A vele spiegate il “Roma Jazz Festival 2019”

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI, che ringraziamo moltissimo.

ROMA JAZZ FESTIVAL – NO BORDERS. MIGRATION AND INTEGRATION

Roma, 1 novembre – 1 dicembre 2019

Si è chiusa domenica, 1 dicembre, l’edizione 2019 del “Roma Jazz Festival”. Ancora una volta la manifestazione voluta e disegnata da Mario Ciampà non ha deluso le aspettative rispetto sia al rapporto programma – tema sia alla qualità della proposta musicale.

No Borders- Migration and Integration” era il tema di quest’anno ed in effetti la presenza di alcuni artisti quali – tanto per fare qualche nome – Archie Shepp e Abdullah Ibrahim – sta lì a testimoniare quanto il jazz abbia fatto nel corso della sua non lunghissima storia, per abbattere le barriere che ancora separano gli uomini. Ma in linea di massima tutti gli artisti presenti hanno offerto uno spaccato di qualità delle varie tendenze oggi presenti sulla scena jazzistica internazionale. Infine davvero encomiabile la partecipazione dei molti musicisti italiani sulla cui statura non credo ci siano oramai dubbi di sorta.
Non mi ha viceversa convinto la scelta di coinvolgere diverse locations ma ciò dipende probabilmente dalla mia non giovanissima età per cui non amo particolarmente muovermi a Roma… ma questo è un altro discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti.
Ma torniamo alla musica.

L’11 novembre è salito sul palco Archie Shepp con Carl Henri Morisset piano, Matyas Szandai contrabbasso e Steve McCraven batteria.

Parlare di Archie Shepp significa rievocare una stagione particolarmente significativa e non solo per il mondo del jazz: siamo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; la società statunitense è pervasa da fortissime inquietudini, i giovani manifestano sia per la pace sia per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, alcuni comportamenti della polizia reclamano profondi cambiamenti e il riferimento è ai disordini avvenuti nel carcere di Attica nel 1971 repressi violentemente. Il jazz non si chiama fuori e tra i grandi musicisti è proprio Archie Shepp a scrivere di getto “Attica” a seguito dell’ondata emotiva causata dalla repressione di cui sopra. Ma è solo un esempio di quanto Shepp si sia speso per affermare l’afrocentrismo e la tradizione musicale del continente africano e quindi per ribadire quanto rispetto meriti la popolazione di colore negli States. Di conseguenza ascoltare un concerto di Shepp è sempre un’esperienza particolare che, a mio avviso, va vissuto sotto un duplice aspetto.

Dal punto di vista emozionale, almeno per chi scrive, è sempre toccante trovarsi davanti uno dei più grandi esponenti della storia del jazz.

Dal punto di vista più strettamente musicale non si può fare a meno di notare come, purtroppo, anche per Shepp il tempo abbia lasciato qualche traccia. Il ruggito del vecchio leone, almeno nel concerto romano, non si è sentito. La voce strumentale si è affievolita, l’imboccatura del sax tenore non è ferma e solida come un tempo, la presa di fiato denota qualche incertezza che si ripercuote immancabilmente sulla qualità del suono. Viceversa quando ricorre al canto, Shepp è più convincente: la voce è sempre roca, graffiante e l’interpretazione sicuramente all’altezza della situazione. Insomma Shepp sa dare un significato preciso a ciò che canta e lo sa comunicare assai bene.
Funzionale a quanto detto la scelta del repertorio che si basa su alcuni classici della tradizione come, ad esempio, “Petit fleur” di Sidney Bechet, “Don’t get around much anymore” e “Come Sunday” di Duke Ellington. Non mancano certo pezzi più moderni come “Ask me now” di Thelonious Monk, “Wise One” un brano di Coltrane tratto dall’album “Crescent” del 1964 particolarmente caro a Shepp… immancabile il già citato “Attica”, mentre come bis un graditissimo “Round Midnight” accolto con un’ovazione dal numeroso pubblico.

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Mercoledì 27 novembre al Teatro studio di scena il quintetto del sassofonista e clarinettista Gabriele Coen, con Benny Penazzi violoncello, Alessandro Gwis pianoforte e live electronics, Danilo Gallo, contrabbasso e basso elettrico e Zeno de Rossi batteria.

Ora se mettiamo assieme cinque jazzisti di assoluto livello, un compositore di spessore assoluto (Leonard Bernstein) e un arrangiatore di sicura competenza (Andrea Avena), le aspettative non possono che essere molto alte. E tali aspettative sono state assolutamente soddisfatte. Il gruppo ha presentato un progetto incentrato sul compositore di Lawrence, Massachusetts, che confluirà in un album la cui uscita è prevista per il prossimo gennaio.
La prima parte del concerto è stata dedicata a “West Side Story”, il musical con libretto di Arthur Laurents, parole di Stephen Sondheim, rappresentato per la prima volta il 19 agosto 1957 al National Theatre di Washington.
Abbiamo così ascoltato in rapida successione, preceduti da una breve ma esauriente presentazione di Coen, “Prologue”,“Something’s Coming”, “The Dance at the Gym-Cha Cha (Maria)”, “Tonight”, “One Hand, One Heart”, “I Feel Pretty”, “Somewhere”. Particolarmente azzeccate le interpretazioni di “Maria” e “Tonight”, probabilmente i pezzi più noti dell’intero musical.
Sulla scorta degli originali arrangiamenti concepiti da Avena, il gruppo ha leggermente velocizzato i due brani mettendone così in rilievo tutto il potenziale ritmico, grazie anche ad una sezione particolarmente affiatata come quella composta da Zeno De Rossi e Danilo Gallo; i due sono stati semplicemente superlativi… così come d’altro canto tutti i membri del quintetto. In particolare Alessandro Gwis si è meritato applausi a scena aperta per alcuni assolo particolarmente centrati mentre letteralmente trascinanti gli inserti del violoncello di Benny Penazzi che ha avuto l’onore di suonare diretto dallo stesso Leonard Bernstein. A completare la front-line il sassofono soprano e il clarinetto di Gabriele Coen che ha condotto la serata con autorevolezza evidenziando la solita bravura come solista.

Tornando alla cronaca del concerto, ancore più impegnativa la seconda parte, di ispirazione ebraica, che si è aperta con il primo movimento dai “Chichester Psalms”, opera completata nel 1965 su commissione del decano della cittadina inglese di Chichester. Si tratta di una selezione di testi biblici in lingua ebraica, articolata in tre movimenti, scritta per corista ragazzo soprano o contralto, coro e orchestra, quindi un’opera estesa non facile da interpretare in chiave jazzistica e per giunta in quintetto. Difficile la traduzione in chiave jazz anche di “Yigald” altra melodia liturgica scritta nel 1950 per piano e coro.
A chiudere “Some Other Time” scritto nel 1944 per il musical “On the Town” con liriche di Betty Comden e Adolph Green.
Alla fine scroscianti e meritati applausi e viva attesa per l’album che, come si accennava, dovrebbe uscire nel prossimo gennaio.

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Venerdì 29 novembre è stata la volta della chitarrista e vocalist portoghese, di origini capoverdiane, Carmen Souza in quartetto con Ben Burrell piano, Theo Pascal basso, Elias Kacomanolis batteria e percussioni.

In programma la presentazione dell’ultimo album “The Silver Messengers” dedicato, come facilmente comprensibile, a Horace Silver. Ora, dedicare un omaggio ad una figura talmente straordinaria come quella di Silver, è impresa sicuramente molto, molto difficile che comunque Carmen ha affrontato con la giusta dose di consapevolezza, maturità, ed umiltà. In effetti, come più volte dichiarato dalla stessa artista, l’intento è stato quello non tanto di riproporre pedissequamente la musica del maestro quanto di far rivivere su disco e sul palco le peculiarità che hanno fatto grande la musica di Silver, vale a dire uno stile giocoso e colorato di influenze funky, una forte carica ritmica, una melodia riconoscibile e penetrante. Non a caso Carmen ama ripetere, al riguardo che il suo obiettivo è “onorare la musica e il compositore, il gusto, l’innovazione e fare luce sul suo lavoro in modo che la sua musica continui a toccare altre persone che non sono mai venute in contatto con essa”
Di qui l’album di cui sopra che viene ulteriormente valorizzato durante le performance. Non ho assistito ad altri concerti di Carmen Souza ma devo dire che questo all’Auditorium mi ha davvero impressionato e per più di un motivo.
Innanzitutto la straordinaria padronanza scenica dell’artista: Carmen non ricorre ad alcun artificio scenico e sul palco è davvero elegante nella sua squisita compostezza, affidandosi completamente al talento che possiede in sovrabbondanza. La sua voce è molto, molto particolare: centrata prevalentemente sul registro medio-basso è comunque capace sia di scendere con naturalezza nelle tonalità più basse sia di risalire verso l’alto, più alto. Il timbro è screziato, a tratti graffiante, leggermente roco a ricordare alcune delle grandi vocalist del passato. Assolutamente pertinente il contorno strumentale con in primissimo piano Theo Pascal al basso elettrico e contrabbasso, mentore della vocalist con la quale collabora da ben diciotto anni, il quale non a caso firma tutti gli arrangiamenti del gruppo.

E così brano dopo brano la musica si dipana con naturalezza: si apre con un brano celeberrimo di Edu Lobo, “Upa neguinho”, e già si ha la consapevolezza di poter assistere ad una bella performance. Carmen è perfettamente a suo agio, la sua voce comincia a graffiare il giusto e i compagni d’avventura la seguono fedelmente. Segue un brano scritto da Theo Pascal con liriche della stessa Souza, “Lady Musika”, dedicato espressamente a Horace Silver il quale era solito riferirsi alla musica come “Lady Music”. Ed ecco quindi il primo brano di Horace Silver, “The Jody Grind”, che l’artista interpreta facendo ricorso ai ritmi della “funana”, un genere musicale molto popolare a Capo Verde. Ed è anche questa l’occasione per evidenziare come nello stile di Carmen Souza confluiscono elementi di varia natura che si renderanno più espliciti nel prosieguo del concerto: accenti esotici, africanismi, scat nella più completa accezione jazzistica, bossa nova, samba… il tutto mescolato sì da realizzare un unicum di sicuro impatto. Impatto che si ripropone quando la vocalist intona il celebre “Soul Searching” ancora di Horace Silver.
Gustosa, divertente la riproposizione di un vecchio brano di Glenn Miller, “Moonlight Serenade” adottata dallo stesso direttore d’orchestra come sigla musicale.Ancora due blues, “Capo Verdean Blues” di Silver e “Silver Blues” di Pascal e Souza dopo di che ci si avvia al finale con chiari riferimenti all’Africa. E sulle note di “Pata Pata” e “Afrika” il pubblico risponde positivamente all’invito della vocalist, danzando e applaudendo festosamente Carmen e compagni

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Come accennato, domenica 1 dicembre conclusione alla grande con il progetto Mare Nostrum ovvero Paolo Fresu (tromba e flicorno), Richard Galliano (fisarmonica e accordina) e Jan Lundgren (pianoforte).

L’intesa, nata una decina d’anni fa, e documentata da tre eccellenti album incisi nei rispettivi Paesi di origine, si sostanzia nel tentativo, perfettamente riuscito, di elaborare un linguaggio nuovo, originale, partendo dalle radici proprie di ciascun musicista. In effetti sia Fresu (sardo), sia Galliano (francese di chiare origini italiane), sia Lundgren (svedese) sono artisti profondamente legati alle proprie origini da cui hanno tratto linfa vitale per la loro musica, i cui tratti caratteristici si ritrovano in una ricerca melodica a tutto campo non disgiunta da un senso ritmico-armonico per cui non si avverte la mancanza di contrabbasso e batteria.

L’apertura è affidata a “Mare Nostrum” la composizione che apre il primo dei tre album incisi dal trio e, guarda caso, composta non già dai due musicisti mediterranei ma dallo svedese Lundgren. E già da questo pezzo si ha un’idea precisa della musica che si ascolterà durante il concerto. I tre si muovono secondo un preciso idem sentire, lasciandosi portare dall’onda emotiva che trasmettono al pubblico e che dal pubblico ritorna sul palco con straordinaria immediatezza. Così il concerto non conosce un attimo di stanca, con il trio che si scompone in duo per ricomporsi subito dopo senza che ciò abbia la minima influenza sull’omogeneità del tutto. Le atmosfere sono variegate, così ad esempio l’italianità di Fresu emerge chiaramente in “Pavese”, in “Love Land” sono le atmosfere tipiche del folk svedese ad assurgere in primo piano, mentre in “Chat Pitre” di Galliano è facile scorgere quella dolce malinconia tipica di certa musica francese.

E così è un continuo aggiornamento della tavolozza di colori espressi dal trio grazie ad una maestria strumentale e ad una capacità espressiva che fanno dei tre dei grandiosi interpreti.

Il concerto trova una sua splendida conclusione con due bellissime melodie, “The Windmills of Your Mind” di Michel Legrand e “Si Dolce è il tormento” dal nono libro di madrigali scritto a Venezia nel 1624 da Claudio Monteverdi, compositore innovativo protagonista degli albori dell’opera barocca

 

Gerlando Gatto

 

 

 

 

Lirica e jazz: le arie d’opera come standard

L’ultimo nato dal matrimonio fra lirica e jazz è l’album “Norma”, di Paolo Fresu con la ODJM (Orchestra Jazz del Mediterraneo) di Paolo Silvestri (Tûk Music) che va ad infiocchettarsi al virtuale “Real Book” di arie dal repertorio operistico italiano ed europeo che via via si è fatto ben corposo.
Il lavoro su Bellini ha, discograficamente parlando, illustri avi nel jazz. Ne citiamo qualcuno. Il 78 giri Bluebird con Glenn Miller and Orchestra che rielabora “Il coro degli Zingari” del Trovatore di Verdi nella spumeggiante “Anvil Chorus”; Fats Waller and his Sextet from Lucia of Lammermoor, di Donizetti su l.p.

Il disco di Barney Kessel, Modern Jazz Performances From Bizet’s Opera Carmen (Contemporary Records, 1959) oggetto di varie ristampe. È stato, in effetti, il chitarrista a segnare il passaggio dalle atmosfere fox trot, stride e da swing-era al più moderno cool negli anni ’50, con azzeccati innesti dalla Carmen (1875) a partire da “La canzone del Toreador – Swingin’ The Toreador”  e principalmente riproponendo a modo suo “Free As A Bird”, la famosa habanera, forma musicale che è un esempio di musica “oggettiva” tratta da fonti preesistenti (…) dalla canzone di Sebastian Yradier El Arreglito, a sua volta una “normalizzazione” europeizzante e salottiera della danza cubana” (cfr. Antonio Rostagno, Ed. Teatro alla Scala, 2015).

Dal canto suo Jacqueline Rosemain ne ha sottolineato la derivazione da una canzone conviviale provenzale, confluita in una raccolta del lontano 1627. Stefano Zenni, nel definire in genere la habanera “danza cubana di andamento moderato, in tempo binario, divisa in due parti, una in tonalità minore e una in maggiore” derivata dalla contradanza, antenata del tango, ne ha puntualizzato la “duplice origine, una spagnola ed una africana, con una radice provenzale” con quel senso di ritardo ritmico tipico della musica nera delle Americhe “dall’oscillazione dello swing alla elasticità della bossa nova” (cfr. Breve storia della habanera, in La musica colta afroamericana, Sisma, 1995). Un’ibridazione di melodie e ritmi che avrà affascinato Kessel per pensare di “jazzare” parti dell’opera, dicono, più rappresentata al mondo, oltretutto così impregnata di “latin tinge”!

Niente di nuovo sotto il sole, certo! Louis Armstrong ascoltava i dischi di Enrico Caruso e la polifonia di New Orleans poteva richiamare in qualche modo situazioni da melodramma tipo il quartetto vocale di “Bella figlia dell’amore”, dal Rigoletto (cfr. Gunther Schuller, Early Jazz). Nello specifico la Carmen si è prestata a progetti più articolati come l’album omonimo firmato da Enrico Rava che fa il paio con “E l’opera va” (Label Bleu, 1993) contenente arie quali “E lucean le stelle” dalla Tosca, estratti dalla Manon Lescaut e da La fanciulla del West di quel Puccini che Chailly ha accostato a Gershwin (si veda in proposito su questa rivista il nostro saggio “L’America di Puccini ne La fanciulla del West” del 16 nov. 2017). Non trapianti di genere bensì proustiana condensa di memoria e memorie, suoni e visioni che riappaiono dal nostro passato.
Restiamo all’opera italiana. Intanto come non ricordare che Pietro Metastasio, il famoso librettista, era un poeta “istantaneo”? Intuiva, strutturava, declamava rime “all’improvviso”, una poesia orale composta, secondo John Miles Foley “come un musicista jazz o folk usa dei modelli nell’improvvisazione musicale”. Ma il jazz, nel settecento, navigava ancora nella placenta delle musiche del mondo.
E così ancora a inizio ottocento.

Eppure c’è chi, come l’inglese Mike Westbrook si è rifatto a Gioacchino Rossini in un pregevole album del 1987, appunto “Westbrook-Rossini”, della svizzera Hat Hut, riproposto anche recentemente con la Uncommon Orchestra, anche con arrangiamenti da La Cenerentola ad integrare abstract musicali da La gazza ladra, “Barbiere”, Otello e l’Ouverture del Guglielmo Tell. Musica varia, giocosa, cromaticamente accesa, quella rossiniana, che si ben adatta ai “remakes” più moderni ed innovativi.
Su Donizetti si è posata l’attenzione di Bruno Tommaso, Roberto Gatto, Cristina Zavalloni, Furio Di Castri, Madeleine Renèe ed è da segnalare il disco-rarità “A casa di Ida Rubinstein” della compianta Giuni Russo in cui la cantante interpreta fra l’altro “La zingara” donizettiana con interventi di Paolo Fresu ed il lieder “A mezzanotte”, con la partecipazione di Uri Caine, pianista a cui si deve The Othello Syndrome (Winter & Winter, 2008). Una passione antica questa per il cigno di Busseto; ricordava Gerlando Gatto su questa rivista che in un titolo di King Oliver del 1923 compare un’ampia sequenza de “La Vergine degli Angeli” da La forza del destino! Viva Verdi! Potrebbe essere uno slogan dei jazzisti inneggiante a siffatta star dalla marcia trionfale anche sul web con milioni di visualizzazioni; le cui opere sono state rivisitate dalla Ted Heath Orchestra nel 1973 così come dalla Banda di Ruvo di Puglia nel 1996, per non parlare ancora dai conterranei Marco Gotti, Trovesi, Di Castri, Bonati, Rea, Massimo Faraò, Attilio Zanchi, Renzo Ruggieri…

Ma perché mai questo interesse dei jazzisti su Verdi?  “Nella musica di Verdi sussiste una sorta di pre-blues poiché vi si descrive l’atmosfera di prima che arrivasse il jazz, anche attraverso personaggi di strada, un popolo di umili, il gobbo, la mondana, la zingara…” ha affermato sempre su queste colonne il chitarrista romano Nicola Puglielli del Play Verdi Quartet. L’operista fu egli stesso trovatore, griot melodrammatico al cui ” mood ” si rifà la cantante e compositrice Cinzia Tedesco, riprendendo parti salienti da Rigoletto, La Traviata, Aida, Nabucco, vista anche “all’opera” con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretta da Jacopo Sipari, arrangiamenti del pianista Stefano Sabatini. E con lei altri artisti quali il pianista Andrea Gargiulo, il quintetto Tomelleri-Migliardi-Corini-Garlaschelli-Bradascio, l’Orchestra di Piazza Vittorio con in repertorio anche arie dalle opere di Bizet, Weill, Mozart (Il flauto magico e Don Giovanni) quest’ultimo oggetto della egregia rivisitazione del trio di Arrigo Cappelletti.
Andiamo ai veristi. Su Mascagni, sull’Intermezzo di Cavalleria rusticana, è caduta la mano pianistica di Danilo Rea mentre della “sorella siamese” Pagliacci, di Ruggiero Leoncavallo, Max De Aloe ha rielaborato in 4et “Vesti la giubba” nella compilation Lirico Incanto (Abeat, 2008).

Singolare, a proposito di Leoncavallo, una Mattinata tutta anni ’20 della Tiger Dixie Band nel disco dedicato a Bix. Ma sfociamo nel campo delle canzoni d’arte. Torniamo all’opera. Francesco Cilea, altro rappresentante della Giovane Scuola Italiana a inizio secolo scorso, è omaggiato dal pianista Nicola Sergio nel cd Cilea Mon Amour della Nau. Di Puccini in parte s’è detto. Da aggiungere che il compositore trova estimatori di grande spessore nel mondo del jazz internazionale. Basti pensare a “Nessun Dorma” dalla Turandot ripresa da artisti del calibro di Lester Bowie e Don Byron. Finanche il bandleader Gerald Wilson figura fra i filopucciniani!

Fra gli italiani non si può non citare Marcello Tonolo e Michele Polga unitamente al pianista Riccardo Arrighini con il suo album Puccini Jazz- Recondite Armonie del 2008 (nell’ulteriore cd Visioni in Opera si occupa anche di Verdi e Wagner) ed inoltre il duo formato dalla cantante lirica Madelyn Renèe con il sassofonista Jacopo Jacopetti con il disco Some Like It Lyrics (EgeaMusic, 2016), in scaletta anche Bizet, Donizetti, Mozart.
Si potrebbe continuare a iosa fino all’oggi, alla cronaca-spettacoli, ad esempio a Knock Out – melodramma jazz d’amore e pugilato, regia di Silvio Castiglioni, con Fabrizio Bosso e Luciano Biondini – prodotto lo scorso anno, a riprova del fatto che l’opera lirica non è moribonda, anzi l’incontro con il jazz può essere un modo per riattualizzarla, in una sinergia così stretta che non sarà più lecito parlare di contaminazioni.
Chissà, prima o poi un editore si ritroverà forse a stampare un manuale di jazz standard con partiture tratte da opere italiane ed europee! Gli americani – come nel caso di “Summertime” da Porgy and Bess di Gershwin ovvero, passando dal teatro al film musicale, I Got Rhythm di Gene Kelly da Un americano a Parigi – ci hanno pensato da tempo. Un bel dì vedremo.

P.s. Questo articolo è dedicato alla soprano afroamericana Jessye Norman scomparsa il 30 settembre 2019 . In memoriam.

Amedeo Furfaro

TONY ALLEN a INTERNET FESTIVAL – PISA JAZZ

INTERNET FESTIVAL – PISA JAZZ

Cinema Lumiere, Pisa
12 ottobre 2019, ore 21.30

TONY ALLEN – THE SOURCE

Tony Allen, batteria
Rémi Sciuto, sax
Nicolas Giraud, tromba
Jean-Philippe Dary, pianoforte
Indy Dibongue, chitarra elettrica
Mathias Allamane, contrabbasso

Si fa aspettare Tony Allen, quasi un’ora: i musicisti del suo quintetto finalmente prendono posto sul palco e cominciano a scambiarsi suoni, quasi casualmente, per qualche minuto.
Ad un tratto eccolo apparire, flemmatico, sornione: si siede sul suo sgabello, dà un piccolo colpo alla grancassa come per controllare che tutto sia a posto, guarda intensamente il pubblico in piedi sotto di lui… e, con un gesto sapiente (non plateale: sapiente!) inforca i suoi occhiali scuri.
Terzine al rullante e il concerto comincia.
Sciuto al sax e Giraud alla tromba espongono un tema, Tony Allen espone un altro tema, il proprio. Sax e tromba rispondono alla batteria, con il loro accattivante motivo, procedendo da prima per quinte parallele, e poi confluendo in un unisono: l’effetto all’ascolto di questa alternanza, di quell’improvviso assottigliarsi su un suono solo, è efficace come l’esplosione di un silenzio improvviso che succede ad un suono ad alto volume.
Di contro le otto battute successive, di sola batteria, hanno un andamento melodico: quasi un singolare scambio di ruoli.
Quando arriva l’assolo di tromba, Tony Allen tiene il punto con uno sfondo terzinato, con varianti che tengono alta l’attenzione. Lo schema armonico è semplice, praticamente tutto avviene pressoché su un unico accordo.

Il contrabbasso, e talvolta la chitarra, non di rado perseguono efficaci e ipnotici ostinati. Pianoforte, tromba, chitarra e sax si avvicendano in assoli e obbligati che avvengono quasi sempre su un’armonia volutamente semplice.
Il drumming di Tony Allen procede privilegiando la timbrica rispetto al virtuosismo, pur essendo in possesso di una tecnica ferrea, che trapela elegantemente senza prevaricare mai.
Può accadere, ad esempio, che in trio Allen decida di insistere solo sui ride e pochissimo su tom cassa e rullante: nel clima appena descritto queste divagazioni solo apparentemente ripetitive sono in realtà ricchissime di raffinatezze ritmiche ma anche “cromatiche”, perché i piatti vengono percossi in ogni centimetro e con una varietà di tocchi stupefacente.

Quando si arriva al funky è inevitabile un po’ di ammiccamento: la platea si scalda ancora di più. Lunghe improvvisazioni di tastiere, chitarra, fiati su un groove impeccabile e trascinante. Allen crea a seconda del momento sfondi soffusi che esaltano l’andamento degli assoli o anche degli obbligati, o cascate travolgenti di sequenze ritmiche, colori, timbri, prendendosi la scena senza mai perdere l’abbraccio del suo quintetto.

Su un brano lento, di ampio respiro, l’inizio è affidato alla tromba di Giraud e al sax di Sciuto: si procede per note lunghe, che progressivamente si rapprendono creando atmosfere vicine al blues. Il primo assolo è del pianoforte di Dary: denso di suoni gravi, lento, solenne. Ma gradualmente arriva a uno spessore maggiore, complice la chitarra di Dibongue. Il contrabbasso intensifica con un ostinato, Allen dà corpo e impasto ai suoni, fino a quando con le sue bacchette non crea una nuova situazione ritmica, cambiando le carte in tavola nuovamente.
Se i fiati procedono per quarte parallele, la batteria e il piano procedono omoritmicamente, ad libitum, assottigliando progressivamente il volume.
Qui si interrompe il racconto: in coda verrà chiarito il perché.

L’ IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto coinvolgente, divertente, un sestetto affiatato, un suono complessivo di grande impatto. Ma soprattutto un leader, Tony Allen, che non è esagerato descrivere come un eccellente musicista, oltre che, naturalmente, eccellente batterista. Perché?
Perché capace di fare musica esplicitamente di impatto, costruendo di base un impianto armonico spesso semplice, a volte addirittura monotematico, il quale diventa lo sfondo tranquillo per una successione irresistibile di accadimenti ricchissimi di particolari: ritmici, melodici, di dialoghi che si incrociano con decine di soluzioni diverse, tessendo una trama perfetta ma non certo di maniera.
Il drumming di questo batterista è inconfondibile. Troppo stretto il termine “Afrobeat”, a meno che non lo si scomponga nel caleidoscopio di suggestioni che la batteria di Allen riesce a dipanare con una disinvoltura notevole -da afro a blues a jazz a rock a pop in dieci secondi – senza però “riproduzioni a pappagallo”:  ma sempre con un filtro creativo personalissimo. E con l’esperienza di un musicista che, a 79 anni, ha fatto e contemporaneamente ascoltato musica per decenni senza mai, evidentemente, mettere limiti alle proprie potenzialità, e alla propria curiosità. La personificazione del Groove.

Ad un certo punto me ne sono andata, una ventina di minuti prima della conclusione del concerto, immagino. Il Cinema Lumiere è una location affascinante. Ma il concerto era “posti in piedi”. Non nel senso che fossero finite le sedie: sedersi non era proprio previsto, a parte una ventina di poltrone dell’ ex cinema. Fortunosamente sono riuscita ad occuparne una: io i concerti li ascolto e li guardo prendendo appunti, cosa difficile da fare, appunto, in piedi. Tanta gente, accalcata. Palco non facile da guardare. Nonostante il pubblico fosse mediamente attento, come è normale in queste situazioni si crea un gran viavai, la gente prende da bere al bar, ride, chiacchiera.
Confusione, caldo, calca, impossibilità di cogliere quei particolari che amo (e attenzione: io giro molto per club, non immagino un concerto solo in un Auditorium nel silenzio assoluto), ad un certo punto hanno prevalso, e, credo per la prima volta in tanti anni, ho preso e sono corsa via. Peccato.
Però, amici, che Groove.

Jazz ‘n Fall 2019. A Pescara, la musica di Dave Holland, Chris Potter, Zakir Hussain, Kenny Barron, Linda May Han Oh e Daniele Cordisco

La Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara” presenta, a novembre, la nuova edizione di Jazz ‘n Fall: un programma di grande livello che si aprirà martedì 5 novembre con il Cross Currents Trio, formato da Dave Holland, Chris Potter e Zakir Hussain, proseguirà mercoledì 6 novembre con il Linda May Han Oh Quintet e si concluderà lunedì 11 novembre con il concerto in piano solo di Kenny Barron e il Daniele Cordisco Organ Trio.

I concerti si terranno al Teatro Massimo di Pescara, con inizio alle ore 21. Il prezzo del biglietto di ingresso ai singoli concerti è di 20 euro.

Anche nell’edizione 2019, Jazz ‘n Fall rinnova il senso dato a questa nuova stagione della rassegna, un ponte, cioè, tra quanto prodotto da musicisti esperti, stimati e diventati grazie alle incisioni e alle esperienze dei veri e propri capiscuola, e i talenti delle nuove generazioni. Una staffetta tra generazioni e stili espressivi, tra intenzioni, riferimenti e provenienze geografiche. Raccogliere – e sviluppare secondo coordinate diverse – l’idea di una musica capace di sfuggire alle definizioni più stringenti per ritrovare le radici comuni nella condivisione e nell’improvvisazione: un approccio creativo e libero da troppi schemi precostituiti per dialogare con il mondo e raccontarne l’attualità.

“New Bottle, Old Wine” è il motto scelto dal Direttore Artistico Lucio Fumo alla ripartenza di Jazz ‘n Fall: è un modo per sottolineare proprio questo significato intimo. Ed è il senso del percorso che prende le mosse dal Cross Currents Trio – progetto che unisce tre personalità importanti come Dave Holland, Zakir Hussain e Chris Potter – e arriva al nuovo lavoro della contrabbassista Linda May Han Oh, passando attraverso esperienze più vicine alle tradizioni del jazz come il piano solo di un Maestro di questo formato quale è Kenny Barron e il fluido organ trio di Daniele Cordisco.

Dave Holland è un caposcuola indiscusso del jazz degli ultimi decenni. Se, giovanissimo, fu tra i protagonisti della svolta elettrica di Miles Davis, ha sempre cercato nuove strade e soluzioni espressive: il trio Gateway, con Jack DeJohnette e John Abercrombie, e il suo splendido quintetto di inizio secolo sono solo due tra le tante testimonianze di un percorso sempre attento nel combinare suggestioni diverse, sotto l’aspetto timbrico, melodico e armonico. Questo nuovo progetto collettivo coinvolge musicisti di spessore assoluto come Chris Potter ai sassofoni e Zakir Hussain alle tabla: Good Hope è il titolo del disco che hanno appena pubblicato e che stabilisce, ancora una volta, come la musica – e, in particolare, il jazz – sia un veicolo naturale di integrazione, costruita con rispetto e maestria da tre artisti versatili ma dalla forte personalità espressiva.

Kenny Barron è tra i pianisti jazz più importanti del panorama attuale. Un vero e proprio maestro nel condurre lo strumento attraverso la sua storia e la sua letteratura in percorsi che tengano conto delle tradizioni senza rimanerne prigionieri. La sua musica sgorga dal pianoforte rispettosa della lezione dei grandi del passato e, allo stesso tempo, fresca e creativa. Il piano solo diventa una maniera ulteriore per affrontare l’essenza più intima di questo discorso: le mani sapienti di Kenny Barron è il modo più diretto per innescare un processo naturale e sempre capace di raccontare come il jazz sia una musica in grado rinnovarsi prendendo le mosse dalle sue radici e dalle sua stessa storia.

La figura artistica di Linda May Han Oh racconta molto bene il percorso jazzistico delle nuove generazioni. Una sintesi tra riferimenti provenienti da contesti diversi e continuamente rimessi in gioco. È quanto emerge dai suoi lavori più recenti – Walk against the wind del 2017 e Aventurine, pubblicato quest’anno – e lo rivela la sua presenza al fianco di musicisti del livello di Pat Metheny e Dave Douglas, tanto per citarne un paio. La musica della contrabbassista è solida e senza compromessi, raccoglie il testimone dalle vicende più recenti del jazz per offrire una sintesi personale e un contributo personale alla scena musicale odierna. Una musica densa, animata da melodie frastagliate e strutture composite ma sempre controllate e ben dirette. Un ambiente sonoro tutto sommato acustico senza rinunciare alle manipolazioni sonore. Una sintesi articolata per confrontarsi con il mondo sempre più sfaccettato di oggi.

Organ trio venato di blues, suonato con trasporto e condotto con grande rispetto per la tradizione: questa la ricetta di Daniele Cordisco, chitarrista dal percorso solido e già maturo, capace di far notare le sue qualità sin da giovanissimo con collaborazioni di sicuro livello e la vittoria nel Premio Internazionale Massimo Urbani. La musica del trio si muove tra standard, brani del songbook statunitense e temi originali con accento scanzonato e ironico, una dose equilibrata di virtuosismo e groove, un tocco romantico e il suono sempre seducente dell’organ trio. Con il chitarrista, suonano anche Pat Bianchi, grande inteprete statunitense dell’organo Hammond, e il batterista Giovanni Campanella.

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 5)

Leo Records

(di Luigi Onori)

L’etichetta inglese Leo Records ha da poco festeggiato il suo quarantesimo anno di esistenza: il 6 giugno 2019 al londinese Cafe OTO si sono esibiti alcuni artisti che hanno, nel tempo, collaborato con Leo Feigin: Carolyn Hume, Paul May, Phil Minton, Roger Turner, Charlie Beresford, Peter Marsh. Sono una piccola rappresentanza di quanto la Leo Records ha documentato nel tempo; saltatore in alto russo – ai tempi dell’Unione Sovietica – Leo Feigin chiese ed ottenne asilo politico in Inghilterra negli anni ’70 ed iniziò a lavorare per la BBC. Nel 1979 non trovò alcun produttore per la musica che, clandestinamente, riceveva dall’Urss e decise di fondare una propria etichetta, con lo slogan “music for inquiring mind and the passionate heart”. Da allora Feigin non ha mai smesso di dare spazio ad artisti d’avanguardia americani, europei, giapponesi…in un catalogo vastissimo; fondamentale – negli anni ’80 e ’90 – fu l’opera di diffusione da parte della Leo Records dell’avantgarde jazz sovietico, che accompagnò la fine del regime e fornì un “luogo”, non solo sonoro, per molti oppositori. Un’idea della vastità, a volte entropica e dispersiva, di orizzonti dell’etichetta inglese ce la offre una delle ultime uscite del 2019, forte di cinque album.

Perelman-Maneri-Wooley, “Strings 3”
Il sassofonista tenore Ivo Perelman è uno degli artisti-pilastro nella produzione della Leo Records, almeno nell’ultimo decennio. A questo straordinario e prolifico improvvisatore di origine brasiliana, Feigin ha concesso di documentare gli incontri con tanti artisti, da cui sono scaturite alcune consolidate collaborazioni. Quella con il solista di viola Mat Maneri (altro “campione” dell’etichetta) è particolarmente solida, anche perché Perelman era da giovanissimo un virtuoso del violoncello, nella natìa San Paolo, ed ha molto registrato con strumenti ad arco. Ecco il senso della serie “Strings”, il cui terzo episodio vede anche il coinvolgimento del promettente trombettista Nate Wooley. I cinquantatre minuti di musica sono articolati in undici tracce semplicemente numerate, frutto della totale improvvisazione-esplorazione di registri sonori, intrecci polifonici, campi sonori nel senso più vasto e “contemporaneo” del termine.

Perelman-Maneri-Wooley-Shipp, “String 4”
La registrazione è posteriore di alcuni mesi, rispetto alla precedente, sempre ai Parkwest Studios di New York. Il trio si amplia a quartetto con l’importante presenza del pianista Matthew Shipp, uno dei ricercatori sonori più interessanti degli ultimi decenni, da qualche tempo un po’ in ombra. I suoi interventi accordali e solistici rendono meno aereo l’intreccio tenore/viola/tromba e Shipp porta, nella libera improvvisazione, un apprezzabile senso della forma e della misura; quasi cinquantacinque i minuti di musica, anche in questo caso suddivisi in nove parti numerate. Perelman è coproduttore della serie “strings” e suo è il “cover artwork” su opere di Tom Beckam. La libertà di esplorazione delle relazioni tra ance e “corde” si coniuga, così, con un attento controllo del prodotto discografico.

Christof Mahnig & Die Abmahnung, “Red Carpet”
Trombettista, leader e compositore di tutti i nove brani, Mahnig si muove su coordinate quasi antitetiche a quelle di Ivo Perelman. La storia-tradizione del jazz è per lui motivo di studio e creazione, recuperando elementi di carattere formale e linguistico senza, però, un processo mimetico né derivativo. La parte centrale del Cd è costituita dalla suite “Three Pictures” (circa quindici minuti) ed il trombettista dialoga in tutte le tracce con il chitarrista Laurent Metéau, il contrabbassista Rafael Jerje ed batterista Manuel Künzi. Il risultato è un album che unisce godibilità e innovazione, sfruttando il ristretto organico in modo magistrale. Il cd è stato prodotto con il supporto economico di istituzioni culturali svizzere (Lucerna).

Blazing Flame Quintet/6, “Wrecked Chateau”
La parola, la poesia (tutti i testi nel booklet) sono al centro di questo lavoro discografico che si potrebbe definire polistilistico: l’ascolto dell’iniziale “Back Into The High Tide We Go” è piuttosto esemplificativa. Tutti le liriche sono del “vocalist” (la sua è una “song poetry”, in realtà) Steve Day, supportato talvolta da Julian Dale che è anche contrabbassista e violoncellista. Il gruppo prevede inoltre Peter Evans (violino elettrico a cinque corde), David Mowat (tromba), Mark Langford (sax tenore, clarinetto basso), Marco Anderson (batteria, percussioni). Non mancano sfumature e accentazioni rock, atmosfere teatrali e riferimenti jazzistici anche nei versi (“Flaming Gershwin”). Musica aperta, porosa, mutevole, visionaria, libertaria, di artisti non più giovani ma ancora “utopistici”.

Oogui, “Travoltazuki”
Feigin riesce a spiazzarti, sempre. Il produttore definisce il gruppo un “disto-disco-trio” ed il lavoro discografico “un laboratorio di sorprese musicali che mettono insieme jazz, disco, progressive rock e improvvisazione”. Il tramite con l’etichetta d’avanguardia inglese è stato il chitarrista svizzero Vinz Vonlanthen (ha inciso più volte per la Leo, nell’ambito della musica improvvisata): ha creato un trio con il pianista/tastierista Florence Melnotte ed il batterista/percussionista Sylvian Fourier (all’occorrenza tutti usano la voce) per rileggere il sound della disco anni ’80 in una chiave assolutamente personale (“Shitimogo”; nell’interno del cd c’è anche un John Travolta “mascherato”). Operazione riuscita? In ogni caso bisogna dar atto a Leo Feigin di una grande apertura, il che non è poco per i suoi ottantuno anni (è nato nel 1938 in quella che si chiamava Leningrado).

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Parco della Musica Records

La Parco della Musica Records è l’etichetta discografica della Fondazione Musica per Roma che dal 2004 pubblica i migliori progetti registrati all’Auditorium Parco della Musica di Roma o proposti da artisti profondamente legati ad esso. Le linee editoriali seguono la stessa ricerca e selezione che caratterizza la programmazione musicale dell’Auditorium. La Parco della Musica Records è riuscita a raggiungere in pochi anni una posizione di prestigio nel mondo discografico guadagnando consensi sempre più positivi da parte della critica nazionale e internazionale e ottenendo numerosi premi e riconoscimenti.

Franco D’Andrea – “Intervals I”, “Intervals II”, “A Light Day”
Franco D’Andrea è artista di caratura mondiale cosicché ogni suo album viene giustamente considerato un evento. Figuratevi quando di album, a distanza pochi mesi, ne escono addirittura tre. Attivo sin dai primi anni Sessanta, il pianista di Merano, come si diceva in apertura, è oggi considerato una punta di diamante del jazz globalmente inteso grazie alla sua classe, alla sua originalità e soprattutto alla sua ansia di ricerca che non conosce pause ad onta dei 78 anni suonati. D’altro canto chi lo conosce personalmente sa benissimo quanto Franco sia ancora fresco nel suo entusiasmo, gentile, disponibile, capace, suonando, di entusiasmarsi, di emozionarsi come un ragazzino alle prime armi. I primi due CD, significativamente intitolati «Intervals», evidenziano appieno quell’ansia di ricerca del pianista che si esercita sull’intervallo, ossia sulla distanza che separa due suoni, intervallo che può essere melodico o armonico. In questa puntigliosa e trascinante disamina D’Andrea è accompagnato da un ottetto di cui fa parte il suo sestetto ormai storico (Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria), ai quali si aggiungono la chitarra elettrica di Enrico Terragnoli e l’elettronica di Luca Roccatagliati, in arte DJ Rocca, elementi che risulteranno determinanti per arricchire la tavolozza timbrica del gruppo. “Intervals I” contiene la registrazione integrale del concerto tenuto il 21 marzo 2017 all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mentre “Intervals II” contiene brani registrati durante le prove per il concerto del 21…Descrivere la musica contenuta nei due album è impresa praticamente impossibile (e forse anche inutile) data la varietà di situazioni e combinazioni che l’artista propone. Comunque una qualche differenziazione – non facile da cogliere – tra i due CD esiste nel senso che il primo volume è più strutturato, in cui è abbastanza facile scorgere i diversi input che hanno contribuito a rendere così particolare e articolato il linguaggio di D’Andrea (si ascolti, al riguardo ‘Intervals 3 / Old Jazz’ e ‘Traditions N.2’). Meno omogeneo il secondo volume, ancora più aperto in quanto, come spiega lo stesso D’Andrea, contiene situazioni estreme sperimentate durante le prove ma poi non confluite nel concerto. Altro aspetto importante che viene in primo piano e che accomuna ambedue i CD è la ricchezza della tavolozza timbrica, arricchita da una sorta di “sezione elettronica”, che contribuisce notevolmente a creare un nuovo suono di gruppo.
A differenza degli altri due album, “A Light Day” è un doppio CD in cui ancora una volta Franco D’Andreea affronta la dimensione, per lui assai congeniale, del piano-solo. In programma parecchie composizioni dello stesso D’Andrea, affiancate a riletture di alcuni storici brani Dixieland. Il risultato è ancora una volta entusiasmante. Come su accennato il piano solo è per D’Andrea un contesto che lo ha già visto indiscusso protagonista. Questa ulteriore produzione discografica ci restituisce un artista semplicemente sontuoso dal punto di vista sia esecutivo sia compositivo. Chi conosce il musicista di Merano sa bene quanto lo stesso sia legato al jazz del passato pur rinnovandolo e rivisitandolo alla luce della sua sensibilità di musicista moderno. Di qui un jazz originale, in cui la ricerca sul materiale si combina perfettamente con quella sul suono e sulla combinazione di elementi derivati sia dal primo jazz sia dal free; e non crediamo di esagerare affermando che D’Andrea è uno dei pochissimi artisti al mondo capace di operare una tale sintesi giungendo a risultati sempre – e sottolineamo sempre – di assoluta originalità e di grande valore artistico.

Riccardo Del Fra – “Moving People”
“Per me, comporre vuol dire trasmettere un significato”; cosí il contrabbassista Riccardo Del Fra inizia la breve presentazione del compact “Moving People”. Trattasi di una suite che il medesimo compositore non esita a definire basata sui canoni di “motion and emotion”, movimento ed emozioni che ne determinano lo sviluppo, l’andamento, le sequenze armoniche. C’è una sottotraccia, nel lavoro commissionatogli dalla Fondazione Genshagen di Berlino, un mandato ispirato all’amicizia fra i popoli: il genere umano in marcia, il suo moto perpetuo, visto nell’attuale momento storico in cui incalza il problema dell’immigrazione con i conseguenti nodi politici da sciogliere. Del Fra assembla per l’occasione una formazione cosmopolita, in rappresentanza di cinque Paesi: ” mette insieme e dirige diversi background stilistici creando un risultato sorprendente” annota Ted Panken mentre Jen Paul Ricard, sempre all’interno della cover, ne sottolinea la bellezza del mondo melodico. Caratteristica del resto tipica anche del precedente disco “My Chet My Song”, inciso per la stessa label, in cui la componente “motoemotiva” era già presente nelle prestazioni di questo contrabbassista lirico, abituato a lavorare in profondità sulle corde per estrarne l’anima, alimentare la fantasia, impregnare in concreto l’interpretazione. La scelta dei partners pare misurata per realizzare al meglio le dieci composizioni dell’album sulla base di quanto programmato, lasciando ampio spazio ora all’improvvisazione (‘Ressac’, ‘Street Scenes’), ora all’immaginazione (‘The Sea Behind’, ‘Around The Fire’), ora alla percezione effimera (‘Ephemeral Refractions’) ora alla spinta ritmica (‘Children Walking Through A Minefield’), al dialogo fra strumenti (‘Wind On An Open Book II’), infine ad ampie aperture (‘Cieli sereni’); in un progetto che i (sette) jazzisti, artisti in cammino e musicisti “d’incontro” per definizione, applicano doviziosamente. Sono il trombettista polacco Tomasz Dabrowski, il sassofonista tedesco Jan Prax, i francesi Rémi Fox al baritono e soprano e Cart-Henry Morisset al pianoforte, e gli americani Jason Brown alla batteria e l’ospite Kurt Rosenwinkel alla chitarra. Il tema principale, “Moving People”, è di quelli che ritornano in mente per merito di una melodia delicata ed iterata che penetra, lasciando una sensazione indefinita di viaggio, intrisa di pathos intenso ed intime suggestioni. (Amedeo Furfaro)

Martux_m – “Apollo 11 Reloaded”
La musica elettronica non ci entusiasma: di qui lo scetticismo con cui ci siamo posti ad ascoltare questo album. Per fortuna le cose sono andate meglio del previsto. Intendiamoci: non è che ci abbia entusiasmato, ma siamo riusciti ad ascoltarlo sino alla fine senza problema alcuno, anzi apprezzando particolarmente i due brani in cui figura Francesco Bearzatti. Ciò perché Martux_m è artista maturo, consapevole delle proprie possibilità, che usa l’elettronica come linguaggio, come mezzo di comunicazione al di là di qualsivoglia intento edonistico. Come si può facilmente evincere dal titolo, il progetto nasce in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dello sbarco del primo uomo sulla luna. Assecondando la sua straordinaria fantasia, Martux_m ha inteso, attraverso la sua musica, descrivere le varie fasi della missione Apollo 11, dalla partenza con il primo brano “Lift Off”, al rientro sulla terra con l’ultimo brano “Return”. In mezzo, tra l’altro, due brani particolarmente legati a quello specifico periodo storico: “Us and them” dei Pink Floyd tratto dall’indimenticabile “The dark side of the moon” e “Space Oddity” di David Bowie. In apertura accennavamo alla maturità artistica di Martux_m e a conferma di ciò da segnalare la validità dei collaboratori che il musicista ha scelto per questa nuova impresa discografica: sul piano dell’organico ecco inseriti Giulio Maresca all’elettronica in tutti i brani e il sax di Francesco Bearzatti in “Us And Them” e “Space Oddity”. Ma non basta ché ritroviamo Danilo Rea in veste di compositore dell’ultimo brano “Return”, e arrangiatore (nei due brani in cui si ascolta Bearzatti), il compositore cinematografico Pasquale Catalano (autore di “Sightseeing on the Moon”). Il risultato è, come si accennava, più che soddisfacente, in grado, cioè, di farsi ascoltare da un pubblico che va al di là dei soli appassionati di elettronica.

Fabrizio Sferra, Costanza Alegiani – “Grace in Town”
Conosciamo Fabrizio da qualche decennio, da quando cominciò ad interessarsi di jazz suonando nel ‘West Trio’ assieme al fratello Aldo, eccellente chitarrista. E siamo stati tra i primissimi giornalisti a notarlo e farlo conoscere al popolo del jazz. Di qui il nostro stupore quando ci siamo trovati fra le mani questo album in cui Fabrizio ha abbandonato bacchette e spazzole per reinventarsi compositore e interprete canoro di dieci nuove composizioni da lui stesso scritte con i testi della compagna di viaggio Costanza Alegiani (cui si è aggiunta nel brano di chiusura Sarah Victoria Barberis). Ma perché questo cambio di rotta così radicale? L’album, spiega Sferra in una recente intervista “nasce dalla voglia di riprendere una pratica abituale della fanciullezza e dell’adolescenza (prima cioè di cominciare a dedicarmi, all’età di diciotto anni, allo studio della batteria e all’avventura del jazz, sviluppata poi in questi ultimi quarant’anni), quella cioè del cantare e scrivere canzoni. Quindi è nato, a livello musicale, come un gioco: il ritrovarsi intimo con una vecchia, semplice passione: mettere insieme il canto di una linea melodica con degli accordi, e lasciarsi trasportare nello sviluppo di una forma”. Risultato: un album delicato, a tratti coinvolgente, in cui l’anima jazzistica di Fabrizio Sferra si fonde con la voce di Costanza Alegiani a disegnare un’oretta di buona musica impreziosita da un organico orchestrale di tutto rispetto con Alessandro Gwis al piano e tastiere, Francesco Diodati alla chitarra elettrica, Francesco Ponticelli al basso e Federico Scettri alla batteria in sei dei dieci brani in programma (negli altri alla batteria torna Sferra). Ben calibrato è anche il ricorso all’elettronica che conferisce al progetto un sound assolutamente attuale attraversando territori i più svariati: dal rock al blues, dal moderno allo sperimentalismo, il tutto mantenendosi ad una certa distanza da quel linguaggio jazzistico da cui Sferra proviene.

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Poll Winners Records

E’ un’etichetta specializzata nelle riedizione in CD di molti titoli che possiamo considerare dei veri e propri classici della storia del jazz, titoli che si sono meritati le ‘cinque stelle’ nelle recensioni di “Down Beat”. Caratteristica di queste riedizioni l’aggiunta, oltre all’album originale, di contenuti extra.

Duke Ellington – “Ellington Uptown • The Liberian Suite • Masterpieces By Ellington”
Ancora un doppio cd di grande valore storico; vi ritroviamo tutte le registrazioni effettuate durante le sessioni da cui sono stati tratti gli album di Duke Ellington: “Ellington Uptown” (Columbia ML4639 / CL830), “The Liberian Suite” (Columbia CL848) e “Masterpieces by Ellington” (Columbia ML4418). In particolare “Ellington Uptown” era stato originariamente pubblicato in due diverse versioni, la prima contenente anche “The Harlem Suite” e la seconda con al posto della “Harlem Suite” la “Controversial Suite”. “The Liberian Suite” è stata prima pubblicata come un LP 10 pollici e poi come LP 12 pollici con l’aggiunta di “The Harlem Suite”. Tutte queste registrazioni sono riunite qui con l’aggiunta di un brano (“Come on Home”) che completa le sessioni di “Ellington Uptown”, e quattro rare versioni alternative de “The Liberian Suite” registrate nel corso della stessa sessione. Come ulteriore bonus una versione del brano “The Tattooed Bride” registrato dal vivo alla Carnegie Hall il 13 novembre del 1948. Chi conosce la musica del “Duca” sa che ci troviamo dinnanzi ad una delle migliori formazioni assemblate da Ellington, con tutti i migliori solisti in primo piano, da Cat Anderson a Clak Terry, da Juan Tizol a Britt Woodman, da Russell Procope a Johnny Hodges … tanto per citarne alcuni. La musica è semplicemente straordinaria: non a caso su questi pezzi di Ellington sono stati versati fiumi di inchiostro. Si pensi solo a “The Harlem Suite” ovvero “A Tone Parallel To Harlem” una composizione di 14 minuti in cui Ellington supera i confini del jazz propriamente inteso per assurgere a livelli di assoluta grandezza, al di là di qualsivoglia genere.

Dizzy Gillespie, Charlie Parker – “Diz ‘n’ Bird. The Beginning”
L’album “Diz ‘n’ Bird – The Beginning” (Roost-SK-106) venne pubblicato nel 1959, cinque anni dopo la morte di Charlie Parker, e conteneva rare registrazioni degli albori del bebop. L’album riuniva alcune registrazioni provenienti da un concerto in quintetto del 1947 di Parker e Gillespie alla Carnegie Hall (con John Lewis al piano, Al McKibbon al basso e Joe Harris alla batteria), e da un concerto del quintetto di Gillespie del 1953 alla Salle Pleyel di Parigi (con Bill Graham sax baritono, Wade Legge piano, Lou Hackney basso, Al Jones batteria, Joe Carroll e Sarah Vaughan voce) accoppiandole con registrazioni di Bird per la Dial del 1947 (con Miles Davis, J.J. Johnson trombone, Duke Jordan piano, Tommy Potter basso e Max Roach batteria). Questa nuova edizione in doppio cd include il concerto completo alla Carnegie Hall del 1947, più l’intero concerto alla Salle Pleyel, insieme alle tracce di Dial incluse nell’LP originale; come bonus sono state aggiunte delle registrazioni radiofoniche effettuate al club Birdland nel 1951 dai due in sestetto con Bud Powell piano, Tommy Potter basso, Roy Haynes batteria e Symphony Sid Torin alla conduzione radiofonica). Basterebbero queste semplici elencazioni per capire che si tratta di un album che tutti gli appassionati di jazz dovrebbero possedere. In effetti, oltre al valore storico, si tratta di registrazioni che illustrano tutta la carica dirompente di questi straordinari musicisti che a metà degli anni ’40 irruppero in un panorama jazzistico fino ad allora dominato dalle orchestre swing. Ed è davvero opportuno, consigliabile un ascolto attento soprattutto da parte dei più giovani che si avvicinano al jazz saltando a piè pari i primi 50 anni di questa straordinaria musica.

Django Reinhardt – “Djangology”
Django Reinhardt fu non solo uno dei più grandi jazzisti del secolo scorso, ma per lunga pezza l’unico musicista europeo in grado di competere ad armi pari con i colleghi d’oltre oceano. Il suo stile chitarristico, in effetti, era influenzato molto più dalle correnti europee che non dagli input che avevano formato e fatto crescere il jazz statunitense. Ricordiamo, al riguardo, il celeberrimo quintetto dell’Hot Club di Francia costituito nel 1934 da Django con il violinista Stephane Grappelli, anch’egli europeo. Tutto ciò risalta evidente anche da questo album che contiene innanzitutto il completo lp “Djangology” registrato nel 1949 da Reinhardt e Grappelli a Roma con una sezione ritmica locale con Gianni Safred al piano, Carlo Pecori al contrabbasso e Aurelio De Carolis alla batteria. L’album venne pubblicato dalla RCA Victor nel 1961, quindi dieci anni dopo la scomparsa del chitarrista. Adesso questo CD riporta in luce il “vecchio” lp con l’aggiunta, come bonus, di dodici tracce tratte dalle stesse sessioni del 1949. Quanto alla qualità della musica c’è veramente poco da aggiungere. Anche se accompagnati da una sezione ritmica con cui non avevano molta dimestichezza, chitarrista e violinista esplicano appieno la loro arte con una intensità e una passione che ancora oggi colpiscono a 70 anni dalla loro registrazione. Ritroviamo, così alcuni capolavori assoluti quali “Minor Swing” che non a caso apre il CD, “The Man I Love” che altrettanto non casualmente lo chiude, e poi in mezzo “Lover Man”, “Swing 42”, “Daphné”…Insomma un album che sicuramente non stupirà chi già conosce questo straordinario artista ma che aprirà orizzonti fin ora sconosciuti a quei tanti giovani che mai hanno ascoltato qualcosa di Django Reinhardt.

I NOSTRI LIBRI:

Paolo Ceccarelli – “Roberto Nicolosi – Un grande maestro del jazz” – Zona Music Books – pgg.127 – € 17

Quando mi trovo a leggere un libro del genere, mi stupisco sempre di come l’autore sia riuscito a raccogliere una così grande massa di dati e soprattutto di come abbia fatto ad organizzarli in modo acconcio sì da rendere la narrazione gradevole.

Oggetto del volume in questione è la storia e la carriera di Roberto Nicolosi (Genova 1914 – Roma 1989), grande maestro del jazz, che ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere quando lavoravo a RadioUno occupandomi sempre di jazz.

Nel mondo del jazz sono molti i musicisti che nel corso degli anni non hanno avuto i riconoscimenti che meritavano. A questa nutrita schiera appartiene sicuramente Roberto Nicolosi cui questo libro rende finalmente giustizia.

Dotato di una solidissima preparazione di base, Nicolosi, laureato in medicina e diplomato al conservatorio, ha attraversato alcuni decenni della storia musicale italiana lasciando segni indelebili a testimonianza di un talento genuino. Il suo eclettismo gli ha permesso di spaziare tra diverse attività: da arrangiatore e compositore a conduttore di trasmissioni radiofoniche, da autore in riviste specializzate a giudice in concorsi jazzistici. Per non parlare del fatto che dal 1956 al 1972 ha scritto straordinarie colonne sonore, la cui fama ha valicato i confini nazionali per approdare negli Stati Uniti.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che ha suonato con molti dei grandi del panorama musicale internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Frank Rosolino, Conte Candoli, Tony Scott.

Dopo un breve excursus sulle origini famigliari, il lavoro si sviluppa su tre direttrici principali che corrispondono ai tre principali momenti della vita di Nicolosi, legati ad altrettante città: Genova, dove passa l’infanzia e l’adolescenza e coltiva la prima passione per il jazz; Milano, dove emerge come musicista, critico, arrangiatore e compositore; Roma, dove inizia l’attività di compositore di colonne sonore e trascorre il resto della vita.

Ad ognuno di questi periodi l‘autore dedica grande attenzione cercando di storicizzare ogni avvenimento e di collocarlo nella giusta cornice storico-sociale. Ecco quindi che, parallelamente alla carriera di Nicolosi, il lettore attento può crearsi un’idea di quel che accadeva nel mondo musicale… e non solo.

Particolarmente interessante la parte in cui viene lumeggiata l’attività di Nicolosi quale autore di colonne sonore, aspetto che, ne siamo sicuri, era rimasto finora misconosciuto alla gran parte degli appassionati seppur attenti.

Il volume è completato dall’analisi tecnica di due brani del jazz italiano d’avanguardia negli anni cinquanta; dalla trascrizione di due interventi dello stesso Nicolosi e di Renzo Nissim, tratti dal programma radiofonico “50: mezzo secolo della Radio italiana” 19° puntata; da affettuose testimonianze di altri musicisti; dall’elenco delle incisioni discografiche delle colonne sonore ovviamente di Nicolosi; da una esauriente bibliografia; pertinente il corredo iconografico.


Guido Michelone – “Il jazz e le arti” – arcana – gg.350 – €23,50

Guido Michelone, studioso ben noto ai cultori della musica afro-americana, ha da poco dato alle stampe un suo nuovo volume dal titolo quanto mai esplicativo: “Il jazz e le arti”.

L’argomento è di quelli che intrigano solo a parlarne: in effetti il jazz, già per sua natura costitutiva, è musica “meticcia” essendo nata dall’incontro tra diverse culture anche geograficamente assai lontane; nel corso degli anni si è poi caratterizzato per la capacità di intrattenere stretti rapporti con le altre espressioni artistiche anche al di fuori degli ambiti strettamente musicali.

Michelone esamina tutti questi ambiti “altri” in una carrellata a tratti entusiasmante di paragoni, raffronti, esempi, consequenzialità.

In particolare il volume si divide in 20 capitoli, ognuno dedicato ad un’arte diversa con cui il jazz è venuto a contatto dando e ricevendone linfa vitale. Ed eccole, una per una, le venti “arti” esaminate dall’autore: si parte con l’abbigliamento, per passare alle “pitture fra astratto e avanguardia” e quindi, in successione, l’architettura, i cartoon, il cover design, la danza, il documentario, il dvd, la fiction, la fotografia, il fumetto, la graphic novel, la jazz-poetry, la musicazione, la pittura, il rito, i soundies, il soundtrack, il teatro, la televisione.

Ora se i rapporti tra jazz e ad esempio la danza, il cinema, la televisione appaiono chiari e ben documentati, il lettore si chiederà sicuramente quali possano essere le connessioni tra jazz e altre arti ad esempio l’architettura. Ebbene, nella sua accurata analisi Michelone evidenzia come i linguaggi musicali non solo possiedano i propri luoghi di appartenenza, ma giungono persino a stabilire un parallelo tra suono e architettura intesa nel senso più ampio del termine (dall’arredamento all’urbanistica). Ebbene anche in quest’ambito il jazz conserva una sua precisa identità, peculiarità dal momento che occupa ambienti diversi rispetto sia alla musica classica sia al rock. Si parte così dai grandi spazi all’aperto in cui nascono e si sviluppano spiritual e blues, per passare alle case chiuse di Storyville, ai night club…fino ai grandi teatri, alle sale da concerto. E questo è solo un esempio dell’accuratezza, dell’acume con cui Michelone affronta ogni singolo argomento sì da condurre per mano il lettore in questo viaggio straordinario alla scoperta dei tanti, tantissimi legami che uniscono il jazz al mondo delle arti globalmente inteso.

Insomma un volume ricco di sorprese la cui lettura consigliamo anche a chi non si occupa prioritariamente di jazz.

Gerlando Gatto