Sanremo, la profanazione del Tempio

 

L’ analisi relativa al recente festival di Sanremo fatta dal direttore Gerlando Gatto non fa una grinza. Ne sottolineerei il punto della quasi assenza di esperti musicali all’interno di giurie pur qualificate da presenze autorevoli della cultura e dello spettacolo, da una parte. E dall’altra l’inadeguatezza di un regolamento, quello sanremese, che sottovaluta il voto popolare rispetto a giornalisti, artisti e cooptati vari ad operare la scelta dei vincitori.
Vorrei anche osservare, a titolo personale, che, stavolta, la scelta effettuata incontra il favore e riflette in parte i miei gusti musicali (parlo da semplice telespettatore “silenzioso”, uno di quelli che si astengono dal televoto, e che valuta in concreto i singoli brani molto più dei musicisti, la loro valenza e provenienza), ciò a prescindere da qualsivoglia risvolto politico o ideologico.

Il jazz, per fare un parallelismo, è musica di contaminazione e di sintesi creativa ma sfido chiunque a dimostrare che, in generale, sia di destra o di sinistra.
Così non mi pare sia scandaloso che un nostro connazionale di origine sardo-egiziana si aggiudichi il piazzamento più prestigioso nella maggiore kermesse canora del belpaese.

In occasione dell’affermazione di Mahmoud, invece, stiamo assistendo a talune reazioni sconcertanti che non ci sono state quando, ad esempio, si affermò il grande Riccardo Cocciante, nato in Vietnam, a Sanremo.

O, nello sport, nessuno giustamente obiettò difese di italianità al cospetto dei goal di un centravanti della nazionale quale Balotelli, anch’egli italiano come Mahmoud. Quest’ultimo ha avuto però il torto di dissacrare il tempio della canzone indigena trasformando la manifestazione della città dei fiori in una sorta di “giochi senza frontiere” musicali, in coerenza allo spirito ‘baglioniano’. Visto che le radio e la rete pare stiano dando ragione al suo mood etnopop sarà interessante vederlo in gara all’Eurofestival a rappresentare l’Italia latino/ multiculturale! Mi ritrovo, nel merito, a condividere il verdetto dei giurati, al di là della composizione eterogenea della giuria stessa, ma ritengo per il futuro che si debba lasciare maggior spazio agli addetti ai lavori – critici e/o musicisti – il cui parere potrà tranquillamente coesistere e avere pari dignità del voto “social” e popolare.

Non ci sono, in questo caso, caste o [élites da cui dipendono i destini della patria. Si tratta di affidare visibilità anche al punto di vista di interpreti, analisti e lettori ponderati della nostra musica popolare contemporanea, fuori dalla (legittima) impulsività del televoto popolare. Nel rivendicare uno spazio ai “competenti”, da condividere col pubblico pagante dei televotanti, convengo che il sistema vada rivisto in modo da prevenire accuse di verticismo antidemocratico, del tutto fuori luogo se fatte da chi ha aderito preventivamente al regolamento dell’Ariston e lo contesti chiassosamente a luci spente.

Amedeo Furfaro

E’ scomparso André Francis

 

Martedì 12 febbraio è venuto a mancare uno dei massimi esponenti della cultura jazzistica non solo francese ma di tutto il mondo del jazz. Al riguardo pubblichiamo due affettuosi ricordi a firma, rispettivamente, di Adriano Mazzoletti e del nostro corrispondente da Parigi, Didier Pennequin.

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Il 12 febbraio è scomparso a Parigi, dove era nato novantaquattro anni fa, André Francis, di cui ricordo con nostalgia i molti anni trascorsi assieme di fronte ai microfoni delle radio di mezzo mondo.

E’ stato l’ultimo dei grandi, assieme a Charles Delaunay, Lucien Malson e André Clergeat, nella diffusione del jazz in Francia e non solo.

Il suo straordinario lavoro, iniziato nel 1947, alla Radio Francese è stato di enorme importanza. In oltre cinquant’anni ha prodotto per le tre reti di Radio France (France Inter, France Musique, France Culture), un numero altissimo di trasmissioni. Inoltre fra il 1958 e il ’96 ha rappresentato la radio pubblica francese all’interno dell ‘Unione Europea di Radiodiffusione, contribuendo alla realizzazione di eventi come Eurojazz, Festival europei del jazz ed altro ancora. E’ stato inoltre direttore artistico e collaboratore nell’organizzazione di numerosi festival: Chautevallon, Antibes-Juan.les-Pins e molti altri. E’ stato anche il fondatore dell’Orchestra Nazionale del jazz in attività da oltre trent’anni.

Fra le sue opere di critica e storia: “Jazz” del 1961 pubblicato in Italia da Mondadori e  “Jazz. L’histoire, les musiciens, les styles, les disques” del 1991. 

                                                                                                                                                     Adriano Mazzoletti

 

                                                                                                                                    *****

E’ appena scomparsa una leggenda del jazz radiofonico in Francia (e non solo).

André Francis è morto nel sonno, questo martedì mattina a Parigi. Nato nella Capitale il 16 giugno 1925, aveva 93 anni.

Durante 50 anni di proficua attività, fino alla decisione di andare in pensione nel 1966, ha rappresentato una sorta di punto di riferimento per tutto il jazz, al di là di ogni moda e di ogni stile. Le sue trasmissioni si chiamavano « Jazz sur Scène » o « Jazz vivant »: titoli in guisa di autoritratti per colui che avrebbe potuto benissimo essere chiamato come « Monsieur Jazz » sulle antenne del servizio pubblico in Francia : France Inter, France Musique, France Culture…. ma anche sugli schermi della televisione.

In effetti per la televisione francese presenta per parecchi anni il « Festival de Jazz d’Antibes/Juan-les-Pins », creato nel 1960 da Jacques Souplet, e da allora trasmesso a cura di Jean-Christophe Averty.

Nel 1958 pubblica un’opera enciclopedica intitolata « Jazz ». La passione lo porta a organizzare dei concerti già dal 1947 quando aveva appena 22 anni. E questa sarà una vocazione che l’accompagnerà per tutta la vita.

In parallelo alla sua attività all’ORTF e Radio France, programma il leggendario e turbolento «Festival de jazz» di Châteauvallon fra il 1970 e il 1980 o il “Festival de jazz de Paris” che ha ospitato tutti i mostri sacri del jazz negli anni ’80.

Nel frattempo Andfré Francis partecipa alla creazione della «Académie du Jazz» con Jean Cocteau nel 1954/55, del « Concours National de Jazz de La Défense » nel 1977 e diventa nel 1986, il primo presidente de l’Orchestre National de Jazz (ONJ), creata sotto l’impulso  di Jack Lang, allora ministro della Cultura.

Responsabile del Bureau du jazz de Radio France a partire dal 1964, avrebbe programmato circa 10 .000 formazioni nel corso degli anni.

Infine André Francis ha egualmente coltivato la sua passione per la fotografia con innumerevoli scatti effettuati durante i concerti cui assisteva.

Didier Pennequin

Festa in onore dei giovani jazzisti italiani

Lunedì 18 febbraio alle ore 21, presso il Teatro Studio Borgna dell’Auditorium Parco
della Musica di Roma serata conclusiva del progetto AIR (Artisti in Residenza).
La manifestazione, che sarà presentata da Paolo Fresu, Ada Montellanico e Simone
Graziano, vedrà l’esibizione dei venti musicisti che hanno preso parte al progetto.
AIR, infatti, è stato un programma di residenze internazionali che ha coinvolto 20
giovani musicisti italiani under 30 per tutto l’arco del 2018, i quali hanno trascorso
dalle 4 alle 6 settimane di esperienza formativa nelle sedi degli Istituti Italiani di
Cultura nel mondo. Tutte le esperienze verranno raccontate in occasione della serata
di festa.

Il progetto AIR, ideato e progettato da MIDJ, è stato promosso e reso possibile grazie
al contributo economico di SIAE Società Italiana degli Autori ed Editori, sostenuto
dal Ministero degli Affari Esteri e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali
nonché da Europe Jazz Network, associazione che coordina e promuove oltre 130
festival europei di jazz e musica contemporanea.
Come si accennava siamo dunque alla tappa finale di un viaggio che ha portato
lontano tutti: i venti musicisti vincitori, Midj – l’associazione Musicisti Italiani di Jazz
che lo ha ideato e progettato, SIAE che lo ha sostenuto, il pubblico che lo ha seguito e
incoraggiato. Un viaggio che è iniziato nel dicembre del 2017, con il sorteggio delle
destinazioni per i musicisti che avevano vinto il bando AIR – Artisti in Residenza –, e
che ha preso vita, corpo, libertà e sogni per tutto l’arco del 2018 spaziando da
Bangkok a Toronto, da Stoccolma ad Addis Abeba. Un giro del mondo in meno di
365 giorni grazie alla musica dei giovani talenti italiani che ha fatto nascere splendide
opportunità, concerti e collaborazioni virtuose; gli stessi musicisti il 18 febbraio 2019
avranno la possibilità di raccontarsi e raccontare la propria esperienza all’Auditorium
Parco della Musica di Roma, durante una serata (inizio alle ore 21) che siglerà la
conclusione ideale di tutto il percorso, una festa per loro stessi e per la musica italiana
e che lancerà la nuova edizione Air 2019-2020.
A presenziare e animare la serata saranno presenti Paolo Fresu, Ada Montellanico,
Simone Graziano (presidente di MIdJ) e i musicisti del direttivo: Marcello Allulli,
Romina Capitani, Claudio Carboni, Claudio Fasoli, Alessandro Fedrigo, Simone
Graziano, Lucia Ianniello, Antonio Ribatti e Gianni Taglialatela.
Ma cos’è stato in pratica il progetto AIR?
L’attribuzione di venti residenze di artista destinate ai giovani jazzisti italiani di
un’età compresa tra i 18 e i 30 anni, i quali hanno trascorso all’estero, in
collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura e delle Ambasciate, un periodo
variabile dalle quattro alle sei settimane. Il bando che si rivolgeva ai musicisti
provenienti da tutta Italia ha avuto
un grande successo in termini di partecipazione, facendo riscontrare un livello
generale molto alto e quindi un duro lavoro da parte delle commissioni di MIdJ che li
hanno selezionati.

Elina Duni, Rob Luft ed Enzo Zirilli al Folk Club di Torino


Tutte le foto sono di CARLO MOGAVERO

Torino, Folk Club, 13 dicembre 2018, ore 2130

Rassegna RADIO LONDRA
ELINA DUNI, ROB LUFT, ENZO ZIRILLI

Elina Duni, vocals
Rob Luft, chitarra elettrica
Enzo Zirilli, batteria e percussioni

Radio Londra è la rassegna organizzata al FolkClub di Paolo Lucà da Enzo Zirilli, che dalla Gran Bretagna “esporta” temporaneamente artisti inglesi ospitandoli sul palco dello storico club torinese. Siamo al decimo anno di successi, e in questo freddo dicembre torinese salgo a Torino per assistere ad un evento che prevede la performance di una cantante da me molto apprezzata, Elina Duni.
Albanese di nascita e a 11 anni trasferitasi con la famiglia in Svizzera, Elina ha una formazione classica, ma un forte legame con la musica del suo paese.
Rob Luft è un chitarrista ventiquattrenne talentuosissimo che suona oramai da lungo tempo (sic!) con Enzo Zirilli, che è un nostro batterista quotatissimo volato a Londra un bel po’ di anni fa, dove ha trovato il successo che meritava e che si è dunque ancora più amplificato qui in Italia. 
Molti dei brani ascoltati provengono dal nuovo cd di Elina Duni, PARTIR, registrato per ECM
Qui mi fermo con le informazioni biografiche perché chi mi legge sa che non sono solita fornire informazioni sui musicisti – che si trovano agevolmente in internet – ma vado subito al cuore, e il cuore di tutto è la musica che ho ascoltato.

E’ suggestivo l’incipit del concerto, con Zirilli e i suoi effetti di mare, e vento, e Luft, che con la sua chitarra elettrica e i suoi pedali asseconda l’ evocare quasi nostalgico di luoghi lontani. La voce di Elina Duni irrompe, intensa, nel primo brano: siamo nel Nord dell’Albania e questo è un canto tradizionale, una ninna nanna che parte quasi in sordina, ma che via via si fa più intensa nelle dinamiche, nei timbri, nel pathos.

Dal Nord dell’ Albania Elina ci porta nel Kosovo, con il canto d’ amore rivolto alla luna da una donna al suo uomo perduto: tutto prende vita da un iniziale ostinato di chitarra, che indugia su intervalli di seconda eccedente e su sistemi scalari lontani, eppure così vicini. La batteria e il cajon riempiono l’aria esaltando senza coprire nemmeno una nota della voce. La chitarra ricostruisce un’atmosfera di festa popolare, albanese, o balcanica, italiana, o mediterranea, o mediorientale. Si ritrova molto di altre culture, molto della nostra.


I tre musicisti fluttuano tra parti più libere ed obbligati intensi, come l’unisono tra la voce di Elina Duni e la chitarra di Rob Luft, che sono momenti di virtuosismo imperniati sugli stilemi della musica tradizionale (che, ricordiamolo, non è mai scevra dal virtuosismo). La voce di Elina Duni è intensa, duttile, fortemente evocativa.
Ed è una voce versatile, tanto che alla chanson di Serge Gainsbourg, Coleur Cafè, si tramuta, e la nostalgia intensa diventa leggerezza, brio, ritmo. Ci troviamo in un altro mondo sonoro, il groove creato da Zirilli con la sua batteria è un latin ricco di sfumature, in cui il volume fortissimo è perseguito con le spazzole, il cajon è un altro rullante e gli spunti scambiati con la chitarra di Luft sono quasi infiniti.
Il repertorio non è univoco.

La scelta dei brani spazia tra la musica albanese, kosovara e quella della tradizione del Meridione d’Italia. Sono terre confinanti, e i canti d’amore e di desiderio provengono anche dal Canzoniere Grecanico Salentino, come Bella ci dormi sui cuscini:  la voce di Elina Duni è potente per intensità, non per volume. La chitarra di Rob Luft, incredibilmente, riesce a sostenere l’atmosfera di un mondo di suoni apparentemente a lui lontano, persino nell’assolo dolce, quasi amorevole, che precede la conclusione del canto. E quello di Elina Duni è struggente, e quanto mai dà a chiave della vicinanza tra le due terre di  Puglia e Albania.

Ma ci sono anche canti di coscienza civile, come quello scritto più di cento anni fa e che narra di pastorelle che vogliono liberarsi dal maschilismo che le relega a non godere di elementari diritti civili e culturali: una intro in vocalese viene poi supportata da percussioni al minimo e da un ostinato della chitarra, per poi aumentare di volume, di spessore, di intensità fino a divenire sanguigna e potente.
E ancora il canto kosovaro dalla complessità ritmica pazzesca e che viene snocciolata da Zirilli e Luft con una disinvoltura e una fluidità da nativi, un flusso morbido e travolgente che al termine ti lascia quasi disorientato.



Tra introduzioni dolci di chitarra, una voce struggente, la batteria che diventa soffio di spazzole e sole mani, ecco le canzoni dell’esilio, tra le quali la bellissima Amara Terra Mia, che ti verrebbe di cantare con Elina ma non osi, tanto centrato è, con i suoni, il tema letterario della nostalgia: espressività efficace ottenuta con il timbro vocale, con l’intenzione, con le dinamiche, ma anche con l’ andamento della chitarra, che mantiene il legame con il tema iniziale principale, quasi come fosse un ricordo. Come? Trasponendone piccole cellule melodiche durante tutto lo svolgersi del brano.

Il bis ci porta ad uno standard amatissimo, I’m a fool to want you: dolce, distante, a volume basso, intenso. Zirilli anche qui entra in punta di piedi per poi avvolgere il brano. Luft decora con pedale ed effetti. Il pubblico applaude un concerto intenso e inusuale,  e io con il pubblico: ma questo riguarda il breve capitolo che segue.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Stavolta qualcosa è trapelato anche dalle righe precedenti, che dovrebbero essere deputate alla descrizione il più possibile asettica di ciò che è accaduto sul palco.
Ma scindere ciò che ho ascoltato da ciò che ho provato emotivamente non è facile. Un concerto questo particolarmente intenso, ed emozionante già nei presupposti. Una cantante albanese, anche se svizzera di adozione, un chitarrista inglese, un batterista italiano. La loro musica è un miracolo di espressività “a prescindere” dalle origini culturali dei tre componenti del trio: in un periodo sociale e politico davvero tragico, in cui le differenze diventano invece che attrazione irresistibile, fonte di paure e di aggressività, chi ha assistito alla performance di Elina Duni, Rob Luft ed Enzo Zirilli ha toccato con mano ciò che accomuna non solo tre artisti ma gli esseri umani.
La poetica della nostalgia, della lontananza, del viaggio per emigrare dalla propria terra, dell’amore, raccontati in un’ora di musica emozionante, sono arrivate potenti non solo in quanto emozioni in sé, risvegliate in noi da tre musicisti che hanno saputo toccarci con i loro suoni e la loro sensibilità, ma anche in quanto categorie che questi tre artisti ci hanno mostrato come comuni alla vita di ogni essere umano, al di là di cultura e provenienza.
I canti albanesi e kosovari di Elina Duni, quella scala minore armonica di riferimento, con quegli intervalli di seconda aumentata sono così simili e vicini alla musica del Canzoniere Grecanico Salentino, o anche ad Amara Terra Mia, di Domenico Modugno: questo ci parla di culture vicine. Ma durante questo concerto si è andati al di là di questo: la chitarra di Robert Luft ha suonato non limitandosi a replicare un tipo di musica dalla provenienza connotata (musica balcanica, albanese, jazz, latin), ma ha cantato insieme ad Elina Duni forti sentimenti umani. La batteria di Enzo Zirilli ha soffiato dolcemente e ha tuonato impetuosa un qualcosa che appartiene a tutti noi.

Non mi piace mai parlare di contaminazioni, quando parlo di musica. Amo ascoltare nei suoni reminiscenze di culture a me vicine o lontane, ma la musica, quella vera, ha un che di universale, che mi colpisce intensamente  quando incontro artisti che come in questo caso, hanno una così potente carica espressiva. Gli applausi del pubblico del Folk Club erano emozionati e colmi di gratitudine. Forse solo l’arte, se fatta da artisti veri, potrà salvarci dalla miseria umana da cui siamo nostro malgrado circondati, svelandoci ciò che ci accomuna (compreso il dover partire per poter vivere) e anche ciò che ci differenzia, le nostre usanze, i nostri costumi: che dovrebbe essere ciò che di più attraente e magnetico esista sulla terra. 

Qui di seguito altri scatti del grande Carlo Mogavero





 

 

I NOSTRI CD. Jazz internazionale Tante le novità di rilievo

John Abercrombie – “Open Land” Meeting J. Abercrombie – DVD ECM 675
Prodotto e filmato dal regista Arno Oehri (artista multimediale e filmmaker del Liechtenstein) e dal produttore Oliver Primus (musicista e articolista svizzero) questo documentario, al di là delle intenzioni degli autori, si è purtroppo trasformato in un omaggio alla memoria dal momento che l’artista è scomparso nell’agosto 2017, pochi mesi prima che l’opera fosse ufficialmente presentata. Ovviamente ciò nulla toglie alla valenza della produzione che, anzi, ci offre l’occasione per ricordare e riflettere sulla figura di un musicista straordinario non sempre valorizzato in base ai suoi meriti. La tecnica scelta dagli autori per raccontare il chitarrista è quella che personalmente prediligo, vale a dire far parlare direttamente il personaggio. Così i due sono andati ad intervistare Abercrombie nella sua casa e si son fatti raccontare le vicende principali della sua vita e della sua arte. Così ci restituiscono oltre che l’artista anche e forse soprattutto l’uomo Abercrombie, con le sue aspirazioni, i suoi desideri, il suo amore per la moglie Lisa…e perché no le sue paure come quando il 7 dicembre del 2003 si incendiò la sua casa con la conseguente perdita di quasi tutto ciò che possedeva. Il risultato è un ritratto vivido, a tratti toccante, di un artista che ha saputo coniugare la musica con la vita di tutti i giorni. Dal punto di vista musicale, il brano forse più interessante è “Another Ralph’s” registrato al Tangente Club di Eschen (Liechtenstein) nel 2014 dal trio comprendente, oltre ad Abercrombie, Adam Nussbaum alla batteria e
Gary Versace all’organo Hammond (i due sono anche intervistati in merito al loro rapporto umano e professionale con Abercrombie). Tra gli altri momenti degni di nota da ricordare l’esibizione a New York in quartetto con Rob Sheps al sax, Eliot Zigmund alla batteria e David Kingsnorth al basso.

Arild Andersen – “In-House Science” – ECM 2594
Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Arild Andersen a Stavanger, in Norvegia, nell’oramai lontano 1983 quando già era considerato un astro nascente della nuova scena scandinava. Sono passati tanti anni e Arild ha confermato appieno tutte le premesse di quei tempi essendo considerato, oggi, uno dei migliori e più innovativi bassisti dell’intero panorama jazzistico. E questo CD ne è l’ennesima riprova… se pur ce ne fosse stato bisogno. Registrato il 29 settembre del 2016 in un luogo storico quale il museo Villa Rothstein a Bad Ischl in Austria, Andersen capeggia un formidabile trio completato da Tommy Smith al sax tenore e dal “nostro” paolo Vinaccia alla batteria. Quindi un trio che fa a meno di uno strumento armonico senza che ciò abbia la minima influenza sulla qualità della musica. I tre si muovono all’insegna di una empatia totale, con Arild che detta i tempi, Smith che sfoggia un fraseggio elastico, vivace, sempre in linea con le atmosfere volute dal leader (autore, tra l’altro, di tutti e sei i brani in programma) e Vinaccia che si esprime con la solita maestria producendo un volume sonoro denso e trascinante. Di qui una musica che si dipana per tutta la durata dell’album con grande scioltezza passando da atmosfere romantiche, sognanti, a climi più torridi ai confini dell’avanguardia, sempre impreziosita dalla massima attenzione alla più piccola sfumatura. E per avere un’idea di quanto si sta dicendo, basta ascoltare attentamente, in rapida successione “North Of The Northwind” dai toni soffusi e il sax di Smith a ricordare a tratti l’espressività propria di Gato Barbieri, e “In-House” in cui i tre scatenano una vera e propria tempesta sonora con un Andersen che sfoggia una padronanza dello strumento davvero non comune e un Vinaccia che ancora una volta evidenzia il perché sia considerato dai musicisti nordici un sodale imprescindibile.

Maxime Bender – “Universal Sky” – Cam Jazz 7924-2
Per avere una chiara idea di ciò che Maxime propone basta rifarsi alla definizione da lui stesso coniata circa il jazz che ama: “con meno swing e più pop”. Quindi un linguaggio che intende allontanarsi dal jazz canonico per affrontare nuovi lidi. In ciò il multistrumentista lussemburghese (sax tenore, sax soprano, flauto, pianoforte) è coadiuvato nell’occasione da Manu Codjia alla chitarra, Jean-Yves Jung all’organo Hammond B3 e Jérôme Klein alla batteria. Etichette a parte, il risultato è ancora una volta positivo. In repertorio dieci brani di cui otto scritti dallo stesso Bender e gli altri due rispettivamente dal compositore americano Justin Vernon e dal batterista del gruppo Jérôme Klein, quindi una prova di piena maturità per Bender anche come compositore. Ed in effetti i brani sono tutti ben strutturati, altrettanto ben arrangiati, sostenuti da un gruppo quanto mai coeso che riesce ad eseguire in grande scioltezza sia le parti obbligate sia quelle improvvisate tanto che risulta oggettivamente difficile distinguerle. Ogni singola nota è come distillata sapientemente, avendo riguardo a dove andrà a collocarsi, Di qui anche una ricchezza timbrica, dinamica e di atmosfere che prende l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota dell’album. Ecco quindi il clima sognante, onirico di “Dust Of Light” (con il chitarrista Manu Codjia in bella evidenza) cui si contrappone la forza ritmica di “Missing Piece”, ecco “Fly” con l’Hammond in grande evidenza mentre in “Infinity” è il sax di Bender a disegnare la sinuosa linea melodica… e via di questo passo in un continuo alternarsi di ruoli che evidenzia quella compattezza cui prima si faceva riferimento.

Ketil Bjørnstad & Anneli Drecker – “A Suite Of Poems” – ECM 2440
La genesi di questo toccante album è illustrata chiaramente dallo stesso Bjørnstad nelle note che accompagnano il CD laddove ci racconta che, durante le sue più che frequenti nottate passate in albergo, riceveva poesie inviategli dall’amico Lars Saabye Christensen dalle varie località che il poeta e scrittore norvegese era solito visitare. Dopo averle custodite per anni, il pianista ha pensato di rivestirle di musica, di affidarne l’interpretazione alla voce di Anneli Drecker eccellente vocalist norvegese, originaria della città di Tromsø, sulla scena oramai da più di vent’anni e già collaboratrice di artisti quali Jah Wobble e Hector Zazou. I titoli dei pezzi sono di per sé esplicativi: ecco quindi l’apertura affidata a “Mayflower, New York”, seguita da “Duxton, Melbourne” e giù fino al conclusivo “Schloss Elmau”. Da quanto sin qui detto risulta abbastanza chiaramente il tipo di musica che si ascolta nell’album tenendo ben presente che Ketil Bjørnstad è pianista capace di interpretare con eguale bravura e partecipazione musica classica, jazz e folk. Bjørnstad cerca quindi, il più delle volte riuscendoci perfettamente, di ricreare con la sua musica le atmosfere suggeritegli dall’amico Christensen e legate alle località visitate. Ecco l’intimismo di “L’Hotel” e di “Lutetia” legati ad una romantica e nostalgica Parigi, ecco il sapore blues di “Astor Crowne, New Orleans”, ecco l’atmosfera vagamente orientaleggiante di “Mayday Inn, Hong Kong”. Insomma un ‘altra prova di grande maestria da parte di Ketil Bjørnstad che ha operato anche una scelta felicissima nel chiamare accanto a sé una interprete come Anneli Drecker capace di dare un peso specifico ad ogni singola sillaba, ad ogni parola, rendendo così giustizia a dei testi di per sé quanto mai significativi.

Art Blakey – “Moanin” – Green Corner – 100901 2 CD
In altra occasione ho illustrato il perché molte case discografiche, in un certo periodo del passato, abbiano preferito immettere sul mercato copie in versione sia stereo sia mono. Ecco, questi due album appartengono per l’appunto a questa serie di registrazioni effettuate ad Hackensack il 30 ottobre del 1958. More solito, in questi casi il doppio album conserva intatto il suo valore sia storico sia musicale. Dal primo punto di vista è la prima volta che la versione mono viene prodotta su CD. Quanto alla valenza della musica non credo ci sia chi dubita della stessa. Si tratta, in effetti, della terza edizione dei Jazz Messengers comprendente artisti quali Lee Morgan alla tromba, Benny Golson nella duplice veste di tenorista e compositore (molti dei brani sono suoi), Bobby Timmons al piano e Jymie Merritt al contrabbasso. Come bonus le sole due alternate tracks tratte dalla seduta del 30 ottobre 1958 e non comprese nell’originario LP, e altri quattro brani registrati dalla stessa formazione durante un concerto all’Olympia di Parigi nel novembre, dicembre dello stesso 1958. Esaurite queste delucidazioni, resta ben poco da dire se non che si tratta di registrazioni davvero imperdibili; basti citare l’entusiasmante “Moanin” di Bobby Timmons e la trascinante “Blues March” di Benny Golson così aderente allo spirito delle marching band di New Orleans. Insomma una ghiotta occasione per chi ancora non avesse queste registrazioni nella propria discoteca.

Rainer Böhm – “Hydor” Piano Works XII
La ACT può vantare una lunga e ricca tradizione in fatto di pianisti dal momento che per l’etichetta hanno inciso personaggi internazionali del calibro di Joachim Kuhn, Esbjorn Svensson e Michael Wollny… tanto per citare qualche nome. Coerentemente con tale impostazione, il produttore Siggi Loch ha creato una collana di album dedicati al piano solo, “Piano Works”, giunta al suo tredicesimo volume. Il nuovo protagonista è Rainer Böhm. Nato a Ravensburg nel sud della Germania nel 1977, Böhm è considerato dai critici tedeschi uno dei migliori pianisti jazz del suo Paese, ma non ha ancora raggiunto una notorietà a livello internazionale. Ecco, quindi, una buona occasione per farne conoscenza. Il suo è, in effetti, un pianismo maturo, consapevole, un linguaggio che coniuga brillantemente una eccellente tecnica pianistica con notevoli capacità espressive. Frutto, tutto ciò, non solo di una squisita sensibilità ma anche di un approfondito studio della letteratura pianistica globalmente intesa. In effetti Böhm si è fatto conoscere in patria soprattutto per gli adattamenti in termini jazzistici dei grandi classici quali Verdi, Wagner, Beethoven e Bach. In questo album Böhm si fa notare anche come eccellente compositore (tutti i tredici brani del disco sono a sua firma), e proprio attraverso questi pezzi l’artista evidenzia la sua capacità di assorbire molto di ciò che i grandi pianisti del passato ci hanno lasciato. Così nel suo stile è possibile rintracciare echi della tradizione classica così come del jazz soprattutto di quello nord-europeo senza che tutto ciò si ripercuota minimamente sull’originalità della proposta.

Jakob Bro – “Bay Of Rainbows” – ECM 2618
L’album è il frutto delle registrazioni effettuate nel luglio del 2017 al club Jazz Standard di New York; protagonista il trio del chitarrista danese Jakob Bro (1978), con il bassista Thomas Morgan e il batterista Joey Baron. L’album assume una doppia importanza nella vita di Bro in quanto da un lato è il coronamento di un sogno più volte espresso dall’artista (registrare un album live a New York), dall’altro è il primo disco live da lui registrato per la ECM. Bro non si lascia sfuggire l’occasione e dà vita ad un album eccellente confermando, anche come autore (tutte e sei le tracce dell’album sono sue composizioni), quanto già di buono si era ascoltato nelle sue precedenti produzioni: una musica nitida, costruita quasi per sottrazione, con la chitarra del leader a imbastire eteree trame sonore ben sostenute da una sezione ritmica esemplare per leggerezza e pertinenza. Così la musica si sviluppa come su un tappeto di nuvole, sorvolando diversi territori senza atterrare completamente. L’andamento generale è quindi piuttosto rarefatto anche se in alcuni brani assume una più concreta matericità: si ascolti, ad esempio, l’unico inedito “Dug” dove l’accompagnamento sostenuto della sezione ritmica si coniuga con una fraseggio chitarristico sicuramente non etereo come nei precedenti brani, ai limiti del free, oseremmo dire. Sottolineavamo come “Dug” fosse l’unico inedito in quanto gli altri brani erano già stati incisi da Bro nei suoi precedenti album. Tornando a “Bay Of Rainbows” il brano che più ci ha colpiti è stato “Evening Song” (già presente in “Balladeering”, Loveland Records, inciso nel 2008 ma pubblicato l’anno successivo in cui Bro capeggiava una all stars comprendente l’altro chitarrista Bill Frisell, Lee Konitz sax alto, Ben Street basso e Paul Motian batteria). L’album si chiude con una differente versione del brano d’apertura, “Mild”.

Miles Davis – “Jazz Track” – Poll Winners 27385
Prima di illustrare brevemente il contenuto di questo album, credo sia importante sottolineare il perché vi sto proponendo molti album della serie “Poll Winners”. In effetti l’etichetta “Poll Winners” dedica il proprio catalogo alle ristampe di quei titoli recensiti dalla rivista ‘Down Beat’ con il massimo dei voti (cinque stelle). Tale premiazione è talmente significativa e importante che molti di questi album diventano spesso dei veri classici. Le nuove edizioni presentano la versione integrale degli album originali a cinque stelle***** con l’aggiunta di brani di altri titoli dello stesso autore all’apice del proprio successo artistico. La raccolta comprende, quindi, vere e proprie pietre miliari della storia del jazz prodotte dai più grandi musicisti del genere, tra cui va senza dubbio annoverato questo “Jazz Track” che nelle sue componenti essenziali ha costituito una parte essenziale nella storia di Miles Davis e quindi del jazz nella sua interezza. Il CD è idealmente suddiviso in tre parti: i primi dieci brani contengono la colonna sonora del film francese “Ascensore per il patibolo” registrata nel dicembre 1957 a Parigi da Miles Davis con il batterista statunitense Kenny Clarke e altri due musicisti locali capitanati dal pianista René Urtreger (Barney Wilen sax tenore e Pierre Michelot basso). I successivi quattro brani sono tratti dalle sedute di registrazione del 26 maggio del 1958 quando Miles Davis rinnovò il suo sestetto con Bill Evans al posto di Red Garland e la riammissione nel gruppo del contralto di Julian Cannonball Adderley che veniva così ad affiancare il sax tenore di John Coltrane; la sezione ritmica era completata dal batterista Jimmy Cobb al posto di Philly Joe Jones e da Paul Chambers al basso. Gli ultimi 3 sono bonus e provengono dalla seduta del 16 marzo 1956, protagonista un quintetto con Davis, Sonny Rollins sassofono tenore, Tommy Flanagan pianoforte, Paul Chambers contrabbasso, Art Taylor – batteria

Mathias Eick – “Ravensburg” – ECM 2584
Tutto all’insegna della ricerca melodica questo album del trombettista norvegese Mathias Eick che dopo aver collaborato con alcune delle formazioni norvegesi più interessanti e innovative (Motif, JagaJazzist, Motorpsycho and Lars Horntvedt) è approdato in casa ECM dando vita a questo suo quarto album da leader (dopo “The Door”, “Skala” e “Midwest”). La più importante novità di questo CD è data dalla presenza del violinista, anch’egli norvegese, Håkon Aase, messosi già in luce collaborando con la formazione di Thomas Strønen. In effetti tromba e violino dialogano magnificamente conferendo al gruppo un sound del tutto particolare e ben sostenuto dal resto del gruppo formato da Andreas Ulvo piano, Audun Erlien basso elettrico e due batteristi, Torstein Lofthus e Helge Andreas Norbakken (quest’ultimo anche alle percussioni) che interagiscono con sapiente equilibrio. Ma il protagonista resta senza alcun dubbio Mathias: il suo linguaggio appare allo stesso tempo antico (molti e ben individuabili i richiami al jazz propriamente detto) e attuale (nel suo stile evidenti le influenze da un canto della musica classica contemporanea, dall’altro della new age intesa soprattutto come un genere in cui si mescolano echi provenienti da culture diverse come quelle indiane, ebree e magrebine)… cui si aggiungono echi della cultura scandinava presenti nella maggior parte dei musicisti nordici. Insomma un universo di riferimento assai vasto e variegato che Eick padroneggia assai bene anche dal punto di vista compositivo dal momento che tutti e otto i brani in programma sono dovuti alla sua penna. Brani che, ferma quella ricerca melodica cui prima si faceva riferimento, alternano atmosfere intimiste, oniriche a climi più materici, terrene.

Sheila Jordan – “Lucky to be me” – abeat 185
Sheila Jordan è una di quelle rare artiste di cui parlano tutti bene: pubblico, critica, colleghi. E questo album non fa certo eccezione alla regola. La vocalist americana, che raggiunse una fama internazionale aggiungendo le parole alla musica di Charlie Parker, è amata ed apprezzata anche in Italia dove ha registrato live questo album l’11 novembre del 2016 a Castellanza (MI) accompagnata da Attilio Zanchi al contrabbasso, Roberto Cipelli al piano e Tommaso Bradascio alla batteria. Da quanto sin qui detto si deduce facilmente che si tratta di un ottimo album che mette in luce da un canto le indiscusse qualità vocali di Sheila, dall’altro la capacità dei musicisti italiani di stare a fianco, validamente, anche delle più importanti stelle del firmamento jazzistico internazionale. E la valenza di Zanchi e compagni è testimoniata dalla stessa Jordan la quale, riferendosi al titolo dell’album, afferma di aver “chiamato questo disco ‘Lucky to be me’ non solo perché è uno dei brani, ma perché mi sento veramente fortunata nella vita ad avere amici e musicisti così meravigliosi, che si divertono a fare musica con me, ad organizzare tour e registrazioni. Sono come una famiglia e mi sento fortunata ad averli con me in questa vita”. Ed è bello avvertire come un’artista che nella sua vita ha conosciuto tantissimi successi, sia ancora sorretta da un tale entusiasmo ed una così grande voglia di cantare, di appassionare il pubblico. E la cosa risulta ancora più straordinaria ove si tenga conto che la Jordan, nata nel 1928, a Detroit, Michigan, frequenta le scene da molti anni avendo debuttato da bambina: poco più che adolescente lavorava già nei club di Detroit. Da allora non si più fermata inanellando una serie di performances – sia live sia su disco – davvero straordinarie. E per quei quattro o cinque che ancora non la conoscessero, ecco questo album è un’ottima occasione per avere un piccolo saggio di chi è Sheila Jordan.

Janne Mark – “Pilgrim” – ACT 9735-2
Questo “Pilgrim” ci presenta la vocalist danese Janne Mark in una sorta di nazionale danese completata dal pianista Henrik Gunde Pedersen, dal bassista Esben Eyermann, dal batterista Jesper Uno Kofoe, dal chitarrista ‘lap steel’ Gustaf Ljunggren cui si affianca, per esplicita volontà della vocalist, il trombettista norvegese Arve Henriksen.
L’album ha una sua specificità che lo pone al di fuori di qualsivoglia schema con cui al difuori della Scandinavia siamo abituati ad ascoltare la musica jazz. Ciò perché Janne Mark scrive, oggi, inni, cosa assolutamente inconsueta…da noi ma del tutto normale al Nord ove questo genere ha una grande importanza costituendo la fonte di molte canzoni. In particolare in Danimarca la tradizione dell’inno è sostanzialmente agraria in quanto la maggior parte della popolazione viveva in campagna e quindi gli inni venivano da quella realtà. Oggi le cose sono ovviamente cambiate e la Mark scrive musica in cui alla tradizione agraria aggiunge l’input derivante dalla realtà urbana; per completare il tutto la vocalist rivolge lo sguardo anche al jazz (proprio per questo ha chiamato Arve Henriksen) giungendo ad un unicum davvero irripetibile. Ed è la stessa Mark ad illustrare il senso della sua poetica affermando che “la musica di Pilgrim è scritta per quanti non hanno alcuna familiarità con la chiesa ma anche per quanti, viceversa, conoscono assai bene la religione”. Ed in effetti ascoltando le dieci tracce dell’album, a farla da padrona è una musica riflessiva, che trasporta l’ascoltatore in una dimensione ‘altra’, lontana dalle problematiche dell’oggi, della vita di tutti i giorni, trasmettendo un senso di pace che difficilmente ritroviamo nelle espressioni artistiche attuali. Insomma un album che ci fa conoscere una musicista di grande spessore, affascinante, matura, dotata di una squisita sensibilità e di una grande capacità di scrittura e ci conferma Arve Henriksen come una delle personalità più spiccate dell’odierno panorama jazzistico del Nord Europa.

Thelonious Monk Quartet – “Monk’s Dream” – Green Corner 100899 2 CD
Anche questo doppio album fa parte della serie “The Stereo & Mono Versions” cui si faceva cenno a proposito dell’album di Art Blakey. Questa volta il protagonista è Thelonious Monk alla testa del suo celeberrimo quartetto con Charlie Rouse al sax tenore, John Ore al basso e Frankie Dunlop alla batteria. In programma il primo LP che Monk, dopo la fine della sua collaborazione con la Riverside Records, incise per la Columbia. “Monk’s Dream”, prodotto da Teo Macero, registrato alla fine del 1962 e pubblicato nel 1963, divenne nel corso degli anni l’album più venduto di Monk e fu determinante nella scelta del Times Magazine di dedicargli una copertina nel 1964. Originariamente l’LP conteneva otto pezzi, di cui cinque originali di Monk, cui si aggiungono “Body and Soul” di Green- Heyman-Sour-Eyton, “Just a Gigolo” di Caesar-Brammer-Casucci e “Sweet and Lovely” di Arnheim-Tobias-Lemare; le esecuzioni sono affidate al quartetto eccezion fatta per “Just a Gigolò” e “Body and Soul” affidate al piano solo di Monk. In questa riedizione come bonus troviamo quattro ‘alternative trakes’ tratte dalle stesse sedute di registrazione dell’ottobre-novembre del 1962, le prime versioni in studio di Monk della maggior parte dei brani dell’album e una versione per pianoforte dal vivo del 1961 di “Body and Soul”. A Questo puto credo non ci sia molto altro da aggiungere: si tratta di grande musica, di alcune delle pietre miliari del jazz che ci raccontano del genio di un grandissimo pianista e compositore quale Thelonious Monk.

Wolfgang Muthspiel – “Where The River Goes” – ECM 2610
Questo album è la logica prosecuzione di “Rising Grace” pubblicato nel 2016; non a caso la formazione è quasi identica dal momento che accanto al chitarrista austriaco ritroviamo Brad Mehldau al pianoforte, Ambrose Akinmusire alla tromba e Larry Grenadier al contrabbasso mentre Eric Harland alla batteria sostituisce Brian Blade.
Ma, come si dice, cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia per cui la musica si mantiene su livelli di assoluta eccellenza grazie, soprattutto, alla valenza del gruppo in quanto tale. Non si tratta, cioè, di cinque grandi musicisti che messi assieme producono buona musica dato il loro peso specifico individuale, ma di cinque artisti che decidono di unirsi per dar vita a qualcosa di nuovo, qualcosa che abbia una propria identità senza per questo trascurare il talento di ognuno. Il tutto impreziosito dalle capacità compositive del leader chitarrista che firma tutte le composizioni in programma eccezion fatta per “Blueshead” di Mehldau e “Clearing” improvvisazione collettiva dell’intero gruppo. E l’improvvisazione non è certo elemento secondario in queste registrazioni caratterizzate da un eccellente equilibrio tra parti scritte e spazio lasciato all’estro dei singoli. Ecco ad esempio il contrabbasso di Grenadier impegnato in un trascinante assolo nel già citato “Blueshead” mentre Muthspiel evidenzia il proprio talento in tutti i brani con una menzione particolare per il pezzo di chiusura, “Panorama”. Ma è l’atmosfera generale del disco che incanta, un’atmosfera in cui la bellezza della linea melodica si impone su tutto grazie soprattutto a Brad Mehldau e Ambrose Akinmusire che riescono ad interpretare al meglio le intenzioni del leader-compositore.

Barre Phillips – “End To End” – ECM 2575
Un album di solo contrabbasso non è certo di facile ascolto anche se ad eseguirlo è un fuoriclasse come Barre Phillips. In buona sostanza si tratta dell’ennesima prova senza rete di uno dei più grandi solisti di tutti i tempi, un artista che, ad onta dei suoi ottantatre anni, pur non avendo alcunché da dimostrare, si lancia in una impresa temeraria come questa. D’altro canto chi conosce Barre Phillips, chi ha imparato ad apprezzarlo negli anni anche attraverso le sue numerose collaborazioni con musicisti d’avanguardia quali Dave Holland, Paul Bley e Evan Parker, non si stupirà più di tanto nel constatare come Barre abbia deciso di imbarcarsi in questa ardua operazione. Risultato? Certo molto dipende da come si ascolta questo tipo di musica: per i tradizionalisti sarà d’obbligo storcere il naso, per chi preferisce stilemi più all’avanguardia si tratta di un’opera assolutamente straordinaria. Barre evidenzia ancora una volta non solo una tecnica sopraffina ma un rapporto quasi simbiotico con lo strumento che lo porta ad esprimersi compiutamente nei tredici brani in repertorio. Quindi la necessità da parte dell’ascoltare di immergersi totalmente nell’universo sonoro immaginato da Phillips per gustarne appieno ogni minimo risvolto e comprendere ciò che l’album rappresenta per il contrabbassista. Al riguardo è lo stesso artista, nelle note di copertina che accompagnano l’album, a chiarire come si tratti della “fine di un ciclo, non un riassunto, ma l’ultima pagina di un diario iniziato cinquant’anni fa”. L’album è diviso in tre parti: “Quest” (comprendente i primi cinque brani); “Inner Door” (con i successivi quattro) e “Outer Window” (gli ultimi quattro). Nonostante la presenza di un unico strumento, le atmosfere sono assai variegate passando da momenti lirici ad altri caratterizzati da una maggiore fisicità con in primo piano sempre tecnica ed espressività

Antonio Sanchez & Migration – “Lines in The Sand” – Cam Jazz 7940-2
Come ho già avuto modo di esprimere in diverse occasioni, non credo molto nella musica “politica” vale a dire in quelle espressioni musicali che ancor prima del contenuto artistico pongono in evidenza quello politico. Ma, come ogni buona regola, anche questa soffre le sue brave eccezioni e “Lines in The Sand” è una di queste. In effetti l’album per specifica ammissione dello stesso batterista, si pone come uno specifico atto d’accusa contro la politica posta in essere da Donald Trump nei confronti degli emigranti che arrivano dal Messico, terra d’origine di Sanchez. Nel libretto che accompagna l’album, Sanchez dichiara di sentirsi un uomo fortunato perché la sorte, oltre a concedergli affetti familiari e un’istruzione gli ha consentito di vivere un quarto di secolo in un Paese che ha saputo accettare il suo talento. Purtroppo gli Stati Uniti di oggi non sono quelli del 1993 quando Antonio si stabilì a New York: alla Casa Bianca è la demagogia a dettar legge. Come accennavo credo fortemente all’onestà intellettuale di Sanchez in quanto dopo aver ottenuto quattro Grammy Awards, una nomina per un Golden Globe e aver collaborato con alcuni dei più grandi jazzisti di sempre (Chick Corea, Charlie Haden, Gary Burton, Toots Thielemans, Pat Metheny tra gli altri) non ha certo bisogno di ricorrere a certi mezzucci per affermare le proprie qualità. E d’altro canto la stessa musica da lui proposta in questo “Lines in The Sand” trasuda tristezza, protesta, ferma volontà di non accettare passivamente questo stato di cose. Dal punto di vista più strettamente musicale, quello proposto da Sanchez è un mix di jazz contemporaneo, rock, elettronica e altre influenze, il tutto declinato attraverso la bellezza delle linee melodiche e un perfetto equilibrio tra sonorità acustiche e suoni elettronici. In questo ambito particolarmente efficace risulta l’affiatamento del gruppo completato da John Escreet piano e tastiere, Matt Brewer al basso, Chase Baird al sax tenore, Thana Alexa alla voce sua compagna nella musica e nella vita, cui si aggiungono in due brani Nathan Shram alla viola e Elad Kabilio al cello.

Ida Sand – “My Soul Kitchen” – ACT 97362
E’ proprio vero che la musica non conosce confini e così eccoci in Svezia per apprezzare una vocalist svedese che canta con pertinenza soul e funky. Si tratta di Ida Sand accompagnata da “Stockholm Undeground” ovvero un quintetto all stars comprendente Jesper Nordenström organo Hammond, synt e tastiere, Henrik Janson chitarra elettrica, Lars DK Danielsson basso elettrico, Per Lindvall batteria e Magnus Lindgren sax tenore e baritono, flauti e clarinetto con in più alcuni ospiti illustri tra cui Nils Landgren trombone e vocale. In repertorio brani, tra gli altri, di Al Green, Stevie Wonder, Ray Charles e The Meters cui si aggiungono alcuni original della vocalist e reinterpretazioni, sempre in chiave soul, di composizioni firmate da John Fogerty e Mike Shapiro. Il risultato, come si accennava, è ottimo in quanto la Sand aderisce perfettamente ai canoni non solo estetici della soul-music. Le sue interpretazioni sono una palese dimostrazione di come ella ami questo genere musicale riuscendo a coglierne l’intima essenza. D’alto canto bisogna riconoscere che in Svezia il soul gode di molta popolarità e che altri artisti vi si sono dedicati con successo; come non ricordare, al riguardo, quel Nils Landgren che con la sua “Funk Unit”, per esplicita ammissione della stessa Sand, ha avuto una indiscussa influenza sul suo stile vocale. Comunque tornando alla Sand, questo suo quarto album si differenzia notevolmente dai precedenti in cui aveva esplorato le vie del jazz, del blues e del folk, coronando un vecchio sogno. In ciò perfettamente coadiuvata dai musicisti scelti per accompagnarla tra cui particolarmente rilevante il ruolo di Magnus Lindgren non solo come solista ma anche come arrangiatore delle parti riservate ai fiati.

Woody Shaw – “Tokyo ‘81” – Elemental 5990429
E’ il 7 dicembre 1981 e il trombettista-flicornista Woody Shaw si esibisce a Tokyo con
Steve Turre trombone e percussioni, Mulgrew Miller piano, Stafford James basso e Tony Reedus batteria. La session viene registrata e adesso è a disposizione di tutti noi. A chi conosce minimamente la storia del jazz, non sfugge l’importanza di Woody Shaw artista che forse non ha ottenuto tutti i riconoscimenti che avrebbe meritato. Nonostante una vita piuttosto breve – scomparve all’età di 45 anni – Woody è considerato da buona parte della critica l’ultimo musicista che sia riuscito ad elaborare un nuovo linguaggio improvvisativo sulla tromba. E queste registrazioni ne sono l’ennesima conferma. Woody suona magnificamente, senza un attimo di stanca, dando nuova linfa a pezzi già ultra battuti. Si ascolti, ad esempio, con quanta maestria interpreti il celeberrimo “’Round Midnight” di Monk perfettamente coadiuvato dal suo quartetto che evidenzia un’intesa difficile da non aggettivare come ‘perfetta’. Turre e Miller seguono le improvvisazioni del leader con il pianista che esplora tutte le possibilità armoniche insite nel brano e Turre che sfoggia il suo solismo così fluido e spesso contrastante con le asperità del linguaggio di Shaw. L’album presenta sette tracce di cui l’ultima, “Sweet Love Of Mine” dello stesso Shaw, registrata live a L’Aia il 14 luglio del 1985 dalla Paris Reunion Band comprendente, oltre al leader, Jimmy Woode al basso, Billy Brooks alla batteria, Kenny Drew al piano, Johnny Griffin al sax tenore, Nathan Davis al sax tenore e soprano, Slide Hampton al trombone e Dizzy Reece alla tromba.

Omar Sosa, Yilian Cañizares – “Aguas” – Otà Records
Il pianista cubano Omar Sosa si è fatto conoscere dal pubblico italiano grazie alle collaborazioni con Paolo Fresu. Abbiamo, quindi, imparato ad apprezzare un musicista colto, sensibile, che lavora quasi per sottrazione, un musicista che mai fa ricorso a virtuosismi puntando, piuttosto, a trasmettere stati d’animo, emozioni. Di qui un pianismo che accarezza le melodie con un andamento ritmico solo all’apparenza semplice ma in realtà mai banale e del tutto coerente con il contesto in cui si inserisce. E questo nuovo album non fa che confermare queste doti. Omar, nell’occasione, suona con la violinista e vocalist Yilian Cañizares, nata a L’Avana nel 1981, e il percussionista Inor Sotolongo, nato anch’egli a L’Avana nel 1971, ma oggi residente in Francia sin dal 2001. Omar e Yilian si sono conosciuti nel corso delle rispettive tournée nel vecchio continente e non c’è voluto molto per scoprire un idem sentire che li ha condotti alla realizzazione di questo album. In repertorio undici tracce scritte da Omar Sosa e Yilian Cañizares e riflette appieno le vedute musicali dei due artisti. Così se Omar Sosa non nasconde la nostalgia per la sua isola rivendicando l’importanza delle tradizioni musicali cubane da cui deriva la sua musica “contemplativa, piena di umiltà, dignità e pace”, la vocalist pone l’accento sulla necessità di “mettere da parte te stessa e il tuo ego” per far sì che la musica possa prendere vita. Così quanto si ascolta in “Aguas” è un mix perfettamente riuscito tra il jazz e la musica tradizionale cubana con qualche rimando anche alla musica classica. Sosa disegna un tappeto melodico- ritmico di rara e moderna lucentezza mentre la Cañizares dimostra di saper improvvisare sia con la voce sia con il violino. Prezioso anche il lavoro del percussionista Sotolongo mai invadente. Tra i vari brani particolarmente rilevanti “Milonga” impreziosito da un assolo di Sosa e ““La Respiracion”

Steve Tibbetts – “Life Of” – ECM 2599
Steve Tibbetts incise il suo primo album nel 1977; nel 1981 l’album d’esordio con la ECM; da allora il chitarrista è divenuto uno degli artisti più presenti nel catalogo della casa tedesca tanto da impersonare, si potrebbe dire, l’estetica voluta da Manfred Eicher. Un’estetica basata sulla raffinatezza, sulla purezza del suono, su una certa atmosfera ‘globalista’ con l’esplicito richiamo a popoli e strumenti esotici. E tutta la carriera di questo personaggio è stata caratterizzata da tali elementi, con la costante di una ricerca che mai si è soffermata sui traguardi raggiunti. Di qui un costante allargamento degli orizzonti musicali di Tibbetts che strada facendo ha trovato nel percussionista Mark Anderson un partner ideale cui, nell’occasione di quest’ultimo album (il nono per ECM), si aggiunge Michelle Kinney (cello, drone). Il risultato è ancora una volta eccellente. L’album si articola attraverso una serie di bozzetti che lasciano all’ascoltatore la possibilità di viaggiare con la fantasia e immaginare luoghi e situazioni. Così non mancano i riferimenti alla musica medioevale, al blues, ma anche a quei luoghi lontani del sud est asiatico, quali il Bali e soprattutto il Nepal dove ha lungamento soggiornato conoscendo il vocalist monaco buddista Chöying Dolma con il quale ha inciso due stupendi album intitolati “Chö” e “Selwa”. E ascoltando anche la musica di “Life Of” non si può non riconoscere come non solo i suoni, ma anche qualcosa di molto più profondo, insito nella spiritualità di quei luoghi, sia rimasta per sempre impressa nell’anima del chitarrista del Minnesota. Anche di qui la ricchezza espressiva della sua chitarra Martin a 12 corde mentre il piano assume spesso coloriture simili ad un gamelan; immancabili alcune campionature che richiamano gong balinesi. Come già accennato, fondamentale anche l’apporto del percussionista Mark Anderson che introduce elementi ritmici tutt’altro che consueti mentre la Kinney, per utilizzare le stesse parole di Tib betts “è capace di portare la struttura musicale del brano come su una nuvola”.

Mark Turner, Ethan Iverson – “Temporary Kings” – ECM 2583
Sicuramente uno dei dischi più interessanti che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi mesi. Uno accanto all’altro un grandioso tenor-sassofonista quale Mark Turner che abbiamo imparato a conoscere sia per le numerose collaborazioni con gruppi di eccellenza quali il Billy Hart Quartet (in cui suonava anche Iverson), e il trio con il bassista Larry Grenadier e il batterista Jeff Ballard, sia per i progetti che lo hanno visto leader, ed un pianista quale Ethan Iverson che ha raggiunto eccezionali livelli di notorietà (assolutamente meritati) con i “Bad Plus” da cui si è staccato negli ultimi tempi. Questa formula del duo senza sezione ritmica è particolarmente rischiosa in quanto praticamente i due artisti sono costretti a muoversi senza rete, inerpicandosi per sentieri impervi da loro stessi immaginati e costruiti. Di qui una musica che definire cameristica non è certo una forzatura: le influenze del cool-jazz sono evidenti – e non solo per la riproposizione di un brano di Warne Marsh, “Dixie’s Dilemma” – così come evidenti appaiono i richiami alla musica colta del Novecento. Tutto ciò crea un’atmosfera generale del tutto atipica e intrigante, grazie anche ad una continua ricerca timbrica e ad un contrapporsi di linee tracciate dai due musicisti che mai scadono nel banale. In repertorio, oltre al già citato brano di Marsh, sei pezzi del sassofonista e due del pianista, tutti declinati attraverso una profonda intesa che trova, forse, nel pianismo di Iverson il suo maggior punto di riferimento. Gli interventi pianistici sono sempre perfetti quanto a tempismo e coerenza con il discorso che si vuol portare avanti, dando così a Turner l’opportunità di librarsi leggero, etereo con il suo bellissimo sound.

Presentata la 24^ edizione del festival MetJazz: “Storie e viaggi in jazz”

Giunta alla XXIV edizione dal 5 al 25 febbraio si terrà la rassegna METJAZZ 2019, organizzata dal Teatro Metastasio di Prato.
“Forse non esiste musica più autobiografica del jazz. L’improvvisazione, il rapporto fisico con lo strumento, il gioco di interazione tra i musicisti, tutto palpita di una presenza totale e immediata dell’esecutore. La tradizione orale attraverso cui il jazz si è diffuso esalta l’esperienza diretta del fare musica, senza mediazione di spartiti o altri supporti visivi. In più, la possibilità di organizzare sul momento il flusso della musica esalta la qualità narrativa del jazz, la capacità di raccontare storie, di inoltrarsi in viaggi autobiografici o fantastici, in un continuo dialogo tra presente e passato con tutta la musica afroamericana che con la tradizione intrattiene un rapporto vivo, dinamico, creativo”. Così il curatore Stefano Zenni introduce la rassegna di quest’anno, dedicata a Storie e viaggi in jazz e dunque alla natura narrativa del jazz e alla sua qualità autobiografica nel raccontare vite, desideri, immaginari. Il programma, forte della collaborazione con la Scuola di Musica Verdi, conserva la sua struttura classica e si articola nelle due consuete sezioni – official e off – proponendo a Prato cinque concerti, di cui uno doppio, una conferenza, un incontro e una mostra fotografica. Inoltre, ribadendo la sua sinergia d’intenti con il Pinocchio Jazz Club di Firenze, METJAZZ 2019 si fa promotore e sostenitore di un concerto nel capoluogo toscano.
Quattro i grandi eventi pratesi tra Metastasio e Fabbricone:

  • Martedì 5 febbraio alle ore 21.00 al Teatro Metastasio va in scena Tempo di Chet, un originale spettacolo jazz che sovrappone la scrittura drammaturgica di Leo Muscato e Laura Perini e la partitura musicale curata e interpretata dal vivo da Paolo Fresu – gli attori e i musicisti – per rievocare in un flusso organico di parole, immagini e musica lo stile lirico e intimista di Chet Baker, uno dei miti musicali più controversi e discussi del Novecento, in bilico tra tragedia e leggenda, maledettismo e bellezza.
  • Lunedì 11 febbraio alle ore 21 al Teatro Fabbricone, due diversi viaggi in trio mettono a confronto due diverse concezioni del racconto musicale: da un lato, al DEBUTTO IN PRIMA ASSOLUTA, Antonino Siringo, Andrea Tofanelli e Ares Tavolazzi rendono Omaggio a Sun Ra, rileggendo il suo sound fisico e trascinante in modo contenuto e controllato, da camera, facendo a meno della batteria ma conservando la forza ritmica della musica originaria; dall’altro Claudio Filippini, Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo con Before the Wind fanno esplodere una macchina narrativa con arrangiamenti ricchi di svolte, cambi d’atmosfera, composizioni di ampio respiro o bozzetti fortemente caratteristici in un trio a parti equivalenti.
  • Lunedì 18 febbraio alle ore 21 al Teatro Fabbricone Massimo Falascone Seven propone insieme al suo gruppo Méliès, un percorso musicale      costituito da brani ispirati ai cortometraggi di Georges Méliès, poeta e inventore del cinema come sogno, precursore nella tecnica del montaggio e degli effetti speciali. Composizioni originali con grande spazio all’improvvisazione e omaggi ad alcuni grandi del recente passato, sempre nello spirito poetico e visionario di Méliès, con apparizioni, ripetizioni e metamorfosi, esposizioni e dissolvenze, giochi di prestigio, formule magiche e viaggi verso mondi sconosciuti.
  • Lunedì 25 febbraio alle ore 21 al Teatro Metastasio Maria Pia De Vito insieme al suo trio porta in scena Core/Coração, una versione napoletana in chiave jazz delle storie del brasiliano Chico Buarque, tra i più noti autori e interpreti della Bossa Nova ma soprattutto poeta e genio assoluto della canzone contemporanea brasiliana. Mentre la lingua napoletana dona una profondità mitica al cantare gli ultimi, i marginali di una società spietata e egoista che trova redenzione solo nell’amore, il jazz è il veicolo privilegiato del riscatto di popoli aperti al dialogo: nel ritmo, nella danza, nel canto e nell’improvvisazione schiavi, reietti, esclusi tornano protagonisti grazie al meticciato, che investe culture e classi sociali. Un appuntamento realizzato in collaborazione con Musicus Concentus.

Ci saranno poi altri quattro appuntamenti realizzati in collaborazione con la Scuola Comunale di Musica Giuseppe Verdi di Prato racchiusi tra gli eventi di METJAZZ OFF:

  • Domenica 3 febbraio alle ore 21 presso la Scuola di Musica Verdi trovano spazio le Storie di giovani talenti con la New Talent Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini che si esibisce in Our Monk. Si tratta di un  progetto nato da un bando della SIAE e dalla collaborazione tra varie istituzioni italiane, tra cui il Teatro Metastasio di Prato. L’ensemble comprende dodici musicisti, un ospite emergente, un direttore esperto e un repertorio impegnativo e stimolante, quello di Thelonious Monk.
  • Domenica 10 febbraio alle ore 11 presso la Scuola di Musica Verdi in un Incontro con Roberto Masotti – grande fotografo, ma non solo, un generatore di idee, uno stimolatore entusiasta di progetti, un connettore di esseri umani -, si esplorano le Storie in uno scatto entrando nelle pagine di Jazz Area, un libro fotografico edito dalla casa editrice Seipersei che racchiude quasi 50 anni di storia di musica jazz internazionale, con i ritratti di Miles Davis, Keith Jarrett, Archie Shepp, Carla Bley, Sam Rivers, Cecil Taylor, Charles Mingus, Ornette… Si tratta di un testo che si basa su una particolare e necessaria prospettiva autobiografica, parla della vita in musica attraverso i tanti incontri diretti e le infinite occasioni di musica dal vivo, analizza l’idea d’improvvisazione nel suo tipico esprimersi afro-americano e nelle sue trasformazioni europee, è la lente attraverso la quale Roberto Masotti ci parla della sua lunga storia con il jazz.
  • Domenica 17 febbraio alle ore 21 presso la Scuola di Musica Verdi si intraprende un Viaggio nel suono con il concerto ST()MA di Cristiano Calcagnile, dove “stoma” sta per “bocca” in greco, ma anche per la fessura attraverso cui le piante respirano in botanica, quindi per intersezione, luogo di passaggio. E difatti, una fluidità di stati, dal solido al gassoso, dal liquido ancora al solido, contraddistingue il sound di Calcagnile, che utilizza vari strumenti oltre la batteria, inclusa la chitarra.
  • Domenica 24 febbraio alle ore 11 presso la Scuola di Musica Verdi una Conferenza di Stefano Zenni sulle Storie e immagini del jazz al cinema illustra l’incontro non sempre lineare e felice tra queste due arti e, citando momenti di gloriosa fusione di musica e immagini e grandi equivoci sorti dall’utilizzo di una visione stereotipata del jazzista come artista maledetto (si pensi a Chet Baker) prova a analizzare il modo in cui il cinema ha veicolato una certa idea delle vite dei jazzisti e del significato della musica.

Inoltre, alimentando nel nome del jazz gli “Incroci tra Prato e Firenze”, METJAZZ 2019 ribadisce la collaborazione con il Pinocchio Jazz Club di Firenze e promuove come anteprima del festival il concerto di sabato 2 febbraio alle ore 22 nella sala dello storico locale con Roberto Ottaviano che presenta il suo ultimo progetto ETERNAL LOVE, un omaggio all’Africa, alla sua cultura, alla sua musica e al suo popolo, con una selezione di composizioni di Don Cherry, Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, John Coltrane, Dewey Redman, Elton Dean, e brani originali.
E, anche, a corredo della rassegna, dal martedì 5 febbraio a lunedì 25 febbraio nel Foyer del Teatro Metastasio sarà visibile la mostra fotografica Jazz Poster/dieci variazioni serigrafiche, 1971-1972 di Roberto Masotti, con i poster realizzati e distribuiti nei festival jazz degli anni Settanta, impreziositi dagli autografi dei protagonisti ritratti.
Il festival è organizzato dal Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con Scuola Comunale di Musica Giuseppe Verdi, Musicus Concentus e Pinocchio Jazz Club di Firenze.

PREZZI ABBONAMENTO E BIGLIETTI È possibile abbonarsi a partire dal 18 dicembre 2018. Chi ha sottoscritto l’abbonamento per la scorsa edizione può confermare la propria poltrona fino all’8 gennaio 2019. I biglietti per i concerti sono in vendita a partire dal 9 gennaio 2019. Prevendite online: http://ticka.metastasio.it.
Info Teatro Metastasio – tel. 0574.608501 – Cristina Roncucci 0574.24782 (interno 2) – 347.1122817