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I NOSTRI CD

I nostri CD

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Primo piano, Recensioni

I NOSTRI CD

3dB Trio – “Chiaroscuro” – Dodicilune 314

Disco d’esordio per questo trio composto da Pietro Di Domizio alla chitarra, Michelangelo Brandimarte al basso e Luca Di Battista alla batteria. Nulla di particolarmente nuovo sotto il sole ma tre giovani musicisti che sanno il fatto loro, ben preparati, capaci (il chitarrista e il bassista) di scrivere notevoli composizioni caratterizzate da un certo gusto per la melodia, e in grado di sviluppare un notevole grado di empatia che consente loro di sviluppare per tutta la durata dell’album una tessitura omogenea senza per questo rinunciare agli immancabili assolo . Il titolo scelto “Chiaroscuro” esemplifica abbastanza bene il lavoro di ricerca svolto dai tre che, così come nella pittura, alternando atmosfere diverse riescono a trovare un suono abbastanza originale condito alle volte (vedi “Spring”) da un pizzico di elettronica usata comunque con ponderazione e buon gusto. Come si accennava il repertorio è composto in gran parte da originals ma i tre hanno avuto l’intelligenza di inserire anche uno standard, “You don’t know what love is” di Don Raye, Gene De Paul; così è stato possibile vedere all’opera i tre in un brano che con le sue tante incisioni propone validi motivi di paragone: ebbene Di Domizio e compagni se la sono cavata egregiamente affrontando il pezzo con il dovuto rispetto, senza ansia alcuna di stravolgimenti o di letture particolarmente personali, ma cercando di evidenziarne al massimo la coinvolgente melodia. Per quanto concerne le composizioni originali, le mie preferenze vanno a “Rethinking of us” la cui atmosfera vagamente tanguera viene ben disegnata dal trio.

Pete_Seeger11

Se ne vanno Pete Seeger e Riz Ortolani

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in News, Primo piano

Pete_Seeger11Eccoci ancora qui, purtroppo, a ricordare la figura di due grandi musicisti scomparsi di recente, autore di colonne sonore l’uno – Riz Ortolani -, cantante, chitarrista e compositore folk, l’altro -Pete Seeger.

Nato il tre maggio del 1919, Pete Seeger è morto per cause naturali al New York Presbiterian Hospital, all’età quindi di 94 anni. Si dice, non senza ragione, che lo stress, le tensioni accorciano la vita: eppure Pete nel corso della sua lunga vita di stress e di tensioni ne aveva sopportati fin troppo essendosi caratterizzato come uno dei principali esponenti della musica “impegnata” con i fatti e non solo con le parole.

Attivista dei diritti civili, cominciò a far sentire la propria voce già negli anni ’40 e ’50 quando si schierò apertamente dalla parte del movimento operaio che rivendicava maggiore attenzione e condizioni di lavoro più eque; negli anni ’60 fu sempre in prima linea nelle marce per i diritti civili e nei raduni pacifisti contro la guerra nel Vietnam, tanto da divenire una sorta di icona dei pacifisti di tutto il mondo. E non è certo un caso se durante un concerto in occasione del suo 90esimo compleanno al Madison Square Garden, Bruce Springsteen lo presentò  come “un archivio vivente della musica e della coscienza dell’America, una testimonianza del potere della canzone e della cultura a forgiare la storia”.

Personalmente imparai a conoscerlo negli anni ’60 per merito, strano a dirsi, di Rita Pavone: “Pel di Carota” interpretava con la solita verve “Datemi un martello” che altro non era se non la versione italiana di “’If I had a hammer”  scritta per l’appunto da Seeger insieme a Lee Hays, che, però, nella versione originale era una delle prime canzoni di protesta della stagione del pacifismo e della contestazione contro la discriminazione razziale. Da allora, dato il mio prevalente interesse per il jazz, ho continuato a seguirlo ma non in modo approfondito. Comunque non mi sono certo sfuggiti i suoi maggiori successi e i pezzi più significativi tra cui citerei ”Where have all the flowers gone?” che fu giustamente considerato una sorta di inno anti-militarista.

Ma di perle del genere nei suoi oltre cento album se ne trovano in quantità a conferma di una straordinaria inventiva che non è venuta meno nel corso degli anni. E che la sua “lezione” rimarrà nella storia della musica mondiale lo conferma altresì l’influenza che Pete ha avuto su molti artisti prima fra tutte Joan Baez.

I NOSTRI CD

I nostri CD. Anche la De Vito tra le nuove “perle” ECM

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in I nostri CD, Primo piano, Recensioni

Tim Berne’s Snakeoil – “Shadow Man” – ECM 2339

Questo è il secondo album che il sassofonista Tim Berne presenta con il suo nuovo gruppo Snakeoil vale a dire Oscar Noriega al clarinetto e clarinetto basso, Matt Mitchell al piano, Ches Smith alla batteria, percussioni e vibrafono. Registrato a New York nel gennaio di quest’anno, il quartetto presenta la stessa compattezza che avevamo già avuto modo di apprezzare nel precedente CD: quattro musicisti che si conoscono alla perfezione, che interagiscono sulla base di un idem sentire, che sanno perfettamente equilibrare improvvisazione e scrittura. Ancora una volta il repertorio si deve alla penna dello stesso Berne eccezion fatta per “Static” scritto in collaborazione con Marc Ducret e “Psalm” un brano di Motian che dava il titolo ad un album registrato dallo stesso batterista per la ECM nel 1982, brano con cui il sassofonista ha quindi voluto rendere omaggio a quel Motian che aveva suonato con lui in uno dei suoi primi album, “Songs and Rituals in Real Time” (Empire, 1982). Ed in effetti “Psalm” si stacca piuttosto nettamente dal resto dell’album con questa atmosfera larga, intimista, con il sax di Berne quasi raccolto su se stesso e il pianoforte di Mitchell a rafforzare il tono meditativo del brano. Gli altri pezzi sono invece giocati tutti sulla forza del collettivo che si evidenzia nelle frasi eseguite, spesso all’unisono, da Berne e Oriega, nel costante dialogo che Mitchell intesse con i suoi compagni d’avventura, nel sostegno costante del drumming di Smith che introduce un nuovo colore quando suona il vibrafono. Il risultato è una continua tensione, alle volte forse eccessiva, ma comunque sempre ben risolta da interventi solistici come, ad esempio, in “OC/DC” quelli di Matt Mitchell che prende un centrato assolo dopo circa 9 minuti di infocata esibizione del quartetto, e quindi di Oscar Noriega . In “Socket” a spezzare il clima di tensione è Tim Berne che si produce in lunghi assolo ora in splendida solitudine ora accompagnato da pianoforte e batteria.

I nostri CD. Iva Bittová “Fragments”

Scritto da Luigi Onori on . Postato in I nostri CD, Recensioni

Sono dodici i frammenti sonori che la vocalist e violinista (in alcuni brani anche alla kalimba, una sorta di piano a pollice lamellare) propone all’ascoltatore. Essenziale, a tratti ermetica, la musica esercita un forte fascino perché fa risuonare corde profonde in chi ascolta. Può trattarsi di una nenia accompagnata dai suoni metallici ed incantatori della kalimba, come del melos vocale che si integra ad un agile riff al violino, oppure del duettare tra canto e corde dello strumento sul filo di intervalli microtonali o, ancora, della pura voce che risuona e si sfilaccia nel silenzio. In modo estremamente colto e sofisticato quanto viscerale ed immediato, la Bittová riporta i suoi ascoltatori a quello che si può definire quasi un grado zero della musica: la trasformazione in suono di stati emotivi, il liberarsi dell’angoscia come far esplodere la gioia attraverso un suono, che parte da sé stessi e si spande nello spazio, senza calcolare se raggiungerà o meno qualcuno.

Per combattere l’ignoranza estendere l’educazione musicale

Scritto da Luigi Onori on . Postato in News

Non vedo “Amici e, forse, questo non mi autorizzerebbe ad intervenire  a proposito del corsivo che il direttore Gerlando Gatto ha scritto in merito al “duello” tra Gino Paoli e Fabri Fibra. Per essere più preciso, riesco solo a vedere frammenti di “Amici” perché non ne condivido la filosofia e, soprattutto, vedo gli effetti negativi che ha a livello degli adolescenti e postadolescenti. Da sempre chi scrive lavora nella scuola pubblica (come insegnante di Italiano, Storia-Cittadinanza e Geografia) e si occupa di critica musicale e di storia del jazz. Il mio punto di vista, il mio osservatorio scolastico mi fa toccare con mano come i mass-media (da “Amici” alle radio commerciali)  non contribuiscano ad educare alla musica, piuttosto si adoperino a snaturarla in intrattenimento e, soprattutto, ad alimentare un ‘finto’ scontro generazionale. Il figlio  dodicenne di un amico, tempo fa, mi parlava di Fabri Fibra come fosse un eroe trasgressivo della sua generazione: non sapeva nulla, ovviamente, del rap e della sua storia ma si è dimostrato sinceramente interessato. Nella mia scuola un bravo collega suda sette camice per far capire agli allievi/e undicenni di un coro che cantare insieme non è una diminuzione del proprio “io” ma uno strumento di socializzazione e crescita, sia personale che collettiva.

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Domenica 21 aprile tutti alla Casa del Jazz

Scritto da Redazione on . Postato in Appuntamenti

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La Casa del Jazz festeggia domenica 21 aprile il suo ottavo anno di attività e per l’occasione si terrà una giornata di concerti, ad ingresso gratuito, nel parco con Marcio Rangel /Flavio Boltro duo, la New Talents Jazz Orchestra diretta da Mario Corvini, Le Cardamomò e Nu Indaco.

A dar fuoco alle polveri, quindi, la straordinaria coppia d’assi costituita da Marcio Rangel e Flavio Boltro. Marcio Rangel, compositore di prim’ordine ed eccellente chitarrista mancino (suona la chitarra “al contrario”, proprio come Jimi Hendrix), scrive pagine di rara bellezza, che partono dal suo Brasile per poi abbracciare blues, jazz e flamenco. Flavio Boltro, uno dei massimi trombettisti della scena internazionale, ha condiviso un periodo glorioso del nostro jazz contemporaneo con illustri musicisti come Roberto Gatto, Franco Cerri, Stefano di Battista, Stefano Bollani, Enrico Rava. Ora vive a Parigi e collabora con i protagonisti del jazz mondiale.

La New Talents Jazz Orchestra  è una band formata esclusivamente da ragazzi dai 19 ai 26 anni di età e rappresenta una realtà inedita nel panorama italiano, usualmente popolato di orchestre jazz di età mista. Il progetto nasce da un’ idea di Mario Corvini, già avvezzo ad iniziative dedicate alla creazione di organici nati a scopo didattico e poi affermatisi stabilmente nel panorama jazzistico e istituzionale. Ricchezza della band è l’eterogenea provenienza dei ragazzi da diverse regioni d’Italia ma soprattutto l’entusiasmo e la freschezza che solo le leve più giovani possono conferire a questo tipo di iniziative. Il maestro Mario Corvini e la sua New Talents Jazz Orchestra inviteranno il pubblico ad entrare “dentro” un vero e proprio organico orchestrale e, attraverso l’ascolto di ogni singolo brano, proporranno l’analisi di numerosi aspetti: le sezioni fiati e le sezioni ritmiche, l’orchestrazione, gli arrangiamenti, la stesura, i singoli strumenti, l’analisi musicale. L’obiettivo è quello di far comprendere al pubblico la ricchezza dei brani, sensibilizzandolo ad un ascolto attento e consapevole, attraverso una lezione-concerto allo stesso tempo coinvolgente, accessibile, chiara e divertente. Un tipo di esperienza didattica che si ispira idealmente a quella portata avanti durante gli anni ’60 da uno dei più brillanti musicisti della seconda metà del Novecento, Leonard Bernstein, che accompagnato dalla New York City Symphony Orchestra tenne alla televisione americana una serie di seguitissime “lezioni” sulla musica.

Armando Trovajoli

Armando Trovajoli: un grande del jazz, un grande della musica

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Editoriali, Primo piano

Armando TrovajoliUn altro grande della musica se n’è andato per sempre cogliendoci tutti di sorpresa: nonostante avesse già 95 anni la morte di Armando Trovajoli è caduta come un fulmine a ciel sereno sulla platea dei suoi tantissimi estimatori. Armando, era, infatti uno di quei rari personaggi la cui arte mette tutti d’accordo: amanti del jazz, della musica popolare nell’accezione più nobile del termine, delle colonne sonore, del musical. La sua musica ci ha accompagnati per tanti anni e talune sue composizioni fanno oramai parte del patrimonio musicale italiano.

Non ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente ma ricordo quando, ancora ragazzino, lo vidi in televisione al Festival di Sanremo e mi colpì per il modo assolutamente nuovo con cui suonava l’orchestra da lui diretta. Era il 1957 e Trovajoli era già alla sua seconda partecipazione alla manifestazione sanremese: la prima l’aveva vinto dirigendo e arrangiando il pezzo “Viale d’autunno” nel ’53.

Ma erano solo i primi, seppur importanti, fuochi di una carriera che nel corso degli anni avrebbe raggiunto vertici di assoluta eccellenza.

Ripercorrere in questa sede le tappe principali della vita musicale di Trovajoli è perfettamente inutile…anche perché molti lo hanno già fatto in questi giorni. A noi, preme, invece, sottolinearne il latto jazzistico, quel coté che rimasto spesso in ombra costituiva invece un elemento determinante della sua poetica. In effetti i primi passi importanti li fa proprio nel mondo del jazz: così nel 1937 entra nell’orchestra di Rocco Grasso, e nel 1939 in quella di Sesto Carlini. Finita la guerra lavora sia nel campo del jazz sia in quello della musica leggera e, contemporaneamente, perfeziona i suoi studi musicali diplomandosi al Conservatorio Santa Cecilia di Roma (1948). Nel 1949 rappresenta l’Italia al Festival du Jazz de Paris suonando nella celebre Salle Pleyel, con Gorni Kramer allora al contrabbasso e Gil Cuppini alla batteria.

Con il Jazz la Rai fa ancora cilecca

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in Editoriali

Quella di martedì 12 febbraio è stata una serata davvero pesante per il vostro cronista.

Dapprima mi sono dovuto sorbire la prima serata del Festival di Sanremo e vi assicuro non è stato facile (comunque ci ritornerò in sede di commento finale).

Poi speravo che le cose sarebbero andate meglio con la trasmissione dedicata al jazz in programma sul terzo canale RAI all’incirca verso mezzanotte. “Crossover-Jazzology”, questo il titolo del programma curato da Rai Edu, si sostanziava in diverse interviste ad alcuni rappresentanti italiani e stranieri per commentare gli stili, le forme e le influenze del jazz.

Insomma un miscuglio senza capo né coda che davvero fa rimpiangere i programmi sul jazz che la “vecchia” televisione italiana mandava in onda alcuni decenni fa.

Massimo Urbani

Il Folkstudio fucina di talenti

Scritto da Simone Minzi on . Postato in Appuntamenti, Primo piano

Massimo Urbani

Massimo Urbani

Venerdì 16 novembre, presso “L’Asino che vola”, a Roma, un gruppo di musicisti e, speriamo, un pubblico numeroso si riuniranno per celebrare quella che è stata una delle più belle realtà musicali del panorama romano e nazionale: il “Folkstudio”.
Il locale, gestito con grande amore – è proprio il caso di usare questo termine – da Giancarlo Cesaroni, ha rappresentato moltissimo per l’evolversi della musica nel nostro Paese. Situato in un palazzo nel cuore di Trastevere, non si può certo dire che fosse un luogo particolarmente lussuoso. Si entrava attraverso una scalinata stretta e si accedeva al bar, uno stanzone con un grande bancone dietro il quale l’accogliente Gabriella serviva le bevande richieste. Una tenda ed eccoci all’interno dello spazio-musica: le pareti insonorizzate con sacchi di iuta, una pedana alta una quindicina di centimetri e poche panche dove accomodarsi alla meglio. Ma quando iniziava la musica, potevi davvero sentir volare una mosca.
L’atmosfera era straordinaria, raccolta, di vera partecipazione: i giovani musicisti avevano la possibilità di esprimersi in totale libertà e il pubblico era consapevole di assistere, comunque, a degli sforzi sinceri che poco o nulla avevano a che fare con le mode imperanti; insomma una sorta di rifugio dove fare ed ascoltare una musica diversa da quella che impazzava per radio e televisione. Non bisogna dimenticare che si era agli inizi degli anni ’60 quando ancora cuore faceva rima con amore… e via di questo passo.

donna summer

Se ne va Donna Summer, la regina della disco-music

Scritto da Gerlando Gatto on . Postato in News, Primo piano

donna summerChiunque durante gli anni ’70 avesse meno di 50 anni non può non averla sentita in discoteca o alla radio o alla televisione: stiamo parlando di Donna Summer una delle voci “nere” più personali ed entusiasmanti ascoltate negli ultimi decenni che purtroppo la mattina del 17 maggio ci ha lasciati dopo una lunga, impari lotta contro un male incurabile.

Il mondo della musica perde così un’ altra protagonista di livello assoluto, un’artista che sapeva sempre dare il meglio di sé e che, nella sua lunga carriera, ha frequentato territori diversi, dalla disco-music al R&B, dal rock a gospel, categorie, queste, che le valsero tutte un Grammy award a dimostrazione di quanto poliedrica fosse la sua arte canora.