo dire che in questi ultimi anni ho rallentato un po’ la mia attività e ne hanno giovato i rapporti umani”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
Assolutamente sì, è troppo importante! Ora sta nascendo un progetto di un nuovo CD e questo mi aiuta molto. La musica è sempre stata fondamentale nella mia vita, soprattutto nei momenti difficili”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Alla fede, alla lettura, alla riflessione… La proposta di Carofiglio di riaprire le librerie è stata presa in considerazione”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Forse c’è un po’ di retorica ma essere uniti in questi momenti è molto importante, senza inutili polemiche”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“Sì, forse qualche incomprensione all’inizio, ma ora mi sembra che ci sia una buona azione”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Maggiore disponibilità per chi non ha un lavoro fisso e per chi fa fatica a dar da mangiare alla famiglia e naturalmente snellire la burocrazia, Non si è mai fatto, ma ora è arrivato il momento”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Non so, ma forse non smettere mai di essere curiosi, di sognare, di avere dei progetti”.

Gerlando Gatto