Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Andrea Beneventano, pianista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Andrea Beneventano, pianoforte

-Come stai vivendo queste giornate?
“In queste giornate bisognerebbe distinguere le cose negative da quelle positive (quest’ultime non troppe per la verità..); l’aspetto che viene subito in mente è la monotonia delle giornate scandite da elementi tristemente ripetitivi, ci si alza, poi la colazione, studio del pianoforte, verso mezzogiorno pausa, si esce a comprare qualcosa per il pranzo, si cucina, si pranza davanti al TG1 delle 13.30, ogni tanto rispondi a un messaggio sui social (il più delle volte , video e amenità idiote che sottolineano ancora di più la vuotezza delle giornate delle persone, ma forse anche la vuotezza delle persone? O forse anche un bisogno di comunicare anche a costo di mandare baggianate) poi quasi sempre pennichella dopo pranzo, 15.30 circa si fanno i piatti, poi ci si rimette a studiare il piano con qualche pausa qua e là.. Nel frattempo si sono fatte le 19.30 circa, bisogna farsi qualcosa per la cena! E allora vai in cucina a cucinare… Ore 20.00 telefonata ai genitori in Sicilia, poi cena davanti al TG delle 20.30. Poi se c’è un bel film me lo vedo altrimenti si spegne la TV e si ascolta un po’ di musica tra cd Youtube etc. Più o meno a mezzanotte/l’una a letto. Le varianti sono leggere qualche libro, annaffiare le piante nel balcone, pulire la casa, fare la lavatrice etc. Come vedi il quadro non è esattamente il massimo. La cosa più positiva è avere tantissimo tempo a disposizione per suonare e studiare lo strumento, sto anche componendo qualcosa. L’altra cosa positiva sono le lezioni su Skype che faccio tre volte a settimana agli allievi del conservatorio di Latina dove attualmente insegno, quello è un momento bello”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso
“Per il lavoro è un disastro! A parte l’insegnamento sulle piattaforme digitali, che non è sicuramente la stessa cosa delle lezioni tradizionali, il musicista non suonando più in giro non solo non ha più le gratificazioni del pubblico ma non guadagna! Non vorrei essere oggi nei panni di chi lavora soltanto con i concerti… Sono ottimista per il futuro ma chissà però QUANDO si ritornerà esattamente come prima!! nessuno può dirlo”.

Stando così le cose, da dove trai i mezzi di sostentamento?
“Sbarco il lunario con lo stipendio del conservatorio (…che fortuna oggi)”.

Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo da solo e questo mi sembra una “dura prova” in questo periodo”.

Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Non sono sicuro che questa situazione porterà a particolari cambiamenti nelle persone, se non per la capacità di gestire il lavoro da casa e qualche altra cosa.  Ma quando ci saremo lasciati tutto alle nostre spalle ognuno sarà quello di prima con pregi e difetti”.

Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
La musica per me è forse una delle pochissime cose che mi sta tirando fuori dalla tristezza e negatività di questo periodo, penso che per molti sia così, anche non musicisti”.

Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Ci si può affidare solo a sé stessi, alle proprie passioni da coltivare e alla speranza che tutto finisca al più presto”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“L’unità tra la gente per me non è una finzione. Lo vedi anche quando esci e incroci lo sguardo di qualcuno, sotto le mascherine si avverte la condivisione purtroppo e la sensazione che stare nella stessa barca ci avvicini l’uno all’altro… Forse è solo una mia sensazione. Se poi ti riferisci all’unità nazionale mi sembra che ci sia abbastanza, ma dove lo trovate un ottimista cosi?? L’Italia si è dimostrata abbastanza unita anche nei comportamenti. Senza parlare dei medici e infermieri che tutti noi dobbiamo ringraziare e che in molti hanno sacrificato la loro vita”.

Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Non molto a dire la verità. È pur vero che gestire una situazione del genere non è per niente facile, comunque bisogna aspettare i risultati per poter giudicare”.

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Personalmente chiederei visibilità alla categoria dei musicisti e degli artisti in generale e sensibilizzerei il Governo a considerare negli aiuti non solo le fabbriche, gli imprenditori con partita Iva etc. ma tutto il sommerso che non si vede, i musicisti che lavorano senza essere riconosciuti, che non hanno contributi previdenziali e adesso sono letteralmente in ginocchio! Ho aderito anch’io, ultimamente, a lettere indirizzate agli organi competenti che affrontano queste problematiche”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
Nessun suggerimento in particolare”

Una cervogia tiepida alla tua salute, Ezio…

La prima volta che sentii parlare di Ezio Bosso fu nel 2003. Dopo aver letto il bellissimo romanzo “Io non ho paura” di Niccolò Ammanniti, in cui il tema della solidarietà tra esseri umani è l’essenza, uscì il film omonimo di Gabriele Salvatores.
Mi piacque il film e apprezzai molto la colonna sonora; andai quindi a cercare chi ne fosse l’autore e quali gli esecutori.
Il nome Ezio Bosso non mi disse granché, conoscevo, invece, il Quartetto D’Archi di Torino, che suonò le “14 danze diatoniche per bambini” e le composizioni brevi originali, mentre l“Andante dal concerto in Sib maggiore per violino ed archi” di Vivaldi fu eseguito dall’Orchestra di Madrid (violino solista Giacomo Agazzini del 4etto d’Archi di Torino); entrambi gli ensemble diretti da Bosso.

Ezio Bosso – Villa Manin – Ud – ph Domenico Mimmo Dragotti

Nel 2016, guardando il Festival di Sanremo, abbinai finalmente quel nome ad una faccia e ad un corpo: un Ezio Bosso, visibilmente emozionato, fece un’apparizione che colpì e commosse l’Italia intera, presentando la sua musica al pianoforte e mettendo a nudo le sue fragilità, la sua malattia, senza paura di mostrarsi.
Ebbene, come poche altre volte nella mia vita, ricordo di aver provato una strana sensazione, non proprio positiva, in controtendenza rispetto all’acclamante pensiero “unico” generale… si trattava di un pregiudizio, sebbene in quel momento non l’avessi catalogato come tale.
Me ne vergogno un po’, ora, avendo in seguito conosciuto personalmente Ezio, però so che la mia mente fu attraversata da un pensiero… “ma questo, non sarà mica un altro che sfrutta la sua malattia per fare audience?”. Lo so, è un pensiero orribile, i pregiudizi lo sono tout court… e infatti è strano, perché io so di non essere “quel” tipo di persona, né di avere “quel” tipo di forma mentis…
Accantonai tutto ma qualche giorno dopo, il direttore artistico di Euritmica, associazione culturale per la quale curo l’ufficio stampa, mi chiese se avessi visto Bosso a Sanremo perché lui, molto prima di quel passaggio televisivo, aveva fissato una data in Teatro a Udine, per il 10 maggio 2016.
Ad Aprile, Bosso venne in Friuli Venezia Giulia, al Teatro Rossetti di Trieste; decisi di andarci; ascoltarlo dal vivo mi sarebbe servito per scrivere un articolo e per il mio lavoro di ufficio stampa per la nostra data.
Entrai nel bellissimo Teatro triestino, dal soffitto di cielo, conscia di essere prevenuta nei confronti del musicista piemontese.
Ne uscii completamente trasformata…
Il concerto iniziò con “Following a Bird”, lo stesso brano che avevo ascoltato a Sanremo e, canzone dopo canzone ma soprattutto parola dopo parola, compresi quanto avessi sbagliato nel mio superficiale giudizio su Ezio.
Mi sono letteralmente persa con lui, in una delle sue stanze, ascoltandolo mentre parlava della sua visione del verbo perdere: «ho smesso di soffrire quando ho cominciato a perdere tempo. Diamo sempre un’accezione negativa al verbo “perdere”, ma non è così: sono da perdere più le cose buone che quelle cattive. Perdete più che potete».

Mi sono persa mentre raccontava, a suo modo, la storia d’amore tra lo “sfigato” e malaticcio Chopin e Georges Sand, scrittrice spregiudicata, amata da diversi uomini di cultura della sua epoca (le donne che scrivono – e che sanno amare – sono pericolose…); persa tra i versi della sua (e anche mia) poetessa preferita, Emily Dickinson, che trascorse la sua vita osservando il mondo da una stanza, i cui poemi Ezio declamava faticosamente ma con un’intensità che mai avevo ascoltato prima… irrimediabilmente perduta nel cogitabondo tributo al maestro John Cage con “In a Landscape” e la celeberrima “4’33”, ricordando il suo incontro reale con il maestro che studiò a lungo la stanza anecoica (dove il silenzio si può ascoltare), avvenuto al Consevatorio, a Torino, quand’era poco più che un bambino. Cage lo difese dalle aggressioni verbali – e non solo – di un insegnante: “A me sembra molto bravo. – disse Cage al docente – “Perché grida?”
Poi arrivò il concerto di Udine, al Teatro Nuovo. Non avemmo neppure il tempo di avviare le prevendite: sold-out in 48 ore!
Il 10 maggio 2016, conobbi Ezio di persona, in una stanza del teatro molto cara agli artisti, il camerino. Era attorniato dalle persone del suo staff più stretto, Annamaria, Nepal (non chiedetemi il perché di quel nome…) molto protettive nei suoi confronti, forse il giusto.

Ezio Bosso – Teatro Nuovo Giovanni da Udine – ph Domenico Mimmo Dragotti

Il Friuli è patria di vini eccellenti ma a Ezio la birra piaceva di più.
A parte la Dickinson, trovammo un altro punto in comune. Mio marito ed io le birre le produciamo artigianalmente in casa! Ricordo che fu molto interessato all’argomento.
Il concerto fu magnifico, al solito. Ezio si arrabbiò con una sua fan, diciamo… esuberante… che nonostante il divieto, scattò delle foto durante l’esibizione… con il flash!
Alla fine si andò tutti a cena ed iniziammo a parlare, scoprendo altri suoi aspetti; dell’uomo, più che del musicista. Era appassionato dei Monty Python, ci fu quasi una gara di citazioni! Credo la vinsero il direttore artistico, Giancarlo, e i suoi figli. Poi, parlando ancora di birre, io citai Asterix e la cervogia… calda, dissi. Lui mi corresse subito, ridendo: “No, Marina, era tiepida!”
Già… aveva ragione. Andammo a dormire alle 4 del mattino.

Ezio, Rita ed io – Udine, 10 maggio 2016

Ci furono altri concerti da noi organizzati, si era creata un’amicizia, non sempre accade con gli artisti, anzi quasi mai… c’era una grande sintonia e lui in Friuli ci veniva volentieri.
A giugno dello stesso anno, il 2016, chiuse il Festival Internazionale Udin&Jazz, sempre curato da noi, in uno scenografico Castello di Udine, davanti a migliaia di persone che vidi uscire commosse… lui riusciva a portarti in altre dimensioni…
Altra cena… finita a notte fonda.

Ezio Bosso e Giancarlo Velliscig – Udin&Jazz 2016 – ph Alice BL Durigatto Phocus Agency

Poi, a febbraio del 2017, al Verdi di Pordenone: ci abbracciò ad uno ad uno al suo arrivo…
Un altro tutto esaurito… un’altra delle sue magie, anzi maghezzi, come li chiamo io in forma dialettale! Sul mio profilo Instagram pubblicai una sua foto mentre, seduto di fronte a me, alla Vecia Osteria del Moro, sempre con quel suo dolcissimo sorriso sulle labbra, mangiava con grande appetito, bevendo… birra… ça va sans dire!
Scrissi nel post: “S” di Sanremo. Voi. Noi a Pordenone con Ezio Bosso e le sue “S”: Suonare, Steinway and Sons (il suo fratellone!), Standingovation, Sony, Sorridere, Sfamarsi, Sorseggiare, SauvignonCabernet (noi!), Sbadigliare, Sbaciucchiarsi, Salutare #comesenoncifosseundomani #davidromano #reljalukic #grazie #fvglive #fvg #musica #notenuove #euritmica.

Ezio – Pordenone

Il concerto pordenonese “Music For Weather Elements” non era un piano solo ma un trio, con David Romano, al violino e Relja Lukic, al violoncello, una rivisitazione per pianoforte e archi dei suoi brani, riscritti per questa formazione in occasione della firma di un contratto pluriennale in esclusiva con Sony Classical.
L’ultima volta fu sempre nel 2017, a fine luglio, l’unico recital piano solo che Ezio tenne quell’anno, nella meravigliosa Villa Manin, dimora dogale, di Passariano di Codroipo, c’era Annamaria ed anche i suoi cani, basset hound, mi pare.
“Ti trovo davvero molto bene, migliorato rispetto a Pordenone – gli dissi – “come se la tua malattia ti stesse concedendo una tregua”. Mi abbracciò. I suoi abbracci erano avvolgenti e coinvolgenti…

Ezio Bosso – Villa Manin – Codroipo (UD) – ph Domenico Mimmo Dragotti

Ennesima “nottolata”, sotto una delle barchesse della Villa, dove è ospitato il ristorante.
Ci salutammo quasi all’alba, con la promessa di rivederci per altri concerti.
La mattina dopo, il 1 agosto, lui scrisse e pubblicò sulla sua pagina Facebook queste parole:
“Udine-Codroipo… Ancora una volta, attraversammo ancora stanze, attraverso la stanchezza e il dolore di una tristezza. Attraversati dall’affetto che vibra di dolcezza, affetto sonante, affetto risuonante, in un suono che si allarga e attraversa il tempo. E resta indelebile, come la nostalgia della stanza incontrata, di sorrisi, di gentilezza a cui (ormai) appartieni. Riempi per un attimo ogni pezzo mancante e come ogni attimo… lascialo infinito. Grazie Udine”
Poco dopo lui divenne direttore artistico del Teatro Verdi di Trieste… pian pianino smise di suonare, continuando a comporre e soprattutto a dirigere.

Il “fratellone” Steinway & Sons Gran Coda di Ezio a Villa Manin

Il mio direttore artistico l’aveva sentito qualche settimana fa, voleva portarlo nuovamente in Friuli Venezia Giulia, quest’estate, con la sua Europe Philharmonic Orchestra, qualora le misure di contenimento del virus Covid-19 avessero funzionato e permesso lo svolgimento di concerti…
Ero felice per questo… speravo tanto si potesse.
Invece… “A volte le parole non bastano, ma resta il sorriso, quel respirare insieme, quel sogno ininterrotto in ogni respiro, in un riposo cercato e uno forzato. Quel sogno in ogni nota, quel sogno di vivere ancora perché resta ogni afflato, e ogni affetto trovato. Perché le cose che restano sono quelle che trovi… quelle che cerchi…”
Una cervogia tiepida alla tua salute, maestro…

Marina Tuni

Ezio Bosso… un cammino che non si interrompe

Ezio Bosso – foto di Barbara Domenis

Ezio Bosso è venuto a mancare oggi all’età di 48 anni per una malattia neurodegenerativa. La notizia della morte di questo musicista sta lasciando, mentre scrivo, una forte eco. Ezio Bosso ha avuto una vita non facile, la salute ha deciso di rendere ancora più tortuoso il suo cammino di musicista, già periclitante di suo. Era artista amato e molto discusso. Mi si permetta una riflessione generale, che esula un poco dalla figura di questo musico. Quando ci riferiamo a un’icona, un personaggio, dimentichiamo spesso che dietro di lui si cela una vita. Egli vive e soffre, prova simpatie, antipatie, subisce ingiustizie. A volte parteciperà a meccanismi più grandi di sé, spinto da forza d’inerzia: meccanismi spesso criticabili, mai veramente controllabili, siccome governati da forze collocate altrove. Non di rado si ascoltano giudizi ‘tranchant’ sui musicisti e spesso siamo noi artisti i primi protagonisti di queste piccole crudeltà. Si è incapaci di ricordare che l’artista nelle sue manifestazioni è pur sempre qualcuno che suona alla nostra porta per portarci un ‘cadeau’, un mazzo di fiori, un presente. Si ricorda di noi quando stiamo male e anche gli amici non si fanno più sentire, rimane con noi nel momento della più acuta sofferenza, basta concentrarsi e possiamo sentire il calore della sua mano sulla nostra spalla. L’artista dedica la propria vita a qualcosa di più alto e non a fronte di un titolo di credito ma in ossequio a un Dio che forse neppure c’è, a una chiamata cui forse non seguirà risposta: a un pensiero, di cui la vita è fatta.

Quando Ezio Bosso, prima contrabbassista e poi pianista, direttore d’orchestra e compositore, entrò d’improvviso nelle case degli italiani grazie a un invito di Carlo Conti al festival di Sanremo, non era conosciuto dal grande pubblico se non, forse e parzialmente, grazie a alcune colonne sonore realizzate per Gabriele Salvatores. Immediatamente per lui iniziava il successo, lo sfruttamento, la sovraesposizione quasi morbosa dell’immagine e, quasi contestualmente, l’inevitabile processo di delegittimazione. In Italia, infatti, quando cominci a salire su un palcoscenico iniziano i problemi.

Ezio Bosso – foto di Alice B. Durigatto

Non esaminerò musicalmente composizioni di Bosso, che si collocano in uno spazio tra la pop music, il minimalismo, un classicismo conciliante e vivono in un luogo lontano da quello che io quotidianamente abito. Non rientrando nel raggio della mia formazione mentale mi è mancata, per così dire, l’urgenza di frequentarle. Ha davvero importanza? Se nella musica cerco altro, ciò riguarda il mio gusto personale. Ho però ascoltato attentamente Ezio Bosso e so che la sua musica è quella di un musicista senza dubbio attrezzato, che si rivolge a un largo, larghissimo pubblico, sa ispirare e non si pone lo scopo di innovare quanto di piacere. Bosso non è Dallapiccola, somiglia più a Sem Benelli che ad Anton Čechov. Ma se l’autore della “Cena delle beffe” avesse copiato “Il Giardino dei Ciliegi” di cinque anni prima non avrebbe scritto la “sua” pagina nel libro della drammaturgia moderna. Coerenza è tutto, e nel valutare un’opera musicale non bisognerebbe fermarsi al “mi piace” ma considerarne con discernimento le qualità organolettiche: è fatta bene oppure no? La musica di Bosso sublima un’idea di ‘pop’ in una dimensione sinfonica, cerca l’ibridazione tra il suono dello strumento acustico e la vibrazione elettronica, tenta di inserirsi, come il suo collega Ludovico Einaudi, in una tradizione di chiara matrice americana. E in fondo raggiunge un proprio (ambizioso) obiettivo: non perdere di vista il Mondo, accordarsi con la verità odierna. Sono grato a Ezio Bosso per una cosa sopra tutte: la generosità con cui ha messo la carriera al servizio della più nobile divulgazione. Non sembri poca cosa! La divulgazione della musica classica in Italia è una medicina indispensabile, specialmente in questi tempi calamitosi. Sono blasfemo se dico che gli artisti sono gli eroi spirituali di questi giorni, quando i medici e gli infermieri sono gli eroi sul campo di battaglia? Divulgare cultura, farlo bene, nel mondo odierno equivale a comporre la Sinfonia Eroica. Privo di arte, l’uomo è simile al prigioniero che si trova davanti a una porta chiusa e non sa come girar la chiave.

Or non è molto, sono andate in onda in Tv in una fascia oraria importante due puntate con Bosso dedicate a Beethoven e Čajkovskij.  Alcuni milioni di concittadini si sono incollati allo schermo per ascoltare e sentir parlare, con passione e competenza, di Beethoven, del contrappunto, della variazione. È accaduto veramente. Con simili trasmissioni superbamente condotte egli ha dato agli italiani il più alto aiuto che si potesse. Ci siamo abituati fino all’indifferenza al brutto, il bello essendo più difficile a cogliersi. Anima e corpo, pensiero e immaginazione oggi si trovano dolorosamente disgiunti e la musica, che del bello è figlia primogenita, serve a unirli sigillando la ferita. Questo artista, che purtroppo salutiamo, ha fatto molto per la musica, forse più di tantissimi che si credono oggi indispensabili. Rendiamogli pertanto il giusto omaggio.

Ezio Bosso – foto Barbara Domenis

L’orologio oggi si è fermato ma Ezio Bosso continua il suo cammino.

Massimo Giuseppe Bianchi

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Gaetano Valli, chitarrista e compositore

Intervista raccolta da Marina Tuni

Gaetano Valli, chitarrista – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency

-Come stai vivendo queste giornate?
«In linea di massima in modo piuttosto apatico e pigro. All’inizio, la tensione dovuta alla novità della situazione mi aveva comunque dato una carica di strana energia, tra l’eccitazione di vivere un momento storico e la paura di dover affrontare dei pericoli. Mettiamoci pure il fatto che ho avuto due giorni di febbre alta e non è stato un bel momento. Una volta fatto il tampone, con esito negativo, piano piano la tensione è calata fino ad arrivare all’attuale stato di “depressione da carcerato”. Ora le giornate passano scandite dai pasti e dalle ordinarie mansioni domestiche. Quest’esperienza ci sta insegnando il valore della libertà e il disagio della reclusione. Si diventa appunto apatici e pigri perché mancano le motivazioni. Senza il lavoro l’uomo è perso».

-Come questo forzato isolamento ha influito sul tuo lavoro?
«In modo assolutamente negativo proprio perché, come ti dicevo, manca la motivazione. L’attività del musicista deve essere finalizzata all’incontro col pubblico. Non riesco a suonare se non ho un obbiettivo. Ogni volta che prendo in mano lo strumento lo faccio perché sto suonando per qualcuno, in un club, in un teatro, oppure sto provando per preparare un concerto o per registrare un disco. Se non c’è lo stimolo del progetto, non c’è il carburante per il motore della musica. Questi giorni ho “suonicchiato” annoiandomi ogni volta dopo cinque minuti».

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
«Credo che purtroppo dovremo abituarci sempre di più a queste esperienze. Per fortuna la tecnologia digitale favorisce sempre di più le comunicazioni. Finirà che dovremmo abituarci a suonare attraverso le piattaforme internet. Ma è abbastanza avvilente perché il contatto diretto nella musica è fondamentale».

-Come riesci a sbarcare il lunario?
«Da diversi anni ormai affianco all’attività musicale quella del designer. Anche prima della pandemia avrei comunque avuto difficoltà a vivere di sola musica, sia sotto l’aspetto economico ma anche sul piano della libertà di espressione. L’ho sempre sentita come un’esigenza quella di potermi esprimere nei due campi, musica e design. Sono entrambe attività creative. La musica però non offre garanzie economiche rassicuranti…
Fortunatamente lo smart-working mi ha salvato perché ho potuto continuare a lavorare come designer. Come musicista sarebbe stato impensabile. Ho visto che molti hanno continuato in qualche modo ad insegnare on-line ma credo con scarse soddisfazioni. Certo, se non hai alternativa ti adatti ma non credo che la didattica musicale online possa sostituire quella fatta vis-à-vis. In questi giorni, nella mia regione, è in corso un’apprezzabile iniziativa curata da Euritmica che offre ai musicisti la possibilità di lavorare esibendosi in concerti regolarmente retribuiti e poi messi in rete. Penso sia una proposta valida che potrebbe essere un ottimo esperimento pilota per capire se ci possano essere degli sviluppi futuri in questo tipo di performance».

-Vivi da solo/a o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
«Sposatissimo con figlia a carico. A dir la verità, per l’attività musicale, diciamolo senza ipocrisie, la famiglia non aiuta. Parlo ovviamente della particolare condizione del lock-down. Se non si hanno gli spazi per lavorare in autonomia, la concentrazione va a farsi benedire. Penso che molti musicisti saranno d’accordo con me col dire che vivere uno attaccato all’altro non si concilia affatto col suonare in modo ottimale. Questo ovviamente non ha nulla a che fare con l’amore che la famiglia ti da e che certo influisce positivamente su di te e quindi sulla tua musica».

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e  professionali sotto una luce diversa?
«Spero proprio di no. Prima del maledetto Covid-19 si stava bene e non c’era nessun bisogno di cambiare nulla. Sono convinto, così com’è già successo nel passato, che una volta trovato il vaccino tutto tornerà a posto e torneremo ad abbracciarci alla fine dei concerti».

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
«Dobbiamo ovviamente distinguere tra i semplici fruitori della musica e i musicisti. I primi certamente possono vedere migliorata la loro condizione di forzata clausura. La musica, lo abbiamo visto con il fenomeno del flashmob, è un conforto indiscutibile, unisce e aumenta lo spirito solidale. In certi casi diventa terapeutica contro la solitudine. Ma cantare e suonare nei balconi non può essere di conforto ai musicisti. Confesso che nei primi giorni della pandemia sono stato tentato anch’io di mettermi a suonare fuori di casa in modo che i vicini potessero ascoltare. Vedevo che molti lo stavano facendo e mi sembrava una cosa dovuta ma allo stesso modo non mi pareva fosse serio suonare in un momento così critico. Poi ho letto che anche Morricone ha considerato inopportuno fare una cosa del genere e mi sono convinto a non farlo».

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
«Ciò che a me personalmente ha aiutato molto è stato leggere ed interessarmi alla cultura in generale. Il fatto di non poter uscire mi ha costretto a ricercare in casa le risorse necessarie a farlo. Pensa che ho riletto persino I Promessi Sposi e l’ho visto sotto una luce totalmente diversa rispetto ai periodi del liceo. Tutta la parte che racconta la diffusione della peste è di straordinaria attualità.
Anche se la musica si è quasi fermata per la frustrazione di non poterla finalizzare, i libri e i programmi culturali, che finalmente abbondano, mi hanno sicuramente aiutato a compensare la sua assenza».

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
«Se parli di unità in senso politico, credo sia un’utopia. Anche in questi momenti di difficoltà nessuno si è risparmiato nello screditare il lavoro altrui e per molti ogni occasione è stata buona per continuate a fare propaganda politica. Se invece parliamo di unità europea, mai come in questo momento si è corso il rischio di disgregarla. Personalmente sono sempre stato un europeista convinto e, anche da musicista, spero che questa unità resti solida e porti ancora più occasioni di interscambio. Se ci riferiamo allo specifico mondo dei musicisti, credo che questa unità sia ancora più solida. Da musicista siciliano che vive nel profondo nord, è bello constatare che quella dei musicisti è un’unica grande famiglia senza distinzioni di provenienza.  Altrove purtroppo non è così».

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
«Dopo un inizio in sordina, ma si sa il musicista non è un attaccante, qualcosa si è mosso per far sentire che la categoria esiste ed ha le sue esigenze. Io stesso, su invito dell’amico Fulvio Sigurtá, ho aderito ad un’iniziativa di Francesco Bearzatti che, attraverso i social network, aveva lo scopo di richiamare l’attenzione sulle criticità che sta attraversando il nostro settore. Altre iniziative analoghe hanno fatto passare più o meno lo stesso tipo di messaggio: “dal momento che nessuno ci sta considerando, noi musicisti non suoneremo più in forma gratuita”».

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
«Ci sono veramente troppe cose che andrebbero pretese. Più che sul piano dei provvedimenti assistenzialistici, che oggi in clima populista vanno per la maggiore, ciò che cercherei di incentivare è tutto quello che può incrementare le occasioni di lavoro per il musicista ed aumentare la diffusione della musica di qualità per gli ascoltatori. L’atteggiamento di fondo deve essere quello di investire nella cultura musicale. Se andremo incontro ad un periodo in cui i concerti saranno problematici, andranno fatti degli investimenti mirati. Spiace dover dire che i grandi eventi rock e pop dovranno cambiare modalità e forse disincentivati. D’altra parte esiste la possibilità che una musica come il jazz possa costituire un’alternativa da iniziare a proporre con maggiore fiducia. All’inizio sarà difficile convincere un fan di Vasco Rossi a venire ad un concerto di jazz ma forse questa è l’occasione giusta per piantare un seme, e chissà che almeno suo figlio…».

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
«Miles, Bill Evans, Chet Baker, Wes Montgomery… i classici funzionano sempre, come per i libri».

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: U.T. GANDHI, batterista, percussionista e compositore

Intervista raccolta da Marina Tuni

U.T.Gandhi (Umberto Trombetta) batterista – foto Luca d’Agostino

-Come stai vivendo queste giornate?
«Da quando siamo tutti a casa a causa della pandemia Covid-19, ho impiegato il mio tempo sia per la musica sia per lavori casalinghi, pulizie, pittura, manutenzioni, ecc. e ho sistemato tutto il mio studio dove lavoro e produco musica».

-Come questo forzato isolamento ha influito sul tuo lavoro?
«Ho cercato di occupare questo tempo di stand-by con filosofia; ciò che è accaduto ci ha reso impotenti cambiando lo stile di vita e abitudini quotidiane. Considera che l’ultimo concerto risale al 21 dicembre 2019, dopo mesi di tour in Cina, Giappone, Vietnam e Brasile, quindi bisogna cercare di inventarsi lavori il più possibile, per non pensare al disagio di questo periodo di inattività e di mancati guadagni».

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
«Credo che ci sarà un grande cambiamento, dopo la pandemia non torneranno i tempi passati e recenti, cambierà, non so per quanto, il nostro modo e stile di vita e credo anche per il mio lavoro di musicista… vedremo… secondo me è presto per fare dei pronostici futuri».

-Come riesci a sbarcare il lunario?
«Per il momento va bene, considera (e tu Marina lo sai bene come funzionano i festival, rassegne e istituzioni) che devo ancora ricevere soldi di concerti fatti nel 2019, quindi cerco di risparmiare come tutti quanti noi lavoratori dello spettacolo, in galera forzata».

-Vivi da solo/a o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
«Vivo con mia moglie Tania e mia figlia Irene e per fortuna loro lavorano, mia moglie è infermiera e ha ripreso il lavoro da due settimane, mentre Irene fa l’estetista e dovrebbe riprendere la prossima settimana, io faccio i “Lavori Casalinghi” titolo di un brano di Enrico Rava, e preparo anche pranzi e cene. Mi sento fortunato in questo brutto momento, ho una bella famiglia che mi sostiene e mi aiuta, soprattutto psicologicamente».

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e  professionali sotto una luce diversa?

«Sicuramente si, io ho vissuto il terremoto in Friuli: il 6 maggio 1976 la nostra vita cambiò in un minuto… ma credo non sia paragonabile alla situazione odierna, ci fu molta unità e solidarietà tra le persone.
Questo ci deve fare riflettere perché la natura comanda su di noi e i rapporti umani, se sono veri e sinceri, sono un grande valore aggiunto. Mi auguro che continui così, anche se negli ultimi anni abbiamo vissuto in un mondo superficiale e di fiction, a mio parere qualitativamente di basso livello».

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
«La musica esiste da quando esiste l’uomo, ne ha visti di cambiamenti nei millenni… sono sicuro che la buona musica ci darà la forza giusta per superare questo difficile momento».

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
«Personalmente mi affido solo alla musica, che fin da bambino è la mia grande passione e in seguito è diventata anche il mio lavoro, con tante soddisfazioni, delusioni e quant’altro… ma non mi ha mai tradito e mai lo farà… sono sempre stato certo di questo e mi affido a mia moglie, a mia figlia e ai miei genitori che sono persone meravigliose».

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
«Quando si raggiungono i sessanta anni, l’esperienza ci insegna a filtrare le notizie in maniera più obbiettiva. L’unità proclamata dai media, talvolta non è credibile… vogliamoci bene, sì, è importante come lo è la solidarietà, ma credo che bisogna volerlo tutti insieme, come quando ci fu il terremoto del 1976… a proposito di questo ricordiamoci che il Friuli Venezia Giulia è sempre stato preso come modello ».

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?

«Per alcune cose si, ma siamo lontani anni luce rispetto a come dovrebbe essere, siamo alla deriva… senza molte speranze, non vedo ancora la luce in fondo al tunnel».

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
«Visto che noi musicisti Italiani rappresentiamo il nostro paese all’estero – nel mio caso, con concerti, festival e rassegne importanti svoltesi in tutto il mondo – al Governo Italiano chiederei di riconoscere il valore del nostro lavoro artistico… semplicemente questo, come succede in alcuni paesi del Nord Europa, che sostengono i loro artisti e li ritengono un patrimonio e un valore aggiunto al loro paese».

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
«Ascoltate musica di tutti, siate avidi di informazioni musicali e di ogni genere… l’importante è ascoltarla, qualsiasi essa sia… ma con il cuore».

Il trombettista Aldo Bassi scomparso prematuramente il 10 maggio scorso

Il 10 maggio 2020 è venuto a mancare Aldo Bassi. Da suo amico sento il bisogno di ricordarlo e lo faccio attraverso queste poche righe. In realtà per parlare di Aldo servirebbero moltissime pagine, moltissime pagine per descrivere la sua persona e la breve vita da lui vissuta, breve ma intensa, forse l’unica consolazione…

Aldo Bassi

Aldo è stato un musicista eccezionale, uno straordinario trombettista, compositore e arrangiatore. Uno dei più stimati artisti in Italia che ha collaborato con i più importanti musicisti sia in ambito nazionale che internazionale; ma soprattutto Aldo è stato un musicista che ha avuto sempre un rapporto totale con la musica. Dal diploma di tromba classica conseguito a Roma nel Conservatorio di “Santa Cecilia” (e in seguito studierà anche la tromba barocca, forse pochi lo sanno…) per continuare con l’esperienza a Cuba della musica per l’appunto cubana; ha militato nelle big band più importanti in Italia in qualità di solista e arrangiatore, per continuare con le piccole formazioni come trio, quartetto, quintetto etc. con cui ha registrato dei dischi di altissima qualità con importantissime collaborazioni. Aldo poteva suonare qualsiasi tipo di musica e lo faceva sempre al top, dalla musica classica al jazz (con uno straordinario linguaggio) a qualsiasi altro genere… All’attività concertistica ha unito quella didattica insegnando con la stessa passione che metteva nel suonare.

Ma non sono qui per parlare del suo importante curriculum bensì di Aldo… come musicista, ma anche e soprattutto come persona. Aldo al suo talento naturale ha aggiunto un impegno professionale e una dedizione totale alla musica. Uno degli aspetti che mi ha colpito di più in Aldo è stata l’importanza che aveva per lui lo studio e la preziosità del tempo da dedicare a questa attività. Penso che sia una delle cose che mi abbia trasmesso di più, oltre alle tante idee sul fraseggio. Aldo aveva affittato un box sotto casa mia dove si ritirava per studiare e spesso mi citofonava per farsi una suonata insieme. Indimenticabili quelle mattinate trascorse a suonare e a scambiarci fiumi di idee… Con Aldo ho condiviso tanta musica, concerti e vari momenti di vita, forse da una trentina di anni… Abbiamo anche viaggiato insieme per cinque o sei anni, da Roma a Benevento, per andare a insegnare in Conservatorio. Di quei viaggi ho un bellissimo ricordo fatto di battute, grandi risate ma anche di discorsi sulla musica e sulla didattica. Aldo ha creduto alla musica fino alla fine, fino a quando ha avuto la forza di “soffiare” in quella tromba l’ha fatto. Oltre naturalmente ai suoi affetti, la musica per Aldo è stata motivo di vita. Come persona Aldo era veramente adorabile. Sempre col sorriso e con un umorismo intelligente e raffinato, lo stesso gusto appariva anche nelle sue note. Il suo entusiasmo innato, lo slancio emotivo e soprattutto l’amore per il suo strumento lo portò addirittura a un progetto veramente ambizioso: un disco dove lui suona la tromba senza la presenza di altri strumenti. Il CD, registrato nel 2012 dal titolo “Solo”, è una importante testimonianza della sua estetica musicale, della sua essenza e anche, tutto sommato, del coraggio che ha avuto nel realizzare il progetto. All’interno del CD sono contenute delle parole dedicate al suo strumento: la tromba.  Eccole: “Quaranta anni passati insieme. Passione, sentimenti ed emozioni ormai stratificate nella mia anima. Se mi chiedi come sono stati, ti basti sapere che rifarei esattamente tutto. Mi innamorerei di te, verserei sudore nel cercarti, faticherei per tenerti accanto e mi arrabbierei fino a odiarti, senza però smettere di amarti.”

Ciao amico mio, rimarrai per SEMPRE nei miei pensieri

Andrea Beneventano