Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Enzo Favata, sassofonista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Enzo Favata, sassofonista

-Come stai vivendo queste giornate?
“Potrei dirti come tutte le persone di questo mondo, vivo le giornate con apprensione e sospensione, paura non solo del nemico invisibile, ma soprattutto del futuro incerto. Detto questo, cerco di usare questo periodo sospeso in maniera differente dal solito e di darmi un organizzazione rigida del tempo e delle cose da fare nell’immediato. Naturalmente un po’ spaventato dal fatto che alla ripresa dei “ giochi”, data la mia condizione di musicista geograficamente lontano dai centri di diffusione della musica, sarà molto difficile che tutto ritorni alla normalità in tempi brevi, ho deciso di riorganizzare il mio tempo, dandomi uno schema rigido alle mie lunghe giornate, suddivise con orari ed impegni precisi: la mattina la passo in studio cercando di fare come tutti i musicisti, pratica con lo strumento, la composizione di nuove idee ecc… ho anche preso in mano il mio archivio con 30 anni di lavori, registrazioni live, colonne sonore, lavori per cinema teatro, album mai usciti, performance e concerti live, un lavoro davvero imponente dato che ci saranno più di 400 ore di registrazione, non voglio lasciarle in un cassetto e le cose più interessanti le sto rimasterizzando e mettendo online, sarà un lavoro che continuerò anche finiti i tempi del coronavirus, per ora ci sono 22 album digitali già pubblicati https://enzofavata.bandcamp.com/  La seconda parte della giornata, dato che per scelta di vita da dodici anni ho deciso di abitare in campagna, il pomeriggio lo dedico alla terra che ho intorno a casa e cerco di fare seriamente un lavoro completamente diverso che richiede devozione e cura come la musica, lavoro a volte sin quando è buio. So che avere queste possibilità di poter non essere incollati ad un divano o reclusi in una piccola casa di 40 mq, di questi tempi può essere una grande fortuna, quindi porto grande rispetto alla condizione degli altri e spero che l’emergenza finisca presto”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso
“Il lavoro stava avendo un profondo cambiamento anche prima di questo sconvolgimento, vivo la scena musicale da davvero tanto tempo e la situazione per i musicisti è precipitata già da tempo, sin dall’avvento di alcune mode digitali che ne ha sconvolto il mercato, appiattendolo su di un concetto davvero restrittivo rispetto al ruolo della musica e del musicista. Personalmente lavoro molto e soprattutto all’estero e non sto a dire quanti concerti e tournée ho perso. Credo che il futuro non sarà più  lo stesso, ma lo vedo in positivo, dopo le grandi tragedie ci sono stati sempre epocali cambiamenti, credo che questa esperienza farà nascere  collaborazioni, nuovi network ed  una maggior coscienza anche da parte dei musicisti e della filiera dello spettacolo, compreso il pubblico: ci sono segnali già evidenti di una consapevolezza e riorganizzazione nel nostro mondo, basta iniziare ad avere più coraggio, a mettersi in gioco anche nella vita associativa, dare qualcosa anche agli altri per ottenere di più tutti e su questo la filiera del jazz italiano ha ancora da lavorare molto”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Sto riprendendo con più costanza la mia attività di colonne sonore, dove ho fatto molto negli anni, alternandola all’attività concertistica; non nascondo che è un momento difficile, ma vedendo il bicchiere mezzo pieno ho deciso di utilizzare i materiali  risorti dal mio archivio e li sto mettendo online. Credo  che  promuovere la tua musica su piattaforme come bandcamp stia iniziando a dare risultati non solo per me, all’estero è uno standard usato ed ha successo, in Italia impera Spotifly che, con tutto il rispetto per la musica per tutti, a noi del jazz fa arrivare qualche euro, per questo lancio un’idea alla stampa specializzata: sarebbe una bella cosa che anche la critica musicale, i media internet i blog e riviste, si dedicassero con più convinzione a questo modo di concepire la produzione musicale diretta tra musicista e fruitore della musica, per semplificare è un po’ come fa la Coldiretti in Italia, che promuove i prodotti  a chilometro zero”.

-Vivi da solo o con qualcuno. E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia famiglia e naturalmente in questo momento è importate, ma lo è sempre stato”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e   professionali sotto una luce diversa?
“Credo che l’isolamento aiuti a capire meglio il valore dei rapporti umani di una volta anche con i contatti diretti, chi non è della mia generazione non conosce il valore di una cartolina di una telefonata, di andare a far visita ad un conoscente, l’era degli sms e poi delle chat hanno appiattito tutto ad un messaggio uguale per tutti da spedire alla tua rubrica telefonica. Meno male che la tecnologia oggi, con le video-chiamate, ci aiuta a ridurre la distanza tra le persone che conosciamo e spesso riduce il noioso susseguirsi di messaggi, in questo periodo le video-chiamate sono aumentate visibilmente e questo modo visivo di dedicare più tempo, a mio parere cambierà notevolmente in meglio il rapporto tra le persone. Io lo sto sperimentando questo trend, conosco persone in tutto il mondo, ma mai come ora ne ricevo segnali e comunicazioni da tutti, credo che sia il leitmotiv che accompagna l’umanità tecnologica   ed è una bella cosa che tutti vogliono sapere degli altri. Anche nel lavoro si usano sempre più video-chiamate anche in gruppo per condividere qualche minuto insieme, guardarsi in faccia, oppure chiedere consigli su certe cose, parlare di problematiche comuni. Tutto questo prima di febbraio era molto più raro, oggi anche se distanti siamo più vicini perché ci accomuna un dramma e la voglia di superarlo”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica aiuterà tutti ad affrontare questo momento, mai come al giorno d’oggi la musica è facilmente raggiungibile ed è facilmente fruibile. La musica influisce molto sul modo in cui pensiamo, in cui ci comportiamo, in cui sentiamo. La musica è un mezzo davvero molto potente che lavora direttamente sulle emozioni. Per noi che la produciamo è una ragione di vita e non da oggi. Per me ora è un momento di grande immersione interiore, come ho detto prima sia nel passato con oltre 30 anni di  archivio dentro cui scavare e riscoprire, sia nel futuro con una  grande la voglia di creare a cui ho iniziato a dedicare più tempo proprio in questi giorni. Il lavoro della riscoperta di mie radici musicali ed anche il lavoro in campagna mi stanno dando la forza non solo di superare, ma anche di creare qualcosa di nuovo, come finalmente la realizzazione di un mio album in solo e la composizione di nuovi materiali per la realizzazione e registrazione del nuovo album con il mio attuale gruppo “The Crossing” con Pasquale Mirra, Rosa Brunello e Marco Frattini di cui esiste un album live recording su bandcamp  https://enzofavata.bandcamp.com/album/enzo-favata-the-crossing-live”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Chi ama la musica e la crea difficilmente pensa ad altro, ma nel concreto a mio avviso la forza per superare questo momento è l’unione il non sentirsi soli anche nel nostro mondo artistico, partecipare socialmente come ho detto prima, essere presenti , non solo con il dito sulla tastiera di un social, ma sentirsi parte di una comunità, far valere i propri diritti, ma anche i nostri doveri” .

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Devo dire che se da un punto di vista bisogna essere assolutamente ottimisti nonostante la banale, ma necessaria retorica di: “ce la faremo, andrà tutto bene, gli italiani sono un grande popolo… ecc…”, bisogna comunque iniziare a raccontare un po’ di verità su cosa è la nostra nazione, non dimentichiamo che l’Italia era già un paese scassato da prima con sei milioni di disoccupati, nove milioni di sommerso (tra cui anche molti musicisti danno il loro piccolo contributo lavorando in nero) cinque milioni di poveri. Insomma l’unità va bene ma anche la coscienza di essere sull’orlo di un baratro e che le risorse che verranno impiegate per la ripresa saranno dei conti salatissimi che dovremo pagare, non dimenticandoci che gli Italiani complessivamente evadono per 150 miliardi all’anno e questo non è un esempio di unità. Su questa domanda vorrei divagare un poco prendendo ad esempio dei post che in questi giorni vedo sul mondo dello spettacolo a proposito di iniziative virtuose come quelle del governo tedesco. Secondo voi possiamo paragonarci? Oppure post “l’Italia è il paese della cultura e dell’arte”.  Ma si ha in mente quanto i governi “cattivi” del Nord investano in cultura? Chi ha frequentato i palcoscenici della Germania, Norvegia, Svezia ma anche dell’Olanda si rende conto di quanto i governi spendono e di quanto il pubblico sia presente e spenda i soldi di un biglietto, anche per andare a vedere musicisti non conosciuti; esiste insomma più senso di unità nel vedere la gente che conduce una vita sociale legata alla cultura, al ritrovarsi per un evento che non sia di natura commerciale o nazional-popolare; speriamo che cambi qualcosa che non sia l’unità dei flashmob dai balconi, e di tante altre iniziative che lasciano il tempo che trovano. Finisco il concetto dicendo che il mondo della musica ha sempre risposto al concetto di unità andando in aiuto sempre per le cause dei più deboli”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“Il mondo del jazz, come è noto, per una parte si è associato in Federazione del Jazz Italiano, che riunisce l’associazione dei Musicisti, quella dei Festival ecc… (conoscete già chi ne fa parte) si tratta comunque di un buon inizio e credo siano stati fatti passi importanti, dato che prima non esisteva nulla; detto questo si ha la necessità di dare un’accelerazione vista la situazione contingente, lasciando da parte certi atteggiamenti garantisti solo per una piccola parte del jazz italiano, siamo una filiera e se una parte soffre, ne soffre l’intera catena. La mia non vuole essere una critica bensì un suggerimento attivo: AMJ, di cui faccio parte e che riunisce i musicisti di jazz, per avere più massa critica deve riuscire ad accogliere più musicisti non solo della fascia “giovanile” e per far questo deve riuscire a dare più fiducia a chi sarebbe intenzionato ad aggregarsi, ma non lo fa perché comunque non si sente rappresentato; è un duro lavoro, credo che l’attuale dirigenza stia facendo anche oltre il possibile, ma bisogna superare questo stallo e gli strumenti necessari si hanno basta metterli in atto. I-Jazz in questo momento, almeno per la fine del 2020 e credo per buona parte del 2021, dovrà essere cosciente del “capitale artistico“ che sono i musicisti di jazz Italiani ed imparare a valorizzarlo maggiormente, anche con importanti azioni di promozione, sviluppare azioni comuni per quanto riguarda il fundraising e mettere in campo, anche aiutati dal Governo, tutte quelle azioni che permettano di promuovere i Festival, Teatri, Rassegne, per riportare a loro il pubblico anche con una visone diversa,  prendendo spunto, come ho spiegato prima, dal pubblico dell’Europa del Nord”.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Il Governo ha iniziato un piccolo dialogo con la Federazione del Jazz ed “a bellu a bellu” ( traduzione dal sardo: a piccoli passi) sta iniziando un percorso. Nella Fase 3 post Coronavirus e con la riapertura delle frontiere chiederei: una disposizione finanziaria maggiore sia nelle attuali risorse per il Fus, sia meccanismi di avvicinamento per quei Festival e realtà importanti (e ce ne sono) che non hanno avuto la fortuna di aver accesso al Fondo Unico per lo Spettacolo; creare incentivi almeno per un quinquennio  per I Festival ed i Palinsesti che ospitino musicisti Italiani di Jazz (di qualsiasi età); creare una campagna di promozione di riavvicinamento del pubblico, anche reintroducendo e incentivando le iniziative statali e private, la programmazione della musica jazz e dei concerti com’era una volta. Infine, ma non meno importante, attivare l’Export Office, una Istituzione di promozione governativa, attiva con successo in tantissime nazioni, che in Italia deve dipendere dal MIBACT , con un modello a struttura aperta ed a sportello, con due call annuali che finanzino i viaggi dei musicisti che ne abbiano diritto, ovvero con dei contratti firmati da Festival ed Organizzazioni straniere, lo stesso Export  Office che andrà a promuovere il jazz Italiano nelle Fiere”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Diciamo che dopo quello che ho detto, consiglio a tutti di andare a scoprire la musica su Bandcamp, è un buon modo per essere uniti e solidali con i musicisti che non stanno lavorando in questo momento e naturalmente, una volta ascoltati i brani, scaricate gli album; trovate anche le più importanti etichette, digitate un genere ed andate a scoprire. Libri? “Logo Land” di Max Barry, per capire in un romanzo del 2003 la società attuale. “In Patagonia” di Bruce Chatwin, per comprendere un mondo in cui la distanza sociale è usuale. “Peggio di un Bastardo” autobiografia di Charles Mingus. Ed infine per chi volesse angosciarsi di più, ma con un libro straordinario “La Peste” di Albert Camus.

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Francesco Cusa, batterista e scrittore

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Francesco Cusa, batterista, scrittore – ph Paolo Soriani

-Come sta vivendo queste giornate.
“Con la consapevolezza di chi attende una catarsi da ogni scenario distopico. In un certo senso posso dire di esser pronto a un evento del genere, avendo avuto una formazione che di simili scenari si è nutrita fin dall’adolescenza: dai fumetti, ai libri, al cinema. Ne ho scritto molto anche nei miei libri, ne parlo in vari miei racconti, come ne “I mille volti di Ingrid”. Dunque, questa “reclusione” per me significa ancora produrre: mi ritrovo con più cose da fare di “prima”, a tal punto che mi risulta difficile comprendere come riuscirò a realizzare tutti i miei progetti una volta finita questa emergenza”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Naturalmente ho subito un grave danno con la cancellazione di molti concerti e di presentazioni dei miei libri. La mia proverbiale fortuna ha fatto sì che uscissero, poco prima dell’esplosione della pandemia, sia il libro “Il Surrealismo della Pianta Grassa” sia il cd doppio “The Uncle” dedicato all’amico recentemente scomparso Gianni Lenoci, con conseguenze facili da immaginare. Sono molto affranto perché avevo organizzato un tour pugliese in memoria di Gianni… speriamo di poter recuperare in futuro. A tal proposito ritengo che sarà molto difficile ripartire. Occorrerà approfittare di questo stallo per rivedere la politica dell’organizzazione musicale in Italia, liberarla dai gangli che la congestionano in clan e cordate, per una gestione e selezione più armoniche e meno elitarie. La parola d’ordine è comunque defiscalizzare”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Da quest’anno, e dopo quasi 15 anni di precariato in giro per l’Italia, a 53 anni suonati ho il mio primo contratto a tempo determinato al conservatorio di Reggio Calabria, dove insegno “Batteria Jazz”. Altrimenti l’avrei vista davvero dura. C’è da dire che ancora però non ho visto una lira… ops! Un euro”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo da solo, molto felicemente e per scelta. Per me è una dimensione straordinaria il poter gestire il mio tempo e il mio spazio. C’è un sottile canto che viene intessuto nei reami del domestico. Certo, occorre avere antenne molto potenti e non sentire il bisogno di avere necessariamente qualcuno a fianco. Dico sempre che il vero single si riconosce dal fatto che quando rientra a casa alla sera e si chiude la porta alle spalle prova uno straordinario senso di pace”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Fortunatamente, penso proprio di sì. Siamo di fronte a un fatto epocale che genererà un importante (ma non ancora decisivo) cambiamento bioenergetico in una grande parte della popolazione mondiale. I rapporti umani e professionali saranno caratterizzati da una prima naturale fase di formale diffidenza e straniamento, per poi tornare in una nuova dimensione di fascinazione. Simbolicamente, questa nuova modalità relazionale rappresenta lo zenit del processo di distanziazione fra sapiens, processo cominciato millenni fa e relativo all’alfabetizzazione”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Senza ombra di dubbio. La musica come tutto il resto, ossia la meravigliosa opera creativa dell’uomo nel suo contesto ambientale, è l’antidoto sublime contro l’entropia. Nessun momento in cui ci è dato vivere è “terribile”. Nel dolore, nella sofferenza c’è sempre, a saper bene ascoltare, ciò che il filosofo indiano Abhinavagupta definiva il “Tremendo”, ossia quello stadio supremo che non è più conoscenza concettuale ma conoscenza- vita, il canto terrificante e suadente del mistero del campare. Siamo fortunati”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Affidarsi a qualcosa è già essere nella dipendenza. Occorre vivere il proprio tempo e le necessità che esso impone con la consapevolezza di essere nel posto giusto e al momento giusto. Sempre, anche nei momenti più difficili e umilianti della vita. Ci si può affidare a stento alla nostra coscienza e poi, semmai, donare per ricevere. Ma sempre con molta parsimonia, diffidando alquanto. Affidarsi a qualcosa di esterno è abbandonarsi al flusso delle maree. Da naufraghi, scegliere una fascinosa esistenza romantica nell’illusione dell’approdo”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“C’è tutta la banalità necessaria a generare una buona dose di salutare nausea. Naturalmente la paura ha la grande capacità di rimuovere ostacoli, ma è semplicemente un riflesso dell’angoscia. Non si produce nulla di bello se si è nella paura. L’emergenza è lo stato prediletto dallo speculatore”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“No. Anche perché non ho e non riconosco alcun organo che possa rappresentarmi. E poi rappresentare chi, quale me? Chi sono io? Un musicista? Uno scrittore? Un giullare? Un critico? Un impostore? Poco importa. Anche qui torna comoda la domanda precedente: ci si sarebbe dovuti muovere per tempo sulle cose da fare, su tutte assicurare un’intermittenza agli artisti, perché l’arte è il vero pane del mondo… non voto da decenni, non voglio essere rappresentato né politicamente, né tantomeno artisticamente. Posso scegliere di partecipare e condividere ciò che in me risuona e che ritengo utile alla causa comune. Ma dopo quasi trent’anni di vita spesa in collettivi artistici come Bassesfere e Improvvisatore Involontario, adesso preferisco seguire una mia via ‘ascetica’ “.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?

“Nulla. Attenderei che mi si chiedesse cosa posso offrire in base alle mie competenze”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Oramai ascolto prevalentemente colonne sonore di film, dunque, non volendo fare l’ipocrita, consiglierei l’ascolto di due cd appena usciti e che vedono protagonista il mio caro amico Gianni Lenoci, recentemente scomparso: “The Whole Thing” con Gianni Lenoci al piano e Gianni Mimmo al soprano, appena uscito per Amirani, e il mio ultimo “The Uncle (Giano Bifronte)”, doppio cd appena sfornato da Improvvisatore involontario e Kutmusic”.

Gerlando Gatto

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Gavino Murgia, compositore, sassofonista

Foto di DANIELA CREVENA

Intervista raccolta da Daniela Floris


-Come stai vivendo queste giornate?

Con preoccupazione, nel senso che non vedendo un orizzonte, e quindi la fine di quest’emergenza, viviamo tutti in una sorta di tempo sospeso. Il governo ha attuato una serie di provvedimenti a parer mio giusti ed efficaci, ma forse per paura delle reazioni da parte del popolo ci dà limitazioni a dosi omeopatiche, non tutte insieme. Ho paura che tutto ciò durerà a lungo. L’altra cosa che mi preoccupa maggiormente è che fino a quando non esisterà un vaccino, avremo continui ritorni e focolai di questo dannato virus.



-Come ha influito questa emergenza sul tuo lavoro?

Al momento non credo che lo abbia influenzato.

 

Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Non saprei, difficile prevederlo.

 

– Come riesci a cavartela senza poter suonare?

Diciamo che non incasso, ma c’è da dire che, stando sempre rinchiuso, non spendo nulla, a parte per il cibo. Certo, avendo perso tanti concerti, se questa situazione si protrarrà a lungo più avanti non sarà semplice.

 

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

Spero di no ma, se dovesse eventualmente accadere, c’è da augurarsi che in assoluto li migliori.

 

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

La musica aiuta certamente a vivere bene, le ore trascorse ascoltando bei dischi o suonando sono sempre, non solo adesso, ore ben spese.

 

-Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Sicuramente ci si deve affidare alla scienza e alla medicina affinché possano trovare nel più breve tempo possibile il vaccino che aiuti l’umanità a debellare questa nuova peste. Altro noi “sapiens”, più che metterci una mascherina e seguire le regole, non possiamo fare.

 

-Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e vuoi segnalare?

Purtroppo è saltata la tournee e la conseguente registrazione di un nuovo quartetto con Gianluigi Trovesi. Era tutto pronto ma si sarebbe dovuta svolgere proprio nei giorni di metà marzo. Tutti a casa. E poi altro grande lavoro rimasto incastrato non è un disco, ma un film che sto realizzando, sul canto a Tenore. Sarei dovuto essere a Roma, impegnato nel montaggio di questo lavoro, ma come sappiamo non ci si può muovere, tutto rimandato a data da stabilire.

 

-Mi racconti una tua giornata tipo?

Sto facendo una serie di cose per le quali, durante la normalità, non avevo mai tempo di fare. Ad esempio avendo uno studio di registrazione molto comodo e con vari ambienti, nel tempo avevo accumulato un’infinità di cose inutili. Dai primi giorni della clausura ho iniziato a selezionare e buttare valanghe di roba, ora va decisamente meglio. Ho riguadagnato parecchi metri quadri. Ovviamente studio suono e registro, poi passo tempo a cucinare cose varie tra fornelli, forno a legna e caminetto. Mi sto inoltre occupando di seguire a distanza alcuni lavori discografici che necessitavano di accorgimenti, idee sulla grafica etc. In particolare uno in trio con Hamid Drake e Majid Bekkas, un altro disco tra musica teatro e arti visuali con una formazione tutta sarda, un altro in duo con Famoudou Don Moye e un altro lavoro ancora in trio con Nguyen Le e Mino Cinelu, che dopo una session in studio stiamo completando insieme a “distanza”. Insomma ho un bel da fare, non mi annoio di certo.

 

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?

Al governo chiederei di lavorare subito per migliorare e potenziare sempre di più il nostro sistema sanitario. Ma soprattutto raccomanderei allo stesso governo, ed anche a tutta l’umanità, di fare tesoro di questa catastrofe che, indubbiamente, sta cambiando il mondo. C’è da dire che in questo momento il nostro pianeta sta, nel suo insieme, vivendo un momento di grande respiro. Si sta riposando, sta recuperando energie, si sta purificando e di questo già nell’immediato vedremo e godremo i benefici. Dall’ inizio dell’era industriale ad oggi abbiamo sfruttato fino all’ impossibile il nostro meraviglioso ecosistema divenendo, noi uomini, il virus infestante e killer del pianeta terra. Credo che specie nelle metropoli si siano resi conto di quanto, ad esempio, aver limitato l’uso delle auto abbia migliorato la qualità dell’aria che respiriamo. Questa incredibile vicenda di portata epocale ristabilirà nuovi equilibri e costringerà a ripartire da nuovi presupposti.
Non aggiungo altro.

 

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

Personalmente questo periodo sto ascoltando tanto Chet Baker, credo che la sua poetica sia inarrivabile, ogni suo solo ha una logica straordinaria. Altro grande che adoro ascoltare in questi giorni è Charles Mingus.

Foto di DANIELA CREVENA

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Renzo Ruggieri, fisarmonicista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Renzo Ruggieri, fisarmonicista – ph: Bruno Severini

-Come sta vivendo queste giornate?
“Le giornate di lezioni non sono cambiate molto, utilizzo Skype da diversi anni e la procedura ormai è consolidata. Non tutti gli studenti però si sono convertiti al web e molti non hanno un’attrezzatura adeguata. Lo studio personale si è invece ridotto nonostante il maggior tempo a disposizione; è paradossale quanto la motivazione (il salire sul palco) influenzi anche il tempo dedicato allo strumento. Dovrei seguire l’onda del postare video sui social ma proprio non mi riesce di buttare “tutto a tutti”. In compenso sto completando molto materiale sospeso che forse non avrei mai finito. Nel quotidiano invece dormo di più, dedico più tempo ai figli e riesco anche a vedere qualche buon film”.

Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Ho perso tutti i tour italiani ed esteri, tutti i festival sono fermi o in standby, ho perso tutti i concerti fino a giugno e quelli estivi sono “in forse”; aggiungo che un quarto delle lezioni private sono saltate. Sono divorziato, con tre figli, un mutuo e un gatto. Non sarà facile ma “so accontentarmi anche di un semplice saluto” diceva una nota canzone e il futuro non mi spaventa”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Lezioni, lezioni, lezioni! Sto individuando “alternative” efficaci qualora il vaccino ritardasse, ma se il mondo non si è fermato con gli orrori della seconda guerra mondiale, vuole che avvenga per una “influenza”?”.

 Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Oggi vivo con mio figlio di 15 anni; ci sosteniamo a vicenda per le faccende domestiche e nell’umore. Stare da soli comunque non dovrebbe spaventare gli artisti che esorcizzano le paure creando nuove opere”.

Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Forse sì, ma ho poca fiducia nell’odierna società, tutta proiettata all’auto-soddisfazione. Il corona virus ci ha ricordato che non siamo immortali e che abbiamo un corpo da restituire prima o poi. La visione cattolica della vita inoltre mi induce a ritenere che una vera trasformazione possa avvenire soltanto tramite la spiritualità; pochi mesi però non sono sufficienti per questo. Le relazioni professionali invece le sento ancora conservative; ci si osserva, ci si racconta la storiella del virus cattivo e del governo ladro ma nulla è cambiato tranne che tutti suonano – gratis – sui social la stessa canzone: ‘Guardate quanto sono bello e quanto sono bravo’ “.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“L’arte è nata principalmente per dare piacere all’uomo e tutte le volte che gli artisti lo dimenticano falliscono. Ma l’arte non è la vita e come tale non la risolverà, pur agevolandone il percorso”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Mi ripeto, credo la spiritualità sia l’unica vera strada in grado di dare senso alla precarietà umana, enfatizzata da questa pandemia”.

Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
“In epoca social, dove tutti “lucidano” la propria maschera, mi pare evidente che un po’ di retorica sia inevitabile e forse necessaria. Con il protrarsi della crisi però le cose potrebbero cambiare… auguriamoci il meglio”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?

“Rido!  Senza generalizzare le faccio una contro-domanda: “Ma di quali organismi parla”? Chiunque abbia incontrato in questo ambito ha finito per deludermi…. O troppo “interessato” o troppo poco “impegnato” o “incompetente”, o “egocentrico” o con troppo poche “risorse”. Mi creda gli artisti non sono in grado né di farsi rappresentare e né di rappresentarsi. Siamo pochi e in vendita per un applauso o per un contatto in più. Del resto quelli “puri” sono tutti morti poveri e una ragione ci sarà.
Le faccio un esempio: per questa crisi è stato previsto un contributo di qualche centinaio di euro per coloro che hanno fatto almeno “30” concerti regolari nell’anno precedente. Regola corretta in un ambito scorretto (sich). Chi l’ha pensata è evidente che non sale sul palco e non sa nulla di questo mondo.
Abbiamo un sistema burocratico che chiede – oggi nel 2020 – al musicista di “munirsi del permesso per suonare (agibilità)” con la conseguenza che tutti trovano strade alternative. Trenta concerti regolari significa un concerto ogni 10 giorni: troppo pochi per sopravvivere e troppi per essere in regola. Ecco la seconda contro-domanda: “A quali professionisti è rivolto il sussidio?” Beh! Rispondo da solo…
Gli “amatori” di giorno fanno i dottori, i commercialisti e via dicendo e non chiederanno il nulla perché non ne hanno bisogno.
Gli artisti “famosi” non perderanno tempo per 600 euro. Molti musicisti “insegnano” nelle scuole statali e non rientrano nei parametri. Rimangono i “professionisti” (che vivono di soli concerti) che spesso hanno un paio di concerti regolari al mese, pur facendone altri 10 irregolari e sottopagati.
Morale???  O questi organismi non esistono o non valgono nulla”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Il Ministero della Musica”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Questi sono i momenti in cui aprirsi alla bellezza di nuovi incontri musicali con ascolti “pacati” e “cool” come si dice oggi. Più che brani mi sento di suggerire artisti: Sofia Gubaidulina per la sua musica classica che nonostante le sonorità d’avanguardia, è in grado di portarti in cielo; il Tarkovsky Quartet per l’intensità e la profondità della loro musica tutto sommato semplice; la Jazz Bigband Graz per la loro interessante commistione con ambiti colti e con l’elettronica. Per la world music consiglio invece le performance dal vivo di Alexey Arkhipovsky (balalaika) – preferisco le più vecchie -. Quando sarete stanchi di novità un buon CD degli E.S.T. ritengo possa togliere la corona al virus. Se poi volete illudervi di aver capito molto, capendo poco, allora ascoltate la mia Opera? (punto interrogativo è incluso) in versione russa”.


Gerlando Gatto

Da Udin&Jazz una botta di ottimismo…

Buongiorno a tutti.
L’altro ieri mi è arrivato uno di quei tanti disegni, filmini, foto che attualmente circolano su FB. Il giochino era interpretare una foto nella maniera più corretta possibile. Bene, io in quella immagine ho visto un bidone della spazzatura che galleggiava nell’aria; solo in un secondo tempo mi sono accorto che l’illusione ottica era dovuta ad una macchia di umidità sotto il bidone. Troppo tardi! La spiegazione annessa alla foto diceva che se avessi visto, per l’appunto, il cassonetto galleggiare per aria significava che la forzata reclusione stava avendo su di me effetti deleteri. Ed in effetti non stento a crederci.

Scherzi a parte (ma vi assicuro che quanto narrato è vero) la situazione si fa sempre più pesante anche perché non si riesce ad avere una, che sia una, indicazione certa sulla ripresa. Ho sentito dire che per gli over 70 si preannuncia una reclusione forzata fino a tutto dicembre. Non ci voglio credere ma sarebbe una misura pazzesca che non credo incontrerebbe molti favori.
In questo quadro così cupo, il settore delle arti e quindi del jazz non se la passa particolarmente bene, come dimostrato dall’inchiesta che stiamo conducendo su questo stesso spazio. Certo le iniziative anche a scopo solidaristico non mancano, ma sono ben poca cosa nel mare magnum della desolazione che ci circonda.
Di qui la necessità almeno di segnali positivi, incoraggiamenti che ci inducano a ben sperare nel futuro.

È in questo quadro che si inserisce l’iniziativa di Udine Jazz 2020 che, ben conscia delle difficoltà che si frappongono al normale svolgimento dell’annuale Festival, ha tuttavia deciso di rendere noto il programma. Anche questa edizione – particolarmente importante perché si tratta del trentennale – si articolerà attraverso una serie di concerti che toccheranno diverse località della regione, partendo da Udine, passando per Tricesimo, Cervignano, San Michele del Carso, Aquileia, approdando a Marano Lagunare con Borghi Swing per chiudersi a Grado, con GradoJazz, per gli eventi clou della manifestazione.

E che si tratti di eventi clou non c’è dubbio alcuno dati i nomi degli artisti già sotto contratto (che ovviamente si spera di non dover disdire): il Quintetto dell’ambasciatore del jazz nel mondo, il grande pianista Herbie Hancock, per il tour dei suoi ottanta anni; il gruppo guidato dal funambolico chitarrista degli statunitensi Vulfpeck, Cory Wong; la reunion dello storico quartetto di John Patitucci, tra i più influenti bassisti contemporanei; gli Ozmosys del grande drummer Omar Hakim con il featuring dell’avveniristico chitarrista Kurt Rosenwinkel; la Jazz Diva Dee Dee Bridgewater, con la sua travolgente vocalità; il mitico Gilberto Gil, padre della musica carioca degli ultimi decenni, preceduto da Mahmundi, una delle più talentuose interpreti della nuova musica brasiliana.

Non meno prestigiosa la presenza degli italiani: Stefano Bollani con il nuovissimo progetto solistico ispirato al musical Jesus Christ Superstar; il duo Paolo Fresu/Daniele Di Bonaventura, nel segno di un lirismo dagli aromi mediterranei; la pianista Rita Marcotulli con la cantante Chiara Civello, per la prima volta insieme sul palco; Mauro Ottolini con la sua Orchestra dell’Ottovolante e la vocalist Vanessa Tagliabue Yorke; e ancora Enzo Favata con il suo The Crossing 4et; il bassista Danilo Gallo, tra le più innovative figure del jazz nazionale; Roberto De Nittis “Dada”, pianista, premio Top Jazz 2019 come miglior nuovo talento italiano; i friulani (che in questo festival mai mancano) Claudio Cojaniz/Giovanni Maier, nuovamente insieme; il trio della vocalist Alessandra Franco con Anna Garano e Simone Serafini; il compositore e arrangiatore Bruno Cesselli; Max Ravanello con un ensemble di 6 tromboni, e la Udin&Jazz Big Band, con i migliori giovani talenti regionali di nuovo assieme…

Peccato non ci sia Massimo De Mattia un musicista che ascolto di rado ma che mai finisce di stupirmi con la sua straordinaria lucida inventiva.

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Marco Colonna, clarinettista, sassofonista

Intervista raccolta da Daniela Floris

Foto di ELEONORA CERRI PECORELLA


-Come stai vivendo queste giornate?

Diviso fra la preoccupazione per la salute di molti amici , e le condizioni generali sanitarie ed una sorta di pratica giornaliera più intensa del solito. Numerosi rapporti a distanza che stanno germogliando in produzioni artistiche molto interessanti. E sto cercando di essere puntuale nell’aggiornare il mio diario (sotto forma di lavoro sulla piattaforma Bandcamp, chiamato ATTREZZI DEL MESTIERE.
https://marcocolonna.bandcamp.com/album/attrezzi-del-mestiere


-Come ha influito sul tuo lavoro?

Io lavoro esclusivamente come performer, non sono un insegnante. Questo fa si che il mio lavoro sia stato completamente annullato. Ma invento cose, produco, cerco di fare “marketing” per le mie produzioni.
Sono aperto anche allo scambio di esperienze. (non amo chiamarle lezioni….) ….Ma non essrndo inserito in alcuna struttura, non sono molto appetibile come insegnante.


-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Non mi aspetto una soluzione rapida.


Come riesci a cavartela senza poter suonare?

La fortuna vuole che in questo periodo possa tenere botta senza troppi problemi, ma è un caso… Penso che se fosse capitato sei mesi fa la situazione sarebbe stata non solo preoccupante, ma drammatica.


-Vivi da solo o con qualcuno?

Ho una famiglia: una moglie, (attualmente in cassa integrazione), e due figli.


-E quanto ciò risulta importante?

Noi stiamo bene insieme, la nostra casa non è enorme ma abbiamo la fortuna di avere spazio esterno da poter vivere. I ragazzi sperimentano la didattica a distanza , si guardano film, si legge, lavora condividendo gli spazi e scambiando. E’ un momento molto “felice” della nostra vita insieme.
E’ molto importante essere in una comunità, non sento minimamente la solitudine, ma sono ben cosciente che è una condizione privilegiata. La solitudine, la marginalizzazione sociale, anche semplicemente la precarietà sono dei mali che in questo momento rischiano di diventare “esplosivi “ .


-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

Lo spero. Credo nel mio lavoro come funzione connettiva . Mettere insieme le persone, le storie, le situazioni … Continuo a farlo a distanza, penso al rapporto con la danzatrice Eva Grieco che danza sul la terrazza del suo palazzo a Roma (esempi della nostra collaborazione a distanza si trovano qui www.shadowonawall.blogspot.com ), ma anche al rapporto con Izumi Kimura a Dublino che approccia il lockdown con ritardo rispetto a noi. E al rapporto con Aida Talliente, con cui abbiamo prodotto in questi giorni Diari di una separazione , riflettendo su questa distanza attuale, rispecchiandola in quella vissuta nei Balcani durante la guerra

https://marcocolonna.bandcamp.com/album/diari-di-una-separazione .

Ovvio che poter condividere l’odore dell’aria è un’altra cosa, ma non permetto alla distanza obbligata di fermarmi. La mia comunità è sparsa per il Mondo.  Per cui esercitiamoci a non perderci di vista, a pensare agli altri , e fuori dalla nostra quotidianità possiamo tessere relazioni forti che ci aiuteranno a reinventare il futuro.


-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

La musica è parte della vita, ed è uno strumento per conoscersi e conoscere. E proprio per questo è uno strumento anche per superare questo momento con la capacità di immaginare e reinventare il futuro.


Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Alla profondità. Rifiutare la superficialità che viene proposta dalla maggior parte degli ambienti social, per esempio. Non sta a me dare indicazioni, ma rifletto spesso su quanto sia importante avere coscienza dei nostri ruoli, su quanto sia importante non dimenticare gli altri ponendo l’attenzione solo su noi stessi . E su come questo momento possa essere di stimolo per affrontare il futuro mantenendo la forza di questa esperienza. Da molteplici punti di vista : personali, professionali, sociali e sanitari.


-Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e vuoi segnalare?

A parte un tour saltato (con Danilo Gallo), e altri concerti…L’uscita di un disco (FILI, per Neufunken ) e la presentazione di un libro (il mio debutto come scrittore…più o meno….”E mio padre mi disse che non ero normale” per BLONK editore)


-Mi racconti una tua giornata tipo?

Studio, scrittura (composizione) e registrazione per 8 ore al giorno. Il resto famiglia, pasti e una breve uscita con il cane. Con un rigore da monaco.



-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?

Niente che abbia senso scrivere in questa sede.

 

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

Tutta la musica di artisti viventi, di non avere paura di supportare i musicisti che ci piacciono anche con acquisti digitali. Pensare che la musica è materiale vivente, ed ha bisogno di avere una parte importante nella quotidianità di una società. Perché proviamo a raccontarci, a metterci a confronto con quello che ci circonda.

marcocolonna.blogspot.com