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I NOSTRI CD

John Abercrombie Quartet – “Within a song” – ECM 2254

Per questa sua ultima fatica discografica, registrata a New York nel settembre del 2011, il chitarrista John Abercrombie presenta un quartetto stellare completato da Joe Lovano al sax tenore, Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria… come a dire quanto di meglio il jazz odierno possa offrire. Siffatta formazione si misura con un repertorio altrettanto affascinante costituito da quattro originals del leader e da altri pezzi di cui alcuni firmati da Miles Davis, Ornette Coleman, John Coltrane e Bill Evans. In effetti, come spiega lo stesso chitarrista nelle brevi note che accompagnano il CD, l’album è una sorta di omaggio al jazz degli anni sessanta, quando artisti come quelli sopra citati stavano dando una svolta decisiva alla storia del jazz rompendo definitivamente con le tradizioni. Così l’atmosfera che si registra durante l’ascolto è perfettamente coerente con le premesse indicate da John: i quattro suonano in assoluta rilassatezza grazie ad una empatia che evidentemente si è creata subito, e lo spirito di quegli anni, di quegli straordinari musicisti sembra rivivere nelle situazioni sonore create da Abercrombie e compagni. Il chitarrista dialoga soprattutto con Lovano ritagliandosi, comunque, notevoli spazi solistici: si ascolti, al riguardo, la splendida versione della davisiana “Flamenco Sketches” con il suo caratteristico sound e il fraseggio declinato su note singole. Dal canto suo Joe Lovano dà un’ulteriore dimostrazione delle sue straordinarie qualità di artista sensibile e poliedrico, capace di ben adattarsi ai più svariati contesti; il suo linguaggio sempre misurato, mai aggressivo, dà nuova linfa vitale a capolavori del passato quali lo splendido “Blues connotation” di Ornette Coleman o “Wise on” di John Coltrane. Il disco si chiude con due omaggi ad uno dei maestri di John, Jim Hall: “Interplay” è il brano che dà il titolo allo splendido album inciso da Bill Evans in quintetto con Jim Hall nel ’62 mentre “Sometime Ago”, come spiega lo stesso Abercrombie, è un pezzo che l’aveva molto colpito nell’esecuzione della band di Art Farmer con Jim Hall, Steve Swallow al basso acustico e Pete La Roca alla batteria. Quasi inutile aggiungere che la splendida riuscita dell’album è dovuta anche al lavoro di Gress e Baron.

Maurizio Camardi, Mauro Palmas – “Mare chiuso” – Blue Serge 028

Un duo da ascoltare con attenzione questo formato da Maurizio Camardi impegnato con una serie di strumenti a fiato non proprio comuni (duduk, duduk basso, sax soprano e sopranino, benas) e Mauro Palmas al liuto cantabile e voce. Si tratta di due artisti concettualmente assai lontani e che pure riescono a collaborare assai bene grazie all’amore per la loro terra e alla comune passione per strumenti particolari. Così Camardi , di origine siciliana, ma trasferitosi da anni a Padova, oramai da tempo si interessa di strumenti del tutto inusuali quali il duduk (lo strumento nazionale armeno, di cui Camardi è forse il migliore interprete italiano), benas (Sardegna), shanai (India e Medioriente), ciaramella (Italia del sud). Dal canto suo il sardo Mauro Palmas oltre a collaborare dal 1979 con la grande Elena Ledda, ha sviluppato una vera passione per strumenti a plettro anch’essi inusuali come il liuto cantabile e il mandoloncello. Mettete assieme questi elementi ed avrete una buona percezione della musica che si ascolta nel CD. Il “Mare chiuso” è ovviamente il Mediterraneo con tutto il patrimonio culturale che esso rappresenta: millenni di storia, civiltà remote che non esistono più, mondi e società in continua evoluzione. Ecco l’album racconta di mondi sonori vicini eppur lontani, in un continuo alternarsi di brani che richiamano ora l’Occidente ora l’Oriente in un gioco di rimandi ora dolci ora fortemente caratterizzati dall’andamento ritmico. Il tutto grazie alle composizioni originali dei due che hanno collaborato anche nella stesura dei brani : sei brani su undici sono composti assieme, due da Camardi, due da Palmas e uno – l’unico non originale – da Adriano Celentano “Storia d’amore”. Ecco, è proprio l’inserimento di questo pezzo che non convince del tutto, risultando completamente alieno rispetto alle atmosfere generali dell’album e francamente non si capisce (almeno il vostro cronista non ci riesce) perché abbiano sentito la necessità di questo inserimento.

Contro Trio – “Connection” – RadioSNJ 015

Contro Trio – “Connection”

Contro Trio – “Connection”

“Contro Trio” è il nome della “ditta” che comprende Sergio Orlandi alla tromba, Marco Ricci al basso e Stefano Bertoli alla batteria. Un’altra formazione, quindi, che ritiene di dover fare a meno del . Risultato? Buono, specie considerando che si tratta di musicisti giovani da cui è perciò lecito attendersi miglioramenti. Il brano d’apertura, “Autumn in New York” – forse il più interessante dell’intero album – esemplifica abbastanza bene la poetica e gli intendimenti del gruppo; il celebre standard di Vernon Duke si apre con i piatti di Stefano Bartoli impegnato in un delicato contrappunto e Marco Ricci che si produce in un basso ostinato. Successivamente entra in gioco la tromba di Sergio Orlandi che disegna la melodia dopo di che i tre musicisti si producono in assoli che si allontanano dall’originale per cercare diverse vie espressive. Ed è sostanzialmente lo stesso procedimento che i tre adottano per tutto l’album; ascoltiamo ad esempio il davisiano “So What”: dopo una lunga libera introduzione eseguita dai tre, contrabbasso e tromba eseguono la linea portante del brano dopo di ché interviene Bertoli con un calibrato assolo supportato dal basso; a questo punto rientra in gioco la tromba del leader che chiude il discorso senza più avvicinarsi all’originale. Gli altri sei brani sono tutti originali dovuti quattro a Sergio Orlandi e due a Marco Ricci ed in questo caso, oltre alla bravura esecutiva, si evidenzia una buona predisposizione compositiva dei due i quali riescono a disegnare ampie strutture aperte nel cui ambito i tre cercano e trovano interessanti nessi sonori. In definitiva un album stimolante che evidenzia un trombettista da seguire con attenzione: il suo sembra uno stile già abbastanza definito, caratterizzato da un fraseggio sciolto, articolato, diretto che richiama stilemi boppistici, con un sound bello, pieno su tutti i registri dello strumento.

Dagnino, Haslam, Pastor,Waterman ‎– “Narcéte” – Slam 542

Dagnino, Haslam, Pastor,Waterman ‎– “Narcéte”

Dagnino, Haslam, Pastor,Waterman ‎– “Narcéte”

Album tutt’altro che facile questo che vede impegnata la poetessa Erika Dagnino accanto ad un gruppo di musicisti d’avanguardia come il violinista Stefano Pastor (qui anche al contrabbasso) e i due inglesi, George Haslam al sax tenore ed al tarogato e Steve Waterman alla tromba. Come spesso accade quando si incontrano versi e note, il risultato è sicuramente straniante per chi non è abituato a questo tipo di espressione, anche se spesso viene raggiunta una qualità alta. E’ il caso di questo album che presenta però una certa particolarità. Spesso, in operazioni del genere, si nota una stretta interdipendenza tra testi e musica nel senso che gli unici non potrebbero vivere senza l’altra e viceversa. Qui il discorso è diverso: come nota acutamente Gennaro Fucile nelle note che accompagnano il CD, le due componenti vivono di luce propria e potrebbero benissimo esistere da sole, senza però che ciò incida sulla compattezza e omogeneità dell’album. Lei, la Dagnino, è artista oramai pienamente affermata grazie ad una poetica del tutto personale che la allontana dal convenzionale e che le ha permesso di collaborare fruttuosamente con altri jazzisti quali lo stesso Pastor, Andrea Rossi Andrea, il pianista e compositore americano Chris Brown…; in questa occasione declama i suoi versi in inglese dando loro ancora maggiore musicalità. Il lato musicale è abilmente coperto dal trio che disegna uno sfondo sonoro su cui si staglia la voce della poetessa; i tre si muovono con assoluta libertà improvvisando continuamente in un gioco di continui rimandi che vengono colti e amplificati con sonorità assolutamente inusuali data la composizione particolare del trio stesso. Così mentre Stefano Pastor adopera il suo strumento in modo assolutamente non accademico, le ance di Haslam esplorano soprattutto i registri gravi mentre la tromba di Waterman si incarica di richiamare in qualche modo una certa liricità di fondo.

Fazzini, Fedrigo – “Idea F” – nusica.org 3

Fazzini, Fedrigo – “Idea F”

Fazzini, Fedrigo – “Idea F”

al sax alto, Luigi Vitale al , Alessandro Fedrigo al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria sono i responsabili di questo nuovo album. Una precisazione è d’obbligo: la musica prodotta dall’XY Quartet ha ben poco da spartire con il jazz inteso nell’accezione classica del termine collocandosi piuttosto in quell’area di confine tra musica classica, musica moderna e sperimentazione che oramai sembra caratterizzare le produzioni di “nusica.org”. Ciò detto occorre affermare che l’album necessita di un ascolto attento (magari ripetuto) per coglierne le molteplici valenze. Innanzitutto i musicisti sembrano avere una certa dimestichezza con pratiche proprie della musica colta del novecento quali la serialità e la dodecafonia; tali pratiche vengono però adattate alle necessità di un linguaggio diverso che si avvicina al jazz specie nelle parti improvvisate. Perché il quartetto presenta un repertorio composto da 8 brani originali, che pur essendo chiaramente scritti e basati su strutture non semplici, lasciano comunque ampio spazio all’improvvisazione. E a questo punto entra in gioco la bravura di ogni singolo musicista che assolve assai bene il ruolo assegnatogli. Così, nell’ambito di un quadro complessivo ben delineato, il quartetto si muove con straordinaria intesa attraverso una serie di momenti improvvisativi che vedono impegnati ora due, ora tre ora tutti e quattro i musicisti. Alessandro Fedrigo è presente dall’inizio alla fine con la sua pulsazione così ritmicamente elastica che permea di sé tutto l’album. Dal canto suo , forse per la pronuncia stessa del sax alto, ci sembra il musicista più vicino ad un’espressione jazzistica sorretta per altro da una solida preparazione di base che gli consente passaggi tecnicamente assai complessi. Ottima la scelta del vibrafonista Luigi Vitale che contribuisce in maniera determinante all’originale sound del gruppo mentre il sostegno ritmico della batteria di Luca Colussi è costante e prezioso.

Fly – “Year of the Snake” – ECM 2235

Già recensendo il precedente “Sky & Country” del 2009, sempre per la ECM, avevo posto in risalto come Fly fosse un trio assolutamente fuori del comune data la statura artistica dei tre componenti: Mark Turner al sax tenore e soprano, Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria, questi ultimi due particolarmente affiatati costituendo da tempo la sezione ritmica di Brad Mehldau . Manca quindi lo strumento armonico per eccellenza, il pianoforte, ma il combo non ne risente e la musica scorre fluida, con armonie leggere, a volte quasi semplicemente accennate, frutto dell’interplay tra il sassofonista e il contrabbassista mente Jeff Ballard si assume il compito di fornire il comune terreno di intesa con un drumming dall’inventiva preziosa ed illuminante. Anche questa volta il repertorio è basato tutto su brani originali composti dai tre con una netta prevalenza di Mark Turner che figura in cinque dei sei brani presentati. Ciò non significa, però, che il sassofonista abbia un qualche ruolo di preminenza se non quello dettato esclusivamente dalle necessità interpretative. Così, confermando la tendenza che si era notata già nell’album precedente, il ruolo di disegnare le linee melodiche viene spartito, quasi paritariamente, tra sassofono e contrabbasso in un alternarsi di ruoli che rende variegata la musica. Dal punto di vista del repertorio, la composizione più interessante è forse “The Western Land”, una sorta di suite che si snoda attraverso cinque episodi inframmezzati dagli altri brani. L’apertura è affidata alla sola penna di Mark Turner che compone secondo stilemi non propriamente jazzistici, avvicinandosi piuttosto alla musica contemporanea. E questo tipo di approccio influenzerà tutte le successive esecuzioni anche se non mancano momenti di chiara impronta jazz. Ad esempio “Benj” evidenzia come i tre provengano da un certo mondo; in “Kingston” all’inizio si ritorna ad atmosfere più cameristiche grazie allo splendido assolo con l’archetto di Larry Grenadier ma successivamente si impone il pulsante andamento ritmico di Jeff Ballard che dà un’impronta precisa all’intero lungo brano.

Mauro Grossi – “Eden” – abeat 109

Mauro Grossi appartiene a quella, ahimè, vasta schiera di jazzisti che meriterebbero più vasti e probanti apprezzamenti piuttosto che l’essere ricordato semplicemente come “maestro di Stefano Bollani”. Così questo album spicca per l’intelligenza e la compiutezza dell’idea che viene sviluppata con coerenza dalla prima all’ultima nota. L’album si basa sulla continua rielaborazione di un solo celeberrimo standard, “Nature boy”, un pezzo dedicato alle molteplici valenze dell’amare e dell’essere amato, composto da Eden Ahbez (detto Ahbe) e portato al successo da Nat King Cole. Il senso dell’operazione è spiegato dallo stesso Grossi: “Questo disco – afferma il musicista livornese – è un genuino ‘concept album’ con trama e motivazioni ed è anche uno dei più lunghi atti musicali d’amore di cui abbia notizia e mai avrei creduto di fare: il mio amore per un brano che celebra l’amore, intendendo ‘tolleranza e rispetto’ come valori primari. Per questo motivo ogni brano, appartenendo ad uno stile diverso, dà un suo apporto specifico, ma soprattutto trae senso e vantaggi dall’accostamento agli altri. Infatti, benché tutti originali, i brani hanno un’unica radice, della quale sono variazioni sempre più evolute ed emancipate. Proprio come esseri umani”. E mai illustrazione fu più chiara. Partendo dal brano originario, Mauro Grossi ha composto una serie di pezzi che si basano da un canto su variazioni di “Nature boy”, dall’altro su variazioni stilistiche che rendono godibile e affascinante l’intero album. Così, ad esempio, “Lennie Boy” è strutturato come un omaggio a Tristano e grande spazio viene lasciato al contrabbasso di Ares Tavolazzi; nel brevissimo bozzetto “The Call” si ascolta la voce originale di Ahbe… e via di questo passo attraverso un percorso contrassegnato da sentiti omaggi che spiegano ancor meglio il perché della relativa specifica composizione. Ben affiatato il gruppo composto da Claudia Tellini (voce), Nico Gori (clarinetto, clarinetto basso, sax soprano), Andrea Dulbecco (vibrafono), il già citato Ares Tavolazzi (contrabbasso) e Walter Paoli (batteria, percussioni). Ma, anche dal punto di vista esecutivo, l’attenzione è attratta maggiormente dal leader: Mauro si dimostra, ancora una volta, pianista eccellente, di grande originalità, dotato di un tocco ora soave ora percussivo sempre comunque in perfetta coerenza con l’atmosfera che intende disegnare e di un fraseggio brillante sia nelle parti scritte sia in quelle improvvisate.

Steve Kuhn – “Wisteria” – ECM2257

Una sorta di rimpatriata fra tre grandiosi musicisti che spesso hanno suonato assieme: Steve Kuhn piano. Steve Swallow basso e Joey Baron batteria. Ed è lo stesso titolo dell’album ad indicarci questa chiave di lettura. “Wisteria” è, infatti, un pezzo di Art Farmer, trombettista nel cui gruppo suonavano, negli anni ’60, sia Kuhn sia Swallow mentre Baron ha già collaborato con Steve incidendo altri album sempre per la ECM (“Remembering Tomorrow” e “Mostly Coltrane”). Questo per spiegare, almeno in parte, la straordinaria intesa che si avverte immediatamente all’ascolto dell’album. I tre sembrano lasciarsi andare completamente al flusso della musica che in alcuni momenti tocca davvero nel profondo l’ascoltatore. Straordinario, come sempre, Steve Kuhn che dopo tanti anni di carriera riesca a conservare una freschezza d’esposizione davvero invidiabile: lo si ascolti in “A Likely Story,” in cui, ben sorretto da Joey Baron, sciorina un assolo di tutto rispetto in cui si evidenzia come si possa mettere in vetrina tutto il proprio bagaglio tecnico senza fare dell’inutile virtuosismo. Ancora una volta stupisce il modo in cui Swallow riesce a far suonare il suo basso elettrico. Contrariamente a tutti i suoi “colleghi”, Steve considera il suo strumento perfettamente in grado di eseguire suadenti linee melodiche, ponendosi così non solo come contrappunto e fonte di armonia ma anche come una seconda voce capace in ogni momento di sostituire il pianoforte nella conduzione del discorso. E questo Kuhn lo sa molto bene tanto è vero che molti sono gli episodi in cui Steve funge da principale voce: è il caso di “Pastorale” così come del latineggiante “Dark Glasses” sapientemente scritto dallo stesso Swallow. Delicata e pertinente l’interpretazione di “Romance” di Dori Caymmi: si ascolti con attenzione il prezioso gioco di spazzole posto in essere da Joey Baron.

Gianni Lenoci – “One – John Cage Piano Music” – Silta Classics SC002

Che oggi sia assai difficile definire cosa sia il jazz lo evidenziano sia l’album “Idea F” di cui sopra, sia questo CD dedicato ad alcune opere pianistiche di John Cage. Coraggioso protagonista è Gianni Lenoci, artista ben noto agli appassionati di jazz. Diplomato in pianoforte presso il Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e in Musica elettronica presso il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, ha studiato jazz ed improvvisazione con Mal Waldron e Paul Bley. Forte di questo bagaglio, si è affacciato sulle scene jazzistiche già nei primi anni ’90 collezionando una serie di convincenti successi di pubblico e di critica. Questo album rappresenta, probabilmente, il suo progetto allo stesso tempo più ambizioso e difficile in quanto si misura con partiture che hanno già trovato il loro interprete ideale. Comunque Lenoci affronta il compito con il massimo dell’impegno e della professionalità costruendo un programma-percorso in modo intelligente: dei quattro pezzi scelti il primo e il terzo appartengono all’oramai lontano 1948 mentre il secondo e il quarto fanno parte dell’ultimo periodo della produzione di Cage, anzi “One5” che chiude l’album dovrebbe essere l’ultima composizione per piano scritta da Cage nel 2000. Questo alternarsi di brani di anni diversi, che corrispondono ovviamente a differenti momenti poetici del compositore, ci offrono l’opportunità di ammirare appieno lo scrupolo con cui Lenoci ha studiato ed eseguito le composizioni dal momento che le stesse nulla perdono dell’originario fascino. Il tocco è sempre al servizio della scrittura, con una attenzione particolare ad ogni minimo dettaglio sia timbrico sia dinamico e con un linguaggio che cerca sempre di essere fedele alle intenzioni di Cage. Insomma una prova davvero maiuscola!

Dakota Staton – “The complete 1954-1958” – chant du mond 2742188.89 2cd

E’ con grande piacere che vi segnalo questa ottima produzione dedicata ad una vocalist che sicuramente avrebbe meritato maggiore apprezzamento rispetto a quello ricevuto: Dakota Staton. Di lei, specie nel nostro Paese, non è che si sappia molto: se ne ha vago sentore come una delle tante voci che hanno attraversato la storia del jazz senza lasciare alcun segno particolare. Ma non è così dal momento che Dakota fu una splendida cantante di jazz, dotata di una voce stupenda, di una timbrica immediatamente riconoscibile, di una splendida presenza scenica e capace di infondere grande originalità ad ogni sua interpretazione. Questi due CD contengono quattro lp, “Crazy he calls me” con registrazioni del 1954-55, “The Late Late show” 1957, “In The Night” con il quintetto di George Shearing ancora del ’57 e “Dynamic” del ’58, oltre cinquanta brani più che sufficienti a fornire un quadro esaustivo di una grande artista che proprio in quegli anni comincia ad affermarsi. Nata il 3 giugno 1931 (o 1930 come dicono alcune fonti) a Homewood (nei pressi di Pittsburgh in Pennsylvania), debutta in ambito professionale a soli sedici anni, cantando nello spettacolo Fantastic Rhythm. Nel 1954, durante un ingaggio al club di Harlem Baby Grand, viene notata da Dave Cavanaugh della A&R (Artists And Repertory) che le propone di incidere, fin dal 1954, i due singoli “What Do you now About Love” e “My Heart’s Delight”; il successo arriva immediato: Down Beat la qualifica Miglior Giovane Promessa dell’Anno, promessa che si conferma appieno grazie al lancio discografico organizzato dalla Capitol che tra il 1956 e il 57 lancia ben diciassette titoli. Si tratta di documenti preziosi eppure non verranno più ristampati sino a quando, assai meritoriamente, la Harmonia Mundi non decide di ripescarli e ripubblicarli in questo prezioso doppio album corredato da un esauriente booklet di Alain Tomas.

John Surman – “Saltash Bells” – ECM 2266

Non è certo la prima volta che ascolto un disco inciso da John Surman in splendida solitudine, eppure il musicista inglese riesce sempre a stupirmi, a meravigliarmi per la straordinaria forza creativa che sembra non conoscere l’usura del tempo. Le composizioni di John sono sempre fresche, brillanti, a volte addirittura gioiose a testimoniare l’evidente piacere dell’artista nel concepire e produrre musica, piacere che fortunatamente si prolunga oramai da molti anni. Anche questo disco non sfugge alle suddette regole: Surman appare in splendida forma sia come compositore sia come esecutore. Dal primo punto di vista, John scrisse questa musica come colonna sonora di un film-documentario del regista norvegese Odd Geir Saether ispirata dai luoghi della gioventu’ e forse proprio per questo si avverte, maggiore che nel passato, l’influenza della musica folkloristica e soprattutto una felice ricerca della melodia. Così il brano che dà il titolo all’intero album si riferisce all’eco delle campane della chiesa di Saltash che risuonavano nella vallata del Tamar ai confine tra Cornwall e Deon mentre “Whistman’s Wood” evoca la foresta pietrificata di Dartmoor. Comunque al di là degli intendimenti più o meno evocativi e/o descrittivi di Surman, resta il fatto che la sua straordinaria capacità strumentale , oltre che improvvisativa e inventiva, riluce con chiarezza anche in questo episodio discografico. Lo si ascolti con quanta perizia adoperi il sax baritone in “Glass Flower”, o come si muova splendidamente sulle chiavi del sax soprano in “Triadichorum” e come in generale sia capace di utilizzare i moderni mezzi a disposizione (dalla sovra incisione agli strumenti elettronici) senza fornire la benché minima impressione di falso, di costruito. Anzi! Anche le parti improvvisate, numerose, si inseriscono perfettamente nel contesto generale creato da Surman al quale bastano davvero poche note per esprimere tutto un mondo. Insomma a molti anni di distanza dal suo ultimo album in solo, John Surman dimostra di essere ancora un artista moderno al passo con i tempi e capace di esprimere in musica la sua interiorità.

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  1. I nostri CD
  2. John Abercrombie Quartet – “Within a song”
  3. Maurizio Camardi, Mauro Palmas – “Mare chiuso”
  4. Contro Trio – “Connection”
  5. Dagnino, Haslam, Pastor,Waterman ‎– “Narcéte”
  6. Fazzini, Fedrigo – “Idea F”
  7. Fly – “Year of the Snake”
  8. Mauro Grossi – “Eden”
  9. Steve Kuhn – “Wisteria”
  10. Gianni Lenoci – “One – John Cage Piano Music”
  11. Dakota Staton – “The complete 1954-1958”
  12. John Surman – “Saltash Bells”
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