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Maffei libroL’11 maggio 2013 è scomparso Pino Maffei. Ne ha dato notizia il compositore e  bandleader in una lettera spedita ad amici e giornalisti, ricca di informazioni e testimonianza di un affetto e di una stima che il critico ed organizzatore si era conquistato in una vita di lavoro per il .

Proviamo a parlarne mettendone a fuoco le attività di animatore culturale, giornalista e critico musicale, organizzatore di concerti.

Insieme ad Arrigo Polillo, Maffei è stato per un lungo periodo il propulsore dell’Hot Club di Milano, soprattutto nell’immediato, secondo dopoguerra.  Negli anni ’50 collaborò  con Gian Carlo Testoni, Polillo e Giuseppe Barazzetta alla “Enciclopedia del Jazz” (edita nel 1953, vide  la partecipazione anche di Roberto Leydi); la monumentale opera (523 pagine alla III edizione) per la sua innovativa concezione ispirò il critico statunitense Leonard Feather. Pino Maffei si occupò della terza parte del  volume costituito da schede biografiche. Tra le sue pubblicazioni c’è da ricordare anche la monografia dedicata a Benny Goodman nel 1961, edita dalla Ricordi per la serie “Kings of Jazz” (fra gli autori Martin Williams, Paul Oliver e Vittorio Franchini).

Per decenni sulle colonne di “Musica Jazz” il critico milanese si è occupato di jazz tradizionale (un suo articolo del 1952  aveva come oggetto la Mediolana Band di Mario Mantovani del 1926) ma non solo. Dal 1950 al 1995 ben trecentoundici tra articoli, recensioni e saggi furono scritti per la rivista milanese  da Maffei, in un arco stilistico che andava da Benny Carter a Miroslav Vitous.

Sempre con Arrigo Polillo, ed Attilio Rota, fu tra gli organizzatori del pionieristico jazz di San Remo; Polillo e Maffei – che rappresentavano la Federazione Italiana del Jazz FIDJ, nata nel 1949 – si occupavano di tutti gli aspetti logistici ed artistici, dando vita al primo grande del jazz in Italia e riuscendo a coinvolgere l’etichetta Carish per registrazioni di album dal vivo. Quell’esperienza si rivelò importante per l’organizzazione da parte di Maffei di rassegne come quelle di Verona ed altre a Milano fra gli anni ’60 e ’70.

Ha scritto Dino Betti Van Der Noot (che voglio ringraziare pubblicamente per la sua lettera) “(…) personalmente, gli devo molto, sia per la profonda amicizia sia per l’incoraggiamento ad approfondire le tematiche inerenti la nostra musica, sia per l’aiuto concreto che mi ha dato a livello di documentazione, sia per avermi spinto a fare musica oltre che ad ascoltarla. Ci mancherà; ci mancheranno la sua cultura mai esibita, la sua tranquilla capacità organizzativa, il suo sottile humour sempre presente”.

Se oggi il jazz in Italia ha conquistato un ruolo culturalmente non marginale (pur permanendo tanti problemi) ciò si deve in gran parte all’opera di uomini come Pino Maffei ed alla sua generazione che si è dedicata con entusiasmo, passione e competenza alla musica che amava.

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